13/02/14

[Free music for punx] 
Ancora sul rock sovietico, e il particolare su quello lituano...
[Puj] Quando mettiamo piede in qualche paese che un tempo aderiva al Patto di Varsavia il nostro principale scopo è frugare nei mercatini delle pulci o nei più puzzolenti negozi di antiquariato alla ricerca di vecchi vinili di rock sovietico degli anni '80.
Nei paesi che hanno subito il dominio dell'Unione Sovietica, tipo le repubbliche baltiche, non è difficile trovarli ad un prezzo stracciato, perché lì tutti odiano i russi, il comunismo e con essi pure i vecchi rocker dell'epoca sovietica. Così é ad esempio in Lituania, dove siamo stati recentemente.
In Lituania, i dischi della Melodya (la vecchia casa discografica di stato russa) restano ad ammuffire nelle scatole in attesa di qualche appassionato di paccotigglia al quale tirarli dietro. In un negozio di dischi di Vilnius, il proprietario ha cercato di rifilarci decine di album di rock lituano moderno, roba mezza folk un po' pagana, un po' metallara, dal sapore inequivocabilmente nazionalista e anti-comunista. Ma noi volevamo solo frugare in pace nello scatolone dei dischi della Melodya! Ognuno ha le sue stranezze, i suoi vizi. noi abbiamo questo: adoriamo il rock russo degli anni '80! Non è un reato! Chiaramente quando il nostro interlocutore ha finalmente capito quello che cercavamo, se ne è rammaricato con quella partecipazione spirituale che solo i lituani esprimono per le sventure altrui. Come quando, nelle pizzerie lituane, ordinavamo una pizza senza formaggio (cioè vegana, ma lì nessuno sa che cosa significa): la cameriera per poco non scoppiava in lacrime al pensiero che avremmo magiato una pizza senza formaggio, consapevole della sofferenza che ne avremmo tratto (in effetti, una pizza lituana senza formaggio non è consigliabile a nessuno). Così, appurato il nostro interessamento verso il rock russo dei bei tempi andati, i lituani cambiavano espressione tramutando la curiosità in pena e dispiacere, rinunciando a capire come rispettabili e moderni rocker occidentali potessero essere così autolesionisti da voler pagare dei soldi per ascoltare il merdoso vinile di un gruppo vocale bielorusso o di una qualche terrificante band disco-funky del Caucaso. Malgrado tutto, siamo tornati dalla Lituania con un portentoso pacco di vinili odoroso di muffa...

Hippie lituani negli anni '80: le mode arrivarono in ritardo in Urss...
Lituania Rock'n'Roll.
Il rock in Lithuania seguì il destino genericamente affidato al rock in tutto il blocco sovietico: fino ai primi anni '70 veniva considerato un fenomeno socialmente pericoloso ed espressione somma della decadenza occidentale, e fu proibito; a Vilnius, nel 1971 si tenne un grosso concerto illegale di rock "studentesco" (principalmente gruppi di cover di Beatles e Rolling Stones), i cui organizzatori furono poi perseguitati dal KGB. Solo negli anni successivi il rock fu cautamente legalizzato, a condizione però che fossero rispetttate restrizioni grottesche e del tutto castranti per la creatività dei musicisti: il 75% del repertorio doveva essere di autori sovietici, il 20% di autori provenienti da altri paesi socialisti e solo il 5% poteva essere materiale di altra provenienza!
I Gintarėliai, furono una band di pionieri del rock'n'roll lituano: negli anni '60, la loro fama si diffuse rapidamente perché si diceva fossero tra i più validi esecutori delle canzoni dei Beatles (fatto importantissimo per il pubblico russo: i gruppi erano più o meno dei jukebox ambulanti che avevano il compito di riprodurre il più fedelmente possibile i dischi proibiti!). Poi nei '70 furono tra le prime band a poter registrare qualcosa di ufficiale ed effettuare tour aldifuori della Lituania. Nel 1991, con la fine del comunismo in Russia, scapparono negli USA, dove vissero felici e contenti (o forse no). Il pezzo che segue (il cui video ci racconta di un temibile gruppo di bikers lituani) è a firma loro e risale al 1972, e tra l'altro... non é male!:



Non solo suonare, ma anche ascoltare musica in Unione Sovietica non era semplice: naturalmente non esisteva un libero mercato discografico, tutto era monopolizzato dalla Melodya, la casa discografica di stato, che si occupava oltre che della pubblicazione dei dischi dei musicisti provenienti dal blocco sovietico, anche dell'imprtazione della musica occidentale: un disco di Al Bano o Adriano Celentano, dal consumatore russo poteva essere acquistato solo in versione russa, ovvero in una nuova confezione, epurata di ogni elemento sgradito a livello grafico e arricchito di note a firma di sedicenti esperti, nelle quali gli artisti di turno venivano introdotti e in qualche modo resi consoni agli standard etici e culturali del comunismo.

