22/05/15

[we talk about...new album online!]
L'algebra morente del cielo...digital album on bandcamp!
Ad un mese di distanza dalla sua uscita, mettiamo liberamente scaricabile il "digital album" del nostro nuovo disco "L'algebra morente del cielo" su bandcamp: ciascuno di voi potrà dunque pupparsi nelle orecchie le 10 canzoni per i 10 film inesistenti, frutto delle nostre recenti fatiche creative! Come sempre, tutto quello che facciamo è a offerta libera, per cui potete scaricare aggratis oppure contribuire a supportare l'attività del collettivo con qualche vile denaro, in totale autonomia di scelta. Ah, per chi ha ancora un walkman a cassette, ci stiamo attrezzando!
Noi, nel frattempo, partiremo per un viaggetto in Russia e Ukraina: la nostra anti-musica ci porterà in contatto con i punx del polo nord e dell'estrema Siberia orientale. Come sarà? Comunque vada, sarà bellissimo. Davaiii!!!


18/05/15

[We talk about...]
Biodossier! Appunti per una bio/etica Queer
Tanti anni fa, quando ero un ragazzino confuso (o una ragazzina incompresa, fate voi) andai a vedere una mostra di rettili di tutto il mondo allestita dal comune del mio paese (un errore grossolano che poi non feci più date le condizioni in cui vengono tenuti gli animali in questi carrozzoni itineranti)”. 
[Pep] Così si esprime, con oscura e ambigua tenerezza, la militante transgender e antispecista Barbara X, nel suo romanzo “Uncuorebestiale. Frammenti sparsi di un vissuto irregolare” (DIY Resistance 1) facendo coincidere consensualisticamente la produzione della propria libertà con quella della libertà dell'altro, in un'erotica e abissale intersezione dei livelli soggettivi individuali, in quanto creatori autopoietici di identità finzionali: e nel reciproco s-confinamento anti-biografico tra i diversi livelli diacronici del proprio percorso esistenziale (“La mia vita” scrive Barbara X “non avrebbe mai potuto avere una storia normale, cioè una storia intesa come lineare narrazione cronologica di episodi e sensazioni; sentivo piuttosto che essa sarebbe stata prima di ogni altra cosa una miriade di vicende variegate, lontanissime anni luce l'una dall'altra, un folle carosello di ricordi e rottami di attualità sconvolgenti, disuniti, sconnessi, isolati e in grado di creare dal disordine totale una Storia, la trama slegata, frammentaria e a singhiozzo di una vita contemporanea”).
Ma forse il moderno progresso scientifico ha già superato questa prospettiva per bocca di uno dei suoi più significativi rappresentanti, lo psicobiologo Alberto Oliverio che così si esprime: “Ognuno di noi si percepisce come uomo o come donna. Generalmente si ritiene che questa identità di genere sia conforme al sesso biologico per cui una donna si dovrebbe identificare in termini femminili e un uomo in termini maschili. Tuttavia ciò non si verifica sempre perché alcuni individui biologicamente maschi si ritengono prevalentemente femmine e alcune persone biologicamente femmine guardano a sé stesse in termini maschili. Altri non considerano che il proprio genere sia maschile o femminile, ma una fusione dei due sessi e altri ancora si considerano appartenenti a un terzo genere. Col termine transgender ci si riferisce quindi a un insieme di persone che esprimono nella vita un senso innato del genere diverso da quello che è stato loro assegnato alla nascita. Per lungo tempo questa condizione è stata considerata come una deviazione patologica, un disturbo legato ad un insieme di esperienze e dinamiche psichiche, e quindi oggetto di terapie diverse, generalmente inefficaci: oggi numerosi studi indicano invece che transgender si nasce a causa di una diversa impostazione cerebrale...Nei transessuali maschi (MtF) il numero dei neuroni nella BST è simile a quello che esiste nelle donne-ossia è circa la metà rispetto a quanto si verifica nei maschi cisgender, a proprio agio col genere assegnato alla nascita...L'inversione del numero di questi neuroni [quelli che producono somatostatina] nel cervello transessuale viene considerato come un segno della dissociazione che si verifica tra il differenziamento dei genitali e quello cerebrale” (da “Mente & Cervello. Il mensile di psicologia e neuroscienze”, aprile 2015).
E' significativo come lo Stato Terapeutico contemporaneo amplificantesi, ormai, tramite l'ideologia biotecnologica e trans-umanista in un progetto, in realtà apocalittico, di salvezza globale dell'umanità e del vivente, attui una sorta di rovesciamento del progetto che Susan Sontag descrive nel suo volume “Malattia come metafora” (1978): “Esiste almeno la promessa di un trionfo sulla malattia. Una malattia “fisica” diventa in un certo senso meno reale-ma in cambio più interessante- nella misura in cui si può considerarla malattia “mentale”. In tutta l'epoca moderna la speculazione si è continuamente sforzata di estendere la categoria della malattia mentale. In effetti in questa cultura il rifiuto della morte è in parte un enorme allargamento della categoria di tale malattia. La malattia si estende grazie a due ipotesi. La prima è che si possa considerare malattia ogni forma di deviazione sociale. Di conseguenza se si può considerare malattia il comportamento criminale i criminali non devono essere condannati o puniti, ma capiti (come capiscono i medici), curati, guariti. La seconda che ogni malattia può essere considerata sotto l'aspetto psicologico. La malattia è cioè interpretata, fondamentalmente, come un evento psicologico e si incoraggia la gente a credere che ci si ammala perché (inconsciamente) lo si desidera e che ci si può curare mobilitando la propria volontà; cioè che si può scegliere di non morire della malattia. Sono due ipotesi complementari. Mentre la prima sembra alleviare il senso di colpa la seconda lo ripristina. Le teorie psicologiche della malattia sono un mezzo poderoso per gettare la colpa sul malato. Spiegare ai pazienti che sono loro stessi la causa, involontaria della propria malattia significa anche convincerli che se la sono meritata”.
Quest'ultimo percorso pare oggi trovare il ribaltamento che lo implica ma lo supera: la malattia mentale, preservando e trasferendo il proprio stigma ad un livello fisico (tramite la sua ri-lettura in tal senso) conferma e ristruttura l'utilizzabilità strategica e la trasferibiltà di quest'ultimo a livello sociale nel senso genetista. Lo Stato terapeutico conferma infatti da sempre patogenicamente l'idea di famiglia, traducendo il proprio neo-familismo in un rinnovato veicolo di controllo sociale e di amplificazione indefinita dei processi di stigmatizzazione. La ricerca infinita quanto inutile delle cause delle varie malattie e devianze ha uno specifico finalismo, come scrive lo storico JohnBoswell nel suo saggio “Cristianesimo, tolleranza, omosessualità. La Chiesa e gli omosessuali dalle origini al sedicesimo secolo” (1980): “Per quanto riguarda la problematica eziologica bisogna notare che ciò che “causa” l'omosessualità è una questione importante solo per le società che considerano i gay gente bizzarra o anomala. La maggioranza della gente non si domanda che cosa “dia origine” alle caratteristiche statisticamente comuni, come il desiderio eterosessuale o l'uso della mano destra; le “cause” sono ricercate solo per gli attributi personali che vengono ritenuti al di di fuori dei modelli consueti di vita”. 
