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15/07/17

[We talk about...free books for punx!]
"Mosca - Petuski" alias "Mosca sulla vodka"
"Oggi parliamo di capolavori. Un giorno Denis, il capitano-driver che ci ha scarrozzato in lungo e in largo nei nostri tour russi (e non solo), ci dice: "ehi, c'è questo libro, dateci un'occhiata, credo ne esista un'edizione italiana. E' il mio preferito di sempre!". Scopriamo che si tratta di un samizdat, ovvero di un libro clandestino circolato segretamente durante i decadenti anni dell'Unione Sovietica di Breznev, quando tutto andava a scatafascio e se ti permettevi di obiettare qualcosa finivi a lavorare in un gulag a 50 gradi sottozero. Un samizdat, dunque? Uh, la cosa iniziava a farsi interessante! Nonostante la sua natura underground, il libro – intitolato “Mosca-Petuski” – ebbe un grande successo durante gli anni Settanta, tanto da richiamare l'attenzione di qualche editore straniero che si prese la briga di tradurlo e di pubblicarlo: il primo fu, curiosamente, in Israele nel 1973, al quale seguì la Francia e l'Italia che nel 1977 ne cambiò il titolo nel più triviale “Mosca sulla vodka”. Il motivo per cui il racconto di cui stiamo parlando non è mai stato stampato dall'editoria sovietica ufficiale è, ovviamente, comprensibile: diciamo che non si tratta esattamente di un'apologia dell'URSS. Ma – ordunque – di che cosa parla questo libro?

Una sbronza perenne
Venedikt Erofeev (1938-1990) – questo è il nome dell'autore del libro in questione – fu uno scrittore e anche (e soprattutto) un accanito bevitore. Il racconto ha come protagonista lui stesso ed è strutturato come una sorta di flusso di coscienza in prima persona, che descrive il nostro Venja (nomignolo di Venedikt) attraversare Mosca fino alla stazione di Kursk per salire sul treno che lo porterà alla cittadina di Petuski, distante circa 150 kilometri, per incontrare la sua amata. Naturalmente però, nulla va come previsto. O meglio: Venja, oltre ad essere una persona colta e raffinata – come ben traspare dai numerosi soliloqui che compaiono nel racconto – è anche un alcolizzato senza ritorno. Non un bevitore qualunque, signori miei: un fiero e orgoglioso bevitore che fa del bere uno stile di vita, una poetica sovversiva, un modo rivoluzionario di concepire l'ebbrezza che comporta un assoluto cambio di prospettiva sull'esistente. E difatti la narrazione diventa presto il racconto onirico di una sbronza colossale. Ce la farà il nostro eroe a raggiungere Petuski e ricongiungersi con la sua amata?

Il tratto Mosca - Petuski
Satira sociale in salsa alcolica
Il viaggio in treno è dunque solo un pretesto per parlare della vita e della società sovietica. In verità “Mosca – Petuski” è un racconto ironico, ricco di iperboli e paradossi, che trasforma un reietto senza speranza in un eroe tragico. Nell'apparente semplicità di un viaggio che avrebbe dovuto durare un paio d'ore, la dimensione onirica travolge la realtà, i piani di ciò che è serio e ciò che è burla si capovolgono, fino alle drammatiche pagine conclusive, dove si consuma un colpo di scena tragico e beffardo. Il protagonista del racconto è un vittima di una realtà crudele e spietata, dove non c'è posto per chi sa di essere un outsider. Gli aneddoti che si potrebbero riportare – colmi di citazioni dei “mostri sacri” della cultura russa – sono molti e spassosi. Ve ne raccontiamo giusto un paio...

