19/12/13

[we talk about...vivisezione!]
Esperimenti su animali al dipartimento di farmacologia di Milano (a cura del coordinamento di Fermare Green Hill)
[Pep] Conosciamo la solita arroganza di chi crede che l'aver imparato terminologie incomprensibili ai più, aver superato esami, conseguito lauree e specializzazioni, possa rimetterci al nostro posto, zitti e spaventati. Gli esperti, le persone che lavorano nel settore della ricerca, sono abituati alla soggezione che i loro titoli e la dicitura di “salvatori dell'umanità” incutono nella maggior parte della società”. Così si esprimono i militanti di “Fermare Green Hill” rispetto ai fondamentali promotori e attori della vivisezione e dello specismo nelle sue varie forme, evocando una categoria, quella dell'esperto, investita di valenze salvifiche di matrice cristologica, che costituisce uno dei fondamenti mitici della nostra società. Il significativo documento che il K.C.H. propone ai suoi lettori deriva dall'azione compiuta il 20 aprile 2013, in cui tre attiviste e due attivisti del movimento hanno occupato un piano della facoltà di farmacia dell'Università degli Studi di Milano, sottraendo dopo una lunga trattativa, un numero quanto più possibile elevato di topi e conigli utilizzati per le sperimentazioni, ed è particolarmente utile come specchio demistificatorio epistemologico ed etico della figura dell'esperto: in gioco è il radicale divorzio della società contemporanea dall'immagine perniciosa e devastante del “salvatore”, una figura totalitaria che inevitabilmente chiederà alla società di concederle una crescente mano libera. Particolarmente significativo da parte dei militanti il recupero delle cartellette sulle quali i ricercatori registravano i bilanci del loro lavoro di sperimentazione: simili alle diagnosi psichiatriche e alle cartelle cliniche dei manicomi e, più in generale ai registri delle istituzioni totali, rivelano, proprio in quei luoghi in cui il potere dell'esperto, per definizione buono ed avveduto (esercitato dunque su soggetti, per definizione, malvagi e inavveduti), dispiega il suo massimo grado di intensità, un'imbarazzante e drammatica sciatteria tra incongruenze, omissioni ed errori, accompagnati da battute sarcastiche, tanto più grave in quanto ogni istituzione totale tratta dei soggetti e non degli oggetti (il risultato, quindi, non è dissimile da quello ottenuto da un militante antispecista infiltratosi nell'Imperial College of London, tra i più importanti centri di ricerca anglosassoni che vi ha registrato immagini e dialoghi sconcertanti tali da far aprire una storica inchiesta). 
Va citata al riguardo la segnalazione nelle cartellette della reiterata sparizione degli animali stessi, non si sa se per continui errori di conteggio o frequente sottrazione degli stessi da parte di ignoti (i documenti fra l'altro omettono di specificare se sia avvenuto il ritrovamento e di segnalare se le costanti sparizioni abbiano avuto qualche effetto sull'andamento delle ricerche stesse): viene alla mente, eludendo un apparente iato di specie, l'analoga situazione del Giovanni ХXIII, il gigantesco e degradato manicomio lucrosamente gestito a Serra D' Aiello dalla Chiesa Cattolica, che, dopo le inchieste sulle pantagrueliche ruberie dei sacerdoti che ne erano gestori, fu fatto chiudere dalle forze dell'ordine nel 2009 in seguito alla scoperta della sparizione inesplicabile e mai risolta di quindici dei disgraziati degenti, evidenziando come ogni realtà istituzionale, al di là delle rassicuranti pretese custodialistiche, che ne fondano la dimensione coercitiva, si riveli una pericolosa terra di nessuno.  
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Il “sapere” dell'esperto, che nella sua costante apologia è posto in essere quale pericoloso e illudente fantasma sociale, ha in realtà la condizione della propria forza nella propria carenza di scientificità. Così scrive infatti il teorico anti-istituzionale Mario Colucci nel suo saggio “Scienza del pericolo clinica del deficit. Sulla medicalizzazione in psichiatria” (2008), riguardo il tentativo della psichiatria di porsi come scienza medica, tra sette e ottocento: “E' dunque pieno di contraddizioni il percorso di medicalizzazione della psichiatria: all'inizio questa chiede di isolarsi per essere disciplina speciale con luoghi speciali di esercizio, successivamente avverte la sua mancanza di credibilità scientifica e pretende parità. Ma non ce la fa a diventare una branca medica come le altre, resta sempre il vizio di un'incancellabile differenza. Perché allora non fare di questa differenza un punto di forza, un motivo di eccezione piuttosto che un difetto? Lo psichiatra interviene come esperto in ambito penale e attraverso la sua perizia permette il gioco della doppia qualificazione medica e giudiziaria delle condotte anormali. Interviene anche come igienista nella città per dare i suoi consigli ai governanti in tema di salute pubblica quale esperto della sicurezza e tecnico della profilassi da qualsiasi rischio del corpo sociale. Estende il suo dominio al di fuori delle mura del manicomio e al di là della malattia per far valere il suo sapere nel controllo generalizzato e nel buon funzionamento della popolazione. Al culmine del suo potere sogna persino di sostituirsi alla giustizia per diventare l'istanza generale di difesa dalla società. La medicalizzazione iniziata a Bicêtre si conclude con la fantasia di realizzare una scienza della prevenzione dal pericolo, da tutti i pericoli”. In tal senso l'amplificazione fantasmatica della competenza dell'esperto (la quale parallelamente acquisisce il preteso status di veridicità non confutabile) laddove essa si manifesti secondo modalità radicali va letta, infine, alla rovescia: come la garanzia dell'inconsistenza scientifica di un determinato sapere il quale, dunque, in effetti si concreta in una strategia di nominazione magica degli individui e dei loro comportamenti secondo le convenienze dell'esperto stesso e il suo rapporto di con le richieste sociali (così infatti scrive, nel suo “Dizionario antipsichiatrico”, Giuseppe Bucalo: “Definire la persone che non comprendiamo o le idee che non condividiamo malate, non le rende tali. Ciò che abbiamo davanti non è un fatto, ma una giustificazione per poter invalidare, negare e distruggere punti di vista alternativi ai nostri. L'unica prova che abbiamo circa la realtà di una tale malattia è il fatto che gli psichiatri affermano la sua esistenza. Dobbiamo credere loro sulla parola”).
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La dimensione dell'inconsistenza scientifica di un sapere si lega quindi alla sua utilizzabilità in quanto produttore dei gradi più radicali del pregiudizio sociale, quelli dei quali si dia il più basso margine possibile di discutibilità e il cui esito ultimo e conclusivo è la prospettiva concentrazionaria dell' istituzionalizzazione: sono i pregiudizi psichiatrici e quelli specisti, costituenti il perimetro sociale estremo di quella che la teorica lesbo-femminista Monique Wittig ha denominato Straight Society, e danti luogo a quelle dinamiche disetiche sottese e socialmente fondanti che Franca Ongaro e Franco Basaglia hanno definito crimini di pace, termine recentemente ribadito con particolare riferimento alla questione dello specismo dagli studiosi Filippo Trasatti e Massimo Filippi. Assai significativa è la vicenda del recupero alla vita in libertà di uno dei conigli fatti oggetto delle sperimentazioni, Alfio Fragilo: quest'ultimo è stato adottato dalla militante anti-specista che ne ha attuato il recupero attraverso la vicinanza erotica e affettiva, facendosi protagonista di uno straordinario inveramento delle nuove modalità del materno. 
La pensatrice ecofemminista Eleonora Fiorani evidenzia infatti come il “maternaggio”, cioè la pratica diffusa in molte etnie del mondo di affiliare un animale al proprio clan tramite il suo accudimento materno da parte di una donna di esso, rimandi dunque ad una s-definizione amplificante della maternità che la sottrae all'esclusivismo specista cui la riconduce l'ottica patriarcale. Così scrive Fiorani nel suo saggio “Il maternaggio”: “...Il maternaggio apre a un'ulteriore serie di problemi che interessano sia la figura dell'animale, sia della donna e investono la parte più profonda della società”, ed aggiunge evidenziando come l'autopercezione dell'appartenenza di specie abbia in realtà una base relazionale, “J. Milliet ha avanzato l'ipotesi di utilizzazione in sede etnologica del concetto di imprinting usato dagli etologi. Ora la possibilità di riconoscimento di una specie non è innata, ma si acquisisce in momenti privilegiati della vita, quelli sensibili o critici come per esempio la cattura. Quindi se non si può parlare propriamente di un'identificazione dell'animale con l'uomo, avviene un adattamento al mondo umano. Questo adattamento è il risultato del contatto fisico tra la madre che allatta e l'animale che è nutrito e fatto oggetto di stimolazioni diverse da quelle che avrebbe dato la madre naturale cui è stato strappato. A questi mutamenti della psiche e del comportamento animale si dirige l'attenzione non solo degli etologi, ma anche degli etnologi, con uno spostamento d'ottica di estremo interesse”.
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La vicenda di Alfio Fragilo pone dunque in luce come l'esperienza dell'istituzionalizzazione specista possa dar luogo ad una rinnovata relazione tra le asseritamente diverse specie proprio sulla base di un femminile anti-patriarcale che ponga in essere una ri-lettura della categoria di fragilità, appartenente ad un novero di caratteristiche che vengono di solito ascritte, con convergenza non casuale, tanto alla figura dell'animale quanto a quella del malato mentale. Così (nel suo volume “Dietro ogni scemo c'è un villaggio. Itinerari per fare a meno della psichiatria”) le espone, demistificandole, il teorico antipsichiatrico Giuseppe Bucalo, parlando del suo rapporto con un sopravvissuto alla psichiatria, Arturo: “Arturo ha chiuso la sua partita con la psichiatria e ha aperto quella più dura e più vera del senso di stare in questo corpo, con questa storia, con queste persone... Molti di noi hanno seguito le orme di Arturo e hanno imparato che si può comunicare col proprio “autismo”, la propria “pericolosità”, la propria “fragilità”, che la follia fa parte di noi, che non va modificata, ma vissuta fino in fondo. Il villaggio ha perso il suo scemo!”. In tal senso il procedimento per cui la fragilità, in questo caso generata dal processo di istituzionalizzazione, viene ribaltata in risorsa positiva, passa attraverso una ri-assegnazione di genere del termine: “Fragilo” mascolinizza la fragilità, in via di principio attribuita nel contesto patriarcale alla donna onde squalificare e invalidare quest'ultima, trasformando dunque il termine da vettore di squalificazione a fattore di qualificazione positiva, in una mutua distruzione degli stereotipi di genere patriarcalmente imposti, evidenziando il ruolo dei soggetti esclusi nell'accezione istituzionale del termine (folli ed animali) quali imprescindibili vettori della battaglia contro i codici di genere, proprio sulla base di quella tensione etica che la studiosa femminista Luisella Battaglia, nel suo saggio “Umanità e animalità. Oltre la morale dell'appartenenza di specie”, così delinea: “L'altro è colui che -guardato- non mi restituisce l'immagine speculare di me stesso, delle mie categorie, delle mie certezze, giacchè crea un elemento di sconcerto, di perturbazione, mi costringe a mettermi in discussione, mi rammenta la mia incompletezza, il mio essere un punto di vista. Ma l'altro non è solo fuori di me, abita anche dentro di me. L'animale in tal senso, non è mai un alieno. Una riflessione filosofica che voglia davvero fare i conti con l'alterità non può che collocarsi sulla frontiera di due sguardi, quello dell'animale e quello dell'uomo. “Pensare” forse comincia proprio da qui”. [I disegni a corredo di questo post  sono dell'illustratrice tedesca  Anya Triestram, 2007]