Tipicamente si pensi all'inutile e infinita ricerca delle cause della malattia mentale, a tutt'oggi non rinvenute: quest'ultima oscilla fondamentalmente tra la stigmatizzazione irrimediabile dei familiari attraverso l'accusa di essere responsabili della “patologia” del congiunto in quanto autori di relazioni “distorte”, se non decisamente “patologiche”, e attraverso quella di esserlo in quanto portatori del mai rinvenuto “gene della follia”, tanto credibile quanto il fantomatico “gene gay” o “gene trans”. I tre geni in questione sono affabulati socialmente e mediaticamente in quanto mirano ad una lettura sottesamente antropomorfica dell'apparato genetico, il quale sarebbe portatore di modalità etiche, culturali e relazionali, nel senso della sua identificabilità con esse, da squalificarsi con “politicamente corretta” tolleranza, in attesa della loro eliminazione. D'altronde domandarsi “la causa” del fatto che un individuo abbia una data personalità, corrispondendo al tentativo sociale, sotto forma di disvelamento eziologico, di trovare un capro espiatorio concettuale per il presentarsi dell' “inesplicabile”, ha senso quanto domandarsi “la causa” o “le cause” del fatto che un individuo sia sostenitore del partito democratico piuttosto che di quello repubblicano, laddove sarebbe semmai significativa una contestualizzazione che consenta di comprendere i diversi modi d'essere individualmente elaborati nella loro dialettica e affermativa ragion d'essere.
L'altro versante della problematica, con riferimento all'omosessualità più in generale, è messo in luce nel 2005 dalla psicoanalista Simona Argentieri, che così si esprime: “Un esempio...a mio parere molto convincente è quello relativo all'omosessualità, che una fascia di ricercatori nordeuropei vorrebbe ricondurre ad una ragione genetica. Il paradosso è che tale ipotesi riduttiva e mortificante (tra l'altro poco accreditata sul piano scientifico) che vuole confinare la sessualità a “sindrome” condizionata da un supposto “gene” ha invece incontrato non solo il favore di alcuni bempensanti, lieti di ricostruire in chiave di DNA un modernissimo piccolo ghetto delle pratiche contro natura: ma anche di alcuni omosessuali che vi hanno trovato un alibi per non interrogarsi su di sé e per non doversi considerare protagonisti delle proprie vicende psicologiche e amorose.
In tal senso prevarrebbe la promozione di un criterio biografico dell'auto-interrogazione, il quale, a continuo rischio (e per lo più con la garanzia) di trasformarsi in un criterio patografico, la psicanalisi propone, sulla base dei suoi storici meriti, come propria specificità. Una pertinente risposta proviene da uno di testi che più nettamente attaccano la concettualizzazione psichiatrica, la biografia di Leopold VonSacher-Masoch dello storiografo Bernard Michel (1989). Così Michel mette in luce la sua valutazione della psichiatria che, attraverso le dottrine di Krafft-Ebing, patologizzò lo scrittore austriaco: “Krafft-Ebing creava un collegamento stretto, discutibile e in seguito abbandonato tra sadismo e masochismo che sarebbero state le due facce complementari della devianza sessuale. Così cominciava lo studio del masochismo, da Freud a Deleuze ma, come ho detto nell'introduzione, non è questo l'argomento di questo libro. Leopold respinse indignato le affermazioni di Krafft-Ebing, ma ritenne inutile una refutazione pubblica. Tra l'immagine deformata che dava di lui lo psichiatra e la realtà della vita non poteva esserci alcun punto di contatto... La psicologia può servire a orientarsi nei salotti letterari di Parigi o di Vienna, non negli spazi infiniti della steppa galiziana che schiacciano gli uomini, se riescono a sfuggire all'inseguimento dei lupi o al peso interminabile della corvée. Leopold è moderno perchè barocco. E questo spiega la sua violenza, la sua forza, la sua indifferenza per i limiti: per questo ha tanto urtato certa critica e certo pubblico”. Il titolo, in realtà anti-biografico, che il traduttore Savino D'Amico, nel 1990, ha scelto per il volume di Michel, “Il piacere del dolore”, mette in luce, con una nozione tra estetologico e scioccante, Masoch come inventore di una modalità estetica, colta nella sua quintessenzialità, e artista totale della propria esistenza: in luogo che oggetto di una disamina biografico-narrativa. 
Già nel 1988 il fotografo radicale Joel-Peter Witkin rende pubblica la fotografia “Apollonia e Dominetrix creano il dolore nell'arte occidentale”. Così Witkin si esprime nel 1985 riguardo la propria ricerca/creazione visiva: “Un elenco parziale di ciò che mi interessa. Prodigi fisici di ogni tipo: piccole teste a capocchia di spillo, nani, gobbi, transessuali pre-operazione, donne barbute, artisti da baraccone che lavorano o in pensione, contorsionisti (erotici), donne con un solo seno (centrale), persone che vivono come eroi da fumetto. Satiri, gemelli uniti per la fronte, chiunque abbia un gemello parassitico, gemelli che hanno in comune un braccio o una gamba, ciclopi viventi, persone con code, corna, ali, pinne, artigli piedi o mani rovesciati, arti elefantini, ecc. Chiunque abbia braccia, occhi, seni, genitali, orecchi, nasi o labbra in più in più. Tutte le persone con genitali straordinarianìmente grandi. Padroni e schiavi del sesso. Donne con la faccia coperta di pelo con grandi lesioni della pelle che siano pronte a posare in abito da sera. Cinque androgini disposti a posare insieme come les Demoiselles d'Avignon. Anoressici senza peli. Scheletri umani e puntaspilli umani. Persone con un intero guardaroba di gomma . Uomini-lupo. Collezioni private di strumenti di tortura. Romanzo di parti umane, animali, aliene. Ogni genere di estrema perversione visiva. Ermafroditi e teratoidi vivi e morti. Una fanciulla bionda con due facce. Qualsiasi mito vivente. Chiunque porti le ferite di Cristo”, mentre già nel 1976 rispondeva, con aristocratico masochismo, alla psichiatria, in nome della propria battaglia iconofila/iconoclasta: “...Ho evocato un futuro di anni spesi in un infinito camminare con un'oggetto strano in mano e la macchina fotografica al collo, ripetendo di continuo gli stessi gesti, come un vecchio pazzo e solo, disprezzato dalla gente e colpito dalla sassaiola dei bambini; un giorno poi verrò trovato morto nello squallore circondato da migliaia di fotografie che avevo stretto al petto nel momento della morte. Il mio unico conforto è sapere che non sono solo, esisto nel mondo e ho un'esistenza reale che non si lascia né descrivere né penetrare. La mia opera rappresenta questa ricerca”. 
Lo conferma ben più radicalmente l'anarchico Renzo Novatore: “Ma solo colui che conosce e pratica la furia iconoclasta della distruzione può possedere la gioia nata dalla libertà, di quell'unica libertà resa fertile dal dolore. Mi ribello contro la realtà del mondo esterno per il trionfo della realtà del mio mondo interno”.

