18/08/14

Robert Hanna
[We talk about...]
COUNTDOWN TO ARMAGEDDON! 
(Post-crust from Seattle, U.s.a.)
[Puj] Il due settembre prossimo suoneremo a Milano con gli amici dei Countdown to Armageddon, trio di Seattle, U.S.A., al loro secondo tour europeo. Non fatevi ingannare dal nome! Non si tratta del solito d-beat apocalittico: la loro musica sta in bilico tra post-punk, crust e...beh, sì, grunge!
Considerata la città di provenienza della band, ovvero l'epicentro di quel fenomeno musicale degli anni '90, potrebbero non essere un caso! Tutti i punk della nostra generazione sono cresciuti con i dischi grunge, e sotto sotto oggi li amano più di allora. Anche Zack, batterista dei C.T.A. pare aver avuto un trascorso simile: "Sono cresciuto negli anni '90 e ho ascoltato un sacco di musica grunge in quel periodo, I Nirvana sono stati il mio gruppo preferito da quando avevo circa 12 anni. Ho imparato a conoscere il punk, metal e rock n 'roll da tutte quelle band. E divertente vedere che da queste parti pare esserci un revival grunge... ma con un taglio più hipster!". E' vero, anch'io l'ho notato caro Zack: il grunge oggi è... figo!
"Ascolto ancora un sacco di dischi grunge degli anni '90 - aggiugne Rob (chitarra/voce) - anche se alcuni di essi non sono invecchiati così bene :) E 'un peccato che la scena di Seattle sia stata così sfruttata dall'industria discografica durante quel periodo, perché un sacco di quelle band in realtà hanno scritto canzoni davvero belle, con produzioni pesanti e oscure". E Dav (basso/voce)? "Dirt degli Alice in Chains è ancora uno dei miei dischi preferiti!". 
I componenti del terzetto non hanno però vissuto in città ai tempi del grunge: si sono infatti trasferiti a Seattle da Denver, Colorado, nella prima metà degli anni zero, periodo nel quale hanno formato la band: (Zack) "Non ero a Seattle negli anni '90 così ho visto le stesse cose che hanno visto gli altri sulle riviste e in televisione. Quando mi sono trasferito qui il fenomeno si era spento del tutto".

Dav Tafoya
Formatisi nel 2003, solo nel 2008 i C.T.A. pubblicano il loro primo album, intitolato "Eater of worlds", fondamentalmente un buon album di crust melodico che raccoglie materiale scritto in un lungo periodo di tempo, inframezzato da un'altrettanto lunga pausa di ben tre anni. Quella di "Eater of Worlds" forse può sembrare una band ancora in cerca della proprio strada; una strada che i tre imboccheranno, senz'ombra di dubbio e con la sicurezza dei veterani, nel disco successivo: il bellissimo "Through the wires", prodotto dalla leggendaria Skuld Release (chi ascoltava crust e anarcopunk negli anni '90 ben conosce questa label tedesca!). "Through the wires" è un piccolo capolavoro nel quale emergono le influenze dark e grunge di cui abbiamo poc'anzi parlato. 
La causa del brusco cambiamento di rotta tra un disco e l'altro pare sia da attribuire ad una full immersion forzata nelle canzoni dei Cure: (Rob) "Durante il tour di "Eater of worlds" abbiamo imparato un sacco di cover dei Cure per uno spettacolo di Halloween che abbiamo tenuto come ultima data. Quell'esperienza ha spostato il nostro songwriting e "Through the wires" ne è stato il risultato, nonché il primo disco che abbiamo scritto con un concept unitario". 
Non fraintendete: i pezzi di Through the wires sono certamente ottime canzoni post-punk, ma come se fossero i Black Flag o i Machine Head a suonarle!
L'album ha una copertina molto suggestiva, ed anche piuttosto enigmatica, per questo abbiamo chiesto delucidazioni a Rob: "Ho scattato quella foto nei pressi del confine tra Canada e lo stato di Washington. L'idea mi è venuta scrivendo il testo della canzone che ha dato il titolo all'album. La canzone parla di ricongiungersi alla natura per sfuggire alla giungla di cemento della città; ho pensato che sarebbe stato interessante lasciare un po' libera interpretazione all'osservatore: quella persona che giace tra l'erba in copertina è viva, morta o dorme? Il protagonista della foto è in realtà il nostro amico Brandon, che suona con me in un'altra band chiamata con Sick Ward".