>>> Download "Esperimenti su animali al Dipartimento di Farmacologia di Milano" (pdf - 4 mb)

27/11/13

[Eccovi un'altra manciata di band, più o meno esordienti, che bazzicano gli spazi occupati della nostra città... sturatevi le orecchie e supportate!]

WARGAME (thrash-core, Monza) - Demo-lition (cd)
[Puj] Che cazzo, di questo passo gli anni ’80 non finiranno mai però! Il disco dei Wargame di Monza suona (e appare) come sputato fuori da una capsula del tempo proveniente da quel maledetto decennio.
I nostri amici suonano thrash-core di scuola Anthrax, D.R.I., S.O.D. (quello che all'epoca si chiamava crossover, prima dell'avvento dell'altro crossover, quello tra metal e hip-hop) ed é buffo pensare che probabilmente i componenti del gruppo nemmeno ci sono nati negli anni '80! Io, che sono (molto) più vecchio di loro, da piccolo ho visto  il film "Wargames" (1983) da cui la band trae il nome, un grande classico di quegli anni e un prodotto tipico della Guerra Fredda di epoca raeganiana; allora era un mio personale cult, e mi trasmetteva ad ogni visione un elettrizzante senso di inquietudine (per la cronaca: l'ho rivisto pochi giorni fa e l'ho trovato una semplice idiozia! Aaah... non bisognerebbe mai violare quei ricordi che ti fanno sembrare certe cose magiche e meravigliose! ...Certe cose tipo Wargames, ovvero la storia di un bambino che, con il computer di casa, riesce a scatenare una guerra termonucleare e poi, con la stessa facilità, riesce anche a fermarla...).
Comunque sia, aldilà dell’impegnativa opera filologica che li fa sembrare più anni '80 di una band degli anni '80, i Wargame suonano bene, compongono bei riff e pare sappiano il fatto loro. Quindi, che cazzo volete di più? Non ho sottomano i testi dei pezzi, ma i titoli suggeriscono che non siano esattamente né trattati di filosofia teoretica, né poemi epici: One-two-thrash, Ready to kill, Drink beer, Fear e A.C.A.M. (All cops are... mustard?).
Se lo scopo di un artista dev’essere quello di coltivare la propria unicità (o no?), i Wargame dovrebbero ora pensare ad essere un po’ più artisti, però hanno un sacco di tempo davanti a loro e partono già con basi belle solide, perché il loro esordio, innegabilmente, funziona alla grande. Lasciatemi aggiungere poi  che uno dei cantanti, a spruzzi, mi ricorda curiosamente Eric Adams dei Manowar ai tempi di Battle Hyms e questo non può che rendermi gaio, mentre voi, naturalmente, inorridirete come prugne secche. Viva i Manowar! Viva i Wargame! 

L'incredibile artwork del cd dei Wargame. La scritta mosh! sulla suola della scarpa é... é... non so... mi mancano le parole.


Alessandro, voce dei Wargame, fa yoga durante un concerto.
>>> Download WARGAMES "Demo-lition" in .mp3 via Punk4Free!

KOMPLOTT (crust/d-beat, Milano/Bologna) - Sei vivo, sei morto, a nessuno importa (e.p. 2013)
[Puj] Uuuuhh, i Komplott mi hanno pettinato all’indietro! Un muro di suono in chiave Disclose, cemento armato che non lascia vuoti. Il drumming è a valanga, la voce oltretombale, il songwriting  sbrigativo e brutale. Qui non siamo di fronte ad una ordinaria pioggerellina autunnale, ma ad un cataclisma biblico che merita rispetto e spavento. Artefice di Sei vivo, sei morto, a nessuno importa (gran titolo) è una band “esordiente” composta da “giovani” “promesse” del punk/hc d.i.y.: Gianpiero Milani detto Mila alla voce, cantante dei DDI Pavia punx negli anni ’90 poi dei Giuda negli anni zero (all'attivo tour in tutta Europa e U.S.A.), nonché mister Agipunk ed ora, ospite d’onore nei Komplott; Tadzio (ex-tanto, ex-tutto), Giacomo (batteria di Verme e Holy) e Andrea (chitarra negli Horror Vacui). Esordienti un cazzo insomma! Questa è gente che ne ha viste di tutti i colori. I nostri anti-eroi si scaraventano in questo nuovo progetto che non cerca certo di essere originale, bensì di rappresentare lo stato dell’arte per quanto riguarda il crust d-beat più tempestoso e minimale. E ci riescono in pieno, con un cinismo (nel suono) e un nichilismo (nei testi) davvero profondi. 
Il genere è salito alla ribalta mondiale a metà degli anni zero (anche se io mi ci strippavo nel decennio precedente, quando lo suonavano solo svedesi e giapponesi) e, tutto sommato, risulta ancora abbastanza in voga, malgradao in tutti questi anni sia stato minato da molti esecutori scadenti che non ne hanno colto la nobile, lurida essenza. I Komplott, al contrario, possono essere considerati docenti universitari di crust/d-beat, altresì il loro disco di esordio, se non un manuale (per banali ragioni di durata), può rappresentare almeno un bigino del genere. Da ripassare prima di entrare in sala prove!