24/04/15

[We talk about...new Kalashnikov collective album!]
L'algebra morente del cielo / The dying algebra of the sky (10 tracks, 180gr black vinyl, gathefold artwork with booklet of 16 pages)
Dopo un lavoro di circa due anni (prima sessione di registrazione, marzo 2013), esce finalmente “L'algebra morente del cielo”, il nostro nuovo disco: 10 canzoni per altrettante sceneggiature di film immaginari. Per ora, l'unico modo per ascoltarlo è adagiare il vinile nero da 180 grammi su di un giradischi e farci posare sopra la puntina. Usciranno musica e parole! Incredibile vero? A tutti coloro che ci chiedono focosamente (e ne siamo ovviamente contenti) di mettere su internet gli mp3, già pronti con smartphone e cuffie all'ultima moda per girare per le strade e sui treni sulle nuove note del collettivo Kalashnikov, diciamo: pazientate ancora un po'!
Aspettare a mettere subito in download i pezzi è un modo tutto nostro di esprimere solidarietà alla schiera di distro, etichette e entità DIY che hanno supportato questo nostro ennesimo disco, acquistandone svariate copie ai quattro angoli del globo ancora prima di sapere come e quando sarebbe uscito. Per cui...vivi la tua scena! Se ti interessa ascoltare il disco, scegli dall'elenco qui sotto la distro a più vicina e chiedi una copia del vinile!

Lanterna Pirata (Genova)
EqualRights (Forlì)
SubnormalFactory (Cagliari)
Tutti Pazzi (Milano)
Fra il dì e il fà (Udine)
Gusto Rana (Padova)
Limb Disarm (Lecco)
RattoProduzioni (Verona)
Forever True (Reggio Emilia)
Gustosissimorecords (Brescia)
Oltraggio autoproduzioni (Taranto)
NuclearChaos (Modena)
Calimocho (Tradate)
Nikotina Rehorz (Firenze)
Ludd (Trento)
Radio Onda Rossa (Roma)
OutCry (San Pietroburgo, Russia)
Piratita (Monterey, Messico)
Sp Records (Tokyo, Giappone)
Chaos Rurale (Montreal, Canada)
Aborted Society (Seattle, USA)



08/02/15

[Belarus/Lithuania/Poland tour report]
Notte tra l'otto e il nove gennaio: Varsavia - Hrodna   
[Parte da qui il reportage del nostro recente mini-tour nell'estremo est europeo: Polonia, Bielorussia e Lituania. Tour breve, ma pieno di sorprese... buona lettura!]

Welcome to Belarus

Siamo al confine tra Polonia e Bielorussia. Le luci al neon della tettoia sotto la quale ci hanno fatto parcheggiare illuminano un manto di neve ancora intatta intorno a noi. Il resto è buio e silenzioso. 
Per noi sono le tre di notte, ma tra la Polonia e la Bielorussia, per ragioni imperscrutabili, ci sono due ore di fuso orario, quindi qui sono le cinque. Siamo atterrati a Varsavia in serata e lì abbiamo incontrato un bravo ragazzo polacco di nome Bobek, professione per i prossimi cinque giorni driver dei Kalashnikov. Il van di Bobek è verde e ha delle amorevoli tendine a quadretti. Abbiamo guidato nella notte per duecento chilometri di strade prive di illuminazione, tra lugubri foreste e brulla campagna, fino a giungere al famigerato border polacco-bielorusso. Ai primi controlli pareva che tutto fosse in ordine, ma è quasi un'ora che aspettiamo qui da soli sotto la neve. Le guardie di confine, che indossano copricapi di pelo identici a quelli di epoca sovietica, come quello di Schwarzennegger in Danko, non sono state molto cortesi finora... 
  
Near to Belarus border...
Dopo circa un'ora di attesa escono un paio di soldatesse dell'armata rossa e ci chiedono di scendere, di svuotare il bagagliaio e posare strumenti e valige su un tavolo. Li studiano con occhi foschi, ma alla nostra affermazione "Eta musikanti!" (“siamo musicisti”, una delle poche cose che sappiamo dire in russo), forse s'inteneriscono e ci lasciano andare. O meglio lasciano andare noi, ma non il povero Bobek,  che scompare dietro alla porta di un ufficio, scortato dal plotone di esecuzione. Ne esce una decina di minuti dopo, illeso, e finalmente possiamo sgommare via nella neve. Verremo a sapere di essere stati straordinariamente fortunati: al confine bielorusso capita di starci fino ad otto, dieci ore...

Facciamo ingresso nell'onirica Hrodna intorno alle sei del mattino, nel bel mezzo di una tempesta. Decine di persone sulle strade spalano la neve in uno scenario surreale, nel quale dominano le luminarie di natale anni '80, talmente kitsch da sembrare frutto di un’allucinazione.   
L'appartamento in cui passeremo i prossimi due giorni è situato in un classico plattenbau  (un complesso di edifici prefabbricati) in stile neo-soviet; si staglia ai bordi della strada nella luce rossastra di quest’alba polare, ma prima di trovarne l'ingresso lo circumnavighiamo sotto la neve per una decina di minuti. In Russia è così: se hai il nome di una via e un numero civico, non è detto che troverai quello che cerchi. Anzi, probabilmente il numero che cerchi si nasconde dietro un angolo, il quale a sua volta si cela dentro ad un cortile, il cui ingresso solitamente è dalla parte opposta nella quale sei. Alla fine, però, lo troviamo: è quello con le luci da discoteca all'esterno. Siamo comunque troppo stanchi per farci delle domande a riguardo.

Perché?
Un fugace personaggio in hangover di nome Igor ci apre l'appartamento, che è al 14° piano. Purtroppo scopriamo che ci sono soltanto quattro posti letto. Il resto dell'appartamento è spoglio e sciatto, e dà l'idea di essere in stato abbandonato di fretta. 
In quest'atmosfera da città evacuata a seguito di un'epidemia, una parte di noi si stringe sui materassi disponibili mentre l’altra costruisce un giaciglio improvvisato con giubbotti e coperte, sul pavimento. Tutti e tutte salpiamo verso il mondo dei sogni all'alba delle 7.30 del mattino bielorusso...