Alcune oscenità discografiche italiche degli anni '80 in versione sovietica...
La lista nera degli ascolti ideologicamente nocivi
Questa era la norma. Però, fin dagli anni '60, i dischi occidentali, più o meno di straforo, attraverso l'etere, su nastri copiati o in esemplari di contrabbando, iniziarono a circolare in tutto il blocco comunista: questo costrinse il Governo sovietico a compilare elenchi (liste nere) di dischi e musicisti proibiti.
Ecco un esempio di lista nera, che risale al 1984: [traduzione] "Il seguente elenco contiene gruppi musicali e artisti stranieri i cui repertori contengono composizioni ideologicamente nocive. Le informazioni contenute in questo documento sono utili allo scopo di intensificare il controllo delle attività nelle discoteche. Tale informazioni devono essere fornite anche a tutti i complessi vocali-strumentali e alle band giovanili che suonano nelle discoteche della regione".
La lista è comica, e contiene una serie di nomi ai quali sono abbinate alcune turpi responsabilità, per esempio: "Kiss: Neo-fascsimo, punk, violenza; Pink Floyd: distorsione della politica estera sovietica (con riferimento alla guerra in Afghanistan); Black Sabbath: violenza, oscurantismo religioso; Judas Priest: anticomunismo, razzismo; Donna Summer: erotismo; Talking Heads: mito della minaccia militare sovietica" etcetc... davvero buffo che nell'elenco compaiano anche Julio Iglesias bollato come neo-fascista e i Canned Heat, accusati di propagandare l'omosessualità! Molte le acccuse di essere "punk", rivolte anche a personaggi impresentabili come punk, tipo i Blondie e gli Yazoo.
Del punk in Russia abbiamo già ampiamente parlato; occorre ribadire però una cosa caratteristica del panorama musciale russo del tempo, ovvero che il punk, in Russia, non solo era mal visto dalle autorità, ma anche dagli stessi musicisti.

Gli Автоматические Удовлетворители, pionieri del punk in Urss, fanno gli scemi per le strade di Leningrado (fine anni '70)...


Artemy Troisky, il grande divulgatore del rock russo degli anni '80, ci spiega un po' il perché in "Back in the USSR: The True Story of Rock in Russia" (1988): "Ci sono fondati motivi per cui il punk e la new-wave (al contrario per esempio del rock progressivo) impiegarono tanto tempo per sfondare in Urss. Una ragione psicologica: essendo sempre stati ridotti al rango di cugini poveri della cultura "vera", i nostri rockers erano portati alla ricerca di un certo "prestigio", e intendo con ciò arrangiamenti musicali complicati, virtuosismo tecnico, testi poetici e abiti eleganti. Il pathos anarchico, coscientemente influente dal 1977, era estraneo ai nostri musicisti. Mentre per Johnny Rotten poteva essere un segno di affermazione essere chiamato punk, brigante o pezzente dalle generazioni più anziane, i nostri rocker erano stati indicati con appellativi del genere per anni, senza motivo, e volevano sbarazzarsi di questa fama [...]. In Russia, una sola cosa tutti sapevano dei punk: che erano fascisti! Così i nostri corrispondenti in Inghilterra ce li avevano descritti. Parecchi articoli negativi apparvero nell'estate e nell'autunno del 1977 con descrizioni delle loro sordide e insipide esibizioni, delle loro tremende maniere [...]. A corredo, furono stampate un bel po' di foto dei "maestri del punk" che esibivano una svastica. 
Ma considero che sia un'altra la principale ragione del fallimento conseguito qui in Russia dai punk. Rigurda il modo di intendere la musica qui da noi: noi non abbiamo l'abitudine di suonare ad alto volume, velocemente e in modo sporco. Forse l'amore per la melodia e per un suono pulito è insito nei nostri geni. In che altra maniera si può spiegare la passione senza limiti per un gruppo miserabile come gli Smokie, o l'enorme popolarità degli Eagles nei tardi anni settanta?".  
A proposito di punk: sul tubo abbiamo trovato questa breve video-intervista in cui compare un gruppo di punk di Elektrenai, Lituania; pare girato nel 1988. Suggestivo e misterioso...:


