19/07/14

[Russian tour report 2014 - 8 di 10] 
Venerdì 25 aprile, da Kirov a Perm'. Dopo il freddo, la neve.  

Shona Laing - Soviet snow (1985) [...siamo ben svegli? Il mondo ne è a conoscenza? Radiazioni sulla Piazza Rossa, paura ad attraversare le strade, paura di congelarsi nella neve sovietica. Un occhio all'inverno, oh, ma è solo un accenno di neve sovietica...]



[Valeria] La notte a Kirov, nonostante l'amorevolezza della ragazza che ci ha ospitato, vanta un record: è riuscita a segnare male e profondamente tutti e tutte. Il problema è sempre lo stesso: siamo in troppi. Citando i Fall Of Efrafa (ma anche la Bibbia) "I am legion for we are many", che nel concreto significa... c'è chi dorme sul tappeto con un giaciglio fatto di giacche, vestiti e asciugamani; c'è chi dorme in tre sopra un materassino da campeggio a una piazza e mezza; c'è chi si stringe in un sentito abbraccio a Denis.
Ci svegliamo tutti rotti e accartocciati come ragni che fingono di essere morti. E guardiamo fuori dalla finestra...


Kirov in the mist
Nevica! E ci aspetta il viaggio più lungo di questo tour. Abbiamo davanti a noi almeno nove ore di furgone. E sia! Ci attende Perm' e la penultima data del tour. Perm' è a due ore di fuso orario da Kirov, quindi oltre a calcolare le circa nove ore che impiegheremo ad attraversare i cinquecentoventi chilometri che separano le due città dobbiamo tener conto del fatto che abbiamo due ore di svantaggio! La Russia non smentisce mai: è l’unico paese nel quale c’è un salto di due ore di botto nel fuso orario! Pare che sia per motivi legati al campionato di calcio, tra l'altro…
Carichiamo il furgone, cantando canzoni natalizie sotto la neve che fiocca...




Ci stipiamo in furgone al calduccio e ci addormentiamo secchi dopo meno di un minuto. Tutti. Persino Denis, temo. Dopo un paio di orette è il momento di una smoking brrreik e ci si ferma ino di quegli autogrill per camionisti molto naif, in un paesino imprecisato in mezzo al solito nulla. Il bagno esterno ed è impraticabile. Una cabina di legno con in mezzo un buco e... non c'è bisogno di entrare nei dettagli.

Denis beve due caffè di fila. Sarta decide di prendere del puré. Loki compra una fetta di torta nuziale ed io una sorta di crêpes unta con dentro della caramella mou sciolta. Buona, eh, ma me ne pentirò. La mia autodiagnosi dice che quel mal di pancia latente che mi accompagna dalle prime ore dell'alba non è assolutamente dovuto alle mille birre e agli shot di Blavod, la temibile vodka nera, della sera prima... No, è stato il dolcino e il freddo a farmi male.
In ogni caso, durante la nostra colazione-pranzo-matrimonio (non capiamo più cosa e quando mangiare) ci capita di assistere ad un telegiornale russo. Diversi minuti di monologo di Putin. Solo e soltanto notizie di guerra. Niente politica (a parte il sermone di Putin), niente opposizione che attacca, niente maggioranza che si difende. Nessun politico arrestato o indagato. Nessun gattino eroico che salva le balene da morte certa. Niente cronaca, niente gossip. Solo guerra... o meglio, solo propaganda di guerra...
Denis quando vede Putin in televisione fa il saluto nazista, poi alza il dito medio e dice “fuck off”. Noi cerchiamo di nasconderci sotto il tavolo e ci guardiamo intorno sperando che nessuno lo abbia visto - ci sono dei tipi per nulla raccomandabili e piuttosto massicci in giro. C'è chi si finge una pianta, chi cerca di mimetizzarsi con le piastrelle glitterate del locale e chi, come Loki, che si finge un volatile; quest'ultimo, appena usciti dal caffé, dà inizio ad una slam-poetry con alcuni corvi appollaiati su un abete. I corvi rispondono, ma Loki, nonostante la differenza numerica, vince, il che è un bene per diverse ragioni; se all'interno del caffé ci fosse stata una spia-collaborazionista-infiltrata pro-Putin, grazie alla performance di Loki, avrebbe compreso che eravamo soltanto un gruppo di matti vestiti di nero, che girano per luoghi inospitali e nulla di più... anarco-che?!? Ci rimettiamo in viaggio. Il lunghissimo, interminabile viaggio verso Perm'...