9 gennaio: Underground bar, Hrodna
L'idea di fare un tour in Bielorussia nasce all'epoca del nostro ultimo giro nella Federazione Russa, quando un'amica di Minsk, Olga, ci scrive per chiederci se, andando a Mosca non potessimo fare un paio di tappe in Bielorussia. La cosa non è così semplice, cara Olga. Quindi decidiamo di rimandare, e nel contesto di attaccarci anche un paio di date nell’est europeo. Così è venuto fuori il tour Hrodna (Bielorussia) > Minsk (Bielorussia) > Vilnius (Lituania) > Varsavia (Polonia). Siamo rimasti un po' sconcertati dalla proposta del periodo avanzataci da Olga: inizio gennaio. E' il periodo delle feste natalizie (che da quelle parti durano più delle nostre) e la gente è presa bene, ci dice. Perfetto, andiamo a gelarci il culo in Bielorussia a gennaio! Sarà interessante, abbiamo pensato, conoscere la comunità punk della Bielorussia, un paese il cui presidente-padrone è Aleksandr Lukašenko, in carica dal 1994 e solitamente definito come "l'ultimo dittatore e tiranno d'Europa" (e a lui non dispiace). L'esperienza del confine ci ha fatto sospettare che qui tante cose non siano cambiate dai tempi dell'Unione Sovietica...
Comunque sia, eccoci ora qui a Hrodna. Questo è quello che vediamo, appena svegli, dalla finestra del nostro appartamento: 


Goodmorning, Hrodna!
Conosciamo Dima di Varsavia e i fratelli Masal, Dima e Zhenja. Ci hanno preparato la colazione. Che cari: ogni promoter DIY dovrebbe prendere ripetizioni dagli europei dell'est sulla cura, l’impegno e dell’ospitalità che essi mettono nell'accogliere le band in tour. Fratelli Masal, Dima: мы тебя любим! Fuori dalla finestra, sulla sinistra spicca un mastodontico complesso industriale dalle cui ciminiere fuoriesce fumo bianco e denso...

Chemical warfare
Si tratta di una delle più grandi e inquinanti industrie chimiche della Bielorussia. Dima ci dice che in città gli abitanti sono preoccupati, perché quel complesso è vetusto e pieno di problemi: il rischio di guasti e quindi di eventuali disastri ambientali è altissimo...

Vita quotidiana a Hrodna ai tempi della crisi
 

<3 Plattenbau mon amour <3


Nel pomeriggio, abbiamo qualche ora da trascorrere nella (non troppo) ridente Hrodna. Per raggiungere il centro, prendiamo il trolleybus, un residuato sovietico niente male, sul quale i biglietti si obliterano con una specie di pressa a mano. Dima, quello che vive a Varsavia, in realtà è di Hrodna e, scoprendosi guida turistica, ci porta a zonzo per la città... 



Dopo aver prelevato mezzo chilo di rubli bielorussi (per la precisione, quasi un milione, ovvero una montagna di carta filigranata dal valore complessivo di 50 euro), ci fermiamo in un caffé sotterraneo, uno di quei posticini tipicamente russi, nascosti da porte anonime lungo la via. Il classico antro sovietico con le babushke maligne al bancone che, come entri, ti squadrano con occhi pieni di sospetto, perché in te non riconoscono il caro, paffuto, rassicurante alcolizzato del condominio accanto. Temono che tu voglia sconvolgere le loro vite formulando richieste in una di quelle lingue che si parlano al di fuori dalla Russia...

Davide
Ci concediamo poi un rapido giro al produkty per comprare qualche rotolo di cartaigenica (di quelli russi, senza il buco in mezzo). Al market incontriamo una signora che ha lavorato in Calabria e parla perfettamente italiano, la quale però scambia Valeria per una passante qualsiasi e le parla in russo, creando uno strano cortocircuito linguistico. 
Facciamo poi tappa alla principale libreria della città. Ne fuoriusciamo con un magnete da frigo che riporta la ricetta di una zuppa locale, una cartolina raffigurante Lukashenko in posa agiografica e la maschera di un pupazzo molto amato dai bambini russi ai tempi della guerra fredda, chiamato Ceburaska (traslitterazione di Gianburrasca). 
Davide, amante delle maschere, la indossa subito e gira per le strade di Hrodna finalmente a suo agio nei panni di Ceburaska. 
Notiamo che qui in Bielorussia, nei negozi, abbiamo sempre difficoltà a pagare, perché alla cassa non hanno il resto. E’ la conseguenza della galoppante inflazione che affligge il rublo bielorusso, aggravata dal recente crollo del rublo russo, che ha trascinato nel vortice della svalutazione anche la moneta gemella. Ad ogni acquisto ci troviamo tra le mani montagne di carta, cumuli di banconote che non valgono quasi niente. Le uniche banconote utilizzabili qui in Bielorussia sono quelle da 20.000 rubli (che valgono poco più di un euro) in sù, ma ci sono una marea di tagli inferiori: diecimila, cinquemila, duemila, mille, cinquecento... fino a cinquanta rubli! Il fatto è che una banconota da 50 rubli bielorussi vale...

...tre millesimi di euro!


Going underground
Il concerto di Grodno si terrà in un bar sotterraneo chiamato bar "Underground" appunto. Sorge infatti al di sotto di un tipico panelak sovietico degli anni '60, uno di quei condomini rettangolari di pochi piani fatti a pannelli, tutti (disperatamente) uguali. Anche l'interno del bar è più sovietico che mai: l'ambiente è a metà tra la tavernetta montana e la discoteca di frontiera, con il biliardo, la moquette, le luci colorate programmate per eseguire una varietà di giochi optical uno più fuori moda dell'altro. E' incredibile, ma anche all'ingresso del condominio nel quale dormiamo sono presenti queste lampade psichedeliche, forse una tra le esperienze più tipicamente russe che si possano sperimentare. I russi le amano, e le metterebbero anche in auto o in bagno se potessero, e forse anche noi a questo punto le amiamo.
All'Underground bar la fauna e la flora sono varie e un po' spiazzanti per chi non ha confidenza con la scena punk russa: la maggior parte dei concerti in Russia, ed anche in Bielorussia, viene infatti organizzata affittando locali, bar, karaoke, discoteche, ristoranti... cioè quello che capita. In questo caso l’affitto del locale per la serata è costato ai fratelli Masal ben 15 euro. Detto questo, non bisogna sorprendersi se al bancone dell’Underground, che sembra un po' quello di un bar dell'oratorio, ci si imbatte in una signora con gli orecchini d'oro e le ciabatte, oppure se al tavolo di fianco due facce da patibolo pasteggiano a vodka e carne di orso. Oppure se un mafioso locale, preso dentro nel pogo, manifesta l'intenzione di compiere un omicidio, ma l'amico, mafioso anch'esso, ma forse più avvezzo ai concerti punk, lo fa ragionare, spiegandogli: "Guarda che questo stile musicale si balla così, cretino!". Nemmeno le composizioni floreali in plastica, le lampade alle pareti a forma di calla, i quadri retro illuminati che raffigurano cascate esotiche e il maxischermo sul quale il cameriere gioca a Mortal Kombat devono sorprendere. Figuriamoci il pappone con la prostituta che ci offre la vodka al bancone!... insomma, è una normale situazione punk russa!
 

"Chela nera contro il fascismo". Slogan dei crostacei anti-fascisti bielorussi!
Uniamo due tavoli e mettiamo giù la distro. Qualcuno ci lascia con circospezione una manciata di adesivi antifascisti in cirillico, e si dilegua. Dima se ne accorge, e provvede a nasconderceli sotto un disco, dicendo che c'è la polizia all'ingresso, e qui in Bielorussia non conviene esporre certo materiale. La polizia però, fortunatamente, non si fa vedere. 
Ci divertiamo un mondo a suonare tra i tavoli del ristorante, con la moquette sotto i piedi, mentre i ragazzi e le ragazze davanti si ammazzano l'uno sull'altra. Il concerto, alle 19.00 è già nel pieno e, come sempre, il pubblico da queste parti è pazzesco, ricolmo di entusiasmo e incline al pogo-kamikaze...





