26/11/14

11/11/14

[We talk about...antipsychiatry!]
Il pensiero antipsichiatrico di Giorgio Antonucci, un'intervista a cura di Rapa Viola, Camap e Kalashnikov collective (27 luglio 2014, Firenze)
[Sarta] “Lo scorso luglio ricevetti una chiamata sul cellulare: era Dani, voce degli Ebola nonché agitatore del Collettivo Antipsichiatrico Camuno (Camap), che mi disse di avere la possibilità di intervistare il noto medico e psicanalista Giorgio Antonucci, uno dei più importanti punti di riferimento per il movimento antipsichiatrico in Italia. Uh, bene! L'idea era di andare tutti a Firenze, fare questa chiacchierata con il Nostro e poi rovesciarsi tutti a Villa Panico (il celebre ex-manicomio ora occupato dai punx) per fare un concertone a tema antipsichiatrico e festeggiare tutti insieme. La proposta era ovviamente estremamente allettante, tuttavia avevamo già fissato per quel sabato un concerto a Carrara in un circolo di compagni anarchici, una di quelle situazioni un po' vetero che ci piacciono tanto. Che fare quindi? Ci pensa Peppus, il membro-ombra del nostro collettivo, che si aggrega all'allegra comitiva e porta a compimento la missione!
Il risultato di tutto ciò lo potete vedere qui sotto: una lunga chiacchierata di circa 40 minuti, dove Antonucci spazia in maniera estremamente lucida dai fondamenti della psichiatria (una disciplina che “si occupa del dissenso” e che non ha nulla a che vedere con “la scienza medica” ma si basa sul “giudizio del pensiero altrui”), alla critica di alcuni dei più importanti pensatori antipsichiatrici (da Thomas Szasz a Edelweiss Cotti, passando per l'analisi dei sociopoteri di Michel Foucault) fino all'interessante racconto di alcuni episodi della sua carriera professionale, che ben delineano il carattere aleatorio e repressivo della cosiddetta “scienza” psichiatrica. Dalla storia della suora rinchiusa in manicomio e sottoposta all'elettroshock perché, stanca di “essere sposa di Cristo”, voleva sposarsi sul serio, fino al crudo racconto delle più minuziose e terribili torture praticate sui “pazienti”, Antonucci disvela con estrema chiarezza il vero volto di questa pseudo-disciplina: lo stesso Sigmund Freud, eccellente neurologo prima di diventare il padre della psicanalisi, sostenne che per andare oltre occorreva diventare “biografi”, ovvero capire le singole storie delle persone per comprenderne i comportamenti. Da questo punto di vista, psicofarmaci, manicomi e lettini di contenzione non sono altro che strumenti repressivi di annichilimento degli individui che nulla hanno a che vedere con la cura e la scienza medica ma solo con la repressione e il controllo sociale: “se si è disposti ad ascoltare gli altri, non crollano solo i manicomi ma tutto il castello della psichiatria”. Nel ringraziare Rapa Viola, il Camap nonché Marky per le riprese, vi auguriamo buona visione!".

 

Bibliografia essenziale degli scritti di Giorgio Antonucci:
I pregiudizi e la conoscenza. Critica alla psichiatria (Cooperativa Apache, 1986)
Il pregiudizio psichiatrico (Eleuthera, 1989 e 1998)
La nave del paradiso (Spirali, 1990)
Aggressività. Composizione in tre tempi
in Uomini e lupi (Eleuthera, 1990)
Critica al giudizio psichiatrico (Sensibili alle foglie, 1993 e 2005)
Contrappunti (Sensibili alle foglie, 1994)
Il giudice e lo psichiatra in Delitto e castigo (Eleuthera, 1994)
Il Telefono Viola, insieme con Alessio Coppola (Eleuthera, 1995)
Pensieri sul suicidio (Eleuthera, 1996)
Le lezioni della mia vita. La medicina, la psichiatria, le istituzioni (Spirali, 1999)
Diario dal manicomio. Ricordi e pensieri (Spirali, 2006)

Altri testi di riferimento sul tema dell'antipsichiatria:
Thomas Szasz, Il mito della droga. La persecuzione rituale delle droghe, dei drogati e degli spacciatori (Feltrinelli, 1997)
Thomas Szasz, Il mito della malattia mentale (Spirali,2003)
Edelweiss Cotti, Roberto Vigevani, Contro la psichiatria (La Nuova Italia, 1970)
Franco Basaglia (a cura di), Che cos'è la psichiatria? (Dalai, 1997)
Franco Basaglia (a cura di), L'istituzione negata (Baldini e Castoldi, 2014)
Franco Basaglia, Conferenze Brasiliane (Raffaello Cortina, 2000)

26/09/14


[we talk about...elettroshock!]
Collettivo Antipsichiatrico A. Artaud, "Elettroshock. La storia delle terapie elettroconvulsive e i racconti di chi le ha vissute", Sensibili alle foglie, Cuneo 2014
[Sarta] Pubblichiamo qui sotto un breve comunicato degli amici del collettivo antipsichiatrico Antonin Artaud di Pisa, autori dell'interessante libro intitolato "Elettroshock: la storia delle terapie elettroconvulsive e i racconti di chi le ha vissute" che trovate scaricabile in fondo al post. Si tratta di un notevole lavoro che dimostra ancora una volta come il pregiudizio psichiatrico costituisca ancora oggi un potente quanto violento strumento di controllo sociale e repressione da parte dello Stato.
 
Nato nel 2005, il collettivo si propone come gruppo sociale che, costruendo occasioni di confronto e di dialogo, vuole sostenere le persone maggiormente colpite dal pregiudizio psichiatrico. Il Collettivo si riunise il martedi, a Pisa, con cadenza settimanale. Il nostro impegno consiste, innanzitutto, nell’osservazione e nell’analisi del ruolo sempre più ingombrante che la psichiatria si vede riconoscere all’interno della società, ponendo particolare attenzione alle modalità e ai meccanismi attraverso i quali essa si espande sempre più capillarmente e trasversalmente. Questo lavoro di analisi e di denuncia è accompagnato da iniziative volte alla diffusione di cultura antipsichiatrica come, ad esempio, la presentazione di libri, opere teatrali, film, video, incontri e dibattiti. Oltre a questo siamo dotati di un telefono cellulare dedicato alle persone che hanno la necessità di contattarci in caso di emergenza psichiatrica o semplicemente per confrontarsi, avere dei consigli o essere ascoltate. Allo stesso modo veniamo contattati da diverse persone attraverso il nostro indirizzo email. Riteniamo fondamentale avere sempre presente i due diversi piani su cui si fonda la nostra attività.

Un piano è innanzitutto quello politico, attraverso le forme che sono proprie del collettivo, mentre l’altro è quello della relazione e del sostegno alle persone che richiedono il nostro aiuto. È nel piano della lotta politica che possiamo portare avanti le nostre istanze, misurarci con le nostre forze ed eventualmente raggiungere degli obiettivi. Riguardo invece il sostegno diretto alle persone che ci contattattano, possiamo dire che solitamente è azione di informazione riguardo ai trattamenti in corso, le loro conseguenze e i loro effetti collaterali, unita spesso alla denuncia degli abusi ai diritti dei pazienti stando alle poche garanzie che la Legge Basaglia prevede. 