Bello il retro del disco dei Komplott, ma... che ci fa lì sopra il logo dei Kalashnikov?!?
FRACTURE (power violence vegan/SXE, Novara) - demo (2013)
[Puj] I Frattura, tre su quattro vegani e stright edge, provengono da Novara e provincia e ci riportano agli anni ’90, quando il powerviolence era una simpatica novità, per la verità un po’ bistrattata nella nostra italietta di merda. Di questi tempi pare che, anche dalle nostre parti, si assista ad un ritorno di fiamma del genere.
Prima di scrivere quello che state leggendo, ho fatto una chiacchierata telematica con Thomas, il cantante dei Fracture, per conoscere meglio poetica e progetti della band, dato che sapevo ben poco di loro, pur avendoli visti in occasione di due solidi live negli squat del circondario. Thomas è stato molto più che gentile, rispondendo in maniera esauriente alle mie domande stupide: "Innanzitutto grazie per venire ad interessarti a noi poveri stronzi di provincia (figurati caro, grazie a te!), non che siamo alla ricerca di chissà quale palcoscenico, però fa sicuramente piacere. Suoniamo insieme da oltre un anno seppure abbiamo appena iniziato coi live. Veniamo da Novara e provincia (forse questo si sapeva già, ma tant'è), siamo tutti vegan sxe (bassista a parte, ma resta una persona dalle vedute ampie con cui è sempre bello confrontarsi), trattiamo anche la questione animalista seppure non siamo fan della linea dura e dei thug anni 90. Il nome, come succede spesso, è venuto fuori abbastanza a caso, da una rosa di vari altri nomi dal dubbio gusto (sono un po' kitsch, che vuoi farci). Idem per l'immagine di copertina: cercavo qualcosa di vecchio ed insolito ed ecco spuntare questo scatto d'epoca di un'auto distrutta. Puoi trovarci dei richiami, forse, al fatto che io lavori in bicicletta (sono un corriere in bici) e quindi abbia una voglia matta di vedere le strade libere da quei mostri. Suonare nei posti, beh, piacere ci piace: abbiamo deciso di formare un gruppo fondamentalmente per quello. Personalmente adoro i live nei posti più impensati/meno ovvi, ma alla fine è la gente a fare la differenza. La mentalità batte qualsiasi cosa. Per capirci, non abbiamo la puzza sotto il naso, nonostante qualcuno di noi sia stato definito "punk correct che si siede per terra ai concerti", qualunque cosa questo significhi...".
Parole sante! No, non quelle che riguardano il punk correct etc... intendo, ma quelle che dicono: la mentalità batte qualsiasi cosa. Mi piace, suona come il titolo di una grande canzone. Ma veniamo appunto alla musica... Attenti innanzitutto a non distrarvi perché il demo dei Fracture dura cinque minuti e mezzo, e rischiate di perdervi tutto se non state con le orecchie tese dopo aver premuto play. Due pezzi mi hanno colpito per le liriche, davvero belle e dritte al bersaglio: il brano di apertura, Numeri, che dice: "Diciannove milioni di animali all'ora. Quattordici miliardi di vite al mese. La carne nel piatto è sangue sulla tua mano. Non lasciare che gli innocenti paghino". Wow: tutto spiegato nel modo migliore con una manciata di sillabe e qualche cifra. Poi, quello di Più duro da rompere, che fa: "Riparato come se non si fosse mai rotto: non è un sogno che si avvera? La tecnologia funziona a meraviglia, ma l'olio di gomito funziona ancora meglio. Mi mancano i giorni passati, quando le cose erano più facili da riparare e più difficile da rompere". Questa è poesia se non ve ne foste accorti, cari i miei toponi di fogna!  
L’aspetto un po’ spartano, i riff autistici, le ritmiche a singhiozzo, la registrazione palustre sono gli elementi che solitamente vanno a definire l’essenza del powerviolence, per la gioia degli appassionati del genere o la tristezza dei detrattori; i Fracture sfruttano questi ingredienti al meglio, nel rispetto del genere, ma con una spruzzata di personalità tutta loro che rende la pietanza gustosa e altamente digeribile. Essendoci inequivocabile passione e sincerità nei solchi immaginari di questo disco (e nei live della band!) credo che i Fracture possano contare su un fulgido futuro.
Una curiosità: in questi tempi di perenne esposizione mediatica, di ansia dell'esserci, di postaggio ossessivo-compulsivo di foto/video/cazzate, di facciabuco e di tanto altro, l'unica immagine dei Fracture presente sulla rete pare essere la copertina del loro demo. L'unica! Beh... Supporto totale!   

>>> Download/Listen/Buy FRACTURE demo via Bandcamp!

COSPIRAZIONE (Punk/hc, Milano) - s/t (e.p. 2013)
[Puj] Altra auto distrutta, altra band di cui parlare: Cospirazione? Vecchia scuola punk/hc! Che cazzo c'è da dire di più? Potrei spegnere il computer e andare a dormire, ma non mi sembra giusto privare i Cospirazione del numero di battute che ho dedicato agli altri gruppi. Quindi continuerò... La band è attiva da un annetto o poco più ed é di stanza a Milano, anche se non tutti i componenti sono proprio nordici. Come già si è capito, suonano il classico punk/h.c. italiano dalla netta connotazione anarco-libertaria e dal sound sincero come un panino col salame (di seitan) accompagnato da un bel bicchierone di vino torbido. Riffoni epici, urgenza comunicativa, chiarezza d’intenti: Affluente e Tear me Down sembrano essere i punti di riferimento muscali del quartetto, ma qui poco importa perché ancor prima di essere musica questa è una presa di posizione, una dichiarazione di appartenenza. Quando penso all'h.c. italiano, a tutta la sua etica, alla sua storia, alla sua vitalità imperitura, io penso al suono che è proprio dei Cospirazione, come di tante altre band battagliere e ben ancorate alla realtà che si incontrano nelle case occupate, nelle taz, nei cortei, ai presidi... Sono contento che questo sound non muoia, che si trovi ogni volta qualcuno che lo pratichi con convinzione, refrattario alle mode passeggere.
Quindi? Quindi il numero di battute dedicato ai Cospirazione non è risultato - ahimé - lo stesso dedicato alle altre band: sarà però l'ascolto delle loro canzoni ad aggiungere quello che manca, ed io potrò riposare i polpastrelli sino alla prossima carrellata di newcomers della Milano la punk, dintorni compresi. Addio! 