 

Incredibile: quattro gruppi e alle undici il concerto è già finito. Dopo mezza dozzina di birre bielorusse la testa fa molto male. Tra l’altro veniamo agganciati da una avvenente signorina appollaiata sulle ginocchia di uno dei tanti loschi individui presenti. "He's big mafia in Grodno", ci dice per presentarci il partner. Lui ci vuole offrire a tutti i costi da bere e anche un posto per dormire, o perlomeno vuole essere certo che la casa dove siamo ospitati sia adeguata. Ci assicura che non avremo mai più problemi in dogana se ci segniamo il suo numero di telefono. Beh, decliniamo su tutta la linea e fuggiamo sul furgone per fare ritorno al nostro lugubre complesso residenziale.
Camminando tra la neve per raggiungerne l’ingresso ne osserviamo le dimensioni mastodontiche; scherziamo con Dima sul fatto che le riunioni condominiali qui devono essere un vero delirio, ma lui non capisce di cosa stiamo parlando. Cerchiamo di spiegarglielo, ma dice che in Bielorussia lo Stato decide per tutto, quindi non servono le riunioni condominiali. Ok.
E’ ora di dormire. Nel pomeriggio avevamo cercato di costruire un letto aggiuntivo unendo il mobile della televisione con una cassettiera, ma tutto è risultato poco appetibile. Quindi parte di noi é tornata ad adagiarsi sul pavimento. Prendiamo sonno osservando la neve cadere oltre la finestra dell'appartamento. Finestra che, come sempre da queste parti, non ha nè tende nè tapparelle e quindi sarà la luce del pallido cielo di Hrodna a svegliarci quando sarà il momento... 


Buon Natale!




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10 gennaio, Hrodna-Minsk, Piraty Club.

Succo di betulla
Succo di betulla e crisi ucraina
Dima e Zhenja irrompono di prima mattina con un'imperiosa colazione a base di verdura: carote, barbabietole, cetrioli, alghe e crauti, il tutto innaffiato da abbondante succo di betulla. Una parentesi va aperta riguardo questa interessante bevanda locale... si ricava dal tronco di una qualità di betulla che cresce in gran parte del territorio russo. L'abbiamo assaggiata per la prima volta in un self-service di Ekaterinburg, Denis ce la presentò come un’imperdibile prelibatezza. A guardarla sembra acqua, piuttosto limpida e tersa e, cosa sorprendente... sa di acqua. Con un po' di zucchero, forse. E' stranissimo, ma qui ne vanno tutti pazzi. Però non si può bere per tutto l'anno, perché la stagione nella quale è possibile estrarla dall'albero è solo la primavera. E' inoltre severamente vietato estrarre il succo fai da te: la polizia pattuglia i boschi e commina pesanti multe ai cercatori clandestini di succo. Questo perché se si preleva troppo succo la betulla muore e non potrà più offrire lo squisito nettare.  
Sorseggiando l'acqua delle betulle si chiacchiera amabilmente, e il discorso, essendo noi italiani, vira inevitabilmente sulla Banda Bassotti, che, come forse qualcuno sa, ha sostenuto e tutt'ora sostiene la causa dell'esercito popolare del Donbass nella guerra civile ucraina. La cosa è considerata assolutamente deprecabile all'interno della scena punk DIY bielorussa, e russa in generale. La questione è complessa... Pochi in occidente conoscono le ragioni e le dinamiche della guerra civile che sta insanguinando l'Ucraina da quasi un anno. Uno dei problemi che rende ostica la comprensione da parte di noi occidentali di ciò che sta accadendo in quel paese è il fatto che noi occidentali siamo da sempre portati ad applicare le nostre categorie politiche ed ideologiche a qualsiasi cosa accada nel mondo, ad ogni longitudine e latitudine. 

Noi sette, che nel nostro piccolo con russi e ex-sovietici abbiamo avuto molto a che fare ultimamente, siamo consapevoli che una cesura culturale/politica/esistenziale forte separa l'Europa dalla Russia, come risultato di un passato (e di un presente) molto diverso dal nostro. Amic* russ* e bieloruss* ci hanno chiesto più volte di esprimerci pubblicamente sulla controversia in atto in Ucraina e noi abbiamo manifestato fermamente la nostra contrarietà a prendere una posizione a favore o contro una delle parti in causa. E' noto che in Ucraina si sta giocando una partita tra gli Stati Uniti (sostenitori di questa “nuova” Ucraina, uscita da Euromaidan con l’ennesimo governo di oligarchi, ostaggio dei gruppi di estrema destra) e la Russia di Putin (ormai isolata dall’occidente, ma sempre animata da spinte imperialistiche, ed oggi schierata militarmente a fianco delle forze del Donbass). In mezzo c’è l’imbelle Europa, allineata alla politica americana per tradizione e soprattutto inerzia. Siamo alle soglie di una Seconda Guerra Fredda (o forse ci siamo già dentro fino al collo) possibilmente più delicata e complessa della prima. Per quanto ci riguarda il nazionalismo fa schifo, e non sosterremmo mai lotte nazionalistiche. Noi non riconosciamo l'esistenza di stati nazionali, né ci interessa la nazionalità di un popolo. A noi interessano le piccole comunità che si auto-organizzano in nome dell'uguaglianza, della libertà, della complicità, al di fuori del sistema; atee, in senso religioso, ma anche in senso culturale ed ideologico. Questa guerra, sotto la sottile superficie della retorica, mette in campo, da una parte e dall’altra, forze oscure animate da suggestioni nazionalistiche, patriottiche ed identitarie. E nasconde gli interessi imperialistici ed economici delle grandi potenze. Questa è, più o meno, anche quanto pensano tanti e tante ragazze della comunità punk russa, bielorussa e ucraina di fronte a quello che sta succedendo…

Opprimente Minsk
I duecentocinquanta chilometri che ci separano dalla capitale scorrono placidi lungo il monotono panorama bielorusso: pianure innevate, foreste fangose, complessi industriali dalle imperiose ciminiere...


Minsk appare all'orizzonte in tutta la sua maestosità distopica. Si tratta probabilmente della città più drasticamente sovietica che abbiamo mai visto.  Una megalopoli cinerea, costellata di caseggiati megalitici di cemento. Sul far della sera, poi, è lo scenario perfetto per un romanzo di fantascienza anti-utopica...


