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12/05/16

[we speak about...your letters!]
Le vostre lettere su Radio Ondarossa
[Sarta] E' da qualche tempo che, complici Valeria e il losco figuro romano che corrisponde al nome di Fantasma, abbiamo lanciato una simpatica iniziativa che allieterà (?) le vostre/nostre esistenze. Si tratta de “Le vostre lettere”, una specie di rubrica ospitata all'interno di DIY Invasion sulle frequenze di Radio Onda Rossa, la storica radio romana nell'etere dal 1977. In cosa consiste? Vi chiediamo in pratica di inviarci dei racconti/poesie/storie scritte di qualsiasi genere o ambientazione, purché brevi: ce li ciuccieremo per benino risputandoli fuori sotto forma di onde sonore. Sissì: con grande dedizione verranno recitati dalla prode Valeria e musicati dal vostro amato/odiato collettivo Kalashnikov, assumendo forme e significati inediti, sorprendenti ed imprevedibili. Non chiedetevi il perché di tutto questo, piuttosto - presto, compagne e compagni, non esitate
! - inviateci i vostri racconti! Non assicuriamo ovviamente di recitarli e musicarli tutti ma, insomma, faremo il possibile.

L'iniziativa è già avviata non sappiamo quali pieghe prenderà: una prima tranche di racconti ha già subito la metamorfosi da pagina scritta a operetta sonora, tant'è che il buon Fantasma ha ospitato a turno uno di noi in radio, tramite collegamento telefonico, in ben tre puntate di DIY Invasion per presentare i primi altrettanti racconti. Ne sono venute fuori delle simpatiche chiacchierate, più o meno interessanti, più o meno logorroiche, più o meno imbarazzate, che potete ascoltare direttamente sul sito della radio. Noi, più sinteticamente, vi mettiamo qui sotto i racconti che via via componiamo, commentati e pronti per l'ascolto: fatene saggio uso!

"Le vostre lettere"
Il primo racconto è "l'episodio pilota", il numero zero, la genesi di tutto: "Le vostre lettere" è l'annuncio della "chiamata alle armi" rivolto a voi là fuori che - lo sappiamo! - avete tanti racconti scritti nel cassetto ma che, per vari motivi, non li avete ancora fatti leggere a nessuno.
Ascolta la puntata di DIY Invasion su Radio Onda Rossa (ospite Valeria Disagio)

"Milano antartica"
Il secondo racconto è il breve diario di una partigiana della Milano antartica post-nucleare. Tra riflessioni su uomini e donne, femminismo, guerriglia, si parla anche della base missilistica ai Giardini pubblici Indro Montanelli.

"Non credo - bozza di una sceneggiatura per un film di guerra (senza la guerra)"
Questo racconto, già inserito nel nostro 10'' split "Come il soffitto di una chiesa bombardata" con gli amici Contrasto, è l'allucinazione da trincea di un soldato senza nome. La guerra di ogni giorno trasfigurata come se fosse la sceneggiatura surreale di film privo di epica ed eroi, dove il nemico/protagonista è presente ovunque, ma non si vede mai.
Ascolta la puntata di DIY Invasion su Radio Onda Rossa (ospite Sarta)


"Marchionne deve morire: la rivoluzione dei 10.000 gatti kamikaze che assomigliano ad Hitler"

Qui invece siamo dalle parti di Philip K. Dick: un buffo racconto, divertente e inquietante allo stesso tempo, dove i piani della realtà si moltiplicano, dove pazzia, mutamenti della personalità e complotti la fanno da padrone. Protagonisti una gattara, una veterinaria svenevole, un gatto dal nome altisonate e un segreto inconfessabile.
Ascolta la puntata di DIY Invasion su Radio Onda Rossa (ospite Valeria)


"Reset - Favola animalista"

Ed infine, un racconto sulla fine della supremazia umana: cosa accadrebbe agli animali sulla terra se tutti gli uomini, d'un tratto, scomparissero? La storia incrociata di un dio distratto, una mucca, il cane Focaccina e la gatta Yumi.
Ascolta la puntata di DIY Invasion su Radio Onda Rossa (ospite Valeria)