La copertina di "Through the wires"
Zack Alexander
La data del due settembre a Milano, al T28 assieme a noi, sarà la prima di un tour che porterà i C.T.A. a girare l'Europa: Francia, Olanda, Germania, con alcune partecipazioni prestigiose come l'Enemy of the Sun di Praga. Non si tratta della prima esperienza della band nel nostro continente, per cui ho chiesto loro che impressione si siano fatti della scena punk D.I.Y. europea sulla base degli scorsi tour. Sono emerse riflessioni interessanti: (Rob) "Ho visitato l'Europa nel 2002 con la mia vecchia band Phalanx, ho passato un sacco di tempo in tour con loro e sono rimasto subito colpito dal livello di organizzazione underground e del senso di comunità che c'è in Europa. La differenza principale tra Stati Uniti ed Europa è che gli americani hanno meno senso di comunità degli europei; la nostra é una cultura individualista che è focalizzata sul materialismo e sul guadagno personale più che su ogni altra cosa. Un sacco di lavoro sulla comunità che avviene negli Stati Uniti proviene dai punk che hanno viaggiato all'estero e hanno visto come altri gruppi lavorano insieme, ma si tratta ancora di poche persone e lontane tra loro. 
Dopo quelle prime esperienze io e i miei amici abbiamo cercato di portare alcuni di questi elementi della scena europea nella nostra, qui negli U.S.A. (vale a dire, per esempio, cucinare per le band in tour, fare attenzione che le band abbiano luoghi dove dormire, ecc.). Il nostro tour nel 2012 è stata un'esperienza positiva: pensiamo che gli europei apprezzino quello che facciamo più di quanto accada negli Stati Uniti". 
(Dav) "Sembra che gli europei siano più addentro alla nostra musica rispetto agli americani. Sono entusiasta di tornare in Europa e suonare con band che hanno idee in comune con noi, qualsiasi genere di musica suonino".
(Zack): "Ho sicuramente apprezzato l'aspetto comunitario della scena punk europea. Tutti lavorano insieme verso un obiettivo comune. Cerco di portare quest'aspetto comunitario con me ovunque vada. Stabilire un terreno comune con le persone è importante!".

Virando il discorso sull'Italia é venuto allo scoperto l'amore che i tre di Seattle nutrono per le vecchie e meno vecchie band italiane. Aaah, sempre la stessa storia: tutti cadono ai nostri piedi, siamo irresistibili!: "(Rob) Uno dei primi dischi in vinile che ho comprato è stata una copia di "Solo Odio" degli Impact. E' stato in un negozio di dischi usati in Colorado, l'ho comprato senza sapere cosa fosse perché sembrava punk. E ha totalmente cambiato la mia vita! Dopodiché sono stato ossessionato dal punk italiano: Cheta Chrome Muthafucker, Declino e Peggio Punx soprattutto. La compilation P.e.a.c.e./War e il cd antologico della Antichrist Dyonisus mi hanno acceso l'interesse per tutta quella roba".
(Zack) "Conosco vecchie band italiane come Wretched, Raw Power, Impact, Negazione, Eu Arse. In questo tour suonremo con gli Indigesti e per noi è eccitante! Attraverso Mila e Koppa (Agipunk) ho avuto modo di conoscere altre band italiane come Kontatto, Guida e i Barbarian, che mi piacciono molto". (Dav) "Wrethced e Impact!".
Bene, e ora? E ora andate ad ascoltarvi i C.T.A. sul loro Bandcamp, no? Quanto a noi, ci vediamo martedì 2 settembre a Milano, luridi punx!


03/08/14

[Russian tour report 2014 - 9 di 10]
Sabato 26 aprile, da Perm ad Ekaterinburg. Surgelati in Asia, è tempo di ballare!

Kino - Мы Хотим Танцевать [Vogliamo ballare] (Urss 1986) [...Ancor prima di nascere i nostri vestiti avevano i buchi / E dov'è quesl sarto che potrà rammendarceli? / E che cosa c'è se noi siamo un po' così? / Che cosa c'è se noi ora vogliamo ballare?...].