18/11/13

10/11/13

[Kalashnikov live-report]
11-12 Ottobre: Freiburg - Offenburg, Germania!
[Puj] La prima esperienza dei Kalashnikov all'estero risale ad otto anni fa, in Germania. Quella volta, suonammo al KTS di Friburgo: facemmo pietà, ci ubriacammo come disperati e suonammo dimmerda. Tornammo a casa comunque radiosi per quella meravigliosa esperienza.
Suonare oggi al KTS non ha più lo stesso sapore di novità di un tempo, ma siamo almeno (abbastanza) sicuri di suonare un po' meglio di quella volta di otto anni fa...
[Valeria] La mia prima trasferta oltre confine col collettivo, inizia in una meravigliosa giornata di Ottobre, mese melanconico di tepori domestici e riflessioni intimiste. Tempo in cui ci si smarrisce nella contemplazione della natura che lentamente si addormenta, per prepararsi al rigido inverno. E così è... fuori dal finestrino del mezzo motorizzato, con l'indomito Claudio al timone, si srotola la grigia Lombardia per trasformarsi nella verdeggiante e bucolica Svizzera. Montagne, ruscelletti, piccole case contadine e quel timore, quella vertigine, d'immaginarsi una vita fatta di semplici cose a stretto contatto con la nostra Madre Terra. Poco importa se siamo imbottigliati nel traffico. Evidentemente il destino ha voluto farci bloccare per ore e ore fuori dal tunnel del Gottardo, per obbligarci a riflettere su noi stessi e sulla piega che sta prendendo la nostra vita, tra psicosi urbane e paranoie sociali. Noi siamo dalla parte di Thoreau!
L'arrivo al Kts di Freiburg, con giusto qualche ora di ritardo – ma che cos'è il tempo, se non una convenzione ed una gabbia mentale? – ci costringe, per un momento, a sospendere le nostre meditazioni tardo-primitiviste, a sconnetterci dalla comunicazione empatica tra la natura e noi, per collegare la strumentazione e prepararci a suonare.
[Puj] Mentre Valeria cerca di spiegare ad un tedesco che il tempo è una convenzione e una gabbia mentale, noi andiamo a mangiare. Menù superiore a base di pasta scotta al ragù vegetale con turbo-cipolla e insalata condita acqua e sale. Vediamo che i locali dispongono l'insalata sopra la pastasciutta, in un unico, enigmatico piatto. Ah, che amore i tedeschi!
Prima di noi suona un'incantevole band dal nome un po' ingrato di Elende bande (Banda di Miserabili). Formazione a tre (chitarra acustica, basso, batteria) e una manciata di ottime canzoni kraut-folk, nelle quali si ripetono spesso le uniche due parole tedesche che conosco oltre a zitronen e spirituosen, ovvero: freiheit (libertà) e zurück (indietro). Qui potete trovare scaricabile il loro demo: una generosa manciata di pezzi registrati malino, che però suonano esattamente come vecchie canzoni di protesta hippie degli anni '70! Bello, molto bello... bellissimo! 
 
Elende Bande


Mentre una parte del collettivo festeggia la buona riuscita del concerto ballando e brindando con del fresco (e analcolico) Club Mate (bevanda eccitante diffusissima in Germania, molto di più della coca-cola), l'altra metà assedia il bancone del bar, ordinando cose a caso. Il nonno è in prima linea, con il piglio del condottiero pervaso dal furore berserker: guida la flotta di kamikaze verso una rotta alcolica verde fosforescente, slalom gigante tra bicchierini di liquore da discount locale tipo BrancaMenta, ma molto più ghiaccioloso e appiccicoso. Ecco una breve testimonianza allucinatoria di quello che è accaduto dopo, dalla voce di uno dei protagonisti:
[Valeria] Una misteriosa linfa dal verde colore della clorofilla ha riscaldato le nostre viscere e ci ha fatto suggellare patti di eterna fratellanza, con uomini scalzi e donne coi rasta e i brillantini sul volto. Abbiamo danzato ieratici sulle note di un'arcana melodia su di una base che fa più o meno unz-unz-unz, si udiva il timbro corale ed ipnotico: “Raven gegen Deutschland. Wir haben euch was mitgebracht: Bass, Bass, Bass!

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Mi sorprendo della maestria nell'arte della danza e delle piroette, dei miei nuovi compagni di ventura. Attorno a noi elfi, guerrieri e fate si uniscono alla danza che ci conduce alle ultime ore della notte...
[Puj] Quando elfi, guerrieri, fate etc... etc...si recano al cesso per sboccare, lasciamo il KTS e intraprendiamo una geniale passeggiata di alcuni chilometri nella notte gelida, che, speriamo, ci consenta di espiare le nostre colpe. Friburgo è deserta e silenziosa: sembra una città evacuata. Sulla strada ci accaniamo giustamente contro alcuni manifesti elettorali cartonati, che decidiamo di tirarci dietro l'un l'altro, in un momento transeunte di euforia. C'è chi interiorizza e s'immedesima nella condizione degli animali della Terra, camminando a quattro zampe per entrare in empatia con la natura del quadrupede. C'è chi si erge a faro e bussola dei nostri destini, urlando «Ubriachi! Seguitemi!». Comunque sia... l'alba è vicina ed è ora di riposare le nostre membra...

Il giorno dopo è tutto soltanto un brutto ricordo. O bello? Boh! Il Baden-Wuttenberg, la regione in cui si trovano Friburgo e Offenburg, ha l'aspetto di una fiaba crucca per bambini cresciuti: ovunque ci si giri, case di marzapane e boccali di birra tiepidi e schiumosi. Friburgo ci è familiare, ogni volta che ci torniamo, andiamo negli stessi posti: colazione a base di bretzel al café di Karthauser Strasse, un piatto di penne all'arrabbiata alla pizzeria Taormina (italo-fake) e un salto al market indiano lì di fianco, dove questa volta acquistiamo un focaccione gommato dal diametro di un metro... ci trattiamo bene, insomma. 

Kala-zonzo per Friburgo
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Pianifichiamo poi un'incursione alla Lidl più grande del mondo: forti della consulenza di Valeria, regina del discount, acquistiamo il necessario per confezionare un aperitivo importante: bottiglia da un litro e mezzo di Soda Lemon Freeway, vodka tarocca Putinoff (ottimo veleno imbottigliato in Germania), salatini extra-strong (adatti a papille gustative pigre) e cartoncini alla paprika che dovrebbero essere patatine. Tutto alla modica cifra di sei euro e ottanta centesimi. La sera si suona al Juz Kessel di Offenburg. Soggiorniamo in un paese lì vicino chiamato Friesenheim, in una pensione gestita da un ex paracadutista kazako. 
Qui consumiamo il nostro aperitivo by Lidl, dentro tazze per il thé. Otteniamo un risultato deludente: salivazione densa, palato gonfio e nausea. Protagoniste a sorpresa alcune arachidi glassate contemporaneamente dolcissime e salatissime, che serberemo sempre nei nostri aliti... 
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[Valeria] Il Juzz Kessel si presenta come un tunnel stretto e lungo, dove ci si perde immediatamente. La zona concerti si trova inabissata nel sottosuolo. Non ci sono finestre e la volta di mattoni rossi fa pensare ad una sorta di bunker in tempi di guerra. Il giga-graffito alla destra del palco, che rappresenta uno zombie con una birra in mano e recita "Il Juzz Kessel, trasforma ragazzi in alcolisti dal 1979", mi mette di buon umore. Stato di grazia consolidato dal panino col seitan più buono che abbia mai mangiato in vita mia e dal trionfo del team Valeria-Nonno, al calcio balilla. Con la pancia piena e il cuor contento, ci siamo seduti nell'area destinate alle proiezioni per vedere un documentario sulla Grecia, presentato da una donna meravigliosa che è stata così gentile da gestire il dibattito pre e post proiezione in inglese per i non-tedeschi presenti (ovvero noi).
[Sarta] Il documentario racconta della condizione dei migranti in Grecia, ora che spopolano quelle merde di Alba Dorata. Girato sul campo da una giovane tedesca, che ce ne racconta i retroscena, il video è bellissimo, perché crudo, sincero e realizzato con grande coinvolgimento, politico ed emotivo... si intitola “Into the fire” ed è opera dalle ragazze e dai ragazzi di reelnews.co.uk, un collettivo inglese che ha documentato sul campo diversi movimenti di protesta e realtà di sfruttamento in tutto il mondo. Scopriamo grazie a loro alcune aspetti che già conoscevamo della quotidianità greca, essendo stati a suonare recentemente ad Atene e a Larissa, ma che non pensavamo essere strutturati così su larga scala: il sistema di ronde contro gli stranieri organizzato da Alba Dorata con la connivenza della polizia, l'ostruzionismo volontario di tutte le istituzioni verso i migranti nel riconoscergli i più elementari diritti e tuttavia la tenace resistenze di ragazze e ragazzi giovani che si oppongono a questo dilagare di violenza fascista. L'austerità, mascherata da antidoto della crisi, ci sembra corrispondere di più ad una precisa volontà: accrescere gli squilibri tra i paesi europei, per mantenere una forza lavoro sempre più debole e disperata. Guardandomi intorno, in effetti, non posso che constatare come il welfare in Germania, anche tra i punk, sia decisamente invidiabile rispetto ad altri paesi!