Dopo oltre cinque ore facciamo una seconda pausa in un secondo caffé che sorge sulle sabbie mobili. La località è tra le più desolate e deprimenti mai viste...

Non sto ancora molto bene. Maledetto dolcino! Per curarmi, decido di comprare una lattina da un litro di Baltika. Tenerla in mano mi fa sentire come se fossi ancora una bambina immacolata, in un mondo di cose giganti. Il nonno acquista invece una bottiglia di Baltika 9, quella vietata dal buon senso.
Finalmente arriviamo a Perm'. Sono quasi le otto. Dobbiamo suonare subito! Appena parcheggiato il furgone in quella che doveva essere un zona industriale, sentiamo qualcuno urlare “figli di puttana,  pezzi di merda!”. Scendiamo dal furgone e il responsabile si presenta: Antonio. È russo, ma parlicchia in italiano. Presenta anche i suoi amici con il loro nome declinato in italiano. Noi facciamo lo stesso in russo. Il mio nome si pronuncia “Leyra” o qualcosa del genere, ma è un nome da uomo. A me non dispiace.
Il posto dove dobbiamo suonare è un'enorme rovina industriale labirintica. Sembrerebbe a tutti gli effetti uno squat, eppure ci spiegano che sono in affitto, ma non hanno i permessi e le licenze necessarie. Il solito posto "semi-legal", insomma. Ci informano anche che quello di questa sera sarà l'ultimo concerto: il proprietario vuole trasformare quello che sembra un inferno pre-luddista, in un moderno complesso di uffici. Auguri. All'ingresso del posto ci sono due bellissime punk tutte colorate con un banchetto vegan. È il primo che vediamo da quando girovaghiamo per la Russia. Continuo ad aver problemi di pancia, ma i bagni sono pessimi. Decido di bere una birra. Un'altra... una ancora e quello che sembrava il cesso di Trainspotting si trasforma in un posto ospitale dove sedersi, riflettere, leggere il giornale e... non c'è bisogno di entrare nei dettagli anche in questo caso. Una simpatica nota: gli organizzatori del concerto usano appiccicare i flyer di altri eventi sulle lattine di birra! Soviet-punk-marketing.



A cena nel backstage
Il concerto inizia presto, molto presto. Già durante il sound-check c'è chi poga felice come una pasqua. Il palco è altissimo. Faccio metà concerto in ginocchio per cercare di incrociare qualche sguardo. Un ragazzo si toglie la felpa e me la mette sotto le ginocchia. Che tenero!
Stiamo per attaccare con il bis di Mamma Anarchia, quando alcuni skin giganti decidono che tutti e sette dobbiamo fare stage diving. Non ci sono scuse. Veniamo presi a turno e ribaltati sulla folla che ci sballotta un po' e poi ci ripone, con precisione chirurgica, sul palco...



Finito il concerto torniamo in quello che dovrebbe essere un backstage (una stanza a cui mancano due pareti su  quattro, ma dotata di una pratica porta per accedervi e di un orologio di legno con le lancette disegnate a matita) per essere accolti dai Re Magi. Ognuno di loro ha con sé un dono. Loki riceve una mela, io della marmellata fatta in casa conservata in una bottiglia di plastica e riemergono le due ragazze del banchetto vegan che ci regalano tutti i panini avanzati. Tornati in ostello ci fermiamo nella sala comune per consumare i nostri doni. Alcuni di noi vanno subito a letto. Altri vengono rapiti da un uomo gigante che indossa una camicia hawaiana slacciata e ha una pancia grande come una Fiat 500; sopra la pancia, vanta una dozzina di cicatrici da pugnalate. Si parla di musica... cioè LUI parla di musica. Mostra ai suoi nuovi amici (noi) alcuni video su youtube di pezzi pop-rock russi con donne discinte. Fa headbanging e dimena la pancia in tutte le direzioni. Non resta che annuire e fingersi interessati: nonostante ciò, non rilascerà gli ostaggi prima di un paio di ore. Non ci è dato sapere in che cosa sia consistito il riscatto: Lisa, il Nonno e Loki non se la sono sentita di raccontarci tutto...