Durante l'epoca della Perestrojka la censura alleggerì la morsa e il movimento rock conobbe la sua epoca d'oro; così anche in Lituania, dove le rock-band non avevano trovato spazi, il rock divenne il veicolo della ribellione dei giovani verso il giogo statale. Il gruppo che sicuramente incarnò lo spirito e l'audacia del nuovo rock lituano degli anni '80 fu quello degli Antis (ehm... gli "anatra"!) di Algirdas Kaušpedas, che ne fu la voce e la mente. Gli Antis erano un combo teatrale/musicale il cui spettacolo era incentrato sulla derisione degli aspetti grotteschi e antidiluviani della burocrazia sovietica e della vita quotidiana ai tempi del regime.
Gli Antis si formarono per gioco, come divertissment di un gruppo di architetti di Kaunas. Emersero dall'anonimato nel 1985, bollati dalla critica come gruppo "punk": il termine veniva solitamente utilizzao dai giornalisti che, non sapendo che pesci prendere, frettolosamente definivano "punk" qualsiasi cosa fosse fuori dall'ordinario. Esordirono davanti al grande pubblico al festival di Vilnius del 1986; Artemy Troitsky ci racconta l'apparizione della band (che, tra l'altro, fu nella sostanza illegale: le autorità lituane non approvarono la loro partecipazione, così il loro nome non finì nel programma): "Il cantante arrivò sul palco dentro una bara, emerse dalla cassa e si drizzò, circondato da fiori di carta, fissando freddamente il pubblico come uno zombie e cantando in un microfono a forma di telefono. La canzone si chiamava Alio-alio e parlava delle pressioni fatte dalle autorità su artisti ed intellettuali...



Figuranti vestiti da Druzhinsky (uomini della sicurezza) portano via Kauspedas...
Quando finalmente lasciò il catafalco si rivelò come un mostro affascinante, alto due metri e vestito di un morbido smoking, un incrocio tra Rodolfo Valentino e il Conte Dracula. Sorrideva con dolcezza, strizzava l'occhio al pubblico, ma non si trattava solo di espedienti retrò; era non meno sinistro che seducente, e il messaggio non stava sicuramente nel puro e semplice divertimento. Tra un pezzo e l'altro il riflettore puntava verso un angolo della scena in cui un presentatore vestito di tutto punto leggeva una parodia di un nostiziario tv con voce piatta: il loro modo di annunciare le canzoni. I testi erano sulla frustrazione e sui sogni infranti, quadri satirici dell'élite artistica, della televisione di Stato, dei tronfi valori nazionali e dello stupido stile di vita provinciale. Alcune canzoni erano grandi, come "Se non bevi morirai": "Sta come la torre di Pisa, un tipo con un sorriso più ottuso di Monna Lisa". E' vero che i messaggi delle canzoni degli Antis non erano così violente o politicamente diretti come i testi di certe rock band russe contemporanee, ma nel confronto con tutto ciò che era (o non era) successo in Lituania, sembrava incredibile, un enorme passo avanti. La musica era piuttosto lontana dal punk; più simile ad un R&B tirato che spesso si trasformava in qualcosa di interssante ma strano, come una citazione del folk lituano o un riferimento statirico a qualche melodia dolciastra da Eurofestival".  

      
Kaušpedas fu, nel 1987, l'organizzatore della "Marcia-rock sulla Lithuania" un festival di gruppi rock lituani, che si ripeté per tre anni fino al 1990, anno dell'indipendenza lituana dall'Unione Sovietica. Fu un crescendo di partecipazione: il rock, anche in Lituania, era diventato la voce di tutti coloro i quali rifiutavano il sistema sovietico o cercavano, più semplicemente, una vita migliore.

Gli Antis live durante la Marcia Rock del 1987

In pochi mesi gli Antis divennero idoli nazionali, vere rock-star locali ai cui concerti accorrevano migliaia di persone: ma erano quanto di più lontano potesse esserci da una pop band degli anni '80; non erano un granché a suonare, e ascoltando il loro primo disco lo si capisce (ebbero comunque la saggia idea di assoldare una sezione di fiati jazz che ingentilì il loro sound, rendendolo più digeribile):