18/05/15

[We talk about...]
Biodossier! Appunti per una bio/etica Queer
Tanti anni fa, quando ero un ragazzino confuso (o una ragazzina incompresa, fate voi) andai a vedere una mostra di rettili di tutto il mondo allestita dal comune del mio paese (un errore grossolano che poi non feci più date le condizioni in cui vengono tenuti gli animali in questi carrozzoni itineranti)”. 
[Pep] Così si esprime, con oscura e ambigua tenerezza, la militante transgender e antispecista Barbara X, nel suo romanzo “Uncuorebestiale. Frammenti sparsi di un vissuto irregolare” (DIY Resistance 1) facendo coincidere consensualisticamente la produzione della propria libertà con quella della libertà dell'altro, in un'erotica e abissale intersezione dei livelli soggettivi individuali, in quanto creatori autopoietici di identità finzionali: e nel reciproco s-confinamento anti-biografico tra i diversi livelli diacronici del proprio percorso esistenziale (“La mia vita” scrive Barbara X “non avrebbe mai potuto avere una storia normale, cioè una storia intesa come lineare narrazione cronologica di episodi e sensazioni; sentivo piuttosto che essa sarebbe stata prima di ogni altra cosa una miriade di vicende variegate, lontanissime anni luce l'una dall'altra, un folle carosello di ricordi e rottami di attualità sconvolgenti, disuniti, sconnessi, isolati e in grado di creare dal disordine totale una Storia, la trama slegata, frammentaria e a singhiozzo di una vita contemporanea”).
Ma forse il moderno progresso scientifico ha già superato questa prospettiva per bocca di uno dei suoi più significativi rappresentanti, lo psicobiologo Alberto Oliverio che così si esprime: “Ognuno di noi si percepisce come uomo o come donna. Generalmente si ritiene che questa identità di genere sia conforme al sesso biologico per cui una donna si dovrebbe identificare in termini femminili e un uomo in termini maschili. Tuttavia ciò non si verifica sempre perché alcuni individui biologicamente maschi si ritengono prevalentemente femmine e alcune persone biologicamente femmine guardano a sé stesse in termini maschili. Altri non considerano che il proprio genere sia maschile o femminile, ma una fusione dei due sessi e altri ancora si considerano appartenenti a un terzo genere. Col termine transgender ci si riferisce quindi a un insieme di persone che esprimono nella vita un senso innato del genere diverso da quello che è stato loro assegnato alla nascita. Per lungo tempo questa condizione è stata considerata come una deviazione patologica, un disturbo legato ad un insieme di esperienze e dinamiche psichiche, e quindi oggetto di terapie diverse, generalmente inefficaci: oggi numerosi studi indicano invece che transgender si nasce a causa di una diversa impostazione cerebrale...Nei transessuali maschi (MtF) il numero dei neuroni nella BST è simile a quello che esiste nelle donne-ossia è circa la metà rispetto a quanto si verifica nei maschi cisgender, a proprio agio col genere assegnato alla nascita...L'inversione del numero di questi neuroni [quelli che producono somatostatina] nel cervello transessuale viene considerato come un segno della dissociazione che si verifica tra il differenziamento dei genitali e quello cerebrale” (da “Mente & Cervello. Il mensile di psicologia e neuroscienze”, aprile 2015).
E' significativo come lo Stato Terapeutico contemporaneo amplificantesi, ormai, tramite l'ideologia biotecnologica e trans-umanista in un progetto, in realtà apocalittico, di salvezza globale dell'umanità e del vivente, attui una sorta di rovesciamento del progetto che Susan Sontag descrive nel suo volume “Malattia come metafora” (1978): “Esiste almeno la promessa di un trionfo sulla malattia. Una malattia “fisica” diventa in un certo senso meno reale-ma in cambio più interessante- nella misura in cui si può considerarla malattia “mentale”. In tutta l'epoca moderna la speculazione si è continuamente sforzata di estendere la categoria della malattia mentale. In effetti in questa cultura il rifiuto della morte è in parte un enorme allargamento della categoria di tale malattia. La malattia si estende grazie a due ipotesi. La prima è che si possa considerare malattia ogni forma di deviazione sociale. Di conseguenza se si può considerare malattia il comportamento criminale i criminali non devono essere condannati o puniti, ma capiti (come capiscono i medici), curati, guariti. La seconda che ogni malattia può essere considerata sotto l'aspetto psicologico. La malattia è cioè interpretata, fondamentalmente, come un evento psicologico e si incoraggia la gente a credere che ci si ammala perché (inconsciamente) lo si desidera e che ci si può curare mobilitando la propria volontà; cioè che si può scegliere di non morire della malattia. Sono due ipotesi complementari. Mentre la prima sembra alleviare il senso di colpa la seconda lo ripristina. Le teorie psicologiche della malattia sono un mezzo poderoso per gettare la colpa sul malato. Spiegare ai pazienti che sono loro stessi la causa, involontaria della propria malattia significa anche convincerli che se la sono meritata”.
Quest'ultimo percorso pare oggi trovare il ribaltamento che lo implica ma lo supera: la malattia mentale, preservando e trasferendo il proprio stigma ad un livello fisico (tramite la sua ri-lettura in tal senso) conferma e ristruttura l'utilizzabilità strategica e la trasferibiltà di quest'ultimo a livello sociale nel senso genetista. Lo Stato terapeutico conferma infatti da sempre patogenicamente l'idea di famiglia, traducendo il proprio neo-familismo in un rinnovato veicolo di controllo sociale e di amplificazione indefinita dei processi di stigmatizzazione. La ricerca infinita quanto inutile delle cause delle varie malattie e devianze ha uno specifico finalismo, come scrive lo storico JohnBoswell nel suo saggio “Cristianesimo, tolleranza, omosessualità. La Chiesa e gli omosessuali dalle origini al sedicesimo secolo” (1980): “Per quanto riguarda la problematica eziologica bisogna notare che ciò che “causa” l'omosessualità è una questione importante solo per le società che considerano i gay gente bizzarra o anomala. La maggioranza della gente non si domanda che cosa “dia origine” alle caratteristiche statisticamente comuni, come il desiderio eterosessuale o l'uso della mano destra; le “cause” sono ricercate solo per gli attributi personali che vengono ritenuti al di di fuori dei modelli consueti di vita”. 
Tipicamente si pensi all'inutile e infinita ricerca delle cause della malattia mentale, a tutt'oggi non rinvenute: quest'ultima oscilla fondamentalmente tra la stigmatizzazione irrimediabile dei familiari attraverso l'accusa di essere responsabili della “patologia” del congiunto in quanto autori di relazioni “distorte”, se non decisamente “patologiche”, e attraverso quella di esserlo in quanto portatori del mai rinvenuto “gene della follia”, tanto credibile quanto il fantomatico “gene gay” o “gene trans”. I tre geni in questione sono affabulati socialmente e mediaticamente in quanto mirano ad una lettura sottesamente antropomorfica dell'apparato genetico, il quale sarebbe portatore di modalità etiche, culturali e relazionali, nel senso della sua identificabilità con esse, da squalificarsi con “politicamente corretta” tolleranza, in attesa della loro eliminazione. D'altronde domandarsi “la causa” del fatto che un individuo abbia una data personalità, corrispondendo al tentativo sociale, sotto forma di disvelamento eziologico, di trovare un capro espiatorio concettuale per il presentarsi dell' “inesplicabile”, ha senso quanto domandarsi “la causa” o “le cause” del fatto che un individuo sia sostenitore del partito democratico piuttosto che di quello repubblicano, laddove sarebbe semmai significativa una contestualizzazione che consenta di comprendere i diversi modi d'essere individualmente elaborati nella loro dialettica e affermativa ragion d'essere.
L'altro versante della problematica, con riferimento all'omosessualità più in generale, è messo in luce nel 2005 dalla psicoanalista Simona Argentieri, che così si esprime: “Un esempio...a mio parere molto convincente è quello relativo all'omosessualità, che una fascia di ricercatori nordeuropei vorrebbe ricondurre ad una ragione genetica. Il paradosso è che tale ipotesi riduttiva e mortificante (tra l'altro poco accreditata sul piano scientifico) che vuole confinare la sessualità a “sindrome” condizionata da un supposto “gene” ha invece incontrato non solo il favore di alcuni bempensanti, lieti di ricostruire in chiave di DNA un modernissimo piccolo ghetto delle pratiche contro natura: ma anche di alcuni omosessuali che vi hanno trovato un alibi per non interrogarsi su di sé e per non doversi considerare protagonisti delle proprie vicende psicologiche e amorose.
In tal senso prevarrebbe la promozione di un criterio biografico dell'auto-interrogazione, il quale, a continuo rischio (e per lo più con la garanzia) di trasformarsi in un criterio patografico, la psicanalisi propone, sulla base dei suoi storici meriti, come propria specificità. Una pertinente risposta proviene da uno di testi che più nettamente attaccano la concettualizzazione psichiatrica, la biografia di Leopold VonSacher-Masoch dello storiografo Bernard Michel (1989). Così Michel mette in luce la sua valutazione della psichiatria che, attraverso le dottrine di Krafft-Ebing, patologizzò lo scrittore austriaco: “Krafft-Ebing creava un collegamento stretto, discutibile e in seguito abbandonato tra sadismo e masochismo che sarebbero state le due facce complementari della devianza sessuale. Così cominciava lo studio del masochismo, da Freud a Deleuze ma, come ho detto nell'introduzione, non è questo l'argomento di questo libro. Leopold respinse indignato le affermazioni di Krafft-Ebing, ma ritenne inutile una refutazione pubblica. Tra l'immagine deformata che dava di lui lo psichiatra e la realtà della vita non poteva esserci alcun punto di contatto... La psicologia può servire a orientarsi nei salotti letterari di Parigi o di Vienna, non negli spazi infiniti della steppa galiziana che schiacciano gli uomini, se riescono a sfuggire all'inseguimento dei lupi o al peso interminabile della corvée. Leopold è moderno perchè barocco. E questo spiega la sua violenza, la sua forza, la sua indifferenza per i limiti: per questo ha tanto urtato certa critica e certo pubblico”. Il titolo, in realtà anti-biografico, che il traduttore Savino D'Amico, nel 1990, ha scelto per il volume di Michel, “Il piacere del dolore”, mette in luce, con una nozione tra estetologico e scioccante, Masoch come inventore di una modalità estetica, colta nella sua quintessenzialità, e artista totale della propria esistenza: in luogo che oggetto di una disamina biografico-narrativa. 
Già nel 1988 il fotografo radicale Joel-Peter Witkin rende pubblica la fotografia “Apollonia e Dominetrix creano il dolore nell'arte occidentale”. Così Witkin si esprime nel 1985 riguardo la propria ricerca/creazione visiva: “Un elenco parziale di ciò che mi interessa. Prodigi fisici di ogni tipo: piccole teste a capocchia di spillo, nani, gobbi, transessuali pre-operazione, donne barbute, artisti da baraccone che lavorano o in pensione, contorsionisti (erotici), donne con un solo seno (centrale), persone che vivono come eroi da fumetto. Satiri, gemelli uniti per la fronte, chiunque abbia un gemello parassitico, gemelli che hanno in comune un braccio o una gamba, ciclopi viventi, persone con code, corna, ali, pinne, artigli piedi o mani rovesciati, arti elefantini, ecc. Chiunque abbia braccia, occhi, seni, genitali, orecchi, nasi o labbra in più in più. Tutte le persone con genitali straordinarianìmente grandi. Padroni e schiavi del sesso. Donne con la faccia coperta di pelo con grandi lesioni della pelle che siano pronte a posare in abito da sera. Cinque androgini disposti a posare insieme come les Demoiselles d'Avignon. Anoressici senza peli. Scheletri umani e puntaspilli umani. Persone con un intero guardaroba di gomma . Uomini-lupo. Collezioni private di strumenti di tortura. Romanzo di parti umane, animali, aliene. Ogni genere di estrema perversione visiva. Ermafroditi e teratoidi vivi e morti. Una fanciulla bionda con due facce. Qualsiasi mito vivente. Chiunque porti le ferite di Cristo”, mentre già nel 1976 rispondeva, con aristocratico masochismo, alla psichiatria, in nome della propria battaglia iconofila/iconoclasta: “...Ho evocato un futuro di anni spesi in un infinito camminare con un'oggetto strano in mano e la macchina fotografica al collo, ripetendo di continuo gli stessi gesti, come un vecchio pazzo e solo, disprezzato dalla gente e colpito dalla sassaiola dei bambini; un giorno poi verrò trovato morto nello squallore circondato da migliaia di fotografie che avevo stretto al petto nel momento della morte. Il mio unico conforto è sapere che non sono solo, esisto nel mondo e ho un'esistenza reale che non si lascia né descrivere né penetrare. La mia opera rappresenta questa ricerca”. 
Lo conferma ben più radicalmente l'anarchico Renzo Novatore: “Ma solo colui che conosce e pratica la furia iconoclasta della distruzione può possedere la gioia nata dalla libertà, di quell'unica libertà resa fertile dal dolore. Mi ribello contro la realtà del mondo esterno per il trionfo della realtà del mio mondo interno”.