"Elettroshock"
In relazione ad entrambi i nostri piani di intervento abbiamo scritto e pubblicato un saggio socioanalitico. Il libro si intitola "Elettroshock: la storia delle terapie elettroconvulsive e i racconti di chi le ha vissute". Propone un viaggio nella storia delle shock terapie, che precedono e accompagnano l’applicazione della corrente elettrica al cervello degli esseri umani, per provocare uno shock, ritenuto appunto “terapeutico”. Ripercorrendo la storia dell’elettroshock (dal 1938, anno della sua invenzione, fino alle vicende più attuali come la dichiarazione di incostituzionalità nei confronti dei tentativi di vietare tale pratica) si cerca di mettere in luce quei meccanismi che hanno garantito la sopravvivenza della terapia elettroconvulsiva nel corso dei decenni. Documentiamo come l'elettroshock non sia un metodo desueto, ma tutt'ora utilizzato in Italia dove viene praticato in più di novanta strutture pubbliche e private. Per sfatare il mito che le shock terapie, comprese quelle elettroconvulsive, siano barbarie di altri tempi, proponiamo le testimonianze di persone in carne ed ossa, vive e vegete, che sono state sottoposte all’elettroshock.

Questo lavoro vuole essere soprattutto uno strumento per ampliare la riflessione e il confronto sul delicato tema dei metodi terapeutici ai quali le persone, soprattutto quelle vittime di etichette psichiatriche, vengono costrette, il più delle volte senza esserne nemmeno informate. Siamo partiti raccogliendo le narrazione di persone che hanno subito questa terapia; l'ascolto e la lettura di queste testimonianze ci ha permesso di capire come la psichiatria utilizza questo dispositivo; cioè senza il consenso informato, per cancellare la memoria, come punizione e tortura.

E soprattutto abbiamo concluso lasciando aperte alcune questioni: perché questo trattamento medico, utilizzato in passato come metodo di annichilimento dell’umano, come strumento di tortura, come mezzo repressivo contro la disobbedienza, non viene dichiarato superato dalla storia? È sufficiente l'introduzione della anestesia totale per rendere più umana e dignitosa e legittima la sua applicazione? Possono dei benefici temporanei, che per avere effetto devono comunque essere accompagnati dall’assunzione di psicofarmaci, essere un valido motivo per usare questo trattamento? Si possono ignorare gli effetti negativi dell’elettroshock?

Ci teniamo a ribadire che nonostante le vesti moderne l’elettroshock rimane una tortura, una violenza, un attacco all'integrità psicologica e culturale di chi lo subisce. Insieme ad altre pratiche psichiatriche, l’elettroshock è un esempio, se non l’icona, della coercizione e dell’arbitrio esercitato dalla psichiatria. La nostra attività collettiva, diretta alla difesa dei diritti umani all'interno dell'istituzione psichiatrica, attualmente prosegue la sua battaglia proprio contro quelle forme coercitive come il TSO (trattamento sanitario obbligatorio), e per l’immediata chiusura dei manicomi criminali (gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari).


Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
antipsichiatriapisa@inventati.org
www.artaudpisa.noblogs.org

22/09/14

[we talk about...homo comfort!]
Stefano Boni “Homo comfort: il superamento tecnologico della fatica e le sue conseguenze”, Elèuthera 2014
[Sarta] "La diffusione della comodità – secondo quanto scritto da Stefano Boni nel bellissimo libro che vedete qui a fianco – è una chiave di lettura per spiegare la sostanziale adesione di parte della popolazione mondiale al modello sociale capitalista iper-tecnologico-produttivo, che si sta rapidamente estendendo su scala globale. I bassi livelli di conflittualità interna nelle società occidentali non si possono spiegare solamente con lo strapotere dei mass media nella creazione del consenso, con l'esasperata frammentazione sociale o l'efficacia e la capillarità della macchina repressiva; oppure ancora con il restringimento degli spazi di autonomia della cittadinanza, ormai prossima alla completa zombificazione di romeriana invenzione e istericamente refrattaria a qualsiasi stravolgimento dei propri pregiudizi. Tutti questi sono certamente fattori reali, che agiscono costantemente nello smorzare ogni impeto non solo rivoluzionario, ma anche semplicemente di protesta. 

Tuttavia, tutto ciò non sembra ancora sufficiente a spiegare il perché, nonostante la percezione sempre più diffusa della catastrofe ambientale imminente e la sempre più evidente crudeltà dell'attuale sistema, siamo ancora così docili rispetto al potere costituito. E cos'è questo “qualcosa” che ci manca? Il tassello fondamentale, che l'autore del libro ci suggerisce per completare o perlomeno arricchire il ragionamento, è l'anelito alla comodità. Sviluppando una ricerca ossessiva del comfort in ogni ambito del nostro quotidiano, spinti dai messaggi più o meno subliminali di pubblicità e stili di vita creati ad hoc, ci siamo tutti “evoluti” da Homo Sapiens a Homo comfort. Cerchiamo case sempre più pulite, asettiche, con zanzariere, finestre con doppi e tripli vetri, riscaldate e climatizzate, con elettrodomestici per cucinare senza sforzo, pulire facilmente e infine svaccarci su divani comodi davanti a televisori giganti con l'aiuto di computer, tablet, smartphone coi quali interagire con facilità, semplicemente sfiorando lo schermo. Senza contare la grande comodità di poter evadere da pensieri scomodi attraverso aperitivi, serate al pub o al ristorante con gli amici, giornate a fare shopping o pomeriggi a teatro o al cinema. Ed è così che “Homo comfort – scrive Stefano – si assoggetta facilmente: al potere politico egli preferisce una sudditanza confortevole e volontaria”. L'unica sua preoccupazione è semmai legata al potere d'acquisto, in quanto direttamente proporzionale alla possibilità di incrementare il proprio livello di agio e benessere.

Partendo da questa intuizione, l'autore del libro ci accompagna in un percorso analitico dei nostri stili di vita, delle nostre condotte e delle ripercussioni che esse hanno sui nostri sensi e sul nostro sviluppo intellettuale. Cerca di indagare l'uomo contemporaneo occidentale – da sincero antropologo – come se lo vedesse per la prima volta, per vie esterne, con lo sguardo sorpreso di chi osserva qualcosa che gli è estraneo.