Venedikt Erofeev al lavoro
Il lavoro rende liberi: i “grafici individuali
Ad un certo punto si parla di lavoro e scopriamo che Venja era un ispettore dei cavi telefonici presso l'aeroporto di Mosca. Le giornate lavorative nell'URSS degli anni Sessanta vengono descritte così: “[...] Il nostro processo produttivo – scrive Erofeev – si presentava nel seguente modo: al mattino, appena arrivati, ci mettevamo seduti a giocare a sika [un gioco di dadi], a soldi (voi sapete giocare a sika?). Bene. Poi ci alzavamo, srotolavamo il tamburo col cavo e mettevamo il cavo sotto terra. E poi, si sa: ci sedevamo e ciascuno ammazzava il tempo a modo suo, giacché in fondo ognuno ha il suo carattere e il suo sogno: uno beveva vermut; un altro, più alla buona, beveva acqua di colonia "Frescura", mentre chi aveva pretese, beveva cognac all'aeroporto internazionale di Seremet'evo. E poi si andava a letto. E il mattino dopo, cosi: prima ci sedevamo e bevevamo vermut. Poi ci alzavamo e tiravamo fuori dalla terra il cavo del giorno prima, perché naturalmente era tutto umido. E poi - che dire? - poi ci sedevamo a giocare a sika a soldi. E si andava a letto senza riuscire a terminare la partita. Il mattino presto già ci svegliavamo a vicenda: "Lecha! Alzati, che si deve giocare a sika!", "Stasik, alzati per finire la partita di ieri a sika!". Ci alzavamo e finivamo la partita a sika. E poi, senza indugi, senz'aver bevuto né "Frescura", né vermut, davamo di piglio al tamburo col cavo e cominciavamo a srotolarlo affinché l'indomani fosse fradicio e inutilizzabile. E soltanto dopo di questo, ognuno si sentiva libero di fare quel che gli pareva, perché ognuno ha i suoi ideali. E cosi tutto daccapo”. 
Quando Venja diventa “brigadiere”, ovvero responsabile della sua unità di lavoro, introduce una novità, i “grafici individuali”: “dirvi che razza di grafici fossero? – scrive ancora il Nostro – Bene, è molto semplice: con inchiostro di china si tracciano su carta velina due assi: una orizzontale e l'altra verticale. Su quella orizzontale si segnano per ordine tutte le giornate lavorative del mese trascorso e su quella verticale si indica in grammi la quantità di quanto s'è bevuto, ma tradotto in alcool puro. Naturalmente si teneva conto soltanto di quanto si era bevuto sul lavoro e prima di esso, in quanto ciò che si beve la sera costituisce una quantità più o meno costante per tutti e non può presentare interesse per uno studioso serio. E cosi, allo scadere del mese, il lavoratore mi si presentava con il suo rendiconto: il tale giorno ho bevuto questo o quello e in questa o quella quantità, il tal'altro giorno ho bevuto, ecc. E io traducevo tutto questo in un bel diagramma con inchiostro di china su carta velina”. Naturalmente si tratta di “grafici” alternativi a quelli ufficiali. Ma Venja – con un'ironia e un gusto per il paradosso tipicamente russi – capisce che attraverso la conoscenza del “ritmo alcolico” di ciascuno si riesce a conoscere molto più da vicino le esigenze dei lavoratori. Accade però, a causa di una giornata dove si è esagerato col tazzare, di confondersi e spedire ai responsabili del Partito i grafici “alcolici” anziché quelli veri. Risultato: Venja viene licenziato.
Da sinistra a destra, i "grafici individuali" del giovane comunista VIktor Totoskin, della vecchia canaglia sconquassata Aleksej Blindjaev e di Venedikt Erofeev
I controllori! I controllori!
Può un racconto ambientato su un treno fare a meno della figura del controllore? Ovviamente no! Solo che in Mosca sulla Vodka il personaggio del controllore Semënič è naturalmente biecamente corrotto e dedito all'alcolismo (come tutti, in realtà). “A dire il vero, sulla linea di Petuski nessuno ha paura dei controllori, perché tutti sono senza biglietto. Se qualche rinnegato fa il biglietto perché magari è in preda a una sbornia, lui sì che si trova a disagio quando passano i controllori. Quando un controllore gli chiede il biglietto, lui non guarda nessuno: né il controllore stesso, né il pubblico, ma è come se volesse sprofondare sotto terra. E il controllore esamina il suo biglietto in una certa maniera schifata e lo guarda in modo da annientarlo, come se fosse un rettile. E il pubblico, il pubblico guarda il "furbo" con degli occhi grandi e belli, come per dire: "Abbassa lo sguardo, razza di coglione! Ti rodeva la coscienza, eh?". Ma prima dell'arrivo del controllore Semënič la vita per i passeggeri era molto più dura: “Prima che Semënič diventasse capo-controllore, tutto andava diversamente: in quei giorni i passeggeri senza biglietto venivano chiusi come gli indiani nelle riserve, gli picchiavano in testa con i tomi dell'enciclopedia Efron & Brockhaus, e poi li multavano e li scaraventavano fuori della vettura. In quei giorni, fuggendo il controllore, essi correvano attraverso i vagoni come armenti in preda al panico, trascinando con sé anche quelli che avevano il biglietto. Una volta, sotto i miei occhi, due piccoli ragazzini, abbandonandosi al panico generale, corsero insieme al gregge e furono schiacciati a morte. E restarono così, riversi nel corridoio, stringendo nelle manine bluastre i loro biglietti...”. L'aneddoto terribile dell'uccisione di due bambini viene buttato lì così, come se fosse una cosa di frequenza comune, un particolare di poco conto. 
Ma poi, per fortuna, arriva Semënič, e le cose cambiano...in meglio! “Il capo controllore Semënič ha cambiato tutto: ha abolito le multe e le riserve. Ha regolato tutto in modo più semplice, esigendo da ogni viaggiatore senza biglietto un grammo di vodka per chilometro. In tutta la Russia gli autisti chiedono una copeca a chilometro, mentre Semënič chiedeva una volta e mezza di meno: un grammo a chilometro. Se, per esempio, tu vai da Cuchlinka a Usad, una distanza di novanta chilometri, devi versare a Semënič novanta grammi di vodka e poi viaggi assolutamente tranquillo, sbracato sul tuo sedile come un bottegaio...”. Geniale no? Immaginatevi se funzionasse così anche oggi in Italia: la figura del controllore, da bieco sbirro diventerebbe un simpatico compagno di sbronze, pronto a portare allegria ad ogni sua comparsa. “E così l'innovazione di Semënič ha rafforzato il legame tra il controllore e le larghe masse, ha diminuito il costo di questo legame, l'ha semplificato e umanizzato...E ora nel fremito generale suscitato dal grido “i controllori!" non c'è più nessuna paura. In questo fremito c'è soltanto un'anticipazione...”. Ed, infine, ecco che il personaggio entra finalmente in scena: “Semënič entrò nella vettura, sorridendo in modo sensuale. Già si reggeva a malapena sulle gambe, perché di solito restava sul treno soltanto fino a Orechovo-Zuevo, dove scende va e se ne andava nel suo ufficio, sbronzo da vomitare..."Di nuovo tu, Mitrič? Daccapo a Orechovo? A fare un giro sulla giostra? Cent'ottanta fra tutt'e due. Ah, sei tu, Nero baffuto? Saltykovskaja-Orechova Zuevo? Settanta due grammi. Svegliatemi questa puttana e domandate quanto deve. E tu, covert-coat, di dove vieni e dove vai? Serp-i-Molot-Pokrov? Centocinque, per favore. I 'portoghesi' sono sempre di meno. Una volta ciò suscitava 'ira e sdegno' mentre oggi suscita 'legittimo orgoglio'... E tu, Venja? ..." e Semënič m'investì in maniera sanguinaria col suo alito fetente d'alcool: "e tu, Venja? Come sempre Mosca-Petuski? ..."

Effetti del "Balsamo di Canaan"
Cocktails creativi
Il Nostro, da buon bevitore, è naturalmente un esperto di cocktails. Ma dimenticatevi i vari spriz, negroni, mojito, caipirinha...tutta roba da fighetti occidentali! Qui si parla invece di roba seria, orgogliosamente proletaria. Sentite qua: “In breve, scrivetevi la ricetta del "Balsamo di Canaan". La vita è concessa all'uomo una volta sola e bisogna viverla in modo da non sbagliare le ricette: 

Alcool denaturato 100 g
Birra vellutata 200 g
Vernice purificata 100 g

Ed ecco che avete davanti a voi il "Balsamo di Canaan" (detto familiarmente "volpe bruna"), un liquido che ha effettivamente un colore nero-brunastro, moderatamente forte e con un aroma robusto. Non si tratta nemmeno d'un aroma, ma di un inno. L'inno della gioventù democratica. Proprio così, giacché in chi beve questo cocktail maturano appieno le “forze oscure” e la volgarità”. In Unione Sovietica, come ancora oggi in posti dove l'alcolismo è la norma, siccome non è facile reperire superalcolici che non siano la vodka, si usava davvero fare dei cocktails con profumi e prodotti per l'igiene. Mosca sulla Vodka è un racconto dai toni iperbolici, ma c'è sempre del vero in ciò che scrive Venedikt Erofeev. Che subito dopo ci illustra gli effetti sull'umore e sulla nostra psiche di alcune sostanze di uso comune: “il "Mughetto," per esempio, eccita l'intelligenza, allarma la coscienza, rafforza la coscienza del diritto. Il "Lillà bianco" al contrario, tranquillizza la coscienza e concilia l'uomo con le piaghe dell'esistenza … A me è successo così: bevo un intero flacone di “Mughetto argentato”, me ne sto lì e piango. Perché piangevo? Perché mi ricordavo di mia mamma, cioè me ne ricordavo e non potevo dimenticarla. “Mamma” dicevo. E poi di nuovo: “Mamma” e di nuovo piangevo. Un altro, più stupido, sarebbe rimasto li a piangere. E io invece? Io ho preso un flacone di “Lillà” e me lo sono bevuto. E che cosa credete? Le lacrime si sono asciugate, un riso idiota mi ha assalito e anche la mamma l'ho dimenticata a tal punto che non sapevo più come si chiamava”. 
Alcuni prodotti del perfetto barman
Ed infine, vi lasciamo con la chicca finale: “ma lasciamo stare la “Lacrima”. Adesso vi propongo il dulcis in fundo. “Il serto delle fatiche è superiore a ogni compenso” disse il poeta. In breve, io vi propongo il cocktail “Trippa di cane” una bevanda che oscura tutto il resto. Non si tratta neanche più d'una bevanda, ma d 'una musica delle sfere celesti. Che cosa c'è di più bello al mondo? La lotta per la liberazione dell'umanità. E di più bello ancora? Ecco, scrivete:

Shampoo "Sadko ospite di lusso” 30 g
Birra di Zigulì 100 g
Soluzione antiforfora 70 g
Deodorante per piedi 30 g
Antiparassitario 20g

Tutto ciò si lascia macerare per una settimana con tabacco di sigari; quindi si serva in tavola...A proposito, mi sono giunte lettere in cui oziosi lettori mi consigliano inoltre di filtrare l'infuso cosi ottenuto con un passino. Ossia, di filtrarlo con un passino e poi di andare a letto... Ma lo sa il diavolo che roba è questa e tutte queste aggiunte e correttivi provengono da fiacchezza d'immaginazione, da insufficienze del volo del pensiero; ecco di dove vengono questi assurdi correttivi ... E dunque, la “Trippa di cane” è in tavola. Bevetela non appena appare la prima stella, a grandi sorsi. Già dopo due bicchieri di questo cocktail un uomo diventa così spiritualizzato, che ci si può far da presso e per un'intera mezz'ora sputargli sul grugno da una distanza d'un metro e mezzo senza che lui ti dica niente”.