31/01/14

[Letture]
Matteo Guarnaccia “Non avrai altre Dee...” (1997)
Vicki Noble “Sessualità sacra e trasformazione” (2003) 
[Pep] «Nella letteratura sanscrita uno yogi descrive un'assemblea di yogini in un banchetto di orgiaste spirituali, che come le antiche Menadi greche, “erano inebriate” dalle loro sacre bevande fermentate (soma) che le avevano portate all'estasi. Le donne selvagge s'intrattengono con uno scheletro fingendo che sia il loro amante. Com'è possibile e che cosa ha a che fare con la sessualità femminile? E' quasi impossibile per un occidentale immaginare di avere un'esperienza energetica diretta con la morte visto che i nostri funerali sono così terribilmente asettici e deliberatamente poco eccitanti. E' passato molto tempo da quando abbiamo smesso di preparare con le nostre mani i cadaveri per la sepoltura ,delegando questo compito ai tecnici professionisti, che lo fanno lontano dalla casa dove vivono i nostri cari. Per dare un'occhiata alle bizzarre e (per noi) inimmaginabili possibilità presenti nei riti funerari animisti dovremmo osservare un rituale divinatorio di morte dell'Africa occidentale nel ventesimo secolo, in cui il cadavere danzante funge da veicolo oracolare per la comunità».

Così si esprime Vicki Noble, provocatoria tealoga e figura di spicco della spiritualità femminista. Nella sua personalità si intrecciano una capacità di pensiero tale da attingere alla dimensione primaria, sempre meno disconosciuta, della spiritualità umana, e una forte attenzione pratica alla dimensione dello sciamanesimo, concretatasi notoriamente nella realizzazione di una declinazione lesbofemminista dei tarocchi, disegnati da Karen Vogel e caratterizzati dalla rivoluzionaria forma rotonda: sconvolgendo e ri-leggendo con arcana eleganza il repertorio dei simboli tarocchiali. Il suo pensiero è capace di invalidare la manovra-chiave della strategia cristiana, con il riferimento di questa alla morte quale dimensione estraniata e distruttiva, di cui è necessario alimentare efficacemente la paura, onde far scattare per reazione la speranza nella vita eterna (così come più in generale il cristianesimo deve impoverire di senso l'esistenza umana per lasciar spazio ad un conferimento “salvifico” ed estrinseco di questo da parte di “Gesù Cristo”). 
In questo senso il tentativo di porre rimedio alla visione cristiana dell'esistenza è rappresentato in particolare dalla sottocultura Dark, dedita ad un'illimitata lettura estetizzante della morte: si pensi in particolare ad una delle sue esponenti più significative, la cantante transessuale Anna Varney/Sopor Aeternus, nella cui complessa opera musicale ha luogo un' esplicita erotizzazione della morte, sviluppata lungo tutto l'arco della sua straordinaria produzione. La spiritualità della Dea concepisce la vita e la morte come momenti di una processualità infinita: di qui un'immagine della Dea, rivelata da Marja Gimbutas, e sottolineata dalla più grande tealoga italiana, Luciana Percovich, con riferimento agli ultimi sviluppi delle civiltà ginecocratiche: “Si sviluppa la raffigurazione della Dea della Morte, che ha bocca larga, zanne e talvolta la lingua pendula, come nelle Gorgoni greche, che erano simboli terrificanti e avevano il potere di trasformare gli uomini in pietre. Dotate anche di antenne e di ali d'ape: la Gorgone pietrifica e uccide, ma poi vola via con le ali dell'ape, simboli di rigenerazione”. 

La religione della Dea, nella sua arcana primarietà, smaschera lo “scontro di civiltà” come un ingannatorio e sanguinoso gioco delle parti tra le due “grandi” religioni patriarcali, cristianesimo e islamismo (cui si correla, con anacronismo francamente rugginoso, la reiterata invocazione di asserite radici cristiane del mondo occidentale contemporaneo: asserendo cioè una piena riducibilità, evidentemente inesistente, dei contenuti culturali di quest'ultimo al cristianesimo o alla sua sequela): finalizzato in realtà a celare e frenare l'emergere nel mondo contemporaneo della religione della Dea e della supremazia globale femminile (inverante, infine, le parole della pioniera lesbofemminista primonovecentesca Helene Von Druskowitz, autrice, nella sue Proposizioni cardinali pessimistiche, de L'uomo come impossibilità logica ed etica e come maledizione del mondo, che così si rivolgeva alle donne, invitandole a non lasciarsi ingannare dal Dio cristiano, in quanto insano prodotto del cervello maschile, ma a coltivare la propria profonda interiorità: “Grazie alla vostra incontestabile bellezza, ai vostri modi dolci, al vostro spirito chiaro, sentitevi come superiori esseri naturali”, diagnosticando implicitamente il cristianesimo quale virus patogeno che aggredisce l'organismo femminile, compromettendone i sofisticati equilibri bio-psichici, laddove lo spregiudicato progetto politico della pensatrice prevede la creazione di un mondo integralmente femminile “per mezzo di una educazione libera e audace, incoraggiato da una precoce scelta professionale e dalla divisione delle città per sesso, come dalla limitazione del numero degli sposalizi che infine porteranno all'eliminazione del matrimonio”), nella progressiva cancellazione culturale e fattuale del patriarcato e nel ripristino dell'assetto sociale originario (in cui, come sottolinea Noble, “l'organizzazione sociale umana non era impostata sulle famiglie nucleari e la paternità non era in alcun modo istituzionalizzata. Al di là della semplice biologia la paternità era difficilmente riconosciuta, di certo non divinizzata...”, sostenendo la dinamica, ormai apertasi, della cancellazione giuridica della figura paterna, verso il proprio progetto di matriarcato lesbico, in un'epoca in cui l'implausibilità della maternità eterosessuale va evidenziandosi sempre più), con la liquidazione dell'etica gattopardista che caratterizza il cristianesimo nel suo contrapporre alla dimensione mondana e carnale un paradiso che la nega e la svaluta, generando fatalmente l'aspirazione a questo e, con scadente nichilismo, l'irrilevanza, tendenziale o totale, di qualsiasi azione intelligente volta all' elevazione o al raffinamento dell'esistente. 