[Puj] Il mattino a Perm è cristallino: il cielo è di un blu intenso, immacolato, il sole splende glorioso sulla skyline sovietica della città, come ai tempi del socialismo reale, quando le rare fotografie delle città che si trovavano sui libri erano sempre raggianti e taroccate con colori vivaci. 
Non si può dire che Perm sia una bella città: non sembra nemmeno una città, ma un grosso parcheggio asfaltato. Malgrado la visione primaverile offerta dalla finestra dell’ostello inviti ad uscire e correre per le strade, appena mettiamo il naso fuori veniamo falciati da un vento artico che non dà scampo: la temperatura si aggira sui -3°. Un freddo inesorabile e senza ritegno.
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Torniamo dentro, facciamo i bagagli e ci mettiamo diligentemente in corridoio ad aspettare che Denis torni. E' andato a prendere il furgone che la notte precedente era stato parcheggiato non sappiamo assolutamente dove, ma non proprio dietro l’angolo, visto che ci ha detto che ci avrebbe impiegato una ventina di minuti.
Venti minuti che passano alla svelta senza che nessuno ritorni. Lo scorrere delle lancette del vecchio orologio sovietico ci trasmette disagio. Quando i venti minuti diventano sessanta cominciamo a guardarci con la faccia a punto di domanda e decidiamo di chiamare Denis sul cellulare. Il suo telefono squilla. Sì, ma nella camera di fianco. Scopriamo che ha lasciato tutti i suoi bagagli, incluso il computer e il telefono lì, sul letto… Dove cazzo sei finito Denis? Dopo un'ora e mezza dalla scomparsa del nostro amato driver decidiamo che il panico può farsi liberamente strada in noi. Chiediamo informazioni sull'esistenza di parcheggi nei dintorni alle signorine dell'ostello, che scopriamo essere due stronze colossali. Non parlano una parola d'inglese, quindi comunichiamo comodamente tramite google translator. L'unica cosa che capiamo chiaramente di quello che ci dicono é che secondo loro il nostro driver ci ha fregati scappando con il furgone, i soldi e gli strumenti. Denis potrebbe aver fatto un cosa del genere? Certo che no! Pensiamo che sia successa qualche disgrazia, tipo che ha incontrato per strada il panzone con le cicatrici della sera prima e che quello lo abbia obbligato a guardare dei video su youtube come ha fatto con noi. Sarta e il Don decidono di intraprendere una spedizione suicida nei paraggi, per cercarlo. Escono... e rintrano mezz'ora dopo ricoperti di brina. E senza aver concluso niente.
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L'unica cosa che ci è rimasta da fare è chiamare Maksim, l'unico amico russo di cui abbiamo il numero di telefono. Poi la cosa va così (prestate attenzione perché non è semplice): Maksim chiama un amico a Perm', il quale chiama il suo amico che ha organizzato il concerto della sera prima, il quale poi chiama un altro amico che aveva accompagnato Denis al parcheggio la notte prima, che quindi esce di casa, va al parcheggio e incontra il guardiamno del parcheggio il quale lo dirotta alla centrale di Polizia più vicina, dove finalmente trova Denis. 
Che cosa é successo? Niente di avvincente, bensì una tipica storia di quotidianità russa: mentre faceva manovra per uscire dal parcheggio il no stro furgone è stato speronato alla velocità di circa mezzo chilometro all'ora da un'altra auto; non esistendo alcun danno visibile all'occhio umano nè su un mezzo nè sull'altro, i due conducenti si sono detti ciao, ma è intervenuto prontamente un tizio che passava di lì, il quale, annoiandosi a morte in attesa che aprisse il bar di fianco, si è preso a cuore la vicenda e ha convinto i due conducenti a denunciare il fatto, non si sa bene perché. Dopo una discussione di mezz'ora, i due per liberarsi finalmente dell'uomo, hanno acconsentito di andare alla centrale di polizia a denunciare il terribile incidente. E qui è entrata in gioco la burocrazia post-sovietica, che assomiglia tantissimo a quella sovietica: lenta e paludosa come un pezzo funeral-doom.  
Quando, dopo circa tre ore, Denis fa ingresso dalla porta dell'ostello lo abbracciamo commossi perché ritenevamo che fosse morto, ma lui non capisce e pensa che siamo matti. Ma bando alle ciance: abbiamo cinquecento chilometri davanti a noi e siamo spaventosamente indietro sul tabellino di marcia. Non ce la faremo mai! Denis fa una telefonata agli organizzatori di Ekaterinburg annunciando loro un ritardo a dir poco trionfale, poi parte con una sgommata lasciando i segni dei pneumatici sull'asfalto come in una puntata dell'A-team. Cinque minuti dopo strisciamo veloci come lumache artiche nel traffico di Perm'. Aspettaci Ekaterinburg!
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Sono ore che viaggiamo in furgone in mezzo alla neve senza sosta. In silenzio, guardiamo fuori dai finestrini le bianche distese di vuoto che ci scorrono attorno. Siamo otto pupazzi con gli occhi sbarrati, a bordo di un furgone che sfreccia in un limbo bianco. Otto pupazzi come sempre piuttosto affamati, ma ormai non ci facciamo più caso. Ci interessa solo arrivare in tempo. Non possiamo permetterci di saltare il concerto: quella di Ekaterinburg sarebbe la nostra prima data in Asia!
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Asia | Europa