13/07/17

[We talk about...books for punx!]
"Punk, anarchia, rumore" di Carmine Mangone
"Oggi parliamo di un libro che ci è stato donato dall'amico Carmine Mangone: chi è questo losco figuro? Massì che lo conoscete, dai...Circa un anno fa – ehm, sì, siamo in ritardo con questo post – ci arriva a casa questo libretto con tanto di dedica: perché con Carmine è capitato di fare delle cose assieme, tra le quali una simpatica jam session poetica (che abbiamo messo in scena qualche anno fa presso il Telos di via Milano a Saronno) e un'originale intervista che trovate pubblicata sul suo blog. Quando, dopo un concerto che gli organizzammo a Casa Gorizia Occupata a Milano assieme a Roberto Belli (altro personaggio di cui forse ci capiterà di raccontare), il Mangone ci parlò di questo suo libro sul punk su cui stava lavorando, noi pensammo: "Bello, però uscirà chissà quando". E invece – efficienza dell'anarchia! – eccolo qua: quelli in ritardo siamo noi!

Ma gli scrittori sognano gruppi punk elettrici?
Si tratta dunque di un libro sul punk ma che è stato scritto da una persona che non rispecchia lo stereotipo del punk in senso ortodosso. Carmine (anche se a lui non piacciono le definizioni) è piuttosto un poeta, performer e scrittore: si definisce ironicamente, con un'espressione dal sapore vagamente freak, un "poeta punk rurale". E questo ha i suoi lati positivi, perché siamo molto lontani dai soliti testi, usciti a valanghe negli ultimi tempi, che ripercorrono e mitizzano tutto ciò che accadde dal 1977 al 1985 senza avere una tesi di fondo. Questo non è un racconto scritto "dal di dentro", in soggettiva, ma una riflessione, uno scritto teorico. Il punk per Mangone (come per noi) non è una storia giunta al suo epilogo, una parabola che ha avuto un suo sviluppo circoscritto come fosse un capitolo chiuso della Storia. Eh no, gente: il punk è vivo e lotta assieme a noi! Ciò che fuoriesce dalle pagine del libro è una sincera e appassionata descrizione di questa "sottocultura" come anima creativa, una forza iconoclasta che, con improvvise accelerazioni, ribalta regole espressive del presente, scuotendoci dal nostro torpore fisico e intellettuale. Direi che più che una descrizione, in senso filologico, di cosa sono "Punk, anarchia, rumore", il libro sia in realtà un saggio autobiografico. L'autore non sceglie l'approccio del giornalista ma vuole affermare - ricorrendo a fatti, ragionamenti e citazioni - la sua personale poetica: una dichiarazione di estraneità rispetto alla società e di affinità con una comunità di disadattati, filosofi rivoluzionari e soggetti border-line. "(...) Io non sono un critico musicale, bensì un teorico della sovversione. Scrivere sul punk è scrivere contro ogni idea di punk. Io sono punk solo se porto in me una dismisura critica e scanzonata nei confronti  di ogni idea imposta dalla società".

Stiopa e Carmine Mangone in posa blandamente cristiano-internazionalista
Dal "battito primordiale" ai Crass...
E dunque qui si tratta di scagliare un pugnace rutto in faccia ad una visione aristocratica dell'arte come intrattenimento colto per borghesi annoiati, dichiarare una solenne belligeranza nei confronti dei limiti del buongusto e del politically correct e rivolgere una risata beffarda in faccia (accompagnata da gesti espliciti) a chi crede che, riparandosi sotto l'ombrello di qualche regola socialmente accettata, la sua vita sarà migliore. Chiarito ciò che abbiamo di fronte, possiamo leggerci il libro senza paura di cadere in fraintendimenti e gustarci questo racconto dal profilo eclettico, passando in rassegna ragionamenti sul senso del "rumore", citazioni letterarie, brandelli di testi di canzoni, racconti di aneddoti noti e meno noti della storia della musica, riflessioni sull'anarchia e sulla dottrina rivoluzionaria. "D'altronde – come si scrive nell'aletta di copertina – perché mai avere in testa uno schema definitivo (e ideologico) quando il punk ha cercato di negare ogni struttura culturale?". Ah, dimenticavo, nel libro abbiamo un piccolo spazio anche noi! Yu-uuu!!!

22/09/14

[we talk about...homo comfort!]
Stefano Boni “Homo comfort: il superamento tecnologico della fatica e le sue conseguenze”, Elèuthera 2014
[Sarta] "La diffusione della comodità – secondo quanto scritto da Stefano Boni nel bellissimo libro che vedete qui a fianco – è una chiave di lettura per spiegare la sostanziale adesione di parte della popolazione mondiale al modello sociale capitalista iper-tecnologico-produttivo, che si sta rapidamente estendendo su scala globale. I bassi livelli di conflittualità interna nelle società occidentali non si possono spiegare solamente con lo strapotere dei mass media nella creazione del consenso, con l'esasperata frammentazione sociale o l'efficacia e la capillarità della macchina repressiva; oppure ancora con il restringimento degli spazi di autonomia della cittadinanza, ormai prossima alla completa zombificazione di romeriana invenzione e istericamente refrattaria a qualsiasi stravolgimento dei propri pregiudizi. Tutti questi sono certamente fattori reali, che agiscono costantemente nello smorzare ogni impeto non solo rivoluzionario, ma anche semplicemente di protesta. 

Tuttavia, tutto ciò non sembra ancora sufficiente a spiegare il perché, nonostante la percezione sempre più diffusa della catastrofe ambientale imminente e la sempre più evidente crudeltà dell'attuale sistema, siamo ancora così docili rispetto al potere costituito. E cos'è questo “qualcosa” che ci manca? Il tassello fondamentale, che l'autore del libro ci suggerisce per completare o perlomeno arricchire il ragionamento, è l'anelito alla comodità. Sviluppando una ricerca ossessiva del comfort in ogni ambito del nostro quotidiano, spinti dai messaggi più o meno subliminali di pubblicità e stili di vita creati ad hoc, ci siamo tutti “evoluti” da Homo Sapiens a Homo comfort. Cerchiamo case sempre più pulite, asettiche, con zanzariere, finestre con doppi e tripli vetri, riscaldate e climatizzate, con elettrodomestici per cucinare senza sforzo, pulire facilmente e infine svaccarci su divani comodi davanti a televisori giganti con l'aiuto di computer, tablet, smartphone coi quali interagire con facilità, semplicemente sfiorando lo schermo. Senza contare la grande comodità di poter evadere da pensieri scomodi attraverso aperitivi, serate al pub o al ristorante con gli amici, giornate a fare shopping o pomeriggi a teatro o al cinema. Ed è così che “Homo comfort – scrive Stefano – si assoggetta facilmente: al potere politico egli preferisce una sudditanza confortevole e volontaria”. L'unica sua preoccupazione è semmai legata al potere d'acquisto, in quanto direttamente proporzionale alla possibilità di incrementare il proprio livello di agio e benessere.