“Il russo in pillole", settima puntata: Kakaia strecha! Che gradito incontro!

[Continua...]

16/07/14

[Russian tour report 2014 - 7 di 10] 
Giovedì 24 aprile, Kirov. Sconfitta la fame... il freddo!

Graždanskaja Oborona – Vsë idët po planu (Tutto sta andando secondo i piani) [...la Perestroika è ancora in corso e tutto sta andando secondo i piani. E il fango si è trasformato in ghiaccio nudo. E tutto sta andando secondo i piani. E tutto sta andando secondo i piani...].



[Puj] Sulla strada tra Kazan a Kirov (che si trova cinquecento chilometri più nord) il paesaggio cambia radicalmente: la steppa lascia il posto alla taiga. Foreste rade di conifere, sottobosco melmoso e… neve! Prima di partire, in mattinata, abbiamo svaligiato un supermercato di Kazan.

Sì, sono patatine al granchio.
Come un branco di disperati alla vigilia di un olocausto nucleare ci siamo procurati provviste per anni, arraffando un po’ a caso le cibarie più disparate: un secchio di carote alla coreana, una lussuriosa vaschetta di patate lesse immerse in una salsa viscida e burrosa, confezioni di patatine alla panna acida e ai cetrioli (lasciamo sullo scaffale quelle al gusto “granchio” e quelle al gusto “carne in scatola”), un barattolo di senape, gomme da masticare al cocco, fagioli in scatola, cetriolini giganti in salamoia, frutta candita fosforescente, e semi di girasole i cui gusci non sappiamo se mangiare o sputare. Naturalmente, per noi vegani/vegetariani la Russia non offre una gran varietà di cibi. Tofu, soia e seitan sono sostanzialmente sconosciuti, la verdura non è molto varia, la frutta neppure. 
Ovviamente, appena partiti, metà della roba che abbiamo preso al supermercato si rovescia in furgone creando una situazione di unta catastrofe. Il liquido delle carote alla coreana ci scorre sulla schiena mentre le patate condite scorrazzano indisturbate sul sedile posteriore; le scatole di fagioli rotolando per il portabagagli e l’acqua dei cetrioli non vuole starsene quieta nel suo barattolo. Spalmati di salsa rosa e irrorati di liquami odorosi, ci accartocciamo su noi stessi finché non riusciamo ad infilare tutti i nostri problemi in un sacchetto e scaraventarlo nel primo cestino della spazzatura.
A seguito della parola d’ordine di Denis (smoking brrreik!), facciamo una sosta in un’ampia piazzola ai bordi della strada. Siamo in mezzo al niente più nullo...

L’unico segno che ci ricorda della presenza umana sul pianeta terra è costituito da una fermata dell’autobus, rigorosamente deserta. Le fermate dell’autobus sono una cosa singolare in questo paese, non solo perché sorgono in luoghi davvero isolati e perché di autobus non ne passano mai (e difatti nessuno li aspetta), ma anche perché, dove tutto cade a pezzi, le fermate degli autobus sono impeccabili, ridipinte di fresco e ben curate. Molte poi sono davvero graziose, altre artistiche, sembrano opera di scultori e designer! Tutta la creatività degli architetti sovietici sembra essere stata riversata nei monumenti ai caduti della Grande Guerra Patriottica e nelle fermate degli autobus. Quando si è trattato di costruire case, beh... di creatività ne era rimasta davvero poca. 
Il retro delle fermate degli autobus è anche un ottimo posto per appartarsi a pisciare in pace, considerato che non c’è mai nessuno che aspetta l’autobus, e considerato che i bagni pubblici nelle stazioni di servizio consistono in buche scavate nella terra e spacciate come water. 
Tuttavia, questa volta, decidiamo di andare a farla nella foresta: sono ore che la vediamo dal finestrino ed ora… vogliamo viverla! Cioè, non troppo, solo il tempo di una pisciatina su un tronco di pino, prima che un orso senta l’odore delle patate lesse al burro che abbiamo spalmato sui nostri abiti e venga a leccarci. Ci avviamo rapidamente verso i primi alberi, ma dove finisce l’asfalto è come camminare su un gigantesco tiramisù di merda! Tutto è fango! Tutta quella foresta che abbiamo davanti è una terribile distesa di melma!