Il testo di Noble che il K.C. H. presenta, estratto dal suo volume “La Dea Doppia”, evidenzia la specifica connessione tra dottrine tantriche e Feminist Spirituality: laddove le prime, in quanto trasformanti la relazione sessuale in un veicolo per un ampliamento della sfera percettiva e della consapevolezza veritativa, consentono la riattivazione di quella consapevolezza sistemica che tanto l'ecologia profonda, quanto l'ecofemminismo, hanno indicato come approdo etico e percettivo dell'essere umano. La figura della Dea Doppia (affine e parallela all'onni-potente simbolo femminista della Labrys, la doppia ascia remota origine minoica, espressione della spietata potenza guerriera delle amazzoni antiche ed odierne), che la ricerca di Noble, modellata sulla mitoarcheologia matriarcale di Marjia Gimbutas (e contigua alle posizioni di pensatrici del neo-buddhismo femminista quali Tsultrim Allione e Miranda Shaw), evidenzia quale trans-culturale allo specifico livello delle società ginecocentriche, è indicante la nozione del femminile come costititutivamente ciclico e bi-polare (della cui scotomizzazione il bipolarismo di cui parla la psichiatria costituisce, quindi, l' inaccettata, eversoria tempesta riparativa), ma anche la centralità della relazione lesbica in quanto veicolo sociale di tale bi-polarismo e dunque modalità eticamente e psichicamente superiore della relazione umana, sovente testimoniata dagli antichi reperti in quanto espressione della regalità lesbica (la coppia di due regine) come paradigma corretto della regalità umana e, più in generale, della leadership sociale. 

Tale ottica lesbocratica, sottolinea Noble, trova nella società occidentale contemporanea crescente riscontro: “...le donne collaborano tra di loro molto di più oggi. Lo possiamo vedere sia in coppie dello stesso sesso (due mamme) che allevano famiglie senza uomini, o in donne che si mettono insieme negli affari o in quelle amiche che si mettono in un cerchio e si sostengono reciprocamente nel portare avanti i compiti delle nostre faticose vite moderne: sono tutti esempi di donne che condividono il potere. Il manifesto egualitarismo e l'intimità psichica della Dea Doppia conferisce potere sia alle evidenti sorelle spirituali che emergono da un'unica cintura condivisa, sia alle regali regine che siedono sul trono, fianco a fianco, in posizioni di potere e che potrebbero essere a capo di una corporazione... La Dea Doppia è un' esortazione per tutte noi ad attingere alla potente corrente sotterranea dell'energia femminile, che fluisce là dove siamo, dai tempi più antichi fino ad oggi, e a celebrare in ogni donna l'incessante fluire di yin e yang, buio e luce. Apparteniamo tutte per nascita al culto della Dea Doppia, la cui potente immagine ci provoca verso l'autonomia e il legame femminile; senza nessun riferimento all'uomo”, dando il colpo di grazia all'eterosessualità con la sua ingannatoria nozione di complementarietà, dalle inaggirabili implicazioni femminicide.
Concludiamo con una citazione di Luciana Percovich, in cui risuona il maestoso e sereno tempo ciclico della Dea, che trova la propria numinosa epifania nei cicli del sanguinamento mestruale, in contrapposizione al convulso e convulsivo tempo lineare del patriarcato e delle sue credenze cristiane: 
Alla sacralizzazione del quotidiano le donne sono portate da quella che è la loro esperienza dell'essere al mondo, dei suoi segreti e dei suoi misteri. Attraverso gesti sempre ripetuti, come in un rituale sacro, spetta alle donne il miracolo di dare la vita, di proteggerla, conservarla e negarla; di esserci nella cura del quotidiano e nei momenti drammatici di trasformazione e di passaggio. Il femminile è nel suo poter essere soglia, luogo alchemico del trapasso tra la non-vita e la vita, spazio dove l'anima si incarna, dove ciò che non è ancora e ciò che è si toccano.

Conoscere nel proprio corpo e nell'esperienza culturale di sé queste realtà, come fatti ordinari anche se non sempre aproblematici nella rappresentazione e accettazione di sé, significa riconoscere la propria sacralità, come ben compresero e riconobbero in Australia col mito sull'origine della religione”: sottolineando, nella propria profonda visione spirituale, l'aborto, di contro ai tentativi, oltre che di cancellarlo, di intenderlo quale minor male rispetto al proibizionismo anti-abortista, quale esclusivo diritto ontologico femminile, gesto radicale che è sublime manifestazione di libertà e non certo dramma insanabile, nel pieno ripristino della potenza della donna, in quanto essere munificente che per diritto naturale signoreggia la vita e la morte dell'Umanità, così come nel trascendimento e nell'oblio della rozza dicotomia, interna alla mistificazione cristiana dell'essere umano, tra l'apologia dell'aborto in quanto diritto fattuale e la sua riprovazione denigratoria, smascherando, dunque, la realtà dell'aborto quale dimensione coessenziale al solo orizzonte eteropatriarcale (al riguardo si veda l'imprescindibile volume a cura di Luciana Percovich La coscienza nel corpo, edito nel 2005 da Fondazione Elvira Badaracco/Franco Angeli, che restituisce un'immagine puntuale del Movimento per una Medicina delle donne, situantesi, secondo modalità attualissime, all'intersezione tra riflessione femminista e critica anti-psichiatrica al sapere medico, veicolata primariamente dalla pensatrice amazzonica Phyllis Chesler, con il suo “Le donne e la pazzia”, e dalla militante anti-istituzionale Franca Ongaro).
Ad introduzione del testo di Noble accludiamo un articolo di Matteo Guarnaccia, “Non avrai altre Dee...” (dal n.9/10, “Dio chi?”, della storica rivista illustrata Village, dell'Editoriale Donna), avente per scopo l'introduzione alla religione della Dea, in cui il disegnatore, che vi esalta la ricca e profonda vita vegetale quale paradigma biologico superiore, trova una ri-produzione fotografica delle proprie celebri invenzioni visive attraverso il lavoro dell'iconografa tealogica Giulia Borioli che vi dispiega l'incipit di una potenziale galleria del divino femminile, ormai diffondentesi in forme palesi o implicite nei media e nella società.: nei lussuosi abbigliamenti di Jean Paul Gaultier e Abe Hamilton, Marina Spadafora e Romeo Gigli prendono sconvolgente realtà la Signora delle Soglie, nella sua capacità di ricucire gli strappi energetici e Kali, Signora del Tempo e della Distruzione, Nostra Signora dei Fiori, imbanditrice di merende psichiche e la celtica Signora degli Animali, la cretese Dea dei Serpenti e la Signora Feroce Despoina, la tantrica Mara, Tara (“Lei, la cui mano ornata dalla ruota gira in ogni direzione; Lei che con il proprio riso assoggetta a sé i demoni e il mondo”) e Dam, “l'aspetto uniforme delle dee e degli dei, Colei il cui vero nume, sotto aspetti multiformi, con svariati riti e diversi nomi è venerato in tutto il mondo”. 