Tanti sono i temi che emergono a partire dallo spunto iniziale. Innanzitutto il progressivo appiattimento dei nostri cinque sensi rispetto a quelli degli uomini anche solo di due o tre generazioni precedenti: se facciamo eccezione della vista, l'olfatto, il gusto, l'udito e il tatto si sono decisamente impigriti. Spesso non siamo più in grado, ad esempio, di valutare con esattezza lo stato di conservazione dei cibi, affidandoci supinamente alla data di scadenza riportata sulle scatole degli alimenti preconfezionati, oppure di riconoscere gli odori o di svolgere lavori artigianali. Siamo spesso vittime di allergie e intolleranze. Di conseguenza, tendiamo a “schermarci” dalla natura dentro abiti puliti, disinfettati con prodotti chimici ed altrettanto facciamo con gli ambienti chiusi e asettici dove passiamo le giornate, disinfestati dagli insetti, senza odori e sempre più spesso climatizzati tecnologicamente. L'esperienza della natura è, per chi lo desidera, circoscritta a determinati momenti: la gita in montagna o in campeggio, il viaggio nella località esotica. “L'organico” è qualcosa di antigienico, che provoca un istintivo sentimento di repulsione. Le superfici che calpestiamo con i nostri piedi, protetti da scarpe, sono sempre lisce e ben levigate, tanto che troviamo perfino doloroso camminare a piedi nudi sui sassi o sulla nuda terra. L'isterismo che si impossessa di molti di noi alla comparsa improvvisa di insetti volanti o alla vista di piccoli ragni o topi, è un fenomeno relativamente recente.

Tutto ciò non sarebbe necessariamente un male se non ci fossero sullo sfondo la catastrofe ambientale e la guerra che l'umanità conduce quotidianamente nei confronti del pianeta che abita: lo sfruttamento avido delle risorse del territorio e l'iper-produzione di beni e servizi sono necessari alla sopravvivenza di homo comfort. Il suo stile di vita è irrimediabilmente consumistico e non potrebbe essere altrimenti. Nonostante sia ormai diffuso il pensiero che tale condotta sia insostenibile da mantenere anche solo per qualche decennio ancora - perlomeno su questo pianeta - egli non ha alcuna intenzione di riflettere sulle conseguenze delle sue azioni o - blasfemìa! - di ridurre il livello dei consumi o il grado della sua comodità, avvolto com'è da una coltre di indifferenza nell'agio del suo divano di casa o stordito dall'ennesimo sabato sera di eccessi.

Che fare dunque? Beh, mica posso riassumervi tutto...che ne dite di leggere il libro? Io intanto vi metto qui sotto una canzone del grande gruppo prog “Il Balletto di Bronzo” dal titolo "La tua casa comoda", che magari vi può ispirare, eh,eh, eh..."


11/09/14

[We talk about...]
Sullo sgombero del Telos!
Ieri, all'alba, dopo cinque anni dall'inizio dell'occupazione, è stato sgomberato il Telos di Saronno. Non abbiamo intenzione di scrivere il solito amarcord, né la solita invettiva militante, anche perché il nostro rapporto con il Telos non ha mai avuto nulla di retorico o ideologico. C'è da sempre stata soltanto grande affinità e tanto banale affetto. Non ci ricordiamo quante volte ci abbiamo suonato, registrato dischi e quante volte abbiamo condiviso momenti con le ragazze e i ragazzi che hanno animato quel posto, ma sicuramente abbiamo ricordi bellissimi per ognuna di quelle volte. E soprattutto non vogliamo scrivere un necrologio, perché sappiamo che la storia non finisce qui.
Il nostro incontro con i telosini è avvenuto qualche mese prima l'occupazione di Via Milano, quando fu squattata una vecchia area industriale in via Concordia, sempre a Saronno. Era il settembre del 2008: per festeggiare e tenere alto il morale dopo un paio di settimane di occupazione, in fretta e furia fu organizzato un concerto nello sterminato capannone. Sembrava di suonare in un hangar, il suono tornava indietro stonato e distorto, non si capiva un cazzo di niente, ma noi eravamo contentissimi! 


 

Il posto fu sgomberato di lì a poco e sempre di lì a poco (marzo 2009) fu preso lo stabile di via Milano che tutti/e conoscete. All'inizio i concerti si svolgevano nella saletta del primo piano: bastavano cinquanta persone per creare un vero e sublime caos. Poi, nel 2011 fu aperto il piano terra e allora lì lo spazio sembrò di coplo sterminato. Tanto che il suono si disperdeva creando nuovamente l'effetto hangar...



In occasione della festa di Halloween di quell'anno, un manipolo di punk col trabattello (Kalashnikov + Kontatto) si preoccupò di realizzare una (non così tanto) encomiabile opera di insonorizzazione della sala utilizzando cartoni recuperati nella spazzatura...

  

E basta, il resto è storia... 



.
E la storia non si ferma. Va avanti e segue direzioni imperscrutabili. Certo, per ora, è che i ragazzi e le ragazze del Telos, con le loro uniche forze, andando contro tutto e tutti, animati dal semplice e umano sentimento di autodeterminazione, hanno costruito in questi anni qualcosa che i politici, i funzionari e gli amministratori saronnesi (e di ogni altro luogo) si devono accontentare di sognare; vedendola in una certa prospettiva, un successo clamoroso. Che ridere e che piangere vedere poi tutti prendersi la paternità e i meriti di questo sgombero epocale che "finalmente ha riportato la legalità a Saronno". Fossimo in loro non saremmo così contenti perché l'eccezionale portata elettorale dell'affaire Telos ora è svanita e saranno costretti ad inventarsi qualcos'altro per mendicare consenso. E la fantasia non è certo dalla loro parte.
Al posto del Telos che cosa verrà quindi dato alla popolazione saronnese? L'ipotesi più accreditata allo stato attuale è... una strada. Sì, una strada tra Via Varese e Via Milano dicono i proprietari dello stabile, e se capita  pure "un'area commerciale artigianale con esposizione" (?). Però è tutto da vedere, perché il Comune deve concedere un bel po' di spazio gratis e alla fine si litigherà per mesi, forse anni, tra promesse e inciuci, così nemmeno la strada si farà. Ah! C'è stato tempo fa un tale che ha proposto di costruire al posto del Telos un parco giochi per bambini ispirato a Peppa Pig. Sfortunatamente questo tizio non è un cartone animato come Peppa Pig, ma l'aspirante sindaco di Saronno in carne ed ossa. (Parentesi. Chiedetevi: che appeal può avere nel 2014 un parco giochi ispirato agli Snorky o ai Barbapapà? Lo stesso che potrà avere nel 2040 un parco giochi ispirato a Peppa Pig, che per i bambini dell'epoca sarà presumibilmente un'entità anonima e misteriosa. Non è un dettaglio banale: è sintomatico della clamorosa mancanza di lungimiranza di certe persone che hanno ambizioni politiche e che si renderanno responsabili di sprechi, infelicità, degrado ambientale e disastri sociali).  