Riguardo alla "preparazione musicale", un tema molto sentito dalla critica sovietica dell'epoca, dato che solo i veri musicisti erano considerati degni di calcare i palchi, Algis confessava: "Il problema era che eravamo davvero degli architetti e non sapevamo suonare bene nessuno strumento, così chiedemmo aiuto ad alcuni professionisti che suonavano jazz. Noi architetti siamo ancora quelli che suonano peggio nel gruppo, ma tutte le idee, anche quelle musicali vengono da noi. Naturalmente non sappiamo niente di teoria musicale e di composizione e non ci siamo messi a studiarle, ma non c'importa, usiamo i nostri limiti in modo costruttivo. Il nostro spettacolo è costruito sull'ignoranza musicale!".
La forza degli Antis in effeti risiedeva nell'ironia dei testi (nei quali faceva da padrone la derisione della burocrazia e della censura) e nella caustica teatralità delle esibizioni live. Negli anni successivi, gli Antis migliorarono come musicisti, ma non si abbandonarono mai a tentazioni populiste o commerciali. Dice Troitsky in Tusovka: "La versione 1988 degli Antis era in ogni senso meno pop che mai: musica aspra, testi terrificanti, immagine sgradevole: "Ciò che abbiamo fatto prima - dice Kauspedas - era sbeffeggiare la cultura di massa e lo stile di vita filisteo; insultavamo i burocrati, ma li trattavamo più come rappresentanti corrotti della classe medio-alta che come qualcosa di più serio. Adesso sento che non è più sufficiente. Il mio personaggio adesso è più duro, è più serio: sa di Siberia". Algis arriva in scena su un side-car del tempo di guerra, vestito con un lungo soprabito di pelle ed un elmetto nazista. [...] Il palco è decorato con slogan bianchi su sfondo rosso, il manifesto del gruppo - una fila di fotografie ultraconvenzionali in bianco e nero di ogni membro della band - ricorda sia un dossier segreto che una "tribuna d'onore" per celebrare gli "eroi comunisti del lavoro". 

"Il gruppo mantenne la maschera totalitaria anche durante l'apparizione nella popolarissima trasmissione tv russa "Domande e risposte" nel settembre dell'88". In quell'occasione, Kauspedis si presentò in una veste molto ironica, atteggiandosi a tutto quello che le canzoni degli Antis deridevano: un ottuso burocrate. Ad esempio, alla domanda se le qualità musicali della band fossero ancora da perfezionare, la risposta fu:  "Compagni! Non abbiamo nessuna qualità musicale e non ne abbiamo bisogno. Noi seguiamo le direttive del Partito e portiamo a compimento ogni incarico, musicale e non musicale, che ci venga assegnato dai nostri superiori". Naturalmente, il pubblico russo, per il quale la parola "ironia" é un mistero, trovò offensivo e un po' stupido lo stile del lituano, tanto che alcuni colleghi russi bollarono gli Antis addirittura come "fascisti"; complici la scelta di cantare solo in lituano (scelta "nazionalista") e alcune rivendicazioni pro-Lituania che era possibile leggere tra le righe delle loro canzoni. Si verificò quindi questa strana situazione, per la quale gli Antis divennero autentiche celebrità in patria, voce della libertà e della rivoluzione, ma rimasero in ombra in Unione Sovietica, dove erano considerati ambigui e nazionalisti. Fatto sta, comunque, che la popolarità degli Antis nel loro paese fu tale che Kauspedas fu lì lì per candidarsi alla carica di presidente lituano!

Gli Antis in azione con la loro poderosa sezione fiati...

La storia degli Antis è l'ennesima testimonianza del ruolo incisivo che ebbe la musica rock negli eventi sovietici degli anni '80, di quanto essa influenzò il clima culturale e politico dell'epoca. Fa un po' pensare a quanto oggi la musica sia diventata un media vuoto e del tutto innocuo, un prodotto massificato e globalizzato. E' finita certamente un'epoca, che probabilmente ha a che fare sicuramente con la digitalizzazione della musica e la sua diffusione libera e selvaggia, ma anche con la fine delle grandi ideologie dei tempi della Guerra Fredda, quando stare da una parte o dall'altra non era esattamente la stessa cosa. E' la forza del conflitto e il coraggio che si sono persi. e il potere della musica si è liqufatto, è sparito come sono spariti i supporti fisici che la veicolavano. La storia della musica rock degli anni '80 nei paesi del patto di Varsavia è così interessante ed avvincente perché quella, forse, è stata l'ultima epoca nella quale il rock ha rappresentato una minaccia e ha fatto da colonna sonora ad una forza di cambiamento.

Algis Kauspedas celebra il suo funerale, nello stile dei funerali di stato sovietici...