13/07/12

[Free books for punx]
La morbida macchina del nuovo disordine mondiale: tre testi di Sadie Plant.
[Pep] Sadie Plant è una pensatrice che situa la sua riflessione nell'ambito del pensiero cyberfemminista: quest'ultimo costituisce il tentativo di declinare l'oltrepassamento femminista dell'antropocentrismo (inteso quale portato e corollario dell'androcentrismo) nel senso di un'alleanza tra il femminile e il macchinico, laddove una lettura di essi che li situa in un rapporto di affinità e parallelismo conduce ad una de-naturalizzazione del primo e ad una valorizzazione del secondo in quanto vettore di processi post-umanizzanti. Se il filone cyberfemminista muove dal “Manifesto cyborg” (1991) della studiosa californiana Donna Haraway, Sadie Plant ne costituisce un'autrice di indubitabile rilievo, particolarmente attenta alle manifestazioni sociali della figura chiave del cyberfemminismo (il cyborg), cui esso affida le proprie aspirazioni emancipative ed alle strategie messe in atto dalla cultura e dagli assetti politici antropocentrici per neutralizzarne la portata eversiva. 
Il primo testo della quarantottenne pensatrice britannica qui presentato (“Ciberfemminismo. Sostanze pericolose e nuovo disordine mondiale”, realizzato per un convegno del 1994) sviluppa, con incisiva chiarezza, il tema della costituzione antropologica e culturale della donna, in uno stretto parallelismo con l'altrettanto cruciale costituirsi, storicamente progressivo, dell'orizzonte macchinico: parallelo al femminile nel suo porsi in essere, nell'ambito dell'assetto sociale androcentrico-antropocentrico, quale realtà meramente strumentale. In tal senso l'evolversi nella direzione elettronica del mondo delle macchine (il loro progressivo autonomizzarsi dalla posizione di strumento, per farsi perturbatrici dell'orizzonte antropocentrico) costituisce puntuale chiave di lettura, ma anche veicolo della liberazione femminile, laddove quest'ultima si configura come apertura dell'essere umano alla contaminazione con il macchinico, contaminazione agibile in primo luogo, per affinità paradigmatiche e modalità antropologiche e cognitive storicamente indotte, dalle donne (autocostituentesi, dunque, quali cyborg femministe). Dal testo è inoltre evincibile la centralità della problematica delle sostanze psicotrope nel pensiero dell'autrice, per la quale la tossicofilia, e la sua declinazione dipendenziale estrema, la tossicomania, costituiscono altrettante modalità soggettive post-umane: in cui la dimensione cognitiva e percettiva si artificializza, e di cui la dipendenzialità costituisce il versante più coartante e tabuizzato, ma anche il più emblematico, nel suo essere oggettivamente una radicale manifestazione antropologica e sociale del cyborg. Al riguardo si veda il secondo testo che proponiamo (“Tecnologie morbide per macchine morbide: l'interfaccia chimica”, 1999), in cui Plant delinea una storia recente delle sostanze psicoattive (evidenziando la sottesa, totale reversibilità reciproca tra la categoria di droga e quella di farmaco) nei diversi sviluppi civili e militari, sottolineando come la nostra società protegga il suo assetto antropocentrico confinando la figura del cyborg nell'ambito della narrazione letteraria e cinematografica a carattere fantascientifico, e di quella sociale con la figura del tossicodipendente: lo stigma che colpisce quest'ultimo è pertanto leggibile come il tentativo di difendersi dalla figura concettuale del cyborg, in realtà socialmente proliferante, confinandola fittiziamente in un individuo tacciato di devianza e pericolosità (tale stigmatizzazione agisce in particolare, va sottolineato, attraverso il vettore della repulsività corporea: il quale sottende e occulta la percezione di un avvenuto trapasso, mediato dalla droga, verso un orizzonte somatopsichico post-umano). 
Chiude la raccolta un'intervista rilasciata nel 1994 da Sadie Plant alla rivista Decoder (“L'intelligenza non sta più dalla parte del potere”), in cui la pensatrice britannica impernia il suo discorso su concetti quali intelligenza artificiale, interattività ed autoapprendimento, atti a descrivere tanto i computer quanto le droghe, intese quali sostanze xenobiotiche interattive, ma anche esplicativi delle modalità della liberazione e dell'affermazione sociale femminile. Attorno a questa tematica prendono corpo il coglimento di una progressiva e potenziale evoluzione libertaria della società, la legittimazione anti-censoria della pornografia, la critica femminista alla psichiatria, la messa in luce dell'insorgere di una modalità post-organica ed anti-patriarcale della corporeità: nel quadro di un ottimismo politico che non puo' certamente non avere chi si definisce radicalmente e felicemente ex umana. 

30/09/11

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AA.VV. - L'antimaschio-Autocoscienza e liberazione del maschio (1982)
[Pep] Curato da Stefano Segre, “L'antimaschio” fu pubblicato, in anni in cui già risultavano evidenti le dinamiche del riflusso sociale (mentre la prima edizione era del 1977), con l'ambiziosa intenzione di convogliare in un unico volume il portato teorico più significativo di circa un decennio di azione politico-culturale dei movimenti internazionali di liberazione maschile (ravvisanti la loro modalità operativa nell'importare all'interno di aggregazioni politiche integralmente maschili, costituite per lo specifico scopo, i dispositivi critici e le strategie relazionali elaborati dai movimenti femministi e di liberazione gay, facendoli agire da fattori disgreganti degli assetti identitari patriarcali). Il tentativo di rilanciare nel contesto italiano questa modalità radicale di mobilitazione politica maschile era destinato ad un prevalente fallimento: i movimenti di liberazione maschile, pur non scomparendo, cominciarono negli anni immediatamente successivi ad affievolirsi fatalmente, in concomitanza con l'offuscamento di una coscienza critica femminista puntuale e sistematica.
Ed è proprio per questo che il volume che il Kalashnikov Collective Headquarter presenta ai propri lettori è senza dubbio da situare temporalmente ma non è affatto datato: alcune delle affermazioni che Segre propone nella sua lucidissima introduzione, cui fanno riscontro i molti documenti militanti presentati, risultano addirittura più attuali oggi di quanto lo fossero allora. Al riguardo si pensi alla messa a fuoco dell'idea-chiave dei movimenti di liberazione dell'uomo, ovvero la necessità politica di sottrarsi definitivamente alla doppiezza incongruente e ingannevole dell'atteggiamento maschile verso il femminismo, consistente da un lato nell'aderirvi con entusiasmo senza riserve, facendosi oggetti passivi dei suoi processi critici, e dall'altro nell'osteggiarlo con pregiudizio e fanatismo, attraverso l'attivazione sottesamente correlata di due attori apparentemente diversi, il maschio progressista e “illuminato” e quello retrivo e conservatore : è invece l'iniziativa maschile di farsi operatori attivi dei processi di metamorfosi sociale e antropologica innescati dall'offensiva femminista che può invalidare questa strategia maschilista della falsa alternativa (che abbiamo evidenziato quale strumento atto a eliminare non tanto il processo di liberazione femminile, ma, più radicalmente e inavvertibilmente, la possibilità stessa del suo inveramento definitivo, operando attraverso l'interdizione, direttamente agibile, dei processi di emancipazione maschile). Esibendo una sofisticata e puntuale autoconsapevolezza, riconducibile all'erosione sessantottina delle barriere tra la sfera personale e quella politica, Segre mette a fuoco i vari tratti dell'assetto identitario maschile (con riferimenti alle pensatrici femministe, da Shulamith Firestone a Simone de Beauvoir, da Luce Irigaray a Serena Nozzoli, fino a Elena Gianini Belotti, come al cruciale teorico anti-psichiatrico David Cooper, colto nel risvolto anti-familista della propria riflessione), denunciandone il fondamentale carattere di artificio sociale, di cui decostruisce ed attacca l'imperniarsi sull'ideologia lavorista con i correlati risvolti competitivi (oggi grandiosamente rilanciata sulla base della mistificatoria e moraleggiante categoria del “merito”, oggettivamente e intenzionalmente atta a produrre ad ogni livello la marginalizzazione e il fraintendimento della competenza professionale). Segre sottolinea anche lo strutturarsi progressivo degli uomini in quanto tali in seno all'arcaico proscenio teatrale della famiglia (fatta oggi oggetto di amore maniacale da parte degli estimatori dei vari Family Day e non di rado ri-proposta quale vettore virale di normalizzazione anche propugnandone modalità alternative): di qui, fra l'altro, la sessualità maschile (avente nello stupro il proprio portato più compiuto), orientata a manifestare potenza prestazionalmente, con l'attivazione conseguente del grottesco stigma dell'impotenza (oggi tradottosi e rigeneratosi nei termini della coazione sociale alla terapia di quest'ultima).Altrettanto sottolineata è la strutturale, complice alleanza tra gli uomini, intrisa di feroce competitività, e fondata sulla modalità repressa dell'omosessualità, alleanza divenuta col tempo più forte ed operativamente aggressiva, in seguito alla crescente affermazione sociale della donna. Alla disamina di Segre fa seguito l'antologia dei movimenti di liberazione maschile che prende in considerazione, senza pretese di esaustività, la scena di Stati Uniti, Gran Bretagna, Italia e Germania.
Muovendosi tra la critica femminista della soggettività maschile e il progetto di erotizzazione esplicita delle relazioni tra uomini mutuato dalla riflessione gay, si dipanano le varie proposte: partendo dalla situazione esemplare degli Stati Uniti, con i Men against Sexism (“In un rovesciamento del vecchio racconto biblico, il movimento di liberazione degli uomini nacque dalla costola di una donna, dal movimento di liberazione femminista”, scrive con lucida radicalità il loro esponente Russ Rueger) e gli Effemministi Rivoluzionari (il movimento ginecocentrico, gay ed eterosessuale, mirante, nell'ottica della restaurazione degli antichi matriarcati, a trasferire alle donne il potere politico e sociale nella sua globalità, e la cui rivista, “Double- f: a Magazine of Effeminism”, era apprezzata anche da una pensatrice lesbo-femminista quale Mary Daly). Si passa poi alla nebulosa dei movimenti britannici e alla composita situazione tedesca,fino a quella dei “femministi” italiani, reattivi rispetto ai modelli di militanza proposti/imposti dal Partito Comunista.
Così infine Stefano Segre, sottolineando, in implicita convergenza con Monique Wittig, come la soggettività maschile costituisca il perno e il fondamento di ogni possibile discriminazione e confermando, con l'attualità delle sue parole, quanto insufficientemente lo stesso mondo occidentale sia cambiato da quel ( lontano?) 1982: “Emarginiamo la donna, gli altri uomini li combattiamo, sottomettiamo i figli. Non c'è che dire: una vita felice, gratificante, piacevole. Non mendichiamo compassione, non ha senso. Essere maschi è a tutt'oggi, malgrado tutto,ancora gratificante. Sicuramente più che essere donna, omosessuale, negro, pazzo e così via.”