Insomma: spazzati via i ragazzi e le ragazze, giovani e meno giovani, che si agitavano in un coacervo di passione, vita, solidarietà, arte e cultura, chi irrompre sulla scena? Gli ideologi dello spazio spazzatura, gli utopisti delle strade sgombre, gli inventori dei Comi-point, i profeti dei centri commerciali con l'aria condizionata; dove sicuramente si terranno happening d'arte, concerti di musica d'avanguardia, letture di filosofia, dibattitti su temi d'attaulità, cene popolari, proiezioni di film d'autore, reading di poesia, registrazioni di dischi, workshop di autoproduzione, occasioni di reale integrazione e socialità...  tutte cose, come tante altre, che al Telos c'erano.
Va riconosciuto però che tra i nuovi protagonisti sulla scena c'è anche chi mantiene uno sguardo sobrio sulla realtà: il Telos era quello che era, ma rappresentava anche la risposta ad una reale esigenza di "aggregazione giovanile"; quindi "per i giovani si mettano in atto politiche adeguate, si trovino spazi per i ragazzi affinché possano incontrarsi ed esprimere la loro creatività, ma nella legalità, nel rispetto delle regole". 

Il problema è: chi li vuole i vostri centri di aggregazione giovanile? Nessuno. Perché sono dei posti tristi. Perchè sono vostri, c'è il vostro odore dentro. Quell'odore di opportunismo, di piaggeria, di mani sfregate. Lo sentite? Per questo ci sarà sempre qualcuno che occuperà un telos qualsiasi, perché voi evanescenze grige, voi riflessi nei vetri, voi nomi in calce, voi file jpeg sgranati stampati sui muri delle città in stagione elettorale, non siete in grado di capire che cosa cova nell'animo di chi ha una passione bruciante senza nome, tutta rivolta in avanti, negli spazi sterminati e selvaggi del futuro. C'è chi ha altre ambizioni, altre aspettative. C'è chi non si accontenta degli avanzi freddi e masticati del banchetto, leccati da terra, tra i vostri rutti e le vostre scorregge, ma vuole gioire di cibi squisiti, succosi, esotici, inusitati, afrfodisiaci su spiagge siderali solcate da tramonti di fuoco. 
I saronnesi sono così ingenui da convincersi che senza il Telos tutti i problemi della città possano svanire come al risveglio da un brutto sogno e mettere la croce sul vostro nome? Può darsi, ma l'inganno è da sempre la pietra tombale dei politici.
Lunga vita quindi a chi se la può permettere: LUNGA VITA AL TELOS!

07/09/14

[We talk about...]
Siam del popolo gli arditi. Documentario di Andrea Motta e Paolo Rasconà.
[Ci siamo imbattuti per caso nel documentario che vi presentiamo qui sotto e l'abbiamo trovato interessante. Purtroppo però, non si tratta di qualcosa che troverete in giro sulla rete e tantomeno potrete acquistarne una copia in qualche centro commerciale! Quindi...come fare per vederlo? Beh, provate a contattare gli autori a questo link!]  

Sinossi: "Fondati per iniziativa di Argo Secondari, ex-tenente dei reparti d'assalto durante la prima guerra mondiale, nel 1921, gli Arditi del Popolo furono la prima espressione di resistenza popolare che si oppose con ogni mezzo al neonato squadrismo mussoliniano. Sconosciuti ai più, rappresentano uno fra gli eventi  salienti del 1921 con cui tutte le forze politiche di allora furono costrette a confrontarsi. Nati in continuità con l'arditismo di trincea in breve tempo si diffusero in tutta Italia ottenendo l'adesione di migliaia di lavoratori, di varia tendenza politica, che videro il fenomeno come un efficace strumento di opposizione al fascismo".

L'anarchico Errico Malatesta con gli Arditi del Popolo
[Pep] Il film che il K.C.H. presenta ai suoi lettori è una significativa occasione per sondare le occulte relazioni tra la storia dei movimenti anarchici e il presente delle lotte politiche e sociali. Non si tratta di un'archeologia del nostro presente, che compensi le molte obliterazioni che dagli anni '80 hanno colpito la memoria dei movimenti radicali, ma piuttosto della messa in opera di una strategia audiovisiva per far risuonare e infine esplodere nel nostro presente la realtà rimossa di un passato, la cui incongruenza non solo con l'oggi, ma anche con la parte egemone dei movimenti antagonisti storici, ne ha stabilizzato la latenza. Andrea Motta e Paolo Rasconà ricostruiscono infatti la vicenda degli Arditi del Popolo, inizialmente capeggiati da Argo Secondari (che, con espressione dalle risonanze psichiatriche, all'epoca, fu definito “di tendenze anarchiche”): essendo gli Arditi del Popolo area socialista e anarchica del complesso fenomeno militare dell'arditismo. La modalità concettuale dell'obliterazione è stato infatti il destino che ha colpito la vicenda di Secondari e degli Arditi del Popolo, una lotta antifascista misconosciuta che tentò di scongiurare l'avvento del totalitarismo in Italia, facendo leva su di una dimensione sociale eccedente quella del radicalismo di sinistra ideologicamente concepito: l'ormai misconosciuta solidarietà di classe, da sempre temuta da qualsiasi dirigista rivoluzionario.
L'opera di Rasconà e Motta è dunque primariamente la produzione di una riflessione linguistica sulle modalità di oblio e di obliterazione storica: di cui è configurata quindi la reazione linguistica. Queste ultime nella storia dei movimenti antagonisti vanno situate par excellence nel tornante storico, gli anni '80, in cui si delinea il silente tentativo di mettere in opera un rapporto archeologico con gli anni '70, in luogo di una pertinente storicizzazione, peraltro, dato il breve giro d'anni trascorso, ampiamente prematura: di qui la necessità strategica di rimpiazzarla con una paradossale quanto mistificatoria procedura di ri-lettura archeologica. Va rilevato come quest'ultima possa facilmente presentarsi in quanto archiviazione, cioè costruzione e applicazione di una procedura concettuale pseudo- storiografica, e infine anti-storiografica, in cui la lettura de-attualizzante assume le forme specifiche della reificazione: pervenendo ad un esito de-storicizzante, o più propriamente de-storificante, secondo il linguaggio critico di Franca Ongaro e Franco Basaglia, che colgono tali processi nel loro livello inter-individuale, con primario riferimento alle istituzioni prisonizzanti. 