Ekaterinburg è una delle più grosse città russe e sorge appena dopo gli Urali, all’inizio del plateu siberiano. Qui siamo davvero lontani da casa... Avvicinandoci alla cità, la prima riflessione che ci sovviene è: per quale motivo due milioni di persone vivono qui?
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Entrando in città vediamo un enorme cartello pubblicitario con scritto Adriano Celentano in cirillico e la faccia del molleggiato. Buffo, suoniamo la stessa sera di Celentano! Poi, pensiamo, che non può essere davvero un concerto di Celentano. E difatti si tratta della sua cover band ufficiale; essendo il Celenta una specie di mito qui in Russia anche la sua cover band è famosissima e si può permettere cartelloni di quelle dimensioni.
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Adriano Celentano?
La periferia sovietica di Ekaterinburg ammantata di ghiaccio sporco, funestata da un vera e propria tormenta di neve, suona come l’intera discografia dei Joy Division rallentata di qualche bpm (se no suonerebbe troppo allegra).
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Il navigatore ci annuncia che siamo arrivati: pavarotjie, un ultima svolta e saremo a disetinazio… No. Ci siamo impantanati in un cumulo di neve fresca...
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Denis non si scompone e dice: “Vado a chiamare qualcuno che ci aiuti. Ciao”. E si allontana nella nebbia. Noi, scendendo dal furgone, abbiamo un cordiale assaggio di freddo siberiano. Alcuni si rifuagiano sotto una tettoia nell’illusione di poter sfuggire a questo gelo pervasivo. Una signora ci vede in difficoltà, scende dall'auto e ci presta la sua pala, che qui pare tutti tengano nel portabagagli per ovviare a casi di innevamento. Scaviamo disperatamente nella neve per liberare il furgone quando torna Denis con una brigata di qualificati spingitori siberiani che liberano il mezzo e ci permettono di percorrere i 30 metri che ci separavano dal Dabar, il posto in cui suonerremo questa sera.
Scarichiamo il furgone in fretta e furia sotto la neve, e iniziamo a pattinare sul ghiaccio cercando di tenerci in piedi a vicenda. Ehi, ma perché tutti qui trovano normale che l’intera città sia diventata una pista di pattinaggio? Solo noi sembriamo avere evidenti problemi a stare in piedi! A renderci la vita più complicata arriva un vecchino che ci invita a salire a tutti i costi sul suo autobus d’epoca sovietica parcheggiato lì a fianco. Davide accoglie la proposta con entusiasmo...  

Le avventure di Davidello sulla neve
Il Dabar è un classico locale dall’aspetto un po’ ambiguo (night-club? O strip-bar?). Dentro, a differenza di fuori, fa un caldo tropicale. Ci sistemiamo nel privé sui divanetti, sembra davvero di stare in discoteca; in ritardo, bagnati, infreddoliti pensiamo che quel tepore rappresenti il massimo che possiamo chiedere da questa situazione, quando qualcuno entra con una pila di grossi contenitori e dice: “*********”. Cioè, non capiamo niente. Ma forse ha a che fare con il cibo. Già, c’eravamo dimenticati che esiste una pratica abbastanza comune chiamata mangiare. E’ buffo che la miglior cena della nostra storia di gruppo si sia rivelata senz'ombra di dubbio questa, qui in asia minore, in quest’oasi siberiana: pizze giganti e sushi vegano in quantità da sfamare un esercito, lì, tutto per noi!

Il biglietto dei concerti seri
Il pubblico siberiano è caldissimo ed esagitato e il nostro ultimo concerto di questo memorabile tour russo scorre nel migliore dei modi...



Dopo il concerto, bolliti al punto giusto, veniamo intervistati per una fanzine locale...


Dopodiché, niente può più fermarci: per festeggiare l'ultima data del tour ci lanciamo sulla pista a ballare come scemi per ore, bevendo vodka con l'imbuto. D'altronde, ovunque ti giri, qui c'è qualcuno che te ne offre! A scendere nei particolari di quello che è accaduto da qui in avanti ci pensano le foto qua sotto... addio!


[...Continua...]

19/07/14

[Russian tour report 2014 - 8 di 10] 
Venerdì 25 aprile, da Kirov a Perm'. Dopo il freddo, la neve.  

Shona Laing - Soviet snow (1985) [...siamo ben svegli? Il mondo ne è a conoscenza? Radiazioni sulla Piazza Rossa, paura ad attraversare le strade, paura di congelarsi nella neve sovietica. Un occhio all'inverno, oh, ma è solo un accenno di neve sovietica...]



[Valeria] La notte a Kirov, nonostante l'amorevolezza della ragazza che ci ha ospitato, vanta un record: è riuscita a segnare male e profondamente tutti e tutte. Il problema è sempre lo stesso: siamo in troppi. Citando i Fall Of Efrafa (ma anche la Bibbia) "I am legion for we are many", che nel concreto significa... c'è chi dorme sul tappeto con un giaciglio fatto di giacche, vestiti e asciugamani; c'è chi dorme in tre sopra un materassino da campeggio a una piazza e mezza; c'è chi si stringe in un sentito abbraccio a Denis.
Ci svegliamo tutti rotti e accartocciati come ragni che fingono di essere morti. E guardiamo fuori dalla finestra...


Kirov in the mist
Nevica! E ci aspetta il viaggio più lungo di questo tour. Abbiamo davanti a noi almeno nove ore di furgone. E sia! Ci attende Perm' e la penultima data del tour. Perm' è a due ore di fuso orario da Kirov, quindi oltre a calcolare le circa nove ore che impiegheremo ad attraversare i cinquecentoventi chilometri che separano le due città dobbiamo tener conto del fatto che abbiamo due ore di svantaggio! La Russia non smentisce mai: è l’unico paese nel quale c’è un salto di due ore di botto nel fuso orario! Pare che sia per motivi legati al campionato di calcio, tra l'altro…
Carichiamo il furgone, cantando canzoni natalizie sotto la neve che fiocca...