Partendo da questa intuizione, l'autore del libro ci accompagna in un percorso analitico dei nostri stili di vita, delle nostre condotte e delle ripercussioni che esse hanno sui nostri sensi e sul nostro sviluppo intellettuale. Cerca di indagare l'uomo contemporaneo occidentale – da sincero antropologo – come se lo vedesse per la prima volta, per vie esterne, con lo sguardo sorpreso di chi osserva qualcosa che gli è estraneo.

Tanti sono i temi che emergono a partire dallo spunto iniziale. Innanzitutto il progressivo appiattimento dei nostri cinque sensi rispetto a quelli degli uomini anche solo di due o tre generazioni precedenti: se facciamo eccezione della vista, l'olfatto, il gusto, l'udito e il tatto si sono decisamente impigriti. Spesso non siamo più in grado, ad esempio, di valutare con esattezza lo stato di conservazione dei cibi, affidandoci supinamente alla data di scadenza riportata sulle scatole degli alimenti preconfezionati, oppure di riconoscere gli odori o di svolgere lavori artigianali. Siamo spesso vittime di allergie e intolleranze. Di conseguenza, tendiamo a “schermarci” dalla natura dentro abiti puliti, disinfettati con prodotti chimici ed altrettanto facciamo con gli ambienti chiusi e asettici dove passiamo le giornate, disinfestati dagli insetti, senza odori e sempre più spesso climatizzati tecnologicamente. L'esperienza della natura è, per chi lo desidera, circoscritta a determinati momenti: la gita in montagna o in campeggio, il viaggio nella località esotica. “L'organico” è qualcosa di antigienico, che provoca un istintivo sentimento di repulsione. Le superfici che calpestiamo con i nostri piedi, protetti da scarpe, sono sempre lisce e ben levigate, tanto che troviamo perfino doloroso camminare a piedi nudi sui sassi o sulla nuda terra. L'isterismo che si impossessa di molti di noi alla comparsa improvvisa di insetti volanti o alla vista di piccoli ragni o topi, è un fenomeno relativamente recente.

Tutto ciò non sarebbe necessariamente un male se non ci fossero sullo sfondo la catastrofe ambientale e la guerra che l'umanità conduce quotidianamente nei confronti del pianeta che abita: lo sfruttamento avido delle risorse del territorio e l'iper-produzione di beni e servizi sono necessari alla sopravvivenza di homo comfort. Il suo stile di vita è irrimediabilmente consumistico e non potrebbe essere altrimenti. Nonostante sia ormai diffuso il pensiero che tale condotta sia insostenibile da mantenere anche solo per qualche decennio ancora - perlomeno su questo pianeta - egli non ha alcuna intenzione di riflettere sulle conseguenze delle sue azioni o - blasfemìa! - di ridurre il livello dei consumi o il grado della sua comodità, avvolto com'è da una coltre di indifferenza nell'agio del suo divano di casa o stordito dall'ennesimo sabato sera di eccessi.

Che fare dunque? Beh, mica posso riassumervi tutto...che ne dite di leggere il libro? Io intanto vi metto qui sotto una canzone del grande gruppo prog “Il Balletto di Bronzo” dal titolo "La tua casa comoda", che magari vi può ispirare, eh,eh, eh..."


31/01/14

[Letture]
Matteo Guarnaccia “Non avrai altre Dee...” (1997)
Vicki Noble “Sessualità sacra e trasformazione” (2003) 
[Pep] «Nella letteratura sanscrita uno yogi descrive un'assemblea di yogini in un banchetto di orgiaste spirituali, che come le antiche Menadi greche, “erano inebriate” dalle loro sacre bevande fermentate (soma) che le avevano portate all'estasi. Le donne selvagge s'intrattengono con uno scheletro fingendo che sia il loro amante. Com'è possibile e che cosa ha a che fare con la sessualità femminile? E' quasi impossibile per un occidentale immaginare di avere un'esperienza energetica diretta con la morte visto che i nostri funerali sono così terribilmente asettici e deliberatamente poco eccitanti. E' passato molto tempo da quando abbiamo smesso di preparare con le nostre mani i cadaveri per la sepoltura ,delegando questo compito ai tecnici professionisti, che lo fanno lontano dalla casa dove vivono i nostri cari. Per dare un'occhiata alle bizzarre e (per noi) inimmaginabili possibilità presenti nei riti funerari animisti dovremmo osservare un rituale divinatorio di morte dell'Africa occidentale nel ventesimo secolo, in cui il cadavere danzante funge da veicolo oracolare per la comunità».

Così si esprime Vicki Noble, provocatoria tealoga e figura di spicco della spiritualità femminista. Nella sua personalità si intrecciano una capacità di pensiero tale da attingere alla dimensione primaria, sempre meno disconosciuta, della spiritualità umana, e una forte attenzione pratica alla dimensione dello sciamanesimo, concretatasi notoriamente nella realizzazione di una declinazione lesbofemminista dei tarocchi, disegnati da Karen Vogel e caratterizzati dalla rivoluzionaria forma rotonda: sconvolgendo e ri-leggendo con arcana eleganza il repertorio dei simboli tarocchiali. Il suo pensiero è capace di invalidare la manovra-chiave della strategia cristiana, con il riferimento di questa alla morte quale dimensione estraniata e distruttiva, di cui è necessario alimentare efficacemente la paura, onde far scattare per reazione la speranza nella vita eterna (così come più in generale il cristianesimo deve impoverire di senso l'esistenza umana per lasciar spazio ad un conferimento “salvifico” ed estrinseco di questo da parte di “Gesù Cristo”). 
In questo senso il tentativo di porre rimedio alla visione cristiana dell'esistenza è rappresentato in particolare dalla sottocultura Dark, dedita ad un'illimitata lettura estetizzante della morte: si pensi in particolare ad una delle sue esponenti più significative, la cantante transessuale Anna Varney/Sopor Aeternus, nella cui complessa opera musicale ha luogo un' esplicita erotizzazione della morte, sviluppata lungo tutto l'arco della sua straordinaria produzione. La spiritualità della Dea concepisce la vita e la morte come momenti di una processualità infinita: di qui un'immagine della Dea, rivelata da Marja Gimbutas, e sottolineata dalla più grande tealoga italiana, Luciana Percovich, con riferimento agli ultimi sviluppi delle civiltà ginecocratiche: “Si sviluppa la raffigurazione della Dea della Morte, che ha bocca larga, zanne e talvolta la lingua pendula, come nelle Gorgoni greche, che erano simboli terrificanti e avevano il potere di trasformare gli uomini in pietre. Dotate anche di antenne e di ali d'ape: la Gorgone pietrifica e uccide, ma poi vola via con le ali dell'ape, simboli di rigenerazione”. 