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16/08/11

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Helen Fisher - Donne: il primo sesso (1999)
[Pep] Helen Fisher è l'antropologa statunitense che ha conferito una rigorosa e concettualmente ricchissima base scientifica alle prospettive del femminismo ginecocratico. Il suo ampio libro del 1999, di cui il Kalashnikov Collective Headquarter presenta ai suoi lettori una selezione di capitoli, modula la tematica dell'emergere attuale e futuro della supremazia sociale femminile (nell' ambito scolastico e universitario, sua fucina strategica, in quello professionale e nella vita associata) evidenziandola soprattutto quale portato ultimo dei processi filogenetici di costituzione antropologica dei due sessi nel corso del divenire storico dell'epoca patriarcale.
Ne risulta che l'obsolescenza antropologica del sesso maschile è il risultato, più che di un suo deficit primario, del suo essersi costituito in quanto tale attraverso la propria posizione di predominio, rivelantesi infine produttrice di un assetto antropologico, oltre che socialmente pericoloso, inesorabilmente destinato a soccombere.
Al riguardo va rilevato come il pensiero di Fisher implichi che sia proprio il ristrutturarsi ginecocratico della società ad aprire la prospettiva storica di una riassestamento delle modalità del maschile tale da alterarne e dissolverne progressivamente i tratti antropologici che lo pongono in essere come tale. Certamente l'antropologa statunitense conferma la tesi delle grandi pensatrici anti-maschili secondo cui la superiorità femminile ha in primo luogo basi elementarmente cromosomiche (così nel 1971, in The first sex, Elizabeth Gould Davis, geniale pioniera del lesbo-femminismo ginecocratico :« L'uomo non è che una femmina imperfetta. Genetisti e fisiologi ci insegnano che il cromosoma Y, responsabile della nascita di maschi, non è altro che un cromosoma femminile X deforme o monco.», svelando dunque magistralmente l'inesistenza del sesso maschile, in quanto riducibile a mera variante degenerativa di quello femminile). L'antropologa statunitense pone però l'accento sulle specifiche condizioni storiche in cui la donna si è venuta a trovare nel corso della lunga notte dell'oppressione patriarcale, che ne ha indirettamente plasmato la modalità antropologica nel senso di un'asimmetria vantaggiosa rispetto al proprio oppressore, il quale, proprio in quanto tale ( secondo la basilare legge di tutti i rapporti di sopraffazione sociale), ha sviluppato e fissato tratti antropologici infine perdenti, in particolare nell'odierna, sofisticata società tecnologica. Probabilmente anche in ragione di tale orientamento e della propria tendenza a valorizzare un certo grado di intersezione antropologica tra femminile e maschile a livello individuale e collettivo, Fisher non appare interessata, a differenza della linea teorica che va da Valerie Solanas a Sally Miller Gearhart, fino a Mary Daly, ad una profilassi sociale anti-maschile attraverso un eliminazionismo eugenetico parziale o totale degli uomini e all'auspicio di un'estinzione naturale del precario cromosoma Y (con ovvio riferimento alle previsioni della ricerca genetica più seria, e non influenzata dal ciarpame cristiano di Adamo ed Eva). E proprio una pensatrice quale Mary Daly, che ha magistralmente evidenziato e inverato la strutturale dimensione anti-cristiana e anti-cristica del femminismo, nel 1998 così si esprimeva:«La notizia che gli uomini hanno una deficienza genetica circola già da un po' di tempo. Ma non è stato permesso che si diffondesse. Elizabeth Gould Davis e altre prima di lei hanno affermato che gli organi riproduttivi della donna sono molto più vecchi di quelli dell'uomo, molto più altamente evoluti e che la partenogenesi è stato l'unico mezzo di riproduzione in un mondo tutto femminile. Ashley Montagu ha scritto: “Sembra esserci una cospirazione del silenzio sull'argomento della superiorità delle donne”». Sono parole che confermano la natura di incidente storico del “sesso” maschile, da leggersi in realtà, come puntualizzano linguisticamente le fonti scientifiche della stessa Daly, quale specie maschile (da tutt'altro punto di vista lo ha autorevolmente sottolineato anche William Burroughs), ad evidenziare implicitamente la strutturale insussistenza di qualsivoglia sua specifica congruenza relazionale e sessuale (che l' ideologia eterosessista ha, al contrario, cercato di spacciare per ovvia) con la modalità antropologica integra e originaria che oggi denominiamo femminile. Nel caso di Fisher (la cui teoria della supremazia erotica della donna ne valorizza la tendenzialità bisessuale, più che specificamente il saffismo) è la supremazia sociale femminile e la perimetrazione del maschio nella posizione di secondo sesso a garantire la possibilità di un cambiamento positivo della società: verso un'intelligente degerarchizzazione di essa, orientata alla conversione delle semplicistiche strutture di potere piramidali e competitive in sofisticati gruppi paritari, centrati sulla condivisione delle responsabilità, i quali costituiscono il portato sociale delle superiori doti biologiche e del raffinato pensiero a rete femminile, concetto con cui Fisher traspone in termini cognitivi le storiche teorie sulla differenza etica della donna formulata della psicologa Carol Gilligan.
«Tutto ciò che devono fare [le donne] è essere sé stesse», infine afferma Helen Fisher, traducendo il proprio femminismo in precisa e sfolgorante traiettoria esistenziale: non per promuovere quello sterile ripiegamento identitario che costituisce la base del sessismo, ma al contrario per fare del predominio della femminilità de-patriarcalizzata il vettore inesorabile del definitivo e purificatore oltrepassamento dei generi, dei ruoli e delle identità.