Ci stipiamo in furgone al calduccio e ci addormentiamo secchi dopo meno di un minuto. Tutti. Persino Denis, temo. Dopo un paio di orette è il momento di una smoking brrreik e ci si ferma ino di quegli autogrill per camionisti molto naif, in un paesino imprecisato in mezzo al solito nulla. Il bagno esterno ed è impraticabile. Una cabina di legno con in mezzo un buco e... non c'è bisogno di entrare nei dettagli.

Denis beve due caffè di fila. Sarta decide di prendere del puré. Loki compra una fetta di torta nuziale ed io una sorta di crêpes unta con dentro della caramella mou sciolta. Buona, eh, ma me ne pentirò. La mia autodiagnosi dice che quel mal di pancia latente che mi accompagna dalle prime ore dell'alba non è assolutamente dovuto alle mille birre e agli shot di Blavod, la temibile vodka nera, della sera prima... No, è stato il dolcino e il freddo a farmi male.
In ogni caso, durante la nostra colazione-pranzo-matrimonio (non capiamo più cosa e quando mangiare) ci capita di assistere ad un telegiornale russo. Diversi minuti di monologo di Putin. Solo e soltanto notizie di guerra. Niente politica (a parte il sermone di Putin), niente opposizione che attacca, niente maggioranza che si difende. Nessun politico arrestato o indagato. Nessun gattino eroico che salva le balene da morte certa. Niente cronaca, niente gossip. Solo guerra... o meglio, solo propaganda di guerra...
Denis quando vede Putin in televisione fa il saluto nazista, poi alza il dito medio e dice “fuck off”. Noi cerchiamo di nasconderci sotto il tavolo e ci guardiamo intorno sperando che nessuno lo abbia visto - ci sono dei tipi per nulla raccomandabili e piuttosto massicci in giro. C'è chi si finge una pianta, chi cerca di mimetizzarsi con le piastrelle glitterate del locale e chi, come Loki, che si finge un volatile; quest'ultimo, appena usciti dal caffé, dà inizio ad una slam-poetry con alcuni corvi appollaiati su un abete. I corvi rispondono, ma Loki, nonostante la differenza numerica, vince, il che è un bene per diverse ragioni; se all'interno del caffé ci fosse stata una spia-collaborazionista-infiltrata pro-Putin, grazie alla performance di Loki, avrebbe compreso che eravamo soltanto un gruppo di matti vestiti di nero, che girano per luoghi inospitali e nulla di più... anarco-che?!? Ci rimettiamo in viaggio. Il lunghissimo, interminabile viaggio verso Perm'...


Dopo oltre cinque ore facciamo una seconda pausa in un secondo caffé che sorge sulle sabbie mobili. La località è tra le più desolate e deprimenti mai viste...

Non sto ancora molto bene. Maledetto dolcino! Per curarmi, decido di comprare una lattina da un litro di Baltika. Tenerla in mano mi fa sentire come se fossi ancora una bambina immacolata, in un mondo di cose giganti. Il nonno acquista invece una bottiglia di Baltika 9, quella vietata dal buon senso.
Finalmente arriviamo a Perm'. Sono quasi le otto. Dobbiamo suonare subito! Appena parcheggiato il furgone in quella che doveva essere un zona industriale, sentiamo qualcuno urlare “figli di puttana,  pezzi di merda!”. Scendiamo dal furgone e il responsabile si presenta: Antonio. È russo, ma parlicchia in italiano. Presenta anche i suoi amici con il loro nome declinato in italiano. Noi facciamo lo stesso in russo. Il mio nome si pronuncia “Leyra” o qualcosa del genere, ma è un nome da uomo. A me non dispiace.
Il posto dove dobbiamo suonare è un'enorme rovina industriale labirintica. Sembrerebbe a tutti gli effetti uno squat, eppure ci spiegano che sono in affitto, ma non hanno i permessi e le licenze necessarie. Il solito posto "semi-legal", insomma. Ci informano anche che quello di questa sera sarà l'ultimo concerto: il proprietario vuole trasformare quello che sembra un inferno pre-luddista, in un moderno complesso di uffici. Auguri. All'ingresso del posto ci sono due bellissime punk tutte colorate con un banchetto vegan. È il primo che vediamo da quando girovaghiamo per la Russia. Continuo ad aver problemi di pancia, ma i bagni sono pessimi. Decido di bere una birra. Un'altra... una ancora e quello che sembrava il cesso di Trainspotting si trasforma in un posto ospitale dove sedersi, riflettere, leggere il giornale e... non c'è bisogno di entrare nei dettagli anche in questo caso. Una simpatica nota: gli organizzatori del concerto usano appiccicare i flyer di altri eventi sulle lattine di birra! Soviet-punk-marketing.