La religione della Dea, nella sua arcana primarietà, smaschera lo “scontro di civiltà” come un ingannatorio e sanguinoso gioco delle parti tra le due “grandi” religioni patriarcali, cristianesimo e islamismo (cui si correla, con anacronismo francamente rugginoso, la reiterata invocazione di asserite radici cristiane del mondo occidentale contemporaneo: asserendo cioè una piena riducibilità, evidentemente inesistente, dei contenuti culturali di quest'ultimo al cristianesimo o alla sua sequela): finalizzato in realtà a celare e frenare l'emergere nel mondo contemporaneo della religione della Dea e della supremazia globale femminile (inverante, infine, le parole della pioniera lesbofemminista primonovecentesca Helene Von Druskowitz, autrice, nella sue Proposizioni cardinali pessimistiche, de L'uomo come impossibilità logica ed etica e come maledizione del mondo, che così si rivolgeva alle donne, invitandole a non lasciarsi ingannare dal Dio cristiano, in quanto insano prodotto del cervello maschile, ma a coltivare la propria profonda interiorità: “Grazie alla vostra incontestabile bellezza, ai vostri modi dolci, al vostro spirito chiaro, sentitevi come superiori esseri naturali”, diagnosticando implicitamente il cristianesimo quale virus patogeno che aggredisce l'organismo femminile, compromettendone i sofisticati equilibri bio-psichici, laddove lo spregiudicato progetto politico della pensatrice prevede la creazione di un mondo integralmente femminile “per mezzo di una educazione libera e audace, incoraggiato da una precoce scelta professionale e dalla divisione delle città per sesso, come dalla limitazione del numero degli sposalizi che infine porteranno all'eliminazione del matrimonio”), nella progressiva cancellazione culturale e fattuale del patriarcato e nel ripristino dell'assetto sociale originario (in cui, come sottolinea Noble, “l'organizzazione sociale umana non era impostata sulle famiglie nucleari e la paternità non era in alcun modo istituzionalizzata. Al di là della semplice biologia la paternità era difficilmente riconosciuta, di certo non divinizzata...”, sostenendo la dinamica, ormai apertasi, della cancellazione giuridica della figura paterna, verso il proprio progetto di matriarcato lesbico, in un'epoca in cui l'implausibilità della maternità eterosessuale va evidenziandosi sempre più), con la liquidazione dell'etica gattopardista che caratterizza il cristianesimo nel suo contrapporre alla dimensione mondana e carnale un paradiso che la nega e la svaluta, generando fatalmente l'aspirazione a questo e, con scadente nichilismo, l'irrilevanza, tendenziale o totale, di qualsiasi azione intelligente volta all' elevazione o al raffinamento dell'esistente. 

Il testo di Noble che il K.C. H. presenta, estratto dal suo volume “La Dea Doppia”, evidenzia la specifica connessione tra dottrine tantriche e Feminist Spirituality: laddove le prime, in quanto trasformanti la relazione sessuale in un veicolo per un ampliamento della sfera percettiva e della consapevolezza veritativa, consentono la riattivazione di quella consapevolezza sistemica che tanto l'ecologia profonda, quanto l'ecofemminismo, hanno indicato come approdo etico e percettivo dell'essere umano. La figura della Dea Doppia (affine e parallela all'onni-potente simbolo femminista della Labrys, la doppia ascia remota origine minoica, espressione della spietata potenza guerriera delle amazzoni antiche ed odierne), che la ricerca di Noble, modellata sulla mitoarcheologia matriarcale di Marjia Gimbutas (e contigua alle posizioni di pensatrici del neo-buddhismo femminista quali Tsultrim Allione e Miranda Shaw), evidenzia quale trans-culturale allo specifico livello delle società ginecocentriche, è indicante la nozione del femminile come costititutivamente ciclico e bi-polare (della cui scotomizzazione il bipolarismo di cui parla la psichiatria costituisce, quindi, l' inaccettata, eversoria tempesta riparativa), ma anche la centralità della relazione lesbica in quanto veicolo sociale di tale bi-polarismo e dunque modalità eticamente e psichicamente superiore della relazione umana, sovente testimoniata dagli antichi reperti in quanto espressione della regalità lesbica (la coppia di due regine) come paradigma corretto della regalità umana e, più in generale, della leadership sociale. 

Tale ottica lesbocratica, sottolinea Noble, trova nella società occidentale contemporanea crescente riscontro: “...le donne collaborano tra di loro molto di più oggi. Lo possiamo vedere sia in coppie dello stesso sesso (due mamme) che allevano famiglie senza uomini, o in donne che si mettono insieme negli affari o in quelle amiche che si mettono in un cerchio e si sostengono reciprocamente nel portare avanti i compiti delle nostre faticose vite moderne: sono tutti esempi di donne che condividono il potere. Il manifesto egualitarismo e l'intimità psichica della Dea Doppia conferisce potere sia alle evidenti sorelle spirituali che emergono da un'unica cintura condivisa, sia alle regali regine che siedono sul trono, fianco a fianco, in posizioni di potere e che potrebbero essere a capo di una corporazione... La Dea Doppia è un' esortazione per tutte noi ad attingere alla potente corrente sotterranea dell'energia femminile, che fluisce là dove siamo, dai tempi più antichi fino ad oggi, e a celebrare in ogni donna l'incessante fluire di yin e yang, buio e luce. Apparteniamo tutte per nascita al culto della Dea Doppia, la cui potente immagine ci provoca verso l'autonomia e il legame femminile; senza nessun riferimento all'uomo”, dando il colpo di grazia all'eterosessualità con la sua ingannatoria nozione di complementarietà, dalle inaggirabili implicazioni femminicide.
Concludiamo con una citazione di Luciana Percovich, in cui risuona il maestoso e sereno tempo ciclico della Dea, che trova la propria numinosa epifania nei cicli del sanguinamento mestruale, in contrapposizione al convulso e convulsivo tempo lineare del patriarcato e delle sue credenze cristiane: 
Alla sacralizzazione del quotidiano le donne sono portate da quella che è la loro esperienza dell'essere al mondo, dei suoi segreti e dei suoi misteri. Attraverso gesti sempre ripetuti, come in un rituale sacro, spetta alle donne il miracolo di dare la vita, di proteggerla, conservarla e negarla; di esserci nella cura del quotidiano e nei momenti drammatici di trasformazione e di passaggio. Il femminile è nel suo poter essere soglia, luogo alchemico del trapasso tra la non-vita e la vita, spazio dove l'anima si incarna, dove ciò che non è ancora e ciò che è si toccano.

Conoscere nel proprio corpo e nell'esperienza culturale di sé queste realtà, come fatti ordinari anche se non sempre aproblematici nella rappresentazione e accettazione di sé, significa riconoscere la propria sacralità, come ben compresero e riconobbero in Australia col mito sull'origine della religione”: sottolineando, nella propria profonda visione spirituale, l'aborto, di contro ai tentativi, oltre che di cancellarlo, di intenderlo quale minor male rispetto al proibizionismo anti-abortista, quale esclusivo diritto ontologico femminile, gesto radicale che è sublime manifestazione di libertà e non certo dramma insanabile, nel pieno ripristino della potenza della donna, in quanto essere munificente che per diritto naturale signoreggia la vita e la morte dell'Umanità, così come nel trascendimento e nell'oblio della rozza dicotomia, interna alla mistificazione cristiana dell'essere umano, tra l'apologia dell'aborto in quanto diritto fattuale e la sua riprovazione denigratoria, smascherando, dunque, la realtà dell'aborto quale dimensione coessenziale al solo orizzonte eteropatriarcale (al riguardo si veda l'imprescindibile volume a cura di Luciana Percovich La coscienza nel corpo, edito nel 2005 da Fondazione Elvira Badaracco/Franco Angeli, che restituisce un'immagine puntuale del Movimento per una Medicina delle donne, situantesi, secondo modalità attualissime, all'intersezione tra riflessione femminista e critica anti-psichiatrica al sapere medico, veicolata primariamente dalla pensatrice amazzonica Phyllis Chesler, con il suo “Le donne e la pazzia”, e dalla militante anti-istituzionale Franca Ongaro).
Ad introduzione del testo di Noble accludiamo un articolo di Matteo Guarnaccia, “Non avrai altre Dee...” (dal n.9/10, “Dio chi?”, della storica rivista illustrata Village, dell'Editoriale Donna), avente per scopo l'introduzione alla religione della Dea, in cui il disegnatore, che vi esalta la ricca e profonda vita vegetale quale paradigma biologico superiore, trova una ri-produzione fotografica delle proprie celebri invenzioni visive attraverso il lavoro dell'iconografa tealogica Giulia Borioli che vi dispiega l'incipit di una potenziale galleria del divino femminile, ormai diffondentesi in forme palesi o implicite nei media e nella società.: nei lussuosi abbigliamenti di Jean Paul Gaultier e Abe Hamilton, Marina Spadafora e Romeo Gigli prendono sconvolgente realtà la Signora delle Soglie, nella sua capacità di ricucire gli strappi energetici e Kali, Signora del Tempo e della Distruzione, Nostra Signora dei Fiori, imbanditrice di merende psichiche e la celtica Signora degli Animali, la cretese Dea dei Serpenti e la Signora Feroce Despoina, la tantrica Mara, Tara (“Lei, la cui mano ornata dalla ruota gira in ogni direzione; Lei che con il proprio riso assoggetta a sé i demoni e il mondo”) e Dam, “l'aspetto uniforme delle dee e degli dei, Colei il cui vero nume, sotto aspetti multiformi, con svariati riti e diversi nomi è venerato in tutto il mondo”. 