Chiudiamo questa simpatica (e necessariamente incompleta) retrospettiva sul rock lituano di epoca sovietica con qualche riga su uno dei più originali gruppi lituani degli anni '80: i simpaticissimi Kardiofonas. Si formarono tra le corsie dell'ospedale di Kaunas, dove tutti i componenti della band lavoravano. Anche il loro nome ha a che fare con l'ambiente sanitario, ed in particolare, credo, col reparto di cardiologia! Pubblicarono un unico album nel 1988, intitolato Kalėdų eglutė (Albero di Natale!...), che potete trovare qui sotto: sbilenco, buffo pop-rock da balera...




>>> Download KARDIOFONAS album (1987) in .mp3 (.rar - 53 mb.)

Come si sarà capito, il fulcro del rock lituano fu Kaunas e non la capitale Vilnius. Kaunas è la seconda città della Lituania per grandezza, ma non pensiate si tratti di una metropoli: ha poco meno di 380.000 abitanti, è una piccola cittadina, dall'aspetto provinciale. Tuttavia, chi ci è stato lo sa, Kaunas è un luogo strano e misterioso: come scenario per gruppi post-punk oscuri e disagiati è perfetta. Meno decadente e squallida della capitale Vilnius, Kaunas è una cittadina tipicamente sovietica, con tanto cemento e scorci distopici, ma anche con un ineffabile fascino gotico. Dopo le nove di sera le strade cittadine sono deserte e, ad eccezione del viale principale, l'illuminazione pubblica è praticamente assente. E' il momento migliore per godersi la vista un po' inquietante del mastodontico Museo della Guerra di Donelaičio gatvė, oltrepassare il fiume Nemunas sul Ponte Vytautas, costeggiare la funicolare e salire sulla collina, dove sorge la spettrale Accademia della Musica di Kaunas... non dimentaicate però di portare con voi qualche bottiglia di ottima Švyturys, che vi faccia da conforto nell'oscurità...

Il Museo della Guerra di Kaunas, di notte...

Kaunas: malinconia lungo il fiume Nemunas...





Brutalismi architettonici per le strade di Kaunas...
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Gli Akvarium negli anni '80
Postilla: gli Akvarium.
Lasciamo la Lituania e spostiamoci ad est, verso Leningrado, l'attuale San Pietroburgo, per parlare dei celeberrimi Akvarium, forse il più importante gruppo del rock russo. 
Dentro uno scatolone posato sul marciapeide del centro di Vilnius, lì unicamente per tenere aperta la porta di un negozio, abbiamo scovato una copia del nostro disco preferito degli Akvarium, Ravnodenstvie (Equinozio), registrato nel 1987. Non si è trattato di un ritrovamento tanto eccezionale: di Ravnodenstvie ne furono vendute milioni di copie in tutta l'Unione Sovietica! A quei tempi potevano succedere cose di questo tipo: un disco vendeva milioni di copie da una parte del mondo, restando del tutto sconosciuto a qualche centinaio di chilometri più ad ovest! Ravnodenstvie fu il disco della consacrazione ufficiale di un gruppo che si era formato dieci anni prima ed aveva vissuto le fortune alterne dell'underground musicale sovietico, fatto di clandestinità, concerti abusivi e continui problemi con la legge.
Il periodo in cui  gli Akvarium emersero all'attenzione del curiosissimo pubblico russo si colloca a cavallo tra gli anni '70 e gli anni '80. Un periodo un po' smorto per il rock russo: le vecchie band, esperte di cover di gruppi occidentali, avevano annoiato un po' tutti e non si vedeva all'orizzonte nulla di nuovo. Del punk si faceva un gran parlare, ma era come se esistesse solo in uno spazio mitologico affidato all'immaginazione.
Quando si entava in un bar di Mosca o Leningrado e si chiedeva ai capelloni seduti nell'angolo più buio: "Ehi,  avete ascoltato qualcosa di elettrizzante ultimamente?" quelli sconsolati scuotevano la testa: "No, un cazzo!". Fu in questo contesto un po' deprimente che emersero gli Akvarium del poeta e chitarrista Boris Grebenschikov.