A cena nel backstage
Il concerto inizia presto, molto presto. Già durante il sound-check c'è chi poga felice come una pasqua. Il palco è altissimo. Faccio metà concerto in ginocchio per cercare di incrociare qualche sguardo. Un ragazzo si toglie la felpa e me la mette sotto le ginocchia. Che tenero!
Stiamo per attaccare con il bis di Mamma Anarchia, quando alcuni skin giganti decidono che tutti e sette dobbiamo fare stage diving. Non ci sono scuse. Veniamo presi a turno e ribaltati sulla folla che ci sballotta un po' e poi ci ripone, con precisione chirurgica, sul palco...



Finito il concerto torniamo in quello che dovrebbe essere un backstage (una stanza a cui mancano due pareti su  quattro, ma dotata di una pratica porta per accedervi e di un orologio di legno con le lancette disegnate a matita) per essere accolti dai Re Magi. Ognuno di loro ha con sé un dono. Loki riceve una mela, io della marmellata fatta in casa conservata in una bottiglia di plastica e riemergono le due ragazze del banchetto vegan che ci regalano tutti i panini avanzati. Tornati in ostello ci fermiamo nella sala comune per consumare i nostri doni. Alcuni di noi vanno subito a letto. Altri vengono rapiti da un uomo gigante che indossa una camicia hawaiana slacciata e ha una pancia grande come una Fiat 500; sopra la pancia, vanta una dozzina di cicatrici da pugnalate. Si parla di musica... cioè LUI parla di musica. Mostra ai suoi nuovi amici (noi) alcuni video su youtube di pezzi pop-rock russi con donne discinte. Fa headbanging e dimena la pancia in tutte le direzioni. Non resta che annuire e fingersi interessati: nonostante ciò, non rilascerà gli ostaggi prima di un paio di ore. Non ci è dato sapere in che cosa sia consistito il riscatto: Lisa, il Nonno e Loki non se la sono sentita di raccontarci tutto...

“Il russo in pillole", settima puntata: Kakaia strecha! Che gradito incontro!

[Continua...]

16/07/14

[Russian tour report 2014 - 7 di 10] 
Giovedì 24 aprile, Kirov. Sconfitta la fame... il freddo!

Graždanskaja Oborona – Vsë idët po planu (Tutto sta andando secondo i piani) [...la Perestroika è ancora in corso e tutto sta andando secondo i piani. E il fango si è trasformato in ghiaccio nudo. E tutto sta andando secondo i piani. E tutto sta andando secondo i piani...].



[Puj] Sulla strada tra Kazan a Kirov (che si trova cinquecento chilometri più nord) il paesaggio cambia radicalmente: la steppa lascia il posto alla taiga. Foreste rade di conifere, sottobosco melmoso e… neve! Prima di partire, in mattinata, abbiamo svaligiato un supermercato di Kazan.

Sì, sono patatine al granchio.
Come un branco di disperati alla vigilia di un olocausto nucleare ci siamo procurati provviste per anni, arraffando un po’ a caso le cibarie più disparate: un secchio di carote alla coreana, una lussuriosa vaschetta di patate lesse immerse in una salsa viscida e burrosa, confezioni di patatine alla panna acida e ai cetrioli (lasciamo sullo scaffale quelle al gusto “granchio” e quelle al gusto “carne in scatola”), un barattolo di senape, gomme da masticare al cocco, fagioli in scatola, cetriolini giganti in salamoia, frutta candita fosforescente, e semi di girasole i cui gusci non sappiamo se mangiare o sputare. Naturalmente, per noi vegani/vegetariani la Russia non offre una gran varietà di cibi. Tofu, soia e seitan sono sostanzialmente sconosciuti, la verdura non è molto varia, la frutta neppure. 
Ovviamente, appena partiti, metà della roba che abbiamo preso al supermercato si rovescia in furgone creando una situazione di unta catastrofe. Il liquido delle carote alla coreana ci scorre sulla schiena mentre le patate condite scorrazzano indisturbate sul sedile posteriore; le scatole di fagioli rotolando per il portabagagli e l’acqua dei cetrioli non vuole starsene quieta nel suo barattolo. Spalmati di salsa rosa e irrorati di liquami odorosi, ci accartocciamo su noi stessi finché non riusciamo ad infilare tutti i nostri problemi in un sacchetto e scaraventarlo nel primo cestino della spazzatura.
A seguito della parola d’ordine di Denis (smoking brrreik!), facciamo una sosta in un’ampia piazzola ai bordi della strada. Siamo in mezzo al niente più nullo...