08/10/13

[Books for punx]
Massimo Filippi, Filippo Trasatti, “Crimini in tempo di pace. La questione animale e l'ideologia del dominio”, Elèuthera, Milano 2013
[Sarta] Denso di significato, strabordante di citazioni e riferimenti, originale ed efficace nella sua architettura logica: “Crimini in tempo di pace” (titolo evidentemente ispirato a Franco Basaglia) è “un lavoro di ricognizione (…) nei non-luoghi della violenza istituzionalizzata”, un viaggio dantesco negli abissi delle strutture di dominio che permeano la nostra società. E' un libro che potremmo definire “militante”, che parte dalle tematiche antispeciste, riassunte in maniera esaustiva nei loro paradigmi salienti, per mostrarci nuove strade, suggerendo, nel finale dal sapore quasi mistico e visionario, rinnovate strategie di lotta.
E' difficile riassumere in poco spazio il mare di temi e citazioni sviluppato dagli autori. Una prima  peculiarità è rappresentata dall'ingegnosa struttura del libro: i quattro capitoli sono corredati ciascuno da una parte di esemplificazioni intitolata “figure”, attraverso la quale gli assunti teorici vengono di volta in volta affiancati a delle storie (reali o letterarie) che trattano della medesima questione da “dentro”, fornendoci, attraverso il processo di immedesimazione nei personaggi, una comprensione più efficace.
La questione fondamentale da cui parte la narrazione è l'analisi della presunta soglia, di matrice ideologica, che separa ciò che viene considerato animale da ciò che si ritiene umano: il nostro rapporto con gli altri esseri viventi è tutto basato su questo processo, ora inclusivo, ora esclusivo. Trovarsi nella sfera degli "animali" significa subire un processo di reificazione, essere trasformati in oggetti e privati di qualsiasi considerazione di ordine morale. Può darsi che a volte questa soglia si allarghi, arrivando ad includere gli animali da compagnia, i nostri “pet”, e che altre volte si restringa, escludendo altri umani per giustificarne l'uccisione o lo sfruttamento, ma tale soglia è sempre presente e costituisce il metro con il quale ci relazioniamo con il mondo. Come si diceva a proposito del libro di Melanie Joy, questo predominio dell'uomo su ciò che egli considera altro da sé (la natura e quindi anche gli animali), si è esteso grazie alla tecnologia e istituzionalizzato, reso invisibile: un dominio capace di occultare l'orrendo grumo di violenza e oppressione al quale è intrinsecamente connesso e grazie al quale si perpetra. Eppure, a ben guardare, tutto è
quotidianamente ben evidente, davanti ai nostri occhi. E' grazie a questa “follia della normalità” che l'attuale status quo si sostiene e ci appare in tutto il suo abissale orrore solo quando attuiamo un radicale mutamento del nostro sguardo, quando riusciamo a osservare il mondo senza le lenti del “carnismo”.

L'umano a sinistra è Peter Singer, quello a destra Tom Regan
Dopo aver messo in evidenza come la società umana sia costruita su questo mastodontico meccanismo di sfruttamento istituzionalizzato del vivente, la seconda parte del libro si occupa di prendere in esame quello che viene chiamato antispecismo classico”. Si tratta forse della parte più interessante e originale del volume, dove i "padri" fondatori dell'antispecismo prima maniera, Peter Singer e Tom Regan, vengono sottoposti ad una critica “per vie esterne”, come in uno sguardo panoramico dall'alto. E' nell'individuazione dei limiti ideologici del pur solido impalcato teorico dei testi di Singer e Regan che possiamo inserire la lotta allo specismo in un più generale quadro di cambiamento radicale della società: superando il permanere del paradigma antropocentrico (quel continuo cercare la presenza del “proprio” sentire umano nelle altre specie che ha caratterizzato il primo antispecismo di carattere “morale”) sarà possibile sviluppare una visione della realtà imperniata sulle differenze, anziché sull'identità. Citando la celebre frase di Jeremy Bentham La domanda da porre non è 'possono ragionare?', né 'possono parlare?', ma 'possono soffrire?'” l'accento non è più posto come in Singer, sul “soffrire” ma sul “possono”, in qualcosa che è suggerito dalla natura progressiva della vita. L'identità non può mai esistere a priori ma viene sempre a svilupparsi attraverso un incontro. E' lì che acquisisce realtà: è nell'atto discorsivo in cui si esprime, è nella relazione tra due o più individui che si manifesta. Pertanto qualunque identità concepita a priori non può che fondarsi su di una matrice di natura ideologica. La peculiarità che ci accomuna più delle altre a tutta la sfera della natura è la nostra vulnerabilità corporea, la nostra mortalità e l'im-potenza del poter soffrire. Tutti siamo potenzialmente carne macellabile e tutti siamo dotati di differenze. E queste differenze, che nell'attuale società vengono trasformate sistematicamente in dominio, non sono sinonimo di gerarchia. Piuttosto “ciò dovrebbe comportare uno spostamento della prassi antispecista da ragionamenti morali di proselitismo volti a colpevolizzare gli altri specisti a politiche dell'amicizia intese a far risuonare la comune condizione di vittime in cui sono presi sia gli umani che i non umani, condizione resa sì possibile dalla loro im-potenza costitutiva ma che è stata istituzionalizzata e amplificata da un sistema di potere che incessantemente separa l'Umano dal resto del vivente tramite la negazione dell'im-potenza di quest'ultimo (…). L'enfasi passa così dalla preservazione della sacralità della vita, con tutto quello che ne consegue, alla rammemorazione della mortalità condivisa, con tutto quello che ci precede”.
E' in questo spostamento del centro dall'interno della nostra soggettività verso ciò che invece sta a metà strada tra due individui che si incontrano, che dovremo cercare la leva per rovesciare – sin dalla nostra quotidianità – questa sporca società.