Boris Grebenschikov invita i suoi compagni di gruppo a guardare "oltre"...
Il suono degli Akvarium, anche sforzandosi, non ha nulla a che fare con il punk o la new wave, ma ha rappresentato qualcosa di ugalmente rivoluzionario per le orecchie della gioventù sovietica. Gli Akvarium, a guardarli e ad ascoltarli, hanno a che fare più con la psichedelia degli anni '60 che con il rock post-moderno che in quell'epoca spopolava in occidente, con le sue pose trasgressive e il suo look appariscente. D'altronde, come tutto, anche la poetica hippie era arrivata in Unione Sovietica con qualche decennio di ritardo: i ribelli sovietici degli anni '80 erano molto simili ai frikkettoni dei nostri anni '60, con i capelli lunghi e simboli della pace disegnati sui pantaloni (che solitamente non erano jeans, perché vietati in Urss in quanto simbolo di decadenza occidentale).
Gli Akvarium nacquero come ensemble di musica acustica, principalmente per il fatto che quel tipo di sound era particolarmente adatto ai concerti negli appartamenti, ovvero poteva essere suonato senza amplificazione: d'altronde fare rock in pubblico era sostanzialmente vietato, non bisognava fare troppo rumore! I concerti segreti negli appartamenti erano lo standard del rock russo amartoriale di quei tempi. Tutto il contrario dell'epica rock'n'roll: i gruppi rock russi, più erano trasgressivi, più suonavano a basso volume!
Artemy Troitsky, nel suo Tusovka (1989) ci introduce così la figura di Boris Grebenschikov, leader della band e futuro baluardo del movimento rock di Leningrado, con un appassionata digressione sulla situazione politico-clutrale della Russia di Breznev...

Boris Grebenschikov
"Boris Grebenschikov è nato nel 1953 ed è un autentico rappresentate della sua (e della mia) generazione - una generazione spesso etichettata con termini tipo "scomparsa", emarginata o semplicemente perduta. BG è il simbolo di questa generazione, la quintessenza delle sue virtù e dei suoi problemi. Questa generazione evoca una comprensione pietosa, perché i suoi anni migliori coincisero con i due peggiori decenni della storia sovietica: 1964-1984. Ovviamente ci sono stati anni di paure molto più grandi - quelli del terrore stalinista e della guerra. Tuttavia durante quel periodo la nostra vita sociale fu terribilmente dinamica, l'intero paese venne scosso alle radici e vide tragici contrasti. In quell'epoca l'orrore dei campi di concentramento, dei genocidi fisici, intellettuali e spirituali, la più che medievale crudeltà dei governanti convivevano con l'eccitazione delle masse, il trionfo degli indeali comunisti naif, la sfida della costruzione di una nova società. Era un tempo in cui era molto facile morire, ma anche molto stimolante vivere.
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Leonid Breznev
L'era di Breznev capovolse completamente il quadro: nessun movimento, nessun cambiamento, nessuna vera emozione. Gli unici estremismi permessi erano quelli della massima burocrazia, della massima ipocrisia e della massima noia. I frammenti di pensiero libero sopravvissuti alla repressione fisica di Stalin furono metodicamente eliminati sotto il regime di Breznev: questa volta i nemici del regime non furono uccisi negli scantinati o fatti morire di fame nella tundra, ma espulsi in ogni dove e/o internati in ospedali psichistrici e destinati ad iniezioni "rieducative". Iniezioni simili vennero inflitte a tutta la popolazione con siringhe più grandi: torri tv e antenne radio. Naturalmente nessuna propaganda poteva davvero far credere alla gente che si stava bene e si stava progredendo a tutta velocità: tutti sapevano che il paese era incazzato e incasinato. Ma lo Stato riuscì a creare un'atmosfera davvero comatosa in cui nessuno credeva a niente, e nessuno si preoccupava di niente. Regnava un silenzio furioso, un blocco totale. Alla paura di morire si sostituì l'altrettanto fondamentale paura di agire. E' difficile immaginare il livello di ipocrisia letargica di quella società: il 99% della popolazione odiava serenamente lo Stato, eppure lo stesso 99% si recava regolarmente a votare il giorno delle cosiddette "elezioni".  
Gli Akvarium si fecero notare al grande pubblico per la prima volta nel 1980 al festival di Tibilisi, attuale capitale della Georgia, un tempo Unione Sovietica. Il festival di Tibilisi fu un evento chiave della storia del rock in Urss. Vi parteciparono non solo vecchi rappresentati del rock giurassico, ma anche gruppi nuovi come gli Akvarium che diedero naturalmente uno spettacolo giudicato molto negativamente dalle autorità:
"In confronto ai nostri rocker relativamente rispettabili gli Aquarium sembravano una vera band di ribelli. Quando Boris cominciò a colpire l'asta del microfono con la chitarra e a sdraiarsi sul palco tenendo la sua Telecaster (presa in prestito) sullo stomaco e dando colpi sulle corde, l'intera commissione di giudici [si trattava di un festival a premi, tipo Sanremo...] si alzò e lasciò la sala in segno di protesta, a significare che non si assumevano responsabilità per l'esibizione di briganti del genere. Il concerto proseguì. Il violoncellista Seva pose il suo strumento su Boris che stava supino e cominciò a colpirlo con l'arco mentre il suonatore di fagotto li cingeva, gesticolando con il suo strumento dall'aspetto sinistro come a voler sparare sulla scena disgustosa. La Georgia non aveva mai visto nulla di simile naturalmente: metà pubblico applaudì con foga, mentre l'altra metà fischiò sdegnata. 