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Un po' scosso, alla fine della proiezione, dopo aver scambiato quattro chiacchiere vengo sorpreso dalla sagoma di un pingue tedesco brizzolato, che mi sorride: è il nostro amico Frank, che si è fatto 140 km per venire a vederci! Pazzo tedesco! 
[Puj] Purtroppo siamo l'unico gruppo in cartellone in quanto una band di ragazze truccate da panda ha dato forfait. Peccato, ma no problema: siamo qui per suonare e suoneremo quanto desidererà il famelico pubblio tedesco. Incredibile, ad un certo punto, irrompe un espediente scenografico D.I.Y.: una cascata di coriandoli di carta di giornale! Fantastico pensare che qualcuno abbia passato il pomeriggio a tagliuzzare vecchie copie del Bild per farcele nevicare sulla testa a metà concerto!


Businnes punks.

Il giorno dopo, belli freschi come bretzel lasciati una notte intera immersi in una pozzanghera, ci lanciamo come pazzi lungo i 500 chilometri che ci separano da Milano, concedendoci - da signori e signore quali noi siamo - una pausa al kebabbaro più perdente del più perdente paese tedesco (del quale non ricordiamo il nome) per un pranzo di lavoro che il nostro sistema digerente non dimenticherà tanto presto. La provincia, ovunque uno si trovi, ha sempre un fascino: come quei bar degli anni '90 arredati con colori pastello tipo rosa o tortora, e gli specchi ovunque, proprio come quello in cui ci siamo fermati dopo pranzo, nella piazza principale del paese. Nel quale, a sorpresa, quasi come monito, ci sorprende spietato un giro vorticoso di... vodke Putinoff! La Germania è un paradiso come sembra? La risposta è: sì. 

17/10/13

08/10/13

[Books for punx]
Massimo Filippi, Filippo Trasatti, “Crimini in tempo di pace. La questione animale e l'ideologia del dominio”, Elèuthera, Milano 2013
[Sarta] Denso di significato, strabordante di citazioni e riferimenti, originale ed efficace nella sua architettura logica: “Crimini in tempo di pace” (titolo evidentemente ispirato a Franco Basaglia) è “un lavoro di ricognizione (…) nei non-luoghi della violenza istituzionalizzata”, un viaggio dantesco negli abissi delle strutture di dominio che permeano la nostra società. E' un libro che potremmo definire “militante”, che parte dalle tematiche antispeciste, riassunte in maniera esaustiva nei loro paradigmi salienti, per mostrarci nuove strade, suggerendo, nel finale dal sapore quasi mistico e visionario, rinnovate strategie di lotta.
E' difficile riassumere in poco spazio il mare di temi e citazioni sviluppato dagli autori. Una prima  peculiarità è rappresentata dall'ingegnosa struttura del libro: i quattro capitoli sono corredati ciascuno da una parte di esemplificazioni intitolata “figure”, attraverso la quale gli assunti teorici vengono di volta in volta affiancati a delle storie (reali o letterarie) che trattano della medesima questione da “dentro”, fornendoci, attraverso il processo di immedesimazione nei personaggi, una comprensione più efficace.
La questione fondamentale da cui parte la narrazione è l'analisi della presunta soglia, di matrice ideologica, che separa ciò che viene considerato animale da ciò che si ritiene umano: il nostro rapporto con gli altri esseri viventi è tutto basato su questo processo, ora inclusivo, ora esclusivo. Trovarsi nella sfera degli "animali" significa subire un processo di reificazione, essere trasformati in oggetti e privati di qualsiasi considerazione di ordine morale. Può darsi che a volte questa soglia si allarghi, arrivando ad includere gli animali da compagnia, i nostri “pet”, e che altre volte si restringa, escludendo altri umani per giustificarne l'uccisione o lo sfruttamento, ma tale soglia è sempre presente e costituisce il metro con il quale ci relazioniamo con il mondo. Come si diceva a proposito del libro di Melanie Joy, questo predominio dell'uomo su ciò che egli considera altro da sé (la natura e quindi anche gli animali), si è esteso grazie alla tecnologia e istituzionalizzato, reso invisibile: un dominio capace di occultare l'orrendo grumo di violenza e oppressione al quale è intrinsecamente connesso e grazie al quale si perpetra. Eppure, a ben guardare, tutto è
quotidianamente ben evidente, davanti ai nostri occhi. E' grazie a questa “follia della normalità” che l'attuale status quo si sostiene e ci appare in tutto il suo abissale orrore solo quando attuiamo un radicale mutamento del nostro sguardo, quando riusciamo a osservare il mondo senza le lenti del “carnismo”.

L'umano a sinistra è Peter Singer, quello a destra Tom Regan
Dopo aver messo in evidenza come la società umana sia costruita su questo mastodontico meccanismo di sfruttamento istituzionalizzato del vivente, la seconda parte del libro si occupa di prendere in esame quello che viene chiamato antispecismo classico”. Si tratta forse della parte più interessante e originale del volume, dove i "padri" fondatori dell'antispecismo prima maniera, Peter Singer e Tom Regan, vengono sottoposti ad una critica “per vie esterne”, come in uno sguardo panoramico dall'alto. E' nell'individuazione dei limiti ideologici del pur solido impalcato teorico dei testi di Singer e Regan che possiamo inserire la lotta allo specismo in un più generale quadro di cambiamento radicale della società: superando il permanere del paradigma antropocentrico (quel continuo cercare la presenza del “proprio” sentire umano nelle altre specie che ha caratterizzato il primo antispecismo di carattere “morale”) sarà possibile sviluppare una visione della realtà imperniata sulle differenze, anziché sull'identità. Citando la celebre frase di Jeremy Bentham La domanda da porre non è 'possono ragionare?', né 'possono parlare?', ma 'possono soffrire?'” l'accento non è più posto come in Singer, sul “soffrire” ma sul “possono”, in qualcosa che è suggerito dalla natura progressiva della vita. L'identità non può mai esistere a priori ma viene sempre a svilupparsi attraverso un incontro. E' lì che acquisisce realtà: è nell'atto discorsivo in cui si esprime, è nella relazione tra due o più individui che si manifesta. Pertanto qualunque identità concepita a priori non può che fondarsi su di una matrice di natura ideologica. La peculiarità che ci accomuna più delle altre a tutta la sfera della natura è la nostra vulnerabilità corporea, la nostra mortalità e l'im-potenza del poter soffrire. Tutti siamo potenzialmente carne macellabile e tutti siamo dotati di differenze. E queste differenze, che nell'attuale società vengono trasformate sistematicamente in dominio, non sono sinonimo di gerarchia. Piuttosto “ciò dovrebbe comportare uno spostamento della prassi antispecista da ragionamenti morali di proselitismo volti a colpevolizzare gli altri specisti a politiche dell'amicizia intese a far risuonare la comune condizione di vittime in cui sono presi sia gli umani che i non umani, condizione resa sì possibile dalla loro im-potenza costitutiva ma che è stata istituzionalizzata e amplificata da un sistema di potere che incessantemente separa l'Umano dal resto del vivente tramite la negazione dell'im-potenza di quest'ultimo (…). L'enfasi passa così dalla preservazione della sacralità della vita, con tutto quello che ne consegue, alla rammemorazione della mortalità condivisa, con tutto quello che ci precede”.
E' in questo spostamento del centro dall'interno della nostra soggettività verso ciò che invece sta a metà strada tra due individui che si incontrano, che dovremo cercare la leva per rovesciare – sin dalla nostra quotidianità – questa sporca società.