Filippo Trasatti e Massimo Filippi alla Pentola Vegana
Venerdì 4 Ottobre, Monza. Presentazione del libro “Crimini in tempo di pace” a “La pentola vegana”
[Sarta] Domani è sabato e dovrò lavorare tutto il giorno: cosa ci può essere di meglio per risollevarmi da questa misera sorte che andare con gli amici-sodali del collettivo a farsi una cenetta vegan innaffiata da vino biologico? E se poi c'è anche la presentazione di un libro di quelli giusti, beh, il quadro è perfetto! Siamo dunque andati ad esplorare questo nuovo locale vegan aperto a ridosso del centro della borghesissima Monza e, con grande gioia mista ad un po' di sorpresa, abbiamo scoperto un posto amichevole, per niente improntato a quel salutismo radical chic che caratterizza molti posti vegan-friendly dalle nostre parti. Qui si mangia benissimo, a poco prezzo e si trovano soprattutto un sacco di libri e riviste interessanti sul tema dell'antispecismo e dell'alimentazione.
Sono presenti, come annunciato, Massimo Filippi e Filippo Trasatti, entrambi gli autori del libro, che hanno intavolato una piacevole chiacchierata, arricchendo i contenuti del loro lavoro con aneddoti inediti. Ripensando alla struttura del loro libro, dove ogni capitolo è affiancato da una parte di storie alle quali è affidato il compito di esemplificare i contenuti teorici, mi viene in mente a ciò che abbiamo sempre sostenuto. Ovvero: è molto più efficace percepire le emozioni sulla pelle di chi le vive, piuttosto che affannarsi a spiegarle con paradigmi teorici. Le idee le abbandoni, ogni tanto, ma le esperienze le fai tue per sempre! Le nostre canzoni meglio riuscite, sin dagli esordi, non si affidano a slogan o a facili proclami, piuttosto cercano programmaticamente di raccontare storie emozionando chi ascolta attraverso l'immedesimazione nei personaggi. 
Alla fine della presentazione e della cena, bello rigonfio di cibo e vino, vado ad importunare i due autori con le mie petulanti questioni. Tornando a casa, Puj mi suggerisce che in effetti avremmo potuto porre all'attenzione della discussione forse la cosa più evidente di tutte. Ovvero: la critica che l'antispecismo muove alla società è inequivocabilmente costruita su basi razionali. Ha dei forti fondamenti filosofici, nel senso più disciplinare del termine, costruiti attraverso un pensiero logico, "corretto" nei suoi passaggi. La critica anti-specista é perfettamente condivisibile, se ben esposta: come dice Tom Regan, siamo perfettamente convinti che le nostre idee possano prevalere in una discussione pacata e senza schiamazzi. Eppure – ed ecco la domanda – perché l'antispecismo, pur essendosi molto diffuso negli ultimi anni, non ha la presa che dovrebbe avere sulle (tante) persone che affermano di "amare gli animali"? E' tutto davanti ai nostri occhi, sembrerebbe così facile, eppure la gente non vede: ogni giorno incontriamo individui così ben plasmati da questo osceno sistema da non riuscire realmente a prendere coscienza di ciò che è reale, lì, davanti al loro naso. La verità, in fondo, sta nel fatto che questa società non è affatto razionale, come vorrebbe farci credere la nostra mente: anzi, è del tutto illogica! Le persone non sono forse grumi di nevrosi e irrazionalità? Non assistiamo tutti i giorni a fiumi di esseri umani costretti a spostarsi in condizioni pietose per vendere forza lavoro, a reiterare comportamenti insalubri per nonsisabenecosa? Quando c'è da difendere le proprie abitudini, quanti sono disposti a porsi problemi? In fin dei conti: quanto del nostro quotidiano è necessario e quanto invece è frutto di automatismi imposti? Ma d'altronde we are living in a psycho-chaos era!

31/08/13

[We talk about...]
LA COLLINA DEI CONIGLI!
Everyone, everyone in these eyes I will witness the fall of Efafra I will witness, witness the fall (Last but not least, Owsla, Fall of Efafra) [Valeria] Il primo ricordo che accomuna tutti i bambini ormai adulti che hanno visto La Collina dei Conigli, film di animazione di Martin Rosen del 1978, è il ricordo del sangue.
Tratto dall'omonima opera letteraria - raro caso in cui il titolo italiano è forse migliore di quello originale (Watership Down) - di Richard Adams, del 1972, La Collina dei Conigli racconta la storia di un “branco di conigli protagonisti di una meravigliosa epopea della libertà”, come recita la copertina dell'edizione italiana (Rizzoli-Bur) del 1975. 
Sangue... Sangue che invade la conigliera da cui tutto parte, in una visione di Quintilio, coniglio preveggente e fratello del giovane Moscardo. Quintilio e Moscardo sono conigli “periferici”, in quanto plebei e minori di un anno di età che, per questa ragione per esempio, se trovano una primula durante la silflaia (il pascolo) devono cederla ai conigli della Ausla.
L'Ausla di una conigliera è costituita dagli esemplari che eccellono in determinati ambiti e che dettano legge sul resto del branco. Vi sono Capi Coniglio che preferiscono circondarsi di un'orda di guerrieri, altri che favoriscono gli impavidi esploratori e, altri ancora, che premiano gli astuti razziatori. Ma Quintilio è troppo giovane e poco influente per far sì che il Coniglio Capo gli dia ascolto e così, la sua orribile visione (la luce rossa del tramonto che diventa un lago di sangue sulla loro conigliera), rimane inascoltata. Solo il fratello e pochi altri conigli decideranno di seguire Quintilio nella sua fuga verso l'ignoto.



For Man came knocking at our doors, sank teeth within our home. In those quiet hours,where the elil ruled, the sky, the ground, our thoughts. We prayed for pity, but received none. We gasped for breath, But no breath came. Forgive us El-Ahrairah! Prophet of two faces. (For El-Ahraihrah To Cry, Elil)

Il loro viaggio, irto di pericoli, viene allietato dalle novelle di Dente di Leone grazie alle quali scopriamo la storia, il credo e le norme sociali di una conigliera. Scopriamo per esempio che Fritz, il dio di ogni cosa, aveva creato un mondo in cui gli animali erano tutti uguali tra loro e vivevano in pace ed armonia grazie all'abbondanza di cibo; ma fu proprio a causa dell'avidità, dell'arroganza e della prolificità della conigliera di El-Ahrairà (il primo coniglio) che Fritz decise di punirli rendendoli codardi e prede degli altri animali. «Ascolta El-Ahrairà . Il tuo popolo non potrà dominare il mondo intero, perché io non lo permetto. Tutto il mondo sarà vostro nemico. E chi ti catturerà, ti ammazzerà, Principe dai Mille Nemici.» 

Ecco così, che il peccato originale viene castigato ed ai conigli, che sanno contare fino a quattro dopodiché c'è un generico Hrair (molti ovvero mille), non spetta altro che ingegnarsi e difendersi dai Mille Nemici (Elil), quali volpi, gatti, rapaci, faine e soprattutto l'uomo.
Interessante la descrizione delle “cose degli uomini” da parte dei conigli che, ignorando l'aspetto utilitaristico di strade, ponti e automobili li riconoscono per la loro difformità rispetto al contesto naturale (forme geometriche regolari, angoli retti e odori sintetici) e li descrivono per il loro impatto violento con l'ambiente in cui si collocano. Ecco dunque che l'automobile si chiama hrududù per via del rumore assordante che produce e la strada invece... "Sbucati dall'altra parte della fratta, Moscardo guardò stupito la strada asfaltata. Lì per lì gli fece l'effetto di un fiume: nera, liscia, dritta fra i suoi argini. Poi notò che era fatta di ghiaia e bitume, e vide un ragno che vi zampettava sopra. "Ma non è una cosa naturale" disse, annusando i forti e strani odori, di catrame, di benzina. "Che cos'é? Come c'è venuta qui?". "E' roba d'uomo" disse Parruccone. "La fanno apposta, e ci corrono sopra i hurddudù... più veloci di noi. E chi altri sennò potrebbero correre più svelti di noi?" 
Moscardo e gli altri, in cerca di una casa, incontreranno altri conigli. Ogni coniglio, in un certo senso, diventa manifesto di una precisa società e del posto (o ruolo) che decidiamo di assumere nella vita in quanto cittadini, lavoratori, schiavi, padroni, vittime o predatori, ma soprattutto qual'è il costo, in termini di libertà, che siamo disposti a pagare in cambio di un apparente benessere e di una fantomatica sicurezza. 