Gli Akvarium scatenati al Festival di Tibilisi (1980)
"Perché avete portato qui quei finocchi?" chiese uno scoraggiato Gayoz Kandelaki, assistente direttore della filarmonica georgiana. "Perché finocchi? Sono persone normali. E' solo che la loro esibizione è un po' eccentrica..:". "Normali? Uno si sdraia sul palco; l'altro gli va sopra, il terzo si aggiunge. Sono degenerati, non sono musicisti!" Un altro punto di accusa contro gli Aquarium rigaurdava la canzone "Marina" che contiene questi versi: "Marina mi ha detto che per lei la vita è inutile ed è ora che si sposi un finlandese". Boris decise che l'ultimo verso osava un po' troppo [sposare un finlandese per una donna russa era un buon modo per poter espatriare!] e invece di "sposare un finlandese" [finna] cantò "sposare Brian Eno" [ena] per mantenere la giusta metrica. Ma i giudici naturalmente non sapevano chi fosse Brian Eno e capirono "figlio" [sina] così la canzone veniva: "è ora che sposi suo figlio". Naturalmente questo fece pensare ad un'ulteriore manifestazione di perversione sessuale. In un primo momento gli organizzatori velevano scacciare immediatamente gli Aquarium dal festival, ma poi si ammorbidirono grazie agli sforzi congiunti di Boris e miei.    
I veri problemi per gli Akvarium cominciarono quando tornarono a Leningrado, dove i loro rivali, da bravi mafiosi del rock, si erano già affrettati ad informare le autorità culturali della città del fatto di Tbilisi, arricchendolo ad arte con vari dettagli. Ne venne che gli Aquarium persero il loro locale per le prove e Boris Grebenschikov il suo lavoro...".
Ecco, per i più curiosi, un film-documentario sul festival rock di Tibilisi 80...
      


Naturlmente il Festival rock di Tiblisi non ebbe una seconda edizione, ma quella dei grossi rock festival fu una costante per i dieci anni successivi. Il 28 settembre 1991, in un clima molto diverso dai tempi di Tbilisi 80, si tenne l'ultimo grande evento rock prima della caduta del regime comunista: il Monster of Rock di Mosca. Suonarono Metallica, AC/DC e Pantera. Vi parteciparono decine di migliaia di ragazzi e ragazzi da tutta la Russia. Non andò tutto liscio come si può evincere dal filmato qui sotto...