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12/03/11

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Maitresse Nikita e Thierry Schaffauser - Fiere di essere puttane (2007)
[Pep] Maitresse Nikita e Thierry Schaffauser sono una prostituta e un prostituto francesi: nel loro libro (corredato da un'introduzione del 2009 di Pia Covre) che il Kalashnikov Collective Headquarter presenta ai propri lettori, i due autori si propongono di fare luce sulla crucialità della problematica della prostituzione rispetto alla battaglia femminista, generando un nuovo protagonista di quest'ultima, il femminismo puttana. Partendo dall'inscindibilità tra il successo strategico dell'offensiva femminista e il successo tattico della lotta allo stigma nei confronti delle prostitute (e alle conseguenti legislazioni discriminatorie, diffuse largamente in tutto l' “emancipato” mondo occidentale) gli autori giungono a prospettare la riappropriazione orgogliosa da parte delle donne dell'insulto che tuttora più frequentemente le sfregia (“puttana”) e che costituisce l'emblematica manifestazione della condanna della loro sessualità e in ultima analisi del loro diritto all'autodeterminazione. In questo senso gli autori, che coinvolgono nel loro manifesto anche le figure (femminili o maschili), liminari al mondo della prostituzione, degli operatori della pornografia, prendono le distanze dai filoni del femminismo che, sia pur con le migliori intenzioni, leggono la pratica della prostituzione come prodotto culturale e sociale del Patriarcato. E' piuttosto vero che questo ha fortemente improntato a sé la prostituzione stessa (la manifestazione più immediatamente evidente di ciò è lo scarso numero di prostituti), la quale tuttavia sussiste autonomamente e ha anzi un nucleo etico quintessenzialmente femminista: l'autodeterminazione senza limiti della donna (e riguardo la problematica dell'autodeterminazione si veda anche la proposta, avanzata dagli autori, di liberalizzazione e legittimazione etica delle droghe pesanti, lucidamente riconosciuta quale unica via per eliminare lo stigma sociale che attanaglia i tossicodipendenti).

Eredi di movimenti storici degli anni Settanta come l'associazione Coyote (Stati Uniti) e il Collettivo della prostitute di Parigi, Maitresse Nikita e Thierry Schaffauser sono implacabili combattenti contro il grottesco immaginario, di origine evangelica, della redenzione delle prostitute, rivendicando anzi chiaramente il carattere di minoranza sessuale di queste ultime e incitandole ad una decisiva svolta anti-patriarcale : nella prospettiva della loro trasformazione in creatrici e promotrici di sessualità femminista, la quale interferisca esizialmente con i codici di genere del Patriarcato.
Il libro contiene anche un informativo ed allarmante panorama sulla repressione della prostituzione in Europa, la quale, nel prevalente e complice silenzio dei media e dell'opinione pubblica, mutila le prostitute dei fondamentali diritti civili: dalla vita familiare alla custodia dei figli (nella ridicola ottica secondo cui sarebbe scandaloso che esse/i possano seguire l'esempio “corruttore” della madre), fino a pervenire alle inaccettabili discriminazioni medico-sanitarie, alla censura ed alla persecuzione.

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Maitresse Nikita e Thierry Schaffauser - Fiere di essere puttane (2007) [ITA] in .pdf (3 mb.)

10/01/11

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Al di là di Dio Padre: una guida alla spiritualità femminista.
[Pep] La modalità teologica del pensiero femminista non include soltanto un versante riformista, orientato ad una critica interna delle grandi religioni, ma anche un versante radicale, votato all'edificazione di una spiritualità totalmente contrapposta ad esse. E' proprio di questo secondo filone della teologia femminista che il Kalashnikov Collective Headquarter vuole presentare un breve guida, antologizzando sei testi che vogliono costituire un'introduzione ed un orientamento alla religione della Dea. Anche il lettore ateo o agnostico può trovarvi preziosi spunti per una decisiva critica storica delle tradizioni religiose: il coglimento di queste ultime come tardivi mascheramenti e mistificazioni dell'occultata sacralità originaria, fondata sul culto di una deità femminile, e su di un assetto sociale ginecocentrico e ginecocratico, getta infatti una luce completamente diversa sulla storia dell'umanità, evidenziando lo scellerato nesso strutturale tra religioni patriarcali e inesorabile distruzione del mondo umano ,animale e vegetale.
La nostra antologia si apre con due testi di Luciana Percovich, la più rilevante studiosa italiana della spiritualità femminista: il primo capitolo, corredato dall'introduzione, del suo volume “Oscure madri splendenti” (2007) e il quinto del più recente “Colei che dà la vita, Colei che dà la forma” (2009). Mentre quest'ultimo (“Mama Africa”) delinea le rimosse strutture mitiche della spiritualità ginecocentrica del continente di più antico popolamento umano, quello africano, il primo (“Madre nostra che sei nei cieli”), muovendo dalla contrapposizione tra il paradigma femminile del “sacro” e quello patriarcale del “divino”, mette in evidenza la fase di transizione dall'uno all'altro.
Segue “La Venere mostruosa della preistoria” (1991) di Marija Gimbutas, la geniale archeologa di origine lituana che più di ogni altro ha contribuito a dare spessore storico alla religione della Dea: il testo, dall'antologia “I nomi della Dea”, a cura di Joseph Campbell e Charles Musès, costituisce una dottissima disamina delle raffigurazioni del femminile cosmogonico risalenti all'Europa pre-patriarcale.
Per chi fosse interessato a gettare uno sguardo non stereotipato sulla culla della civiltà occidentale, il mondo greco, disvelandone l'originaria e rimossa mitologia matri-focale pre-ellenica, proponiamo un testo classico: l'introduzione del celebre “Le Dee perdute dell'antica Grecia” (1978), la raccolta di miti pre-ellenici di Charlene Spretnak, tra le maggiori studiose eco-femministe, nonché co-fondatrice e ispiratrice dei Verdi statunitensi.
L'offensiva anti-cristiana è ben rappresentata dal testo di Mary DalyAl di là della cristolatria: un mondo senza modelli”, terzo capitolo del suo fondamentale “Al di là di Dio Padre” (1973): la grande pensatrice lesbo-femminista statunitense, convinta che solo la rivoluzione femminista e il riaffermarsi della supremazia femminile (senza escludere la prospettiva ottimistica di una probabile estinzione del sesso maschile, in seguito al rientro della degenerazione genetica che ne è alla base) possano salvare l'umanità e il mondo naturale, vi esplicita la sua concezione del movimento femminista quale Anticristo primordiale, presente e futuro.
La nostra antologia si conclude con uno sguardo sul versante occultistico della spiritualità femminista: al di là della facile criticabilità di ogni cultura magica, l'ampia raccolta di testi che presentiamo, curata nel 1976 da Anne Kent Rush, storica personalità del pensiero magico-femminista, costituisce un documento di notevole interesse. Oltre ad una pregnante chiarificazione, anche terminologica, della visione politico-spirituale complessiva della religione della Dea e ad una decisiva confutazione femminista della presunta “santità” cristiana (corredata da un brano di Mary Daly su Giovanna D'Arco), entrambe ad opera di Anne Kent Rush, la raccolta contiene testimonianze di alcune tra le principali pensatrici occultiste, da Dion Fortune a Z. Budapest, la storica fondatrice della Wicca Dianica.
Ci sembra opportuno concludere con le parole di Elizabeth Gould Davis, dal suo straordinario “The first sex” (1971): “Le età del maschilismo stanno arrivando alla fine. I loro ultimi giorni sono illuminati da un bagliore di tale violenza e disperazione universale come mai prima si era visto al mondo...Nella nuova scienza del ventunesimo secolo non la forza fisica ,ma la forza spirituale indicherà la strada. Le doti mentali e spirituali saranno più richieste delle doti di natura fisica. La percezione extra-sensoriale avrà precedenza su quella sensoriale. E in questa sfera la donna prevarrà di nuovo. Quella che fu riverita e adorata dai primi uomini per il suo potere di vedere ciò che non si vede diventerà ancora una volta il perno attorno a cui ruoterà la prossima civiltà, come una volta”. [Immagine: Blessing - Mati Klarwein, 1965]