Mentre pisciamo dietro alla confortevole fermata dell’autobus, ci viene in mente che Denis ci aveva raccontato che l’ultima volte che aveva fatto questa strada, in inverno, la carreggiata correva in mezzo a due pareti di neve alte quattro metri. In effetti quattro metri di neve che si sciolgono non possono che andare a finire nella terra e generare una sconfinata fanghiglia...   


A Kirov il tempo non è brutto, ma la temperatura non è più quella mite dei giorni scorsi, fa DAVVERO freddo... Il navigatore ci porta all'appartamento nel quale trascorreremo la notte. Cioé questo:

Searching for a place to sleep...

Fortunatamente il navigatore si è sbagliato e ci rechiamo un paio di isolati più in là a casa di Alessandra (si chiamava così? mah...), un’amorevole ragazza intrippata con l’Italia. In cucina ha appesa una cartina del Belpaese con tutti i nomi delle regioni e in camera tiene una pila di numeri della rivista Bell’Italia (in italiano). 
I russi, in generale, hanno una predilezione per il nostro paese...
Stasera suoneremo al Chepay Bar, un specie di pub in stile europeo; se non fosse per il buttafuori naturalmente, figura tristemente ricorrente qui in Russia.
Incontriamo Vanya dei Flegmona, una crust band locale, che due anni fa ci contattò per realizzare uno split con noi. Poi questo cd split uscì, ma mai e poi mai avremmo pensato di incontrare dal vivo questi ragazzi! Sembra incredibile ora essere qui con loro. 
Altro elemento surreale è il fatto che ci imbattiamo in un ragazzo di Kirov che parla piuttosto bene italiano perché ha vissuto qualche tempo a Roma, ed iniziamo a disquisire con lui sugli spazi occupati della capitale... Come ci è già capitato qui in Russia, mentre siamo lì a berci una birra nel locale, qualcuno ci fotografa di nascosto, per testimoniare la presenza, in queste lande, di bipedi esotici di razza mediterranea...

Durante il soundcheck, dai capelli di Valeria scendono patate lesse con la salsa, e deduciamo che le ha conservate lì per tutto il giorno, da quando le si sono rovesciate in testa durante il viaggio in furgone. Notevole. Il concerto di Kirov va più o meno così:







 

Dopo il live si scatena il solito carosello di fotografie, autografi, pacche sulle spalle, liquori e liquorini etcetc… ed anche un’intervista rilasciata al bancone per una 'zine locale. Il ragazzo si appunta le nostre risposte su un quaderno, e sembra molto serio. Le sue domande però a volte sono buffe: tipo “Ascoltate musica classica?” oppure “Che cosa ne pensate di Giuseppe Verdi?”.
Tra i vari ragazzi ansiosi di interagire, uno in particolare attira la nostra attenzione, perché non sembra volerci dire che abbiamo suonato bene o voler fare la solita foto insieme con il pugno alzato, ma pare particolarmente arrabbiato e agita nella mano un tesserino in cirillico. Purtroppo non parla inglese e così ci facciamo aiutare dall’altro che parla italiano, che può fare da interprete. Scopriamo allora che vuole raccontarci che è un reduce della guerra in Cecenia e che odia Putin.

Putin-bop
Per dimostrarci le ragioni del suo odio ci mostra  alcuni scontrini che tiene nel portafoglio; insiste perché li teniamo e li facciamo vedere a tutti in Italia: si tratta delle ricevute degli sconti sull’abbonamento dell’autobus che ha ricevuto dal governo per aver prestato servizio in Cecenia: osserviamo e appuriamo che lo sconto ammonta a 10 rubli. 20 centesimi di euro!

Hai combattuto in Cecenia?
“Mi chiede se avete capito perché lui odia Putin!” ci dice quell’altro ridendo. Annuiamo, ma la cosa non ci fa molto ridere. Lo osserviamo negli occhi che ci guardano sbarrati. Sembra un ragazzo come tanti altri qui, tatuato, alla moda occidentale, ma qualcosa nel suo sguardo  trasmette un’inquietudine che non ha niente di familiare: è la porta verso una dimensione estranea. Vorremmo sorridere anche noi, ma quando sbatti il muso contro la dura quotidianità di questo paese, che non è quella di otto italiani che girano da una città all’altra per suonare la loro musica, non ti viene proprio da ridere.