L’unico segno che ci ricorda della presenza umana sul pianeta terra è costituito da una fermata dell’autobus, rigorosamente deserta. Le fermate dell’autobus sono una cosa singolare in questo paese, non solo perché sorgono in luoghi davvero isolati e perché di autobus non ne passano mai (e difatti nessuno li aspetta), ma anche perché, dove tutto cade a pezzi, le fermate degli autobus sono impeccabili, ridipinte di fresco e ben curate. Molte poi sono davvero graziose, altre artistiche, sembrano opera di scultori e designer! Tutta la creatività degli architetti sovietici sembra essere stata riversata nei monumenti ai caduti della Grande Guerra Patriottica e nelle fermate degli autobus. Quando si è trattato di costruire case, beh... di creatività ne era rimasta davvero poca. 
Il retro delle fermate degli autobus è anche un ottimo posto per appartarsi a pisciare in pace, considerato che non c’è mai nessuno che aspetta l’autobus, e considerato che i bagni pubblici nelle stazioni di servizio consistono in buche scavate nella terra e spacciate come water. 
Tuttavia, questa volta, decidiamo di andare a farla nella foresta: sono ore che la vediamo dal finestrino ed ora… vogliamo viverla! Cioè, non troppo, solo il tempo di una pisciatina su un tronco di pino, prima che un orso senta l’odore delle patate lesse al burro che abbiamo spalmato sui nostri abiti e venga a leccarci. Ci avviamo rapidamente verso i primi alberi, ma dove finisce l’asfalto è come camminare su un gigantesco tiramisù di merda! Tutto è fango! Tutta quella foresta che abbiamo davanti è una terribile distesa di melma!


Mentre pisciamo dietro alla confortevole fermata dell’autobus, ci viene in mente che Denis ci aveva raccontato che l’ultima volte che aveva fatto questa strada, in inverno, la carreggiata correva in mezzo a due pareti di neve alte quattro metri. In effetti quattro metri di neve che si sciolgono non possono che andare a finire nella terra e generare una sconfinata fanghiglia...   


A Kirov il tempo non è brutto, ma la temperatura non è più quella mite dei giorni scorsi, fa DAVVERO freddo... Il navigatore ci porta all'appartamento nel quale trascorreremo la notte. Cioé questo:

Searching for a place to sleep...

Fortunatamente il navigatore si è sbagliato e ci rechiamo un paio di isolati più in là a casa di Alessandra (si chiamava così? mah...), un’amorevole ragazza intrippata con l’Italia. In cucina ha appesa una cartina del Belpaese con tutti i nomi delle regioni e in camera tiene una pila di numeri della rivista Bell’Italia (in italiano). 
I russi, in generale, hanno una predilezione per il nostro paese...
Stasera suoneremo al Chepay Bar, un specie di pub in stile europeo; se non fosse per il buttafuori naturalmente, figura tristemente ricorrente qui in Russia.
Incontriamo Vanya dei Flegmona, una crust band locale, che due anni fa ci contattò per realizzare uno split con noi. Poi questo cd split uscì, ma mai e poi mai avremmo pensato di incontrare dal vivo questi ragazzi! Sembra incredibile ora essere qui con loro. 
Altro elemento surreale è il fatto che ci imbattiamo in un ragazzo di Kirov che parla piuttosto bene italiano perché ha vissuto qualche tempo a Roma, ed iniziamo a disquisire con lui sugli spazi occupati della capitale... Come ci è già capitato qui in Russia, mentre siamo lì a berci una birra nel locale, qualcuno ci fotografa di nascosto, per testimoniare la presenza, in queste lande, di bipedi esotici di razza mediterranea...

Durante il soundcheck, dai capelli di Valeria scendono patate lesse con la salsa, e deduciamo che le ha conservate lì per tutto il giorno, da quando le si sono rovesciate in testa durante il viaggio in furgone. Notevole. Il concerto di Kirov va più o meno così:







 

Dopo il live si scatena il solito carosello di fotografie, autografi, pacche sulle spalle, liquori e liquorini etcetc… ed anche un’intervista rilasciata al bancone per una 'zine locale. Il ragazzo si appunta le nostre risposte su un quaderno, e sembra molto serio. Le sue domande però a volte sono buffe: tipo “Ascoltate musica classica?” oppure “Che cosa ne pensate di Giuseppe Verdi?”.
Tra i vari ragazzi ansiosi di interagire, uno in particolare attira la nostra attenzione, perché non sembra volerci dire che abbiamo suonato bene o voler fare la solita foto insieme con il pugno alzato, ma pare particolarmente arrabbiato e agita nella mano un tesserino in cirillico. Purtroppo non parla inglese e così ci facciamo aiutare dall’altro che parla italiano, che può fare da interprete. Scopriamo allora che vuole raccontarci che è un reduce della guerra in Cecenia e che odia Putin.

Putin-bop
Per dimostrarci le ragioni del suo odio ci mostra  alcuni scontrini che tiene nel portafoglio; insiste perché li teniamo e li facciamo vedere a tutti in Italia: si tratta delle ricevute degli sconti sull’abbonamento dell’autobus che ha ricevuto dal governo per aver prestato servizio in Cecenia: osserviamo e appuriamo che lo sconto ammonta a 10 rubli. 20 centesimi di euro!