 

A bastard son of a bastard god Stolen saviors of ancient tome Misshapen idols in manmade temples A bloodied hand across our mouths. And so we stand, ever waiting the end, eyes skyward, ever waiting the end (Beyond the veil, Elil) 

Nella conigliera di Primula Gialla, per esempio, non ci sono capi e tutti sono ben nutriti e in salute. Una società che rinnega gli antichi dèi (non credono in Fritz e nelle parabole di El-Ahrairà), composta da conigli uguali tra loro e liberi, che vivono in pace e hanno dimenticato – e rinnegato – l'arte dell'astuzia lapina e del combattimento. Una conigliera però, in cui non c'è memoria e non c'è “informazione”. 
Moscardo e gli altri scopriranno ben presto, che non è ammesso far domande, così come è sconsigliato chiedersi perché, l'uomo della fattoria vicina, si premuri di lasciare grandi quantità di cibo incustodito nei pressi delle tane. Primula Gialla e gli altri conigli convivono con l'uomo, ma qual'è il prezzo da pagare per aver venduto la propria “anima”? 
Gli agi, il benessere, l'abbondanza di cibo esigono il loro sacrificio in sangue e quindi, poco importa se l'area della conigliera è crivellata di trappole per conigli, che vengono ritualmente catturati per essere uccisi, scuoiati e mangiati. Ecco che così, nella società perfetta di Primula Gialla senza capi, conflitti e miseria, i conigli “spariscono”, ma nessuno si chiede dove essi siano. Una società ricca e apparentemente sicura, di conigli depressi e incapaci di autodeterminare la propria esistenza, in cui i deboli vengono sacrificati in nome del bene comune.
Situazione analoga a quella dei conigli “domestici” imprigionati nella casa del fattore, che però non vengono macellati, in quanto adottati dalla giovane figlia dell'uomo. L'accettare di vivere in una gabbia dunque, di essere portati nel prato qualche ora al giorno (quando la bambina ha voglia di giocare con loro) e il non conoscere nulla all'infuori della propria prigionia, in cambio di cibo e protezione. Una dolce cattività, prima di tutto psicologica, che ricorda le gabbie emotive e relazionali di una società conformista in cui, troppo spesso, si vive il proprio ruolo all'interno della famiglia – fatta di affetti e imposizioni – come l'unica via possibile per approcciarsi al prossimo. Con annessa anche una piccola e forse un po' scontata, riflessione sull'ipocrisia (o “dilemma” come direbbe qualcuno) che sta alla base della distinzione binaria tra animale domestico/animale da macellare, peluche/cibo dell'onnivoro. 

 

What animal separates this ape from that? The human animal; ignored and loathed by louse and lion. Reveal in our glory, in every brother is quarry. Butcher every life, until our land is stained and dead. From our towers we cry: «Every man shall bear a soul, a right that no other beast shall bear». And in the shadows the dogs shook their heads «shame upon those apes, pride comes before a fall» (A soul to bare, Owsla) 




"Will you join my owsla?" (Simulacrum, Inlé) 

Ma è in Efrafa, la conigliera del Generale Vulneraria, che Richarda Adams descrive la peggiore società immaginabile. Una dittatura spietata e contro-natura in cui i conigli della plebe vengono marchiati e la cui vita - quando fare silflaia, quando fare hraka (defecare), con chi figliare – è vincolata dall'appartenenza a quella o quell'altra “marca”. La miseria della propria esistenza è accettata e giustificata dalla speranza dell'ascesa sociale.
«Buona parte di loro non riescono a far altro che quello che gli dicono di fare. Non si sono mai allontanati da Efrafa, non hanno mai fiutato un nemico. L'unica aspirazione che hanno, è d'entrare nell'Ausla, per goderne i privilegi.»

 

We splinter the timber, stand over the general. The jabbering magnate, dethrowned and devoured. Dismember! Scour this mantle! We lingered far too long. Smelt the chains! Leave nothing unturned! We suffered far too long. (Woundwort, Inlé)

Una società in cui tutto ciò che è forestiero ed esterno rappresenta una minaccia, in cui gli hlessil (conigli selvaggi che non appartengono a nessuna conigliera) vengono catturati ed obbligati a vivere secondo le regole del Generale Vulneraria.

 

Peace is lost to us now, A fettered ideal. They are the warmongers And they will make our laws A paw will fall upon the weak They will mark the day (The fall of Efrafa, Owlsa)
 
Una società militare e sovraffollata in cui sono le femmine a pagare il prezzo più caro, schiave e vittime dei soprusi dei conigli dell'Ausla, che possono “farle proprie” a loro piacimento, per aumentare così la popolazione e il prestigio personale e di Efrafa tutta. “Un animale selvatico che senta di non aver più alcun motivo di vivere, arriva infine a un punto in cui le sue energie residue possono effettivamente orientarsi verso la morte. […] Ecco, adesso sentiva che la disperazione non era lontane da quelle coniglie. […] Sapeva che gli effetti del sovraffollamento e relative tensioni si manifestano prima nelle femmine. Esse divengono sterili e aggressive. Ma siccome l'aggressività non approda a nulla, spesso quelle cominciano a scivolare verso l'unica via d'uscita.” Le coniglie di Efrafa, che “riassorbono i propri cuccioli prima di darli alla luce” - negando il proprio futuro e auto-sabotando la possibilità di sopravvivenza della specie- sono le prime a ribellarsi e a tentare una fuga che verrà repressa nel sangue. Moscardo e gli altri, venuti a conoscenza della condizione dei conigli di Efrafa, decideranno di combattere il Generale Vulneraria e di mettere fine alla sua dittatura, anche a costo di pagare con la propria vita.
 


Our hands are raised in unison. Brandished tools, branded skin. Cut away, like so much meat, we forged new scars against ill repute, we hold on tight to one another. I am legion for we are many. (Warren Of Snares, Inlé)

La storia di Moscardo e della sua guerra contro la dittatura di Efrafa, ha senza dubbio ancora tanto da raccontare su noi stessi, prima di tutto. Un'epopea, una favola, un'opera di fantasia che fa riflettere e meditare sul fatto che non può esserci libertà ne' pace, per chi è privo di empatia e, vivendo nel conformismo e nell'indifferenza, non combatta e non faccia sua la lotta degli ultimi di questo pianeta.
I Fall Of Efrafa, band dell'East Sussex, (come avrete capito!) ha dedicato a questa storia la trilogia “Warren Of Snares”, composta dagli album Owsla (Alerta Antifascista/Behind the Scenes/Fight For Your Mind - 2006), Elil (Alerta Antifascista/Behind the Scenes/Fight For Your Mind/Halo of Lies - 2007) e Inle (Halo of Lies/Denovali Records – 2009). Ah! Qui è possibile scaricare il capitolo del romanzo in cui Pungitopo, fuggito da Efrafa, descrive l'incubo della dittatura...