In queste lande, a volte, si vive una sensazione che non può essere descritta semplicemente da un generico “eh già, qui la vita è dura...”. La vita qui non è semplicemente dura, ma è anche beffarda e, paradossalmente, venata di nonsense. Si percepisce da ogni parte un senso di abbandono, di isolamento sociale e fisico, ma anche un gioioso senso di caos: è tutto troppo grande e complicato qui per essere realmente sotto controllo. E’ una sensazione che abbiamo provato spingendoci sempre più verso est in questo tour, dopo aver attraversato distese di nulla solcate da strade malconce che non conoscono alcun intervento di manutenzione da decenni. Tutto sembra lì un po' per caso, ma, proprio riguardo al caso, il fatalismo è l'autentico stile di vita russo: “E' andata così, beviamoci sopra”. 
I russi possono apparire di primo acchito un popolo malinconico, ma scopri poi che sanno ridere, e che hanno un grande senso dell’umorismo soprattutto quando parlano del proprio paese, del suo passato o del suo presente. C’è un divertentissimo (e amarissimo) libro scritto da un giovane autore, proprio di Kirov, che si chiama Aleksander Ikonnikov, pubblicato in Italia con il titolo di “Ultime notizie dal letamaio”. Uno dei racconti più divertenti è quello che parla della Festa dell’Indipendenza, e descrive molto bene il fatalismo e l'entropia che caratterizza l'esistenza dei russi: “Quando istituirono la nuova festa tutti ovviamente se ne rallegrarono. Ce n'erano già altre, ad esempio la Festa degli autisti, la Festa della polizia, la Festa degli operatori sanitari; insomma, una per ogni professione. Poi c'era la Festa della donna, la Festa dei difensori della patria, la Festa per la difesa dei bambini, la Festa della costituzione e via dicendo. Perché mai non avrebbe dovuto esserci una Festa dell'indipendenza? Certo, alcuni si chiesero: la Russia, un impero che ha assoggettato centinaia di popoli, festeggia l'indipendenza? Ma l'indipendenza da chi? Da che cosa? Poi però, senza starci a pensare più di tanto, capirono: l'indipendenza gli uni dagli altri, cioé lo Stato se ne infischia di te e tu te ne infischi dello Stato. Questo pensiero fu un sollievo per tutti, che quindi furono doppiamente felici dell'evento”.    

Tornando a noi… la serata a Kirov si chiude piacevolmente a casa di Alessandra dove mangiamo zuppa, chiacchieriamo con alcuni autoctoni e controlliamo di non avere patate lesse con la salsa tra i capelli...

Little party in Kirov

Nonno rock'n'roll
C’è un amico di Denis che si chiama pure lui Denis e che si è trasferito a Kirov da qualche tempo, ma è nato e cresciuto a Vorkuta. Vorkuta? E' una di quelle cittadine russe che a vedere dove sono collocate sulla cartina vengono i brividi: sorta negli anni trenta intorno ad un gulag (i famigerati campi di lavoro di Stalin), Vorkuta è l’ultimo avamposto nella Repubblica dei Komi, prima del nulla artico, a 1500 chilometri a nord-est di Kirov.

Vorkuta city
Io appaio sorpreso che lui provenga da quel “freezing fucking hell” come lo definisco, forse in maniera un po’ indelicata, tanto che Denis si preoccupa di dirmi che il suo omonimo ama Vorkuta, e ci è molto legato. Vorrei chiedere un infinità di cose ad un vero abitante di Vorkuta, ma alla fine tutto mi sembra troppo complicato e l’unica cosa che chiedo è  se ci si può  organizzare un concerto dei Kalashnikov. Insomma una domanda idiota. I due però sembrano possibilisti. Il problema è che a Vorkuta ci si può andare solo in aereo o in treno, non ci sono strade che la collegano al resto della Russia!
Nel frattempo il nonno è tutto fatto e sta colando giù dal divano come un grosso lumacone senza guscio, gridando “Ja Ja Pa Russki” in continuazione, per ringraziare i nostri amici dell'ospitalità. Sorpresi da questa sua improvvisa e inattesa conoscenza della lingua russa, ripetiamo “Ja Ja Pa Russki, Ja Ja Pa Russki” sorridendo ai presenti. Tutte le amiche e tutti gli amici russi ridono e brindano, ripetendo “ Ja Ja Pa Russki! Ja Ja Pa Russki!”.