Hai combattuto in Cecenia?
“Mi chiede se avete capito perché lui odia Putin!” ci dice quell’altro ridendo. Annuiamo, ma la cosa non ci fa molto ridere. Lo osserviamo negli occhi che ci guardano sbarrati. Sembra un ragazzo come tanti altri qui, tatuato, alla moda occidentale, ma qualcosa nel suo sguardo  trasmette un’inquietudine che non ha niente di familiare: è la porta verso una dimensione estranea. Vorremmo sorridere anche noi, ma quando sbatti il muso contro la dura quotidianità di questo paese, che non è quella di otto italiani che girano da una città all’altra per suonare la loro musica, non ti viene proprio da ridere.

In queste lande, a volte, si vive una sensazione che non può essere descritta semplicemente da un generico “eh già, qui la vita è dura...”. La vita qui non è semplicemente dura, ma è anche beffarda e, paradossalmente, venata di nonsense. Si percepisce da ogni parte un senso di abbandono, di isolamento sociale e fisico, ma anche un gioioso senso di caos: è tutto troppo grande e complicato qui per essere realmente sotto controllo. E’ una sensazione che abbiamo provato spingendoci sempre più verso est in questo tour, dopo aver attraversato distese di nulla solcate da strade malconce che non conoscono alcun intervento di manutenzione da decenni. Tutto sembra lì un po' per caso, ma, proprio riguardo al caso, il fatalismo è l'autentico stile di vita russo: “E' andata così, beviamoci sopra”. 
I russi possono apparire di primo acchito un popolo malinconico, ma scopri poi che sanno ridere, e che hanno un grande senso dell’umorismo soprattutto quando parlano del proprio paese, del suo passato o del suo presente. C’è un divertentissimo (e amarissimo) libro scritto da un giovane autore, proprio di Kirov, che si chiama Aleksander Ikonnikov, pubblicato in Italia con il titolo di “Ultime notizie dal letamaio”. Uno dei racconti più divertenti è quello che parla della Festa dell’Indipendenza, e descrive molto bene il fatalismo e l'entropia che caratterizza l'esistenza dei russi: “Quando istituirono la nuova festa tutti ovviamente se ne rallegrarono. Ce n'erano già altre, ad esempio la Festa degli autisti, la Festa della polizia, la Festa degli operatori sanitari; insomma, una per ogni professione. Poi c'era la Festa della donna, la Festa dei difensori della patria, la Festa per la difesa dei bambini, la Festa della costituzione e via dicendo. Perché mai non avrebbe dovuto esserci una Festa dell'indipendenza? Certo, alcuni si chiesero: la Russia, un impero che ha assoggettato centinaia di popoli, festeggia l'indipendenza? Ma l'indipendenza da chi? Da che cosa? Poi però, senza starci a pensare più di tanto, capirono: l'indipendenza gli uni dagli altri, cioé lo Stato se ne infischia di te e tu te ne infischi dello Stato. Questo pensiero fu un sollievo per tutti, che quindi furono doppiamente felici dell'evento”.    

Tornando a noi… la serata a Kirov si chiude piacevolmente a casa di Alessandra dove mangiamo zuppa, chiacchieriamo con alcuni autoctoni e controlliamo di non avere patate lesse con la salsa tra i capelli...

Little party in Kirov

Nonno rock'n'roll
C’è un amico di Denis che si chiama pure lui Denis e che si è trasferito a Kirov da qualche tempo, ma è nato e cresciuto a Vorkuta. Vorkuta? E' una di quelle cittadine russe che a vedere dove sono collocate sulla cartina vengono i brividi: sorta negli anni trenta intorno ad un gulag (i famigerati campi di lavoro di Stalin), Vorkuta è l’ultimo avamposto nella Repubblica dei Komi, prima del nulla artico, a 1500 chilometri a nord-est di Kirov.

Vorkuta city
Io appaio sorpreso che lui provenga da quel “freezing fucking hell” come lo definisco, forse in maniera un po’ indelicata, tanto che Denis si preoccupa di dirmi che il suo omonimo ama Vorkuta, e ci è molto legato. Vorrei chiedere un infinità di cose ad un vero abitante di Vorkuta, ma alla fine tutto mi sembra troppo complicato e l’unica cosa che chiedo è  se ci si può  organizzare un concerto dei Kalashnikov. Insomma una domanda idiota. I due però sembrano possibilisti. Il problema è che a Vorkuta ci si può andare solo in aereo o in treno, non ci sono strade che la collegano al resto della Russia!
Nel frattempo il nonno è tutto fatto e sta colando giù dal divano come un grosso lumacone senza guscio, gridando “Ja Ja Pa Russki” in continuazione, per ringraziare i nostri amici dell'ospitalità. Sorpresi da questa sua improvvisa e inattesa conoscenza della lingua russa, ripetiamo “Ja Ja Pa Russki, Ja Ja Pa Russki” sorridendo ai presenti. Tutte le amiche e tutti gli amici russi ridono e brindano, ripetendo “ Ja Ja Pa Russki! Ja Ja Pa Russki!”.

“Il russo in pillole”, settima puntata: Ja Ja Pa Ruski: non vuol dire assolutamente niente.