Filippo Trasatti e Massimo Filippi alla Pentola Vegana
Venerdì 4 Ottobre, Monza. Presentazione del libro “Crimini in tempo di pace” a “La pentola vegana”
[Sarta] Domani è sabato e dovrò lavorare tutto il giorno: cosa ci può essere di meglio per risollevarmi da questa misera sorte che andare con gli amici-sodali del collettivo a farsi una cenetta vegan innaffiata da vino biologico? E se poi c'è anche la presentazione di un libro di quelli giusti, beh, il quadro è perfetto! Siamo dunque andati ad esplorare questo nuovo locale vegan aperto a ridosso del centro della borghesissima Monza e, con grande gioia mista ad un po' di sorpresa, abbiamo scoperto un posto amichevole, per niente improntato a quel salutismo radical chic che caratterizza molti posti vegan-friendly dalle nostre parti. Qui si mangia benissimo, a poco prezzo e si trovano soprattutto un sacco di libri e riviste interessanti sul tema dell'antispecismo e dell'alimentazione.
Sono presenti, come annunciato, Massimo Filippi e Filippo Trasatti, entrambi gli autori del libro, che hanno intavolato una piacevole chiacchierata, arricchendo i contenuti del loro lavoro con aneddoti inediti. Ripensando alla struttura del loro libro, dove ogni capitolo è affiancato da una parte di storie alle quali è affidato il compito di esemplificare i contenuti teorici, mi viene in mente a ciò che abbiamo sempre sostenuto. Ovvero: è molto più efficace percepire le emozioni sulla pelle di chi le vive, piuttosto che affannarsi a spiegarle con paradigmi teorici. Le idee le abbandoni, ogni tanto, ma le esperienze le fai tue per sempre! Le nostre canzoni meglio riuscite, sin dagli esordi, non si affidano a slogan o a facili proclami, piuttosto cercano programmaticamente di raccontare storie emozionando chi ascolta attraverso l'immedesimazione nei personaggi. 
Alla fine della presentazione e della cena, bello rigonfio di cibo e vino, vado ad importunare i due autori con le mie petulanti questioni. Tornando a casa, Puj mi suggerisce che in effetti avremmo potuto porre all'attenzione della discussione forse la cosa più evidente di tutte. Ovvero: la critica che l'antispecismo muove alla società è inequivocabilmente costruita su basi razionali. Ha dei forti fondamenti filosofici, nel senso più disciplinare del termine, costruiti attraverso un pensiero logico, "corretto" nei suoi passaggi. La critica anti-specista é perfettamente condivisibile, se ben esposta: come dice Tom Regan, siamo perfettamente convinti che le nostre idee possano prevalere in una discussione pacata e senza schiamazzi. Eppure – ed ecco la domanda – perché l'antispecismo, pur essendosi molto diffuso negli ultimi anni, non ha la presa che dovrebbe avere sulle (tante) persone che affermano di "amare gli animali"? E' tutto davanti ai nostri occhi, sembrerebbe così facile, eppure la gente non vede: ogni giorno incontriamo individui così ben plasmati da questo osceno sistema da non riuscire realmente a prendere coscienza di ciò che è reale, lì, davanti al loro naso. La verità, in fondo, sta nel fatto che questa società non è affatto razionale, come vorrebbe farci credere la nostra mente: anzi, è del tutto illogica! Le persone non sono forse grumi di nevrosi e irrazionalità? Non assistiamo tutti i giorni a fiumi di esseri umani costretti a spostarsi in condizioni pietose per vendere forza lavoro, a reiterare comportamenti insalubri per nonsisabenecosa? Quando c'è da difendere le proprie abitudini, quanti sono disposti a porsi problemi? In fin dei conti: quanto del nostro quotidiano è necessario e quanto invece è frutto di automatismi imposti? Ma d'altronde we are living in a psycho-chaos era!

06/10/13

[Torniamo a parlare di musica, con una breve rassegna di quanto, negli ulimi tempi, la scena punk DIY delle nostre parti - Milano e province limitrofe - ha proposto di nuovo!... ].

NIHILIST WAVES (gee-noise, Pavia) - Il primo attentato (2013)
[Puj] Partiamo con una scelta audace, quella di parlare di Gino e del suo progetto Nihilist Waves. One-man band dedita a generare, più o meno, rumore. Rumore per distruggere l'esistente, però! La definizione che Gino offre della sua musica è piuttosto didascalica, ma efficace: "Progetto rumorista sperimentale che mira a denunciare l'oppressione dell'individuo e della natura con suoni che non rispettano l'idea generale di musica". 
Due le produzioni discografiche di Nihilist Waves: il primo e finora unico album (Il primo attentato) é composto cinque pezzi di noise sintetico piuttosto minimal dai titoli un po' criptici (tipo Collasso di una navicella spaziale, Non ci sono soldi per la fattura, L'essenza e il comportamento dei pensieri). Il tutto si apre con il celeberrimo discorso di Gianmaria Volonté in "Indagine su un cittadino aldisopra di ogni sospetto" ("Repressione è civiltà!" tanto per intenderci...). Poi c'è la partecipazione ad una compilation dal titolo "Nazis make me vomit!": Gino ci sculaccia i padiglioni auricolari con un pezzo dal titolo ben più esplicito dei suoi standard: The only good fascist is... the dead fascist.
Noi, non si sa bene perché, apprezziamo Gino e le sue mirabolanti esibizioni live, quando, accucciato sul pavimento suona una tastierina trovata nell'uovo di pasqua e grida senza essere sentito da nessuno. In un panorama musicale dove tutti tendono ad imitare quello che fa l'altro, lui ha scelto una strada impervia e, diciamo, coraggiosa: quella di offrirsi in pasto al pubblico in tutta la sua nuda solitudine, in tutta la sua diversità musicale/lessicale che purtroppo, come tutte le differenze, genera perplessità e distanza, e nei casi peggiori pernacchie e sfottò. Gino: un martire dei nostri tempi? Vabbé. Che per le proposte artistico-musicali di questo genere, sia difficile esprimere un giudizio secondo i tradizionali canoni estetici, è ovvio, ma non ci pare davvero un problema: quel che ci interessa é l'intento: che è quello di squarciare la coltre di apatia che ci circonda! 
Un problema c'è però, ed é l'impianto artigianale con il quale Gino si presenta solitamente sul palco, che è sgangherato e malfunzionante, e incarna l'incubo di ogni fonico, perché genera feed-back atroci e lancinanti. Rumorismo sperimenatale o pick-up difettosi? 

>>> Download/listen NIHILIST WAVES "Il primo attentato" via Bandcamp!

Gino con due fan.
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DOMS (grind-fitness, Milano) - 4tks demo (2013)
[Puj] Un nuovo genere si fa largo nel panorama musicale odierno: il grind-fitness! Per ora lo suonano solo i grandi DOMS di Milano. La muscia dei DOMS (acronimo di delayed onset muscle soreness, in italiano: "indolenzimento muscolare ad insorgenza ritardata") è davvero una session di aerobica estrema. Formazione a tre (due chitarra e una batteria), capitanata dalla signorina Satanana, che non ha tempo da perdere, perché canta e suona la chitarra insieme, dimostrando di sapersi districare alla grande in mezzo a riff sincopati, cambi di tempo, battute dispari e altre trovate amene che rendono la vita di ogni musicista piuttosto complicata. Clazzo, all'altra chitarra, le dà fortunatamente una mano.
Anziché utilizzare una comoda drum-machine, i DOMS si sono dotati di un batterista cyborg (nome in codice: Santa Chove) che umilia il genere umano con il suo drumming spaventoso: d'altronde un uomo non sarebbe mai stato in grado di eseguire quelle partiture, quindi la scelta di un alieno bio-meccanico è stata pressoché obbligata. 
Per ora i DOMS si sono limitati a trivellare le nostre orecchie in occasione di una manciata di concerti qua e là nel circondario e hanno prodotto un demo di 4 pezzi piuttosto notevoli: grind-fitness perfetto, oserei dire. "This is a demo, just to be heard around and get feedback. We hope to be recording something serious soon", dicono.
Detto questo, indossate indumenti comodi e scarpe da jogging, per seguire i DOMS nei loro live. Ah! Non dimenticate i polsini di spugna per asciugare il sudore, che fanno tanto vintage anni '80!

>>> Listen/Download DOMS 4tks. demo via Bandcamp!

Santa Chove nel suo laboratorio. Non fatevi ingannare dalla maglietta degli Spazz: non è umano!