Naturalmente, il rispettabilissimo navigatore polacco di Bobek in questo romanzo di fantascienza anti-utopica non funziona, e per raggiungere il locale nel quale suoneremo abbiamo soltanto una mappa disegnata di fretta dai fratelli Masal prima che lasciassimo l'appartamento:

La mappa del tesoro
Bobek affronta l'impresa con coraggio, ma la sfida sembra impari. E invece... dopo aver attraversato chilometri di stradoni a dodici corsie, eccoci giungere in prossimità del Piraty club. La via è giusta, ma bisogna trovare il numero civico. Questa banale operazione ci porta via circa mezz'ora, nella quale vaghiamo come disperati, più o meno a caso: perché in realtà nelle città sovietiche non esistono strade con file di abitazioni una di fianco all'altra e una numerazione progressiva, quindi intuitiva. No, esistono soltanto lugubri, tetri, inquietanti agglomerati di palazzi-blocco tutti uguali all'interno dei quali si aprono cortili, dai quali si dipanano nuovi frammenti di quella via che tu, povero illuso, pensavi fosse un rassicurante punto sulla mappa, ma in realtà si rivela essere un'idea dai contorni incerti, una nebulosa, un sentimento ineffabile. Un indirizzo in Russia è uno scherzo beffardo del destino, un rebus malvagio che può condurre alla follia. 
       
Roba seria...
Dopo aver attraversato in lungo e in largo un isolato di chilometri, alla fine troviamo il locale, che naturalmente non ha insegna e si trova in fondo all'unica ramificazione che non avevamo imboccato almeno dieci volte.
Il Piraty è un grosso club, molto trendy, un filo tamarro, e tutto sommato all’occidentale. Niente kitsch russo né babushke al bancone, inomma. Il palco è enorme, pieno di effetti luci, monitor e alta tecnologia, l'impianto è all'ultimo grido con il mixer comandato da un i-pad... Non siamo certo avvezzi a cose simili, e non ci troviamo del tutto a nostro agio, però qui le cose funzionano così. In Bielorussia, come in Russia, c'è molto interesse intorno al punk DIY e a tutto il contorno di idee anarchiche e libertarie. La scena punk qui include anche parecchie ragazze e parecchi ragazzi “regolari”, i numeri sono quindi maggiori rispetto all’Europa. Stasera è il primo concerto dell’anno, ed è prevista una massiccia affluenza, in grado di riempire l’immenso locale nel quale ci troviamo. Il fascino che il punk/hc esercita sui giovani non è solo legato al fatto che si tratta di un fenomeno relativamente nuovo, alla moda e soprattutto occidentale, ma anche al fatto che veicola idee di emancipazione e libertà, che qui - in quella che è, di fatto, una dittatura - assumono un significato più pressante, quotidiano che altrove. E' su tutto questo che riflettiamo, quando...

Ladies and gentlemen... here's the OMON!

Great fun in Minsk
Un autobus sosta davanti al locale. Sembra un normale autobus di linea, ma non è illuminato e non ha il numero. Quando si aprono le porte, non ne fuoriescono i pendolari di ritorno dall'ufficio, ma un plotone di soldati in assetto da guerra, con mimetica, fucili e volto coperto. Irrompono nel locale, fanno mettere tutti e tutte faccia e mani al muro e sbraitano cose in russo, che naturalmente non capiamo. Ci chiedono i documenti, iniziano ad interrogare uno per uno i presenti, ciascun interrogatorio viene filmato con una videocamera. Non sospettiamo minimamente che intenzioni abbiano. Leggiamo sulle maniche delle loro mimetiche: OMON. Trasaliamo. 
Quello degli OMON è un corpo speciale di polizia che fu creato dai sovietici in occasione delle olimpiadi di Mosca del 1980, a scopo antiterroristico. Oggi esistono solo nella Federazione Russa e qui, in Bielorussia: sono sbirri-soldato con uno speciale addestramento para-militare, vengono impiegati in territori di guerra e in azioni anti-terrorismo, che in Russia vuol dire tutto e niente, perché anche una pacifica manifestazione di piazza è considerata terrorismo. Il loro motto è “Noi non conosciamo pietà e non la chiediamo”.
Ci controllano il passaporto decine di volte. Valeria ha lasciato il suo nel backstage e viene scortata per recuperarlo. Trovarsi da soli, nello sgabuzzino dietro al palco, a stretto contatto con un tizio dal volto coperto che imbraccia un mitra può essere fonte di una certa apprensione... Passa il tempo. Stiamo lì così forse per un’ora, con le mani alzate a guardarci negli occhi senza parlare. Ad un certo punto entrano in scena due poliziotte, giovani e un po’ civette. Sorridono, scherzano con i colleghi maschi in passamontagna; è una scena sgradevole, fuori luogo. Si infilano guanti di plastica usa e getta e perquisiscono le borse di Annalisa, Maria e Valeria. Naturalmente, la prima cosa che sbuca dalla borsa di Annalisa, nel silenzio più totale, è la foto di Lukashenko che abbiamo comprato nella libreria di Hrodna! Le signorine però non fanno una piega. Non trovando nulla di particolare, escono di scena.

Passano altri minuti e la tensione sale quando Olga intima ad uno degli energumeni di non toccarla. Si accende un parapiglia tra i due, subito sedato. Ad un certo punto, uno degli sbirri ci fa capire di metterci i giubbotti e di uscire dal locale. La nostra prima impressione è che vogliano portarci via, in caserma o chissà dove. Poi Bobek, che sa il russo, ci dice che secondo lui ci stanno dicendo che dobbiamo andarcene, tealre, sparire insomma. Allora supponiamo che non volgiano tra i piedi testimoni stranieri per qualcosa di sporco che hanno in mente di fare, e quindi ci domandiamo se facciamo bene ad uscire dal locale... Comunque sia, non abbiamo molta scelta.
Uno di loro ci segue nel backstage per sorvegliarci mentre recuperiamo le nostre cose. E’ uno dei pochi in borghese, e forse l’unico che non parla solo russo, perché ci si avvicina farfugliando qualcosa. Parla inglese. Si è trattato di un'operazione anti-droga – ci spiega - un'operazione contro i "fascisti anarchici". 
Fascisti anarchici? Che vuol dire? E la droga che c'entra? Non l’hanno cercata, non hanno perquisito nessuno, eccezion fatta per le borse di Annalisa, Maria e Valeria! Anche i giornali il giorno dopo parleranno di un'azione anti-droga, ma è evidente che si è trattato di qualcos’altro; qualcosa che ha più a che fare con una pesante intimidazione.
Prima di uscire, avvistiamo accanto all'uscita un tizio in borghese, che sembra il più anziano di tutti; ha la faccia da carogna e il fare del boss, sorseggia una tazza di te e ha indosso un montone davvero demodé.  Chiama con un gesto un sottoposto e gli bisbiglia qualcosa nell'orecchio; quello capisce e va da una cameriera. Le dice qualcosa. La ragazza annuisce e, solerte, si preoccupa di versare una bustina di zucchero nella tazza di te del boss. A quel punto capiamo che si tratta non solo del boss, ma anche di uno stronzo. Quello in borghese con la faccia da pesce lesso ci ferma per un'ultima comunicazione. “Prima di andare via volete riscuoter il vostro cachet?" ci chiede. Il nostro cachet? Non capiamo: poliziotti che ci chiedono se vogliamo incassare soldi in nero per l'”ingaggio”, per giunta, senza aver suonato? Beh, naturalmente rispondiamo di no. E allora il boss dice all'altro di ringraziarci, e di scusarsi per aversi rovinato il concerto. Cose senza alcun senso. “Ehi, vorremmo dire, ma anche noi siamo anarchici fascisti!”, ma non ce ne viene dato il tempo, e forse è meglio così. Usciamo confusi dal club, e ci riuniamo nel parcheggio davanti al furgone. Che fare? Mentre ce lo chiediamo, un ragazzo si fa avanti trafelato: "Potete rientrare, se ne stanno andando!". E in effetti, vediamo la colonna di soldati risalire sul tetro finto-autobus e ripartire...