Barricate degli Arditi del Popolo a Parma
Il film di Rasconà e Motta si configura dunque come terapia cognitiva contro tali processi concettuali, di cui il dispositivo cinematografico è inavvertito portatore, e che il cinema anarchico deve portare ad un livello di trasparenza per via indiretta o reattiva: evidenziandone il situarsi strategico nei livelli del mezzo cinematografico socialmente investiti di un'asserita neutralità, financo quelli tecnologici. Così si esprime infatti, con un più basilare riferimento alla fotografia il più radicale e spregiudicato fotoritrattista e cineasta anarchico italiano, Pino Bertelli, a riprova della sua profonda auto-consapevolezza teorica, nel suo saggio dedicato a Diane Arbus, la luciferina fotografa statunitense (da Bertelli ri-nominata “L'angelo nero della fotografia”), che ha prodotto il deragliamento della pratica fotoritrattistica dai suoi predominanti paradigmi identitari, fino trasformarla nel crogiuolo demoniaco di un'identità espansa che sovverte le pretese auto-identitarie dei soggetti: “La storia della fotografia è storia di prostituzioni e truccherie che i padroni del flusso iconografico hanno portato contro tutto quanto si poneva di taglio ai loro profitti. Ogni conoscenza obbligatoria passa sull'assassinio della verità e l'inverno della ragione cancella gli sguardi dell'indicibile e le lingue dell'interrogazione”. Nel film di Rasconà e Motta, tramite l'abissale trasparenza del susseguirsi delle immagini del'epoca e di quelle contemporanee, ogni livello diacronico della visione scompare e riappare nel successivo, facendo trasparire e baluginare il passato del movimento radicale di Argo Secondari attraverso l'opacità apparente del nostro presente urbano. Quello di Rasconà e Motta è dunque un cinema linguisticamente impegnato nello smascheramento attivo e contro-mistificante dei processi di reificazione, che attraversando le dinamiche interindividuali, ricompaiono sul piano più ampiamente diacronico, a danno di interi soggetti storici, in questo caso il movimento capeggiato, o per più puntualmente e più provocatoriamente dire, catalizzato da Argo Secondari: un cinema il cui risvolto è infine la perturbante decostruzione dei processi identitari nel loro dispiegamento sociale. Così scrive con puntuale ironia il filosofo Pier Aldo Rovatti, continuatore delle tesi di Franco Basaglia e Michel Foucault: “Lo stesso Foucault ha scritto una volta che ogni società si può giudicare dal modo in cui organizza e vive il rapporto con l'altro. Come se ogni società avesse bisogno di costruirsi una realtà e un fantasma della diversità per costruire e mantenere la propria identità. Come se non potessimo avere un'identità senza mettere in atto qualche meccanismo di identificazione ed esclusione di coloro che sono diversi da noi. Dimmi chi sono per te i diversi e come li escludi e ti dirò chi sei. Appunto, e noi chi siamo? Bella domanda”.

18/08/14

Robert Hanna
[We talk about...]
COUNTDOWN TO ARMAGEDDON! 
(Post-crust from Seattle, U.s.a.)
[Puj] Il due settembre prossimo suoneremo a Milano con gli amici dei Countdown to Armageddon, trio di Seattle, U.S.A., al loro secondo tour europeo. Non fatevi ingannare dal nome! Non si tratta del solito d-beat apocalittico: la loro musica sta in bilico tra post-punk, crust e...beh, sì, grunge!
Considerata la città di provenienza della band, ovvero l'epicentro di quel fenomeno musicale degli anni '90, potrebbero non essere un caso! Tutti i punk della nostra generazione sono cresciuti con i dischi grunge, e sotto sotto oggi li amano più di allora. Anche Zack, batterista dei C.T.A. pare aver avuto un trascorso simile: "Sono cresciuto negli anni '90 e ho ascoltato un sacco di musica grunge in quel periodo, I Nirvana sono stati il mio gruppo preferito da quando avevo circa 12 anni. Ho imparato a conoscere il punk, metal e rock n 'roll da tutte quelle band. E divertente vedere che da queste parti pare esserci un revival grunge... ma con un taglio più hipster!". E' vero, anch'io l'ho notato caro Zack: il grunge oggi è... figo!
"Ascolto ancora un sacco di dischi grunge degli anni '90 - aggiugne Rob (chitarra/voce) - anche se alcuni di essi non sono invecchiati così bene :) E 'un peccato che la scena di Seattle sia stata così sfruttata dall'industria discografica durante quel periodo, perché un sacco di quelle band in realtà hanno scritto canzoni davvero belle, con produzioni pesanti e oscure". E Dav (basso/voce)? "Dirt degli Alice in Chains è ancora uno dei miei dischi preferiti!". 
I componenti del terzetto non hanno però vissuto in città ai tempi del grunge: si sono infatti trasferiti a Seattle da Denver, Colorado, nella prima metà degli anni zero, periodo nel quale hanno formato la band: (Zack) "Non ero a Seattle negli anni '90 così ho visto le stesse cose che hanno visto gli altri sulle riviste e in televisione. Quando mi sono trasferito qui il fenomeno si era spento del tutto".

Dav Tafoya
Formatisi nel 2003, solo nel 2008 i C.T.A. pubblicano il loro primo album, intitolato "Eater of worlds", fondamentalmente un buon album di crust melodico che raccoglie materiale scritto in un lungo periodo di tempo, inframezzato da un'altrettanto lunga pausa di ben tre anni. Quella di "Eater of Worlds" forse può sembrare una band ancora in cerca della proprio strada; una strada che i tre imboccheranno, senz'ombra di dubbio e con la sicurezza dei veterani, nel disco successivo: il bellissimo "Through the wires", prodotto dalla leggendaria Skuld Release (chi ascoltava crust e anarcopunk negli anni '90 ben conosce questa label tedesca!). "Through the wires" è un piccolo capolavoro nel quale emergono le influenze dark e grunge di cui abbiamo poc'anzi parlato. 
La causa del brusco cambiamento di rotta tra un disco e l'altro pare sia da attribuire ad una full immersion forzata nelle canzoni dei Cure: (Rob) "Durante il tour di "Eater of worlds" abbiamo imparato un sacco di cover dei Cure per uno spettacolo di Halloween che abbiamo tenuto come ultima data. Quell'esperienza ha spostato il nostro songwriting e "Through the wires" ne è stato il risultato, nonché il primo disco che abbiamo scritto con un concept unitario". 
Non fraintendete: i pezzi di Through the wires sono certamente ottime canzoni post-punk, ma come se fossero i Black Flag o i Machine Head a suonarle!
L'album ha una copertina molto suggestiva, ed anche piuttosto enigmatica, per questo abbiamo chiesto delucidazioni a Rob: "Ho scattato quella foto nei pressi del confine tra Canada e lo stato di Washington. L'idea mi è venuta scrivendo il testo della canzone che ha dato il titolo all'album. La canzone parla di ricongiungersi alla natura per sfuggire alla giungla di cemento della città; ho pensato che sarebbe stato interessante lasciare un po' libera interpretazione all'osservatore: quella persona che giace tra l'erba in copertina è viva, morta o dorme? Il protagonista della foto è in realtà il nostro amico Brandon, che suona con me in un'altra band chiamata con Sick Ward".