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MOTRON (sleaze-crust, Varese) - s/t (cd 2013)
[Puj] Disco senza compromesso alcuno quello dei Motron, quartetto della provincia di Varese, composto da facciazze note del giro punk/d.i.y. nostrano: Ago (Miseria/Kontatto) alla chitarra, il Gra (Campus Sterminii) alla voce, Arca (Miseria) al basso e Luchino alla batteria. Schiacciare play qui è come mettere il piede a paletta sull'acceleratore e imboccare una strada senza uscita: il viaggio non dura molto, il tempo giusto per permettersi di non toccare mai il pedale del freno. 
Se siete così perversi da cercare un incrocio ideale tre Extreme Noise Terror e Guns'n'Roses, qui lo potete trovare: ritmiche crust, voce stench, simpatici assoli sleaze-rock e attitudine da teppista di provincia. Discreta bombetta! I testi raccontano della vita di tutti i giorni, cioé tipo di quando mangi una pizza troppo salata e la notte hai gli incubi ("Kiss of death") oppure quando finisce il concerto e scopri che sei circondato da zombie ubriachi ("They are going to eat me") e vorresti salvarti, ma non puoi perché sei... uno di loro! Comunque nessuno perda tempo a leggere i testi dei Motron, dato che loro la pensano così: "If you enjoy the music just for the lyrics... FUCK OFF!". Però è un peccato, perché i loro testi dicono anche cose interessanti: per esempio, la presa di posizione di "Drugs for fun", è abbastanza audace, perché consiste in una dichiarazione chiara ed inequivoabile sul tema droga, raramente affrontato in maniera così esplicita dalle bands (anche quelle che della droga fanno un largo uso): "Without any drugs I can't paly rock'n'roll, drink and sniff is all I need. Destroy all around and wait for my down. I need some drugs, some drugs for fun". Beh!

>>> Listen MOTRON album via Youtube!

I Motron nella loro formazione originale


OVERCHARGE (Panzerdrumming punx, Varese) - demo (2013)
[Puj] Massive D-beat-R'n'R Punx Bastard: occorre aggiungre altro? Restiamo in territori crust'n'roll con gli Overcharge, anche loro dalla provincia di Varese anche loro devoti ai Motorhead. Rispetto ai Motron qui c'è più metal e meno sleazeness, e lo stesso culto per la velocità. 
I riffoni proto-metal che ci accompagnano nel regno della perversione metallica degli Overcharge mostano un certo amore per la musica tonale, che tanti colleghi disprezzano: "Accellerate", per esempio, è un bel pezzo classic-metal immerso nelle acque putride di una palude, che conserva, malgrado tutto, grande enfasi epica, da cavalcata trionfale nella tempesta. 
L'inizio di "Drown in our own" denota invece la grande tecnica chitarristica di Josh, che dietro la scorza di turpe axeman puzzone nasconde una raffinatezza hendrixiana, che noi conosciamo bene... Panzer nel frattempo picchia sulla batteria come per distruggerla, e garantisce all'ascoltatore un head-banging regolare e costante, come prescrive il medico. Fabio, infine, sbiascica meavigliosamente dietro al microfono, come se non avesse fatto altro per tutta una vita. Risultato: la perfezione. L'equilibrio totale tra punk e metal, che ultimamente tanti cercano e che nessuno trova. Booom! 

>>> Download/listen OVERCHARGE demo via Bandcamp! 
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Overcharge: musica per tutte le età.

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CORPSE (Powerviolence, Milano) - Nessuna Governabilità (e.p. 2013)
[Puj] Inizialmente non avevo capito la poderosa maestà dei Cadavere, giovane quartetto di punk milanesi dedito ad una musica che se proprio volessimo incasellarla da qualche parte, la incaselleremmo sotto la etichetta un po' così del power-violence. Ascoltando con attenzione il loro demo, sono diventati la mia band-che-suona-male preferita. Di sicuro dello stile powerviolence hanno la fretta di finire (la durata media dei pezzi si aggira intorno al minuto), i testi impressionisti e la copertina del disco scelta col culo. I riff sono insensati al punto giusto, la registrazione satura e merdosa, ma quel che fa la differenza qui sono i testi, che sono incisivi e puzzano di anni '70. Fra, il cantante, mi ha detto che nel periodo in cui li ha scritti  stava leggendo alcuni grandi saggi di Emilio Quadrelli, come "Andare ai Resti" e "Gabbie metropolitane", che anch'io ho letto, anzi divorato, perché bellissimi racconti, ricchi di testimonianze dirette, delle "lotte segrete" degli anni '70, quelle senza falce e martello, combattute dagli anarchici, dai banditi e dagli emarginati in genere, che la storia ufficiale dell'antagonismo quasi sempre dimentica. 
Il riferimento a quegli anni non ha per i Corpse ovviamente niente di archeologico, anzi è giustamente sentimentale e allusivo, determinato da un'urgenza del tutto attuale, dall'istintiva ricerca di una conflittualità sociale più lucida e sfrontata di quella che si respira oggi. 
L'ultimo pezzo é risolutore: "Sta nel prendersi la merce, sta nel prendersi la mano" è una cover (molto libera, quasi soltanto una citazione) di una canzone, forse la più bella, del cantautore milanese Gianfranco Manfredi, intitolata "Ma chi ha detto che non c'è". La reinterpretazione pedestre dei Corpse é talmente sincera da far venire le lacrime agli occhi. Lunga vita ai Corpse, quindi! I quali, ovviamente, si scioglieranno dopodomani e nessuno sentirà mai più parlare di loro... A parte gli scherzi (quali scherzi?), ci vorrebbero più gruppi in giro come questo: umili, intelligenti, romantici!

>>> Listen/download the CORPSE e.p. "Nessuna governabilità" via bandcamp! 

Ecco i Corpse in tutto il loro (contenuto) splendore...

03/10/13

[We talk about...]
PATRICIA AMA IL COBRA A SETTE TESTE! Patty Hearst, John Waters e l'Esercito di Liberazione Simbionese...
«Tutte le persone in stato d'arresto sembrano più belle. Il più brutto dei criminali sessuali e il più sgangherato dei tossici assumono un fascino particolare quando vengono ammanettati e trascinati al cospetto del pubblico americano affamato di crimine. Un nuovo criminale è l'evento più clamoroso di tutte le star dei media; è l'unico tipo di celebrità che può arrivare dalla mattina alla sera».

Patricia Hearst al momento dell'arresto.
John Waters e Patty Hearst nel 1988.
[Valeria] Chi scrive è John Waters, il regista di Baltimora che da una manciata di decadi sfida la morale ed il presunto buon gusto dell'americano medio con i suoi film. La citazione è stata tratta da «Shock. L'autobiografia trasgressiva e irriverente del re del trash»; il libro che è uscito per la Lindau nel 2000, a quasi quindici anni di distanza dalla pubblicazione negli Usa per l’americana Delta.
«Shock» può essere definito come il diario personale di John Waters che, dagli anni Settanta, sembra aver sposato la causa dello scandalo a tutti i costi. Spesso riconosciuto con l’appellativo «the Pope of trash» (il Papa del trash), basta vedere i suoi primi film, per confermare e legittimare quest’insolita investitura.
Scritto in prima persona, ci si aspetterebbe – come in ogni autobiografia che si rispetti – che parta dall’infanzia, e invece no, perché John Waters decide di raccontare la sua vita a partire dalla realizzazione di Pink Flamingos, primo film di successo che lo ha consacrato come massimo esperto del cattivo gusto. Il film (uscito nel 1972), reca il sottotitolo «An exercise in bad taste» e passerà alla storia per alcune scene che è difficile descrivere senza scadere nella volgarità e nell’oscenità. Dalle contrazioni a tempo di “Surfing Bird” di uno sfintere ripreso in primo piano, fino all'orripilante scena cult di coprofagia di Divine, la protagonista, nonché musa del regista: un travestito biondo platino di circa 150 chili che, nel film, lotta contro gli orribili coniugi Marble per aggiudicarsi il titolo di «persona più disgustosa del mondo».
Tra la narrazione della fase di produzione dei film (Pink Flamingos, Female Trouble, Desperate Living e Polyester), John Waters racconta i suoi ricordi e le sue ossessioni, in modo spontaneo e senza seguire una precisa cronologia. Racconta per esempio della sua passione morbosa per il crimine e i criminali, in un capitolo esilarante in cui descrive la fauna degli appassionati di cronaca nera che non si perdono un processo, tematica che tornerà sia in Female Trouble che nel blockbuster La Signora Ammazzatutti con Kathleen Turner (del 1994, presentato al 47° festival di Cannes).