"Sono un estremista, la mia coscienza è pulita!"
Scambiando due parole con gli autoctoni, veniamo a conoscenza che quella di stasera non è stata la prima irruzione da parte della polizia ad un concerto punk a Minsk. Questa è stata sicuramente la più clamorosa, ma, che accadano cose simili, qui è normale. Nei mesi scorsi ci sono stati episodi analoghi. Durante uno di questi, ad un ragazzo che, nel corso della perquisizione ha provato a bere un sorso della sua birra, è stato spezzato un braccio. Ci raccontano che è in corso una campagna repressiva nei confronti della comunità punk di Minsk, rea di propagandare ideali "estremisti" ed "anti-democratici" (per come la democrazia la intende Lukashenko, naturalmente). I punk sono ufficialmente entrati nel mirino della repressione governativa, di un paese nel quale "ciò che non può essere controllato va annientato". Lukashenko negli ultimi vent'anni ha represso, anche nel sangue, ogni forma di dissenso e pluralismo politico; tanto che nel parlamento bielorusso non esistite opposizione: tutti i seggi disponibili sono dei rappresentanti del partito del presidente. Oggi, però, sul finire dell'ennesimo mandato, Lukashenko teme che l'onda della rivoluzione ucraina possa investire il suo regno, spodestandolo. Ecco il perché di questo giro di vite. Il clima qui è sempre più plumbeo: vent'anni di immobilismo politico e sociale, nel segno della continuità con il passato sovietico, non devono essere stati facili da digerire... Del regime comunista l'attuale ha ereditato soprattutto il sistema di controllo e di repressione sociale, dai metodi spicci e brutali. Così capita che anche la comunità punk, formata da ragazze e ragazzi spesso giovanissimi, venga grossolanamente perseguitata come un branco di pericolosi terroristi soltanto per una manciata di ideali di libertà e uguaglianza.
Il bilancio dell’operazione di stasera è stato di tre arresti: due ragazzi che avevano esposto una distro di materiale anarchico e antifascista (in Bielorussia esiste un reato di “distribuzione di letteratura radicale”), e un'altro per “holiganism” (teppismo generico), che non vuol dire sostanzialmente niente.    
Comunque sia, vaffanculo agli OMON e viva i punx di Minsk che, liberatisi di questa sgradita presenza, hanno deciso che il concerto si sarebbe fatto ugualmente. Non al club, il cui proprietario non vede l'ora di abbassare la saracinesca e rintanarsi in casa, ma da un'altra parte: si tratterà, ci dicono, di un gig in the garage! Benissimo, non chiediamo di meglio!

Gig in the garage
Siamo tutti lievemente scossi, ma anche perplessi per quello che è successo, e ci mettiamo alla guida del furgone in fretta e furia senza riflettere, né avere la minima idea di dove siamo diretti. Bobek segue una macchina, guidando silenzioso nel bel mezzo della feroce nevicata. Minsk nell'oscurità invernale è minacciosa, sinistra, è una specie di Gotham City in declinazione sovietica: palazzi mastodontici come scatoloni rovesciati adagiati nella neve, strade ampissime che sembrano correre sospese nella notte, aree buie come parentesi di nulla tra un isolato e l'altro...
Dopo una mezz'ora (e svariati chilometri percorsi) svoltiamo dalla strada principale per scivolare in un sobborgo avvolto dalle tenebre; lì si apre un'area dove sorgono decine, forse centinaia di vecchi garage, uno di fianco all'altro, già coperti di una spessa coltre di neve. In uno di questi, stipati dentro come sardine, ben presto succede questo:







 

Dopo aver brindato con i punk di Minsk in un clima surreale, sotto un’imperiosa nevicata, in questo tenebroso cortile circondato da garage e vecchie architetture fatiscenti, risaliamo sul van per raggiungere il posto nel quale dormiremo. Seguiamo un'altra macchina, che ci guida nuovamente per chilometri sulla circonvallazione di Minsk. Poi entriamo in un cortile e dalla macchina rotolano fuori alcune figure barcollannti. Felici, impugnano bottiglie di vodka semivuote e sono uno più ubriaca dell'altra. Malgrado la compagnia sia un po’ disorientata (e malgrado i soliti problemi a trovare i posti tipici dell’ex-Urss) eccoci finalmente fare irruzione, in piena notte, in uno di quegli assurdi ostelli russi che ben conosciamo: un bilocale che sembra di entrare in casa d'altri, con lo spazio appena sufficiente per girarsi e il riscaldamento a palla. Ma abbiamo bisogno di dormire, quindi, tropicale o non tropicale sia la temperatura, ci tuffiamo tutt* nel mondo dei sogni...    
 
10 gennaio, Minsk-Vilnius. Chili Pica, Kablys. 

Il border lituano-bielorusso
Superare il border bielorusso ed entrare nella dolce Lituania è in un certo senso catartico. Ci si mettono anche bizzarri capovolgimenti meteorologici: dalla parte bielorussa nevica, da quella lituana c'è il sole. 
Due giorni in Bielorussia ci hanno fatto capire che la vita dei giovani punk locali non è facile, anzi è una lotta estenuante e quotidiana contro la repressione e la prepotenza degli sbirri. In Bielorussia abbiamo incontrato persone davvero fantastiche, ma non è un bel posto per trascorrerci le vacanze. La generosità e la passione dei ragazzi e delle ragazze che abbiamo conosciuto è eroica, soprattutto se si pensa quanto sia complicata e opprimente la vita in questa incredibile parentesi di Guerra Fredda in Europa.

Arriviamo nella dolce Vilnius nel pomeriggio, ed abbiamo tempo di bighellonare un po' per la città. Suoneremo in un posto bellissimo: una specie di squat ricavato negli scantinati dell'ex palazzo della cultura costruito dai sovietici negli anni che furono, in pieno stile stalinista. Per molto tempo gli abitanti di Vilnius hanno odiato questo posto, ma una volta liberatisi dal gioco russo lo hanno trasformato in uno spazio multifunzionale che ruota attorno all'arte e al divertimento. Edificato in totale fedeltà ai dettami dell’architettura sovietica degli anni ’50, sembra un tempio greco, disegnato però da un bambino poco fantasioso che dispone solo del pennarello grigio. Sul timpano è stata applicato un grosso gancio di cartapesta, così oggi questo suggestivo edificio si chiama "Kablys" (uncino, appunto).
  