La copertina di "Through the wires"
Zack Alexander
La data del due settembre a Milano, al T28 assieme a noi, sarà la prima di un tour che porterà i C.T.A. a girare l'Europa: Francia, Olanda, Germania, con alcune partecipazioni prestigiose come l'Enemy of the Sun di Praga. Non si tratta della prima esperienza della band nel nostro continente, per cui ho chiesto loro che impressione si siano fatti della scena punk D.I.Y. europea sulla base degli scorsi tour. Sono emerse riflessioni interessanti: (Rob) "Ho visitato l'Europa nel 2002 con la mia vecchia band Phalanx, ho passato un sacco di tempo in tour con loro e sono rimasto subito colpito dal livello di organizzazione underground e del senso di comunità che c'è in Europa. La differenza principale tra Stati Uniti ed Europa è che gli americani hanno meno senso di comunità degli europei; la nostra é una cultura individualista che è focalizzata sul materialismo e sul guadagno personale più che su ogni altra cosa. Un sacco di lavoro sulla comunità che avviene negli Stati Uniti proviene dai punk che hanno viaggiato all'estero e hanno visto come altri gruppi lavorano insieme, ma si tratta ancora di poche persone e lontane tra loro. 
Dopo quelle prime esperienze io e i miei amici abbiamo cercato di portare alcuni di questi elementi della scena europea nella nostra, qui negli U.S.A. (vale a dire, per esempio, cucinare per le band in tour, fare attenzione che le band abbiano luoghi dove dormire, ecc.). Il nostro tour nel 2012 è stata un'esperienza positiva: pensiamo che gli europei apprezzino quello che facciamo più di quanto accada negli Stati Uniti". 
(Dav) "Sembra che gli europei siano più addentro alla nostra musica rispetto agli americani. Sono entusiasta di tornare in Europa e suonare con band che hanno idee in comune con noi, qualsiasi genere di musica suonino".
(Zack): "Ho sicuramente apprezzato l'aspetto comunitario della scena punk europea. Tutti lavorano insieme verso un obiettivo comune. Cerco di portare quest'aspetto comunitario con me ovunque vada. Stabilire un terreno comune con le persone è importante!".

Virando il discorso sull'Italia é venuto allo scoperto l'amore che i tre di Seattle nutrono per le vecchie e meno vecchie band italiane. Aaah, sempre la stessa storia: tutti cadono ai nostri piedi, siamo irresistibili!: "(Rob) Uno dei primi dischi in vinile che ho comprato è stata una copia di "Solo Odio" degli Impact. E' stato in un negozio di dischi usati in Colorado, l'ho comprato senza sapere cosa fosse perché sembrava punk. E ha totalmente cambiato la mia vita! Dopodiché sono stato ossessionato dal punk italiano: Cheta Chrome Muthafucker, Declino e Peggio Punx soprattutto. La compilation P.e.a.c.e./War e il cd antologico della Antichrist Dyonisus mi hanno acceso l'interesse per tutta quella roba".
(Zack) "Conosco vecchie band italiane come Wretched, Raw Power, Impact, Negazione, Eu Arse. In questo tour suonremo con gli Indigesti e per noi è eccitante! Attraverso Mila e Koppa (Agipunk) ho avuto modo di conoscere altre band italiane come Kontatto, Guida e i Barbarian, che mi piacciono molto". (Dav) "Wrethced e Impact!".
Bene, e ora? E ora andate ad ascoltarvi i C.T.A. sul loro Bandcamp, no? Quanto a noi, ci vediamo martedì 2 settembre a Milano, luridi punx!


03/08/14

[Russian tour report 2014 - 9 di 10]
Sabato 26 aprile, da Perm ad Ekaterinburg. Surgelati in Asia, è tempo di ballare!

Kino - Мы Хотим Танцевать [Vogliamo ballare] (Urss 1986) [...Ancor prima di nascere i nostri vestiti avevano i buchi / E dov'è quesl sarto che potrà rammendarceli? / E che cosa c'è se noi siamo un po' così? / Che cosa c'è se noi ora vogliamo ballare?...].



[Puj] Il mattino a Perm è cristallino: il cielo è di un blu intenso, immacolato, il sole splende glorioso sulla skyline sovietica della città, come ai tempi del socialismo reale, quando le rare fotografie delle città che si trovavano sui libri erano sempre raggianti e taroccate con colori vivaci. 
Non si può dire che Perm sia una bella città: non sembra nemmeno una città, ma un grosso parcheggio asfaltato. Malgrado la visione primaverile offerta dalla finestra dell’ostello inviti ad uscire e correre per le strade, appena mettiamo il naso fuori veniamo falciati da un vento artico che non dà scampo: la temperatura si aggira sui -3°. Un freddo inesorabile e senza ritegno.
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Torniamo dentro, facciamo i bagagli e ci mettiamo diligentemente in corridoio ad aspettare che Denis torni. E' andato a prendere il furgone che la notte precedente era stato parcheggiato non sappiamo assolutamente dove, ma non proprio dietro l’angolo, visto che ci ha detto che ci avrebbe impiegato una ventina di minuti.
Venti minuti che passano alla svelta senza che nessuno ritorni. Lo scorrere delle lancette del vecchio orologio sovietico ci trasmette disagio. Quando i venti minuti diventano sessanta cominciamo a guardarci con la faccia a punto di domanda e decidiamo di chiamare Denis sul cellulare. Il suo telefono squilla. Sì, ma nella camera di fianco. Scopriamo che ha lasciato tutti i suoi bagagli, incluso il computer e il telefono lì, sul letto… Dove cazzo sei finito Denis? Dopo un'ora e mezza dalla scomparsa del nostro amato driver decidiamo che il panico può farsi liberamente strada in noi. Chiediamo informazioni sull'esistenza di parcheggi nei dintorni alle signorine dell'ostello, che scopriamo essere due stronze colossali. Non parlano una parola d'inglese, quindi comunichiamo comodamente tramite google translator. L'unica cosa che capiamo chiaramente di quello che ci dicono é che secondo loro il nostro driver ci ha fregati scappando con il furgone, i soldi e gli strumenti. Denis potrebbe aver fatto un cosa del genere? Certo che no! Pensiamo che sia successa qualche disgrazia, tipo che ha incontrato per strada il panzone con le cicatrici della sera prima e che quello lo abbia obbligato a guardare dei video su youtube come ha fatto con noi. Sarta e il Don decidono di intraprendere una spedizione suicida nei paraggi, per cercarlo. Escono... e rintrano mezz'ora dopo ricoperti di brina. E senza aver concluso niente.
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L'unica cosa che ci è rimasta da fare è chiamare Maksim, l'unico amico russo di cui abbiamo il numero di telefono. Poi la cosa va così (prestate attenzione perché non è semplice): Maksim chiama un amico a Perm', il quale chiama il suo amico che ha organizzato il concerto della sera prima, il quale poi chiama un altro amico che aveva accompagnato Denis al parcheggio la notte prima, che quindi esce di casa, va al parcheggio e incontra il guardiamno del parcheggio il quale lo dirotta alla centrale di Polizia più vicina, dove finalmente trova Denis. 
Che cosa é successo? Niente di avvincente, bensì una tipica storia di quotidianità russa: mentre faceva manovra per uscire dal parcheggio il no stro furgone è stato speronato alla velocità di circa mezzo chilometro all'ora da un'altra auto; non esistendo alcun danno visibile all'occhio umano nè su un mezzo nè sull'altro, i due conducenti si sono detti ciao, ma è intervenuto prontamente un tizio che passava di lì, il quale, annoiandosi a morte in attesa che aprisse il bar di fianco, si è preso a cuore la vicenda e ha convinto i due conducenti a denunciare il fatto, non si sa bene perché. Dopo una discussione di mezz'ora, i due per liberarsi finalmente dell'uomo, hanno acconsentito di andare alla centrale di polizia a denunciare il terribile incidente. E qui è entrata in gioco la burocrazia post-sovietica, che assomiglia tantissimo a quella sovietica: lenta e paludosa come un pezzo funeral-doom.  
Quando, dopo circa tre ore, Denis fa ingresso dalla porta dell'ostello lo abbracciamo commossi perché ritenevamo che fosse morto, ma lui non capisce e pensa che siamo matti. Ma bando alle ciance: abbiamo cinquecento chilometri davanti a noi e siamo spaventosamente indietro sul tabellino di marcia. Non ce la faremo mai! Denis fa una telefonata agli organizzatori di Ekaterinburg annunciando loro un ritardo a dir poco trionfale, poi parte con una sgommata lasciando i segni dei pneumatici sull'asfalto come in una puntata dell'A-team. Cinque minuti dopo strisciamo veloci come lumache artiche nel traffico di Perm'. Aspettaci Ekaterinburg!
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Sono ore che viaggiamo in furgone in mezzo alla neve senza sosta. In silenzio, guardiamo fuori dai finestrini le bianche distese di vuoto che ci scorrono attorno. Siamo otto pupazzi con gli occhi sbarrati, a bordo di un furgone che sfreccia in un limbo bianco. Otto pupazzi come sempre piuttosto affamati, ma ormai non ci facciamo più caso. Ci interessa solo arrivare in tempo. Non possiamo permetterci di saltare il concerto: quella di Ekaterinburg sarebbe la nostra prima data in Asia!
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Asia | Europa