Patricia Hearst durante la rapina alla Hiberna National Bank (1974).
Ed è qui che leggiamo per la prima volta un nome che non ci è nuovo: Patty Hearst, quella Patricia che ama il cobra a sette teste (simbolo dello SLA - l'Esercito di Liberazione Simbionese), anti-eroe tragico cantato in un pezzo contenuto nel nostro "Music is a gun loaded with future".
«Riuscire ad avere un posto a sedere a un famoso processo è come intrufolarsi alla premiazione degli Oscar: richiede gran pazienza e organizzazione. Al processo di Patty Hearst centinaia di persone aspettarono per giorni nei sacchi a pelo fuori dall'aula di tribunale per poi scoprire che c'erano solo sei o sette posti disponibili per il pubblico. [...] I fan di Patty erano adirati e si rifiutarono di spostarsi, creando così una sorta di Woodstock del crimine. Cantarono “Buon compleanno” a Patty e mangiarono rumorosamnete una torta di compleanno che aveva preparato una groupie di Patty...»
John Waters racconta di aver avuto l'onore di ascoltare la testimonianza di Patricia Hearst e scrive:
«Dopo settimane di studio di foto ingannevoli dell'accusato sui giornali è sempre un'eccitazione vedere coi propri occhi il criminale in carne e ossa. Alcuni fan svengono come groupie impazziti di rockstar. [...] Patty Hearst, comunque, fu sempre una delusione, con il suo aspetto così anonimo con le sue scarpe per bene e il suo vestiario da scuola privata: "Questa è Patty Hearst?" continuavo a pensare»
Ma chi è Patricia Campbell-Hearst? In un'America che oggigiorno dedica la copertina di Rolling Stone all'attentatore di Boston e a lettere capitali, scrive "THE BOMBER" e sottotitola "come un popolare e promettente studente, sia stato rovinato dalla sua famiglia e sia finito nell'islam radicale, diventando un mostro", in un Paese con la più numerosa popolazione carceraria nel mondo (poco meno di ottocento persone in prigione per ogni centomila abitanti circa), in cui è sancito per costituzione il diritto ad essere armati... come si colloca la vicenda assurda, violenta e ipocrita di Patricia Hearst?
Patricia è una ricca ereditiera di diciannove anni, che porta il cognome di una delle più importanti famiglie a capo di un gruppo editoriale. Nel 1974 viene rapita dallo SLA – L'esercito di Liberazione Simbionese e viene tenuta prigioniera in una cabina armadio per diverse settimane, bendata e costretta a rapporti sessuali coi cuoi carcierieri che, dopo poco meno di tre mesi, dichiara: «Mi è stata data la scelta di essere rilasciata in una zona sicura o di unirmi alle forze dell'Esercito di Liberazione Simbionese per la mia libertà e la libertà di tutti i popoli oppressi. Ho scelto di restare e di lottare». Da allora inizia il suo percorso armato al fianco dello SLA, fatto di addestramenti durissimi, rapine in banca, furti d'auto, rapimenti, fughe e clandestinità.
La sua prigionia durò 591 giorni, al termine della quale venne processata, insieme ai tre superstiti dello SLA (sei ne vennero uccisi nel maggio del '74) e condannati a 35 anni di reclusione. Patty venne difesa dallo stesso avvocato che diventerà poi famoso, per aver fatto assolvere il presunto uxoricidia O.J. Simpson.

L'Esercito di Liberazione Simbionese... in una foto promozionale del film "Patty - la vera storia di Patricia Hearst" (1988).


La tesi della difesa fu quella che Patricia, nonostante i video e le foto di lei con un fucile automatico al collo che rapinava l'Hibernia National Bank, fosse vittima di un lavaggio del cervello e soffrisse di un disordine da stress post-traumatico a causa del rapimento. Si parlò inoltre di sindrome di Stoccolma, dal momento in cui la Hearst s'innamorò di uno dei suoi rapitori e stupratori. L'avvocato, invocando una sfilza di periti illuminati, riuscì a provare persino che il QI di Patricia fosse passato da 130 a 109, facendo così ridurre la sua pena a 7 anni, che poi diventarono 22 mesi, per poi essere graziata dal presidente Jimmy Carter e ottenere definitivamente l'indulto da Ronald Reagan e Bill Clinton.

Patricia Hearst durante il processo.
Di quei 591 giorni in cui Patricia fu ostaggio e complice dello SLA, sono stati girati film, documentari e sono stati scritti numerosi libri, uno tra questi è Pastorale Rivoluzionaria di Christopher Sorrentino, uscito nel 2005 negli Stati Uniti col titolo "Trance". Non siamo di certo di fronte ad un capolavoro della letteratura, ma è interessante ed utile per comprendere quale sia stato il percorso che ha portato la ricca e viziata Patricia Hearst (che per questioni legali diventa Alice Galton) a diventare quella donna in divisa, in posa davanti al serpente a sette teste con un fucile in mano, che è diventata un'icona al limite del pop, col nome di battaglia di Tania.
Innumerevoli sono i riferimenti di Sorrentino alla parte, al ruolo che, in un certo senso, Patty Hearst decise di interpretare in quella vicenda violenta e sconclusionata, dietro la cui macchina da presa c'erano uomini e donne fanatici e confusi. Il gergo è quello del mondo del cinema e dello spettacolo.
"Lei ride, come da copione, e si toglie gli occhiali da sole. Né i rozzi travestimenti, né i pasti frugali, né la dura disciplina dell'addestramento hanno alterato un viso che ormai tutti conoscono. Scandendo le parole, dice: «Sono Tania Galton»"
"Lei sta per salire in macchina quando Yolanda le ricorda il copione..."
"Sembra la scena di un film muto..."
"Lei sente il brivido della fama."
Come le reginette di bellezza avide e ninfette del recente Spring Breakers di Harmony Korine, che intraprendono la via del crimine e della violenza, continuando a ripetersi "è come in un film, è come un videogioco", ecco che anche la storia di Patricia Hearst nel romanzo di Sorrentino assume delle tinte ludiche e spettacolari, come se la rivoluzione dello SLA fosse prima di tutto, un copione scritto male. Un film assurdo e grottesco in cui la ricca ereditiera dà dei "luridi insetti fascisti" ai propri genitori, in cui rapina banche che appartengono ad amici di famiglia per poi essere graziata dal Presidente che l'ha vista crescere. Una storia che ha di per sé tutti gli elementi per essere spettacolarizzata. Ed è nelle parole di Guy, un cronista che si avvicina allo SLA per raccontare la storia di Tania (e rimediarci un contratto editoriale a sei zeri) che comprendiamo a pieno la fascinazione dell'americano medio per Tania / Patricia Hearst. «Randi, avresti dovuto vederla durante il viaggio in macchina, quando abbiamo attraversato il Paese. Tutte le volte che vedeva un addetto dell'autostrada o un casellante lei diceva che bisognava farlo fuori perché era un servo del sistema. Se ne stava lì seduta a tracciare delle X sulle foto dei manager della finanza che comparivano suelle pagine di economia del giornale. Quella ragazza brava seduta accanto a me, con il suo accento impeccabile, non faceva che elencare le malefatte dei ricchi fascisti. Se è successo a lei può succedere a chiunque: ecco cosa ci vuole dire lo SLA. E puoi star certa che questo è un pezzo di storia. I posteri la ricorderanno se la principessa terrorista morirà qui, fra queste verdi colline. Ma sarà tutta un'altra musica se lei si arrenderà, se dirà "non facevo sul serio", se collaborerà con la giustizia e si riprenderà il suo nome, i suoi milioni e il suo fidanzato coi baffetti. Se nel giro di venticinque anni si trasformerà in una madre di famiglia di Hillsborough che va al talk show di Dick Cavett a raccontare i suoi folli trascorsi di rivoluzionaria, allora quella sarà la storia degli annia Sessanta. L'unica vera storia.»
Non a caso la stessa Patricia Hearst, dopo essersi sposata con la sua guardia del corpo e aver dato alla luce due figlie, intraprenderà una carriera da attrice lanciata proprio da John Waters. E il cerchio si chiude. Più o meno.


[Da un periodico dell'epoca: "Chi c'era dietro l'Esercito di Liberazione Simbionese? L'SLA era stato forse creato e sviluppato con l'intento di collegare i gruppi di sinistra al terrorismo e alla violenza?"]