Dolce Vilnius, dolce pizza lituana.

L'idea di approfittare del tempo che abbiamo per visitare la città dura quei trenta passi che ci separano dal punto in cui abbiamo parcheggiato all'ingresso di “Chili Pica”, una delle tipiche catene di pizzerie lituane. Alcuni di noi (Stefano e Annalisa) erano stati un paio d’anni fa in questa città e si erano ripromessi di non mangiare mai più una pizza lituana nella loro vita. Ma i tempi cambiano, e con essi i buoni propositi. Oggi, dopo le vicissitudini dei giorni scorsi, una pizza lituana, con la sua base tipo piadina vecchia e la farcitura agrodolce a base di pesto, salsa rosa e cetriolini sott’aceto, sembra proprio quello che ci vuole. Quindi entriamo e passiamo un paio d'ore abbondanti così:


Oltre alle pizze multigusto una più sconclusionata dell’altra e a 12 litri di birra Svyturys (ottima), ordiniamo anche una porzione di una specialità lituana, uno snack che si trova in tutte le birrerie e in tutti i ristoranti senza troppe pretese di questo paese: il kepta duona. Bastoncini di pane di segale fritto e cosparso di abbondanti sfregate di aglio fresco, che solitamente vengono serviti con accanto una bacinella di formaggio e burro fuso, nella quale poterli intingere. Praticamente un buon modo per stare male. 

All’Xl20, bello scantinato nel quale suoneremo, conosciamo il buffo Tomek, il factotum della situazione. Tomek ha un suo senso dell’umorismo tutto speciale, che a volte fa ridere, delle altre incazzare. Ma è un vero tipo. Lo puoi anche odiare (sicuramente lo farai), ma mentre lo odi, lo ami. Se passate da Vilnius salutatecelo, anche se lui, quando lo farete, dirà sicuramente qualcosa di antipatico.
Per una serie di motivi più o meno importanti decidiamo tutti di ubriacarci. Gustiamo l’esibizione del gruppo che suona prima di noi, i Punkritas (qui in Lituania tutto finisce in –as), composti da quattro agguerriti quindicenni. Uno di loro è in mutande. Suonano punk davvero beffardo e sgangherato. Poi ad un certo punto quello in mutande se le toglie. Tanta nostalgia per quando eravamo come loro: nudi e capaci appena di tenere una chitarra a tracolla (figurati di suonarla). Tornando al presente, questo è un pezzo del nostro set:



Dopo il concerto finiamo il lavoro che avevamo cominciato poco prima (ubriacarci) e perdiamo un po’ di tempo a giocare con una buffa poltrona a rotelle che abbiamo trovato. Siamo finalmente distesi e spensierati dopo l’apprensione dei giorni scorsi; abbiamo anche tempo di rilassarci e fare due chiacchiere con il caro Bobek, ormai componente onorario del collettivo. Finiamo la serata in ostello, sorseggiando a canna dell’ottima Vytautas, l’acqua minerale più salata del mondo. Anche quello dell’acqua salata, prelibatezza tipica dei paesi dell’ex Unione Sovietica, sarebbe un argomento da approfondire, ma ora siamo troppo stanchi (ubriachi) per farlo, quindi… buonanotte!

11 gennaio, Vilnius-Varsavia, Ada Pulawska.
Mentre percorriamo gli ultimi tratti della campagna lituana sulla strada per Varsavia, Bobek ci indica una porzione di cielo all'orizzonte: "Vedete là dove ci sono tutte quelle nuvole e un tempo di merda? Ecco, quella la Polonia". In effetti, appena varcato il confine, scende l'oscurità ed inizia a piovere. Siamo all’ultima data di questo intenso mini-tour, che si concluderà appunto a Varsavia. Tra Vilnius e la capitale della Polonia ci sono circa 450 chilometri, da percorrere su strade a una corsia per senso di marcia senza alcuna illuminazione notturna. Non che dovessimo viaggiare di notte, ma da queste parti alle tre e mezza del pomeriggio è già buio pesto.
Il viaggio sembra interminabile, ma alla fine - anche se stentiamo a crederci - a Varsavia ci arriviamo. Siamo accolti da Dima all'Ada Pulawska con zuppa calda, spezzatino di seitan e buona birra polacca fatta in casa. Questa sì che chiama ospitalità. L'Ada Pulawska non è uno squat, anche se lo sembra, ma un house-project, un complesso di abitazioni e spazi comuni animato da ragazzi e ragazze che condividono uno stesso progetto di vita, nel rispetto di alcuni presupposti etici. Si tratta di realtà piuttosto diffuse nell'europa orientale; non sono assimilabili allo squat perché in spesso sono "regolari" rispetto all'amministrazione cittadina o alla proprietà.
E' un piacere dividere il palco con un truce gruppo punk-rock di ultraveterani della scena polacca, che suonano dai tempi del comunismo. Nei Kara infatti militano componenti dei Dezerter e dei TZN Xenna, due storiche band degli anni '80. 
Benché tutti mezzi ammalati, onoriamo il palco dell'Ada Pulawska con un concerto del lunedì sera, tra microbi, tosse e freddo nelle ossa...


Dopo una notte tormentata, ci svegliamo e respiriamo a pieni polmoni l'aria che aleggia in questa Polonia odierna. Molto diversa dalla Polonia di quindici anni, di quando ci venimmo per la prima volta. Oggi sembra che qui si viva proiettati con tutto il corpo verso occidente, verso un conformismo totalmente europeo. Il passato comunista è uno sbiadito ricordo; forse nemmeno più di ricordo si può parlare. 
Facciamo quattro passi per il centro di Varsavia con il caro Dima, che anche in quest'occasione ci fa da cicerone. Lui è nato a Hrodna, ma oggi vive qui, a Varsavia... che sembra Berlino: negozi trendy, boutique alternative, giovani alla moda, caffé moderni ed accattivanti, fast-food di cibo bio-vegan... In questo piccolo tour abbiamo attraversato diversi confini geografici, ma la linea più importante che abbiamo varcato è quella invisibile che taglia in due, di netto, mondi vicini sulle cartine, ma lontani per tutto il resto: da una parte un'Europa che ci è familiare, dall'altra un'Europa che ha lo stesso nome dell'altra, ma caratteristiche profondamente diverse, tanto da sembrare un pianeta lontano e sfuocato. Una distanza incolmabile che restituisce corpo allo sbiadito ricordo di cui sopra, lo fa rivivere tra le ombre di questa strana epoca in cui gli eventi ci precipitano in una nuova guerra fredda, che poi tanto fredda non è se ai confini orientali si spara e si muore ogni giorno. In questa fetta orientale d'europa qualcuno tira verso ovest, qualcun'altro verso est: forze opposte che rischiano di strappare il tessuto e riportare alla luce vecchie ferite. 
Ma bando alle ciance: è ora di andare. Abbracciamo Dima e, poco dopo, di fretta, in sosta vietata davanti all'aereoporto Frederic Chopin di Varsavia, il buon vecchio Bobek. 
Le salme, ora, sono pronte al loro rientro a Milano.

Bielorussia Addio