Ekaterinburg è una delle più grosse città russe e sorge appena dopo gli Urali, all’inizio del plateu siberiano. Qui siamo davvero lontani da casa... Avvicinandoci alla cità, la prima riflessione che ci sovviene è: per quale motivo due milioni di persone vivono qui?
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Entrando in città vediamo un enorme cartello pubblicitario con scritto Adriano Celentano in cirillico e la faccia del molleggiato. Buffo, suoniamo la stessa sera di Celentano! Poi, pensiamo, che non può essere davvero un concerto di Celentano. E difatti si tratta della sua cover band ufficiale; essendo il Celenta una specie di mito qui in Russia anche la sua cover band è famosissima e si può permettere cartelloni di quelle dimensioni.
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Adriano Celentano?
La periferia sovietica di Ekaterinburg ammantata di ghiaccio sporco, funestata da un vera e propria tormenta di neve, suona come l’intera discografia dei Joy Division rallentata di qualche bpm (se no suonerebbe troppo allegra).
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Il navigatore ci annuncia che siamo arrivati: pavarotjie, un ultima svolta e saremo a disetinazio… No. Ci siamo impantanati in un cumulo di neve fresca...
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Denis non si scompone e dice: “Vado a chiamare qualcuno che ci aiuti. Ciao”. E si allontana nella nebbia. Noi, scendendo dal furgone, abbiamo un cordiale assaggio di freddo siberiano. Alcuni si rifuagiano sotto una tettoia nell’illusione di poter sfuggire a questo gelo pervasivo. Una signora ci vede in difficoltà, scende dall'auto e ci presta la sua pala, che qui pare tutti tengano nel portabagagli per ovviare a casi di innevamento. Scaviamo disperatamente nella neve per liberare il furgone quando torna Denis con una brigata di qualificati spingitori siberiani che liberano il mezzo e ci permettono di percorrere i 30 metri che ci separavano dal Dabar, il posto in cui suonerremo questa sera.
Scarichiamo il furgone in fretta e furia sotto la neve, e iniziamo a pattinare sul ghiaccio cercando di tenerci in piedi a vicenda. Ehi, ma perché tutti qui trovano normale che l’intera città sia diventata una pista di pattinaggio? Solo noi sembriamo avere evidenti problemi a stare in piedi! A renderci la vita più complicata arriva un vecchino che ci invita a salire a tutti i costi sul suo autobus d’epoca sovietica parcheggiato lì a fianco. Davide accoglie la proposta con entusiasmo...  

Le avventure di Davidello sulla neve
Il Dabar è un classico locale dall’aspetto un po’ ambiguo (night-club? O strip-bar?). Dentro, a differenza di fuori, fa un caldo tropicale. Ci sistemiamo nel privé sui divanetti, sembra davvero di stare in discoteca; in ritardo, bagnati, infreddoliti pensiamo che quel tepore rappresenti il massimo che possiamo chiedere da questa situazione, quando qualcuno entra con una pila di grossi contenitori e dice: “*********”. Cioè, non capiamo niente. Ma forse ha a che fare con il cibo. Già, c’eravamo dimenticati che esiste una pratica abbastanza comune chiamata mangiare. E’ buffo che la miglior cena della nostra storia di gruppo si sia rivelata senz'ombra di dubbio questa, qui in asia minore, in quest’oasi siberiana: pizze giganti e sushi vegano in quantità da sfamare un esercito, lì, tutto per noi!

Il biglietto dei concerti seri
Il pubblico siberiano è caldissimo ed esagitato e il nostro ultimo concerto di questo memorabile tour russo scorre nel migliore dei modi...



Dopo il concerto, bolliti al punto giusto, veniamo intervistati per una fanzine locale...


Dopodiché, niente può più fermarci: per festeggiare l'ultima data del tour ci lanciamo sulla pista a ballare come scemi per ore, bevendo vodka con l'imbuto. D'altronde, ovunque ti giri, qui c'è qualcuno che te ne offre! A scendere nei particolari di quello che è accaduto da qui in avanti ci pensano le foto qua sotto... addio!


[...Continua...]

19/07/14

[Russian tour report 2014 - 8 di 10] 
Venerdì 25 aprile, da Kirov a Perm'. Dopo il freddo, la neve.  

Shona Laing - Soviet snow (1985) [...siamo ben svegli? Il mondo ne è a conoscenza? Radiazioni sulla Piazza Rossa, paura ad attraversare le strade, paura di congelarsi nella neve sovietica. Un occhio all'inverno, oh, ma è solo un accenno di neve sovietica...]



[Valeria] La notte a Kirov, nonostante l'amorevolezza della ragazza che ci ha ospitato, vanta un record: è riuscita a segnare male e profondamente tutti e tutte. Il problema è sempre lo stesso: siamo in troppi. Citando i Fall Of Efrafa (ma anche la Bibbia) "I am legion for we are many", che nel concreto significa... c'è chi dorme sul tappeto con un giaciglio fatto di giacche, vestiti e asciugamani; c'è chi dorme in tre sopra un materassino da campeggio a una piazza e mezza; c'è chi si stringe in un sentito abbraccio a Denis.
Ci svegliamo tutti rotti e accartocciati come ragni che fingono di essere morti. E guardiamo fuori dalla finestra...


Kirov in the mist
Nevica! E ci aspetta il viaggio più lungo di questo tour. Abbiamo davanti a noi almeno nove ore di furgone. E sia! Ci attende Perm' e la penultima data del tour. Perm' è a due ore di fuso orario da Kirov, quindi oltre a calcolare le circa nove ore che impiegheremo ad attraversare i cinquecentoventi chilometri che separano le due città dobbiamo tener conto del fatto che abbiamo due ore di svantaggio! La Russia non smentisce mai: è l’unico paese nel quale c’è un salto di due ore di botto nel fuso orario! Pare che sia per motivi legati al campionato di calcio, tra l'altro…
Carichiamo il furgone, cantando canzoni natalizie sotto la neve che fiocca...