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25/11/10

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bell hooks - Elogio del margine. Razza, sesso e mercato culturale (1998)
[Pep] bell hooks è una pensatrice che ha dedicato la sua elaborazione teorica all'approfondimento delle sottese connessioni tra razzismo e sessismo. Tra le più geniali esponenti del femminismo nero, la studiosa afro-americana, nata nel 1952 in una famiglia proletaria del Kentucky segregazionista, porta uno pseudonimo che si propone quale atto di eversione onomastica nei confronti degli assetti identitari patriarcali: il suo nome patrilineare, Gloria Jean Watkins, è da lei sostituito tramite un gesto di ri-fondazione identitaria che ricostruisce l'asse matrilineare cogliendone la dinamica continuistica (bell e hooks sono cognomi che fanno riferimento rispettivamente alla madre e alla nonna materna) ed eludendo la funzione espropriativa che il maschilismo ha assegnato alla figura paterna e al suo potere di nominazione. Le minuscole costituiscono invece un segnale di rinnegamento del soggettocentrismo individualistico-borghese e del suo retaggio mistificatorio di enfasi identitaria e di fissismo ruolistico: bell hooks è una pensatrice che rivela ed esibisce attraverso un gesto di auto-nominazione le proprie opzioni politiche e filosofiche nonché la sua specifica ed eversiva posizione epistemologica.
Il suo pensiero si muove all'insegna di un'abile ed impronosticata pratica de-stabilizzante di acrobazia identitaria, di un'arte del non-coincidere con gli assetti identitari mono-dimensionali che all'interno delle culture emancipazioniste sono il più chiaro segno di una permeabilità di queste ultime ad un'epistemologia conservatrice: bell hooks rivendica la plurivocità del concetto di donna, attraversato in particolare dalle differenze di razza e di classe, da cogliere e giocare quali ostative rispetto all' appiattimento semplificatorio sull'identità femminile/femminista. Situarsi nella problematica ed elusiva posizione dell'eccedenza identitaria permette di smascherare l'intreccio dei codici sessisti, razzisti e classisti (nonchè di tutti gli altri codici di oppressione) uscendo dall'illusione indotta di una lettura che li separi attribuendo loro soltanto un generico parallelismo, il quale impedisca di inquadrare il nemico in tutta la sua struttura ed estensione nonchè di nominarlo compiutamente:come Patriarcato Capitalista Suprematista Bianco.
Questa straordinaria raccolta di dieci saggi che il Kalashnikov Collective Headquarter presenta è frutto della produzione dell'autrice tra il 1991 ed il 1998 ed è corredata da una biobibliografia e da una breve e limpidissima introduzione di Maria Nadotti. E non meno limpidi risultano i testi di bell hooks in cui, affrontando i problemi di maschilismo, razzismo e classismo (con particolare riferimento al mercato culturale ed all'universo mediatico) la pensatrice nera pratica ancora una volta la plurivocità identitaria, inventando una modalità linguistica che ecceda quella strettamente intellettuale cui la sua posizione di docente universitaria la orienterebbe: un linguaggio capace di attraversare in modo inquietante i livelli di fruizione, per non mai rinunciare all'acrobatico dissidio di una perenne scoincidenza con sé stessi...

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15/11/10

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Ma Mel'ma - "Scagliare una pietra al patriarcato: lettera aperta per capire le femministe" (2010)
"Conosco bene i pregiudizi nei confronti delle femministe, perché per troppo tempo ne sono stata fautrice anch'io. Mio padre mi disse una volta che le femministe sono tutte delle brutte lesbiche. L'esperienza sembrava confermare..." [dall'introduzione dell'autrice].
[Puj] Queste parole forse potrebbero non essere le migliori per avviare un discorso su femminismo e anarchia. E invece, partendo dalla messa in discussione dei propri pregiudizi si scoprono un sacco di cose e le prospettive cambiano rapidamente...
L'opuscolo di Ma(lva), piccola produzione d.i.y. del giro Villa Occupata di Milano, é eccezionale per chiarezza e ricchezza di spunti. Le tematiche femministe vengono analizzate dal punto di vista di un’anarchica nel rispetto della propria concezione radicalmente anti-autoritaria, estranea all'indole riformista delle aree più moderate del movimento: "Parlare della condizione della donna nella società é come parlare delle condizioni degli animali negli allevamenti [...] Come in ogni movimento, c'é una parte riformista che vorrebbe gabbie più grandi, senza andare però oltre
[...] Dall'altro lato però c'é chi brama la libertà assoluta, priva di qualsiasi sbarra, muro, passaporto o filo spinato [...] Mi riferisco a quel femminismo che rivendica la liberazione dall'ideologia sessista, la liberazione dai ruoli di genere impostici, la liberazione dall'omofobia e dalla transfobia".
La proposta anarchica é, come sempre, un ripensamento
dell'esistente alla radice, nel segno della propria responsabilità individuale, del proprio vissuto quotidiano e senza delegare a nessuno. Evitando qualsiasi velleità "educativa" (quindi autoritaria e coercitiva), si avvia l'analisi dall'invisibile e sorprendente complessità delle nostre pratiche quotidiane, della nostra modalità abituale di rapportarci all'altro/altra, del nostro linguaggio comune per indagare ciò che di autoritario, e quindi violento, esiste in ciò che facciamo e in ciò che viviamo. In questo metodo pragmatico, che prende le mosse dall'evidenza del vissuto di ciascuno, stanno la forza e la bellezza del pensiero libertario.
Detto questo: "Accettare le critiche anarcofemministe vuol dire fondamentalmente aprire una voragine di rimesse in discussione dei nostri rapporti personali e sociali [...] Vuol dire vergognarsi di certi comportamenti. Vuol dire rinunciare a certi privilegi. L'anarcofemminismo ci porta a guardarci dentro, e a cambiarci".
La lettura di "Scagliare una pietra al patriarcato", per il taglio pratico e la chiarezza di linguaggio del testo, é consigliatissima a tutti e tutte, ma soprattutto a chi si voglia approcciare, per la prima volta, in modo attivo e propositivo, al pensiero anti-sessista, anti-specista, femminista e trasgender. Tutte tematiche queste che, in una società distratta come la nostra, mantengono sempre una forza "sconvolgente"...

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