“Il russo in pillole”, settima puntata: Ja Ja Pa Ruski: non vuol dire assolutamente niente.  

05/07/14

[Russian tour report 2014 - 6 di 10]
Mercoledì 23 aprile, Kazan. Steady Diet of Nothing 

Nothing
Fugazi – Steady diet of nothing (Ferrea dieta di nulla) (1991)


[Puj] Ogni mattina ormai ci attende la solita traversata surreale fatta di buche ed orizzonti vuoti. Attraversiamo una regione davvero rurale, fuori dal tempo, con strade talmente sconquassate che a tratti è preferibile guidare ai lati della carreggiata, sullo sterrato. 


Soviet style land” dice Denis “La gente qui ha solo la vodka. Alle strade nessuno ci bada”. Tutto sembra immobile, addormentato sotto coltri di polvere, sospeso in un presente eterno… Ogni tanto irrompono tra le isbe tetri edifici di stile sovietico, come fossero caduti lì dal cielo. Nel frattempo, Denis ha imparato grazie a noi a dire porco*io ad ogni buca che prende....

Approaching Kazan...
Arriviamo a Kazan e ci rendiamo conto che sono un paio di giorni che non mangiamo niente, eccezion fatta per dei pezzi di pane duro trovati nel furgone ed insaporiti nella senape...
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Steady diet of pane e senape
Kazan è la capitale della Repubblica autonoma del Tataristan, molti qui professano l’islam sciita e si parla un dialetto locale, il tataro, una lingua di origini turche. Beh, insomma potrebbe sembrare un posto molto esotico, ma a noi non pare molto diversa dalle altre città sovietiche: i soliti casermoni funerei, le solite strade larghissime. Qui però c’è più polvere, molta più polvere, tanto che dà fastidio respirare. Il traffico è come sempre disordinato e un po’ irrazionale; ad un certo punto, proprio davanti al club dove suoneremo, finiamo ingabbiati in un ingorgo surreale di cause sconosciute. Per uscirne svoltiamo in una zona industriale che si rivela poi una pista per gare di motocross. Ah, Russia, ti vogliamo bene per come sei: maestosa e dissestata!

The sky over Kazan

Russian interiors

Tipica buca tatara
La signora che ci ospita per la notte è molto gentile e si preoccupa per noi in modo esagerato. Purtroppo parla solo russo e tataro e quindi abbiamo evidenti problemi a capire quello che dice. Lei però, non curante, continua a parlarci mezzo in russo mezzo in tataro, alternando le frasi con espressioni di cordoglio per il fatto che il crudele destino ci abbia impedito di discorrere in una lingua comune. E' colpa della Torre di Babele, signora. 
Per ovviare al problema, comunque, decidiamo di uscire a bighellonare sotto il cielo cinereo della città.
Come dicevo, sono due giorni che mangiamo solo pane secco, ma ormai abbiamo raggiunto il nirvana. Le nostre pance sono vuote, i nostri volti smunti. Siamo asceti imperturbabili oscillanti per le strade di Kazan. Entriamo nel solito produkti, ma ormai essendo figure eteree senza più appetiti siamo colti da afasia ed usciamo con solo un paio di banane infilate nelle tasche.
Ci rechiamo al “Banzai”, dove suoneremo: un grosso club alla maniera occidentale, con un bel bar e un palco serio per i concertoni. L’annuncio che ci serviranno una cena viene accolto con pacato entusiasmo (ormai riteniamo di non aver più bisogno di cibo per vivere), senonché alla vista di un vero ed abbondante pasto caldo ci rovesciamo uno sull’altro armati di forchette per riempire i piatti fino all’orlo. La cena consiste in grano saraceno bollito e condito con verdure e salse simpatiche. In Russia il grano saraceno bollito è il signore incontrastato degli alimenti, regna sugli stomaci russi; al suo fianco, due fedeli scudieri: le patate lesse e le carote alla coreana. Il concerto di Kazan va più o meno così:


Tataristan punx!

Arrivo a casa della signora di notte...
...risveglio a casa della signora di giorno.
Il mattino quando andiamo al furgone scopriamo che, per ingannare il tempo, nell'attesa che arrivassimo, Denis ha scritto col dito sul vetro posteriore impolverato: 
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Il russo in pillole: Davaiy! Davaiy! Spingere! Spingere!