Ci stipiamo in furgone al calduccio e ci addormentiamo secchi dopo meno di un minuto. Tutti. Persino Denis, temo. Dopo un paio di orette è il momento di una smoking brrreik e ci si ferma ino di quegli autogrill per camionisti molto naif, in un paesino imprecisato in mezzo al solito nulla. Il bagno esterno ed è impraticabile. Una cabina di legno con in mezzo un buco e... non c'è bisogno di entrare nei dettagli.

Denis beve due caffè di fila. Sarta decide di prendere del puré. Loki compra una fetta di torta nuziale ed io una sorta di crêpes unta con dentro della caramella mou sciolta. Buona, eh, ma me ne pentirò. La mia autodiagnosi dice che quel mal di pancia latente che mi accompagna dalle prime ore dell'alba non è assolutamente dovuto alle mille birre e agli shot di Blavod, la temibile vodka nera, della sera prima... No, è stato il dolcino e il freddo a farmi male.
In ogni caso, durante la nostra colazione-pranzo-matrimonio (non capiamo più cosa e quando mangiare) ci capita di assistere ad un telegiornale russo. Diversi minuti di monologo di Putin. Solo e soltanto notizie di guerra. Niente politica (a parte il sermone di Putin), niente opposizione che attacca, niente maggioranza che si difende. Nessun politico arrestato o indagato. Nessun gattino eroico che salva le balene da morte certa. Niente cronaca, niente gossip. Solo guerra... o meglio, solo propaganda di guerra...
Denis quando vede Putin in televisione fa il saluto nazista, poi alza il dito medio e dice “fuck off”. Noi cerchiamo di nasconderci sotto il tavolo e ci guardiamo intorno sperando che nessuno lo abbia visto - ci sono dei tipi per nulla raccomandabili e piuttosto massicci in giro. C'è chi si finge una pianta, chi cerca di mimetizzarsi con le piastrelle glitterate del locale e chi, come Loki, che si finge un volatile; quest'ultimo, appena usciti dal caffé, dà inizio ad una slam-poetry con alcuni corvi appollaiati su un abete. I corvi rispondono, ma Loki, nonostante la differenza numerica, vince, il che è un bene per diverse ragioni; se all'interno del caffé ci fosse stata una spia-collaborazionista-infiltrata pro-Putin, grazie alla performance di Loki, avrebbe compreso che eravamo soltanto un gruppo di matti vestiti di nero, che girano per luoghi inospitali e nulla di più... anarco-che?!? Ci rimettiamo in viaggio. Il lunghissimo, interminabile viaggio verso Perm'...


Dopo oltre cinque ore facciamo una seconda pausa in un secondo caffé che sorge sulle sabbie mobili. La località è tra le più desolate e deprimenti mai viste...

Non sto ancora molto bene. Maledetto dolcino! Per curarmi, decido di comprare una lattina da un litro di Baltika. Tenerla in mano mi fa sentire come se fossi ancora una bambina immacolata, in un mondo di cose giganti. Il nonno acquista invece una bottiglia di Baltika 9, quella vietata dal buon senso.
Finalmente arriviamo a Perm'. Sono quasi le otto. Dobbiamo suonare subito! Appena parcheggiato il furgone in quella che doveva essere un zona industriale, sentiamo qualcuno urlare “figli di puttana,  pezzi di merda!”. Scendiamo dal furgone e il responsabile si presenta: Antonio. È russo, ma parlicchia in italiano. Presenta anche i suoi amici con il loro nome declinato in italiano. Noi facciamo lo stesso in russo. Il mio nome si pronuncia “Leyra” o qualcosa del genere, ma è un nome da uomo. A me non dispiace.
Il posto dove dobbiamo suonare è un'enorme rovina industriale labirintica. Sembrerebbe a tutti gli effetti uno squat, eppure ci spiegano che sono in affitto, ma non hanno i permessi e le licenze necessarie. Il solito posto "semi-legal", insomma. Ci informano anche che quello di questa sera sarà l'ultimo concerto: il proprietario vuole trasformare quello che sembra un inferno pre-luddista, in un moderno complesso di uffici. Auguri. All'ingresso del posto ci sono due bellissime punk tutte colorate con un banchetto vegan. È il primo che vediamo da quando girovaghiamo per la Russia. Continuo ad aver problemi di pancia, ma i bagni sono pessimi. Decido di bere una birra. Un'altra... una ancora e quello che sembrava il cesso di Trainspotting si trasforma in un posto ospitale dove sedersi, riflettere, leggere il giornale e... non c'è bisogno di entrare nei dettagli anche in questo caso. Una simpatica nota: gli organizzatori del concerto usano appiccicare i flyer di altri eventi sulle lattine di birra! Soviet-punk-marketing.



A cena nel backstage
Il concerto inizia presto, molto presto. Già durante il sound-check c'è chi poga felice come una pasqua. Il palco è altissimo. Faccio metà concerto in ginocchio per cercare di incrociare qualche sguardo. Un ragazzo si toglie la felpa e me la mette sotto le ginocchia. Che tenero!
Stiamo per attaccare con il bis di Mamma Anarchia, quando alcuni skin giganti decidono che tutti e sette dobbiamo fare stage diving. Non ci sono scuse. Veniamo presi a turno e ribaltati sulla folla che ci sballotta un po' e poi ci ripone, con precisione chirurgica, sul palco...



Finito il concerto torniamo in quello che dovrebbe essere un backstage (una stanza a cui mancano due pareti su  quattro, ma dotata di una pratica porta per accedervi e di un orologio di legno con le lancette disegnate a matita) per essere accolti dai Re Magi. Ognuno di loro ha con sé un dono. Loki riceve una mela, io della marmellata fatta in casa conservata in una bottiglia di plastica e riemergono le due ragazze del banchetto vegan che ci regalano tutti i panini avanzati. Tornati in ostello ci fermiamo nella sala comune per consumare i nostri doni. Alcuni di noi vanno subito a letto. Altri vengono rapiti da un uomo gigante che indossa una camicia hawaiana slacciata e ha una pancia grande come una Fiat 500; sopra la pancia, vanta una dozzina di cicatrici da pugnalate. Si parla di musica... cioè LUI parla di musica. Mostra ai suoi nuovi amici (noi) alcuni video su youtube di pezzi pop-rock russi con donne discinte. Fa headbanging e dimena la pancia in tutte le direzioni. Non resta che annuire e fingersi interessati: nonostante ciò, non rilascerà gli ostaggi prima di un paio di ore. Non ci è dato sapere in che cosa sia consistito il riscatto: Lisa, il Nonno e Loki non se la sono sentita di raccontarci tutto...

“Il russo in pillole", settima puntata: Kakaia strecha! Che gradito incontro!

[Continua...]