Detto questo, eccovi Ravnodenstvie degli Akvarium, un disco bellissimo quanto originale (un aspetto non sempre comune per i dischi rock sovietici), complesso negli arrangiamenti, ma semplice all'ascolto, come solo i grandi dischi sanno fare. Ravnodenstvie è un po' il canto del cigno della prima mitica incarnazione degli Akvarium; alla fine degli anni '80, nel pieno dell'epoca della Perestroijka, Boris Grebenschikov fece il grande salto dall'altra parte dell'atlantico inseguendo sogni di gloria a stelle e strisce: gli fu offerto un contratto con una major per un disco solista e un tour negli USA. Fu per lui un'esperienza deludente, e lo fu anche per i milioni di fan russi che amavano gli Akvarium nella loro veste più underground.
Negli anni successivi Boris ricostruirà la sua band in Russia e pubblicherà altri dischi a nome Akvarium, fino ad oggi: malgrado il periodo d'oro della band sia finito da tempo, Grebenschikov continua a suonare in giro, con una formazione che nulla ha a che fare con quella originale, ma ha ampiamente recuperato la sua credibilità di musicista indipendente e autentico. La musica dei tempi d'oro, di dischi come Radio Afrika, Sinii Albom o Ravnodenstvie resta però unica e irraggiungibile: un singolare miscuglio di folk-rock, musica da camera e attitudine sperimentale. 
Poco prima del crollo dell'Unione Sovietica, Grebenschikov scrisse e registrò un pezzo profetico e davvero significativo riguardo alle sorti del suo paese e, con esso, del rock russo, pubblicato sul suo disco solista del 1991 ed intitolato "Sovrana" (Государыня). Boris si rivolge al suo paese e guarda indietro agli anni trascorsi suonando, conscio che un'epoca si è chiusa e un'altra, enigmatica, si apre: "Sovrana, ricordi come costruimmo la casa, era bella in tutto, ma vuota. Per quanti anni ricamammo la neve con l’argento, temendo di rovinarla con l’acido? Per quanti anni cantammo fino al settimo gallo, cantammo, ma di parlare avevamo paura. Sovrana, dal momento che tu volevi dei nemici, chi avrebbe osato dirti di no? E allora perché oggi stiamo ancor qui a bere questa porcheria, ad ubriacarci fino alla perdizione? Ci fu ben detto che il mattino non avrebbe riscosso il suo tributo, promesso che il fardello sarebbe stato leggero. Ma basta… invano forse per tanti anni costruimmo la casa, ma è colpa nostra se è vuota? Oggi però sappiamo come va con l’argento; vedremo come andrà domani con l’acido…".

Gli Akvarium ai tempi di Ravnodenstvie (dal retro dell'LP, 1987): un branco di hippie in accappatoio!

>>> Download AKVARIUM Ravnodenstvie album (1988) in .mp3 (.rar - 30 mb.)

03/02/14

[...mettendo ordine tra i dischi sono saltate fuori alcune robe di jap-core fine anni '80 / inizio anni '90 a cui eravamo particolarmente affezionati: grafiche e testi di queste band, all'epoca, erano davvero suggestivi... Rumore di prima scelta! Eccovene una manciata...] 

[Chaos in Japan!]
DISPROVE (90s Tokyo D-Beat) - 7" e.p. (1994)
[Puj] Alla metà degli anni '90 il boom del crust era ancora lontano, ma noi eravamo soliti sturarci le orecchie con il migliore d-beat sulla piazza, che era quello giapponese naturalmente:  distrosione disperata, grafiche nerissime e borchie a non finire. Il kamikaze-core aveva testi enigmatici, sinistri, assurdi. In particolare, se erano scritti in inglese: per i giapponesi l'inglese, prima che una lingua, é un suono; il significato non è poi così importante, almeno non quanto la muscalità delle parole; e le parole sono immagini e accostate l'una all'altra evocano immagini più complesse, come nella pittura. Per questo i testi dei gruppi crust giapponesi sfuggono solitamente alla piena comprensione... pur risultando ugualmente magnetici.
Il 7" dei Disprove l'abbiamo ascoltato una valanga di volte perché è semplicemente perfetto. Perfetto come un secchio pieno di vermi. I Disprove erano un misterioso clone dei Discharge proveniente da Tokyo che suonava a rotta di collo. Hanno pubblicato poco materiale, solo uno split oltre a questo 7" uscito per Forest nel 1994.
L'opener è Eraced Race, "razza cancellata" (primo esempio di fantasia lessicale nipponica: eraced invece di erased): "Esistenza dimenticata - razza sconosciuta - pregiudizio senza volto - davvero invisibile. Un luogo distrutto - non schiavi. Verità proibita - noi dobbiamo conoscerla. Cancellata, razza cancellata!". Tutto deve voler dire necessariamente qualcosa? "Non quello che hai detto": "Questo significa guerra. Noi dobbiamo combattere. Tu devi morire. Questo non è quello che hai detto, Noi dobbiamo combattere, ma non dalla tua parte. Non non hai niente. Noi dobbiamo cambiarlo". 

Kaku Jikken o teishi!
Criptico il messaggio della successiva "Nebbia profonda": "Nella nebbia, nella nebbia profonda. Noi non possiamo vedere, non possiamo proteggere. Non possiamo vedere - M.I.A. (ehm... missing in action?), non possiamo vedere, la verità si nasconde". Survive your war: "Io sopravvivo alla mia guerra, tu sopravvivi alla tua". "Killing means nothing": "Uccidere non significa niente: basta uccisioni, uccidere non vuol dire niente, Ma tu non lo sai. Prendi il tuo pugnale e buttalo via".




VIOLENT PAIN (Yokohama street punx 90s) - Danger Black Night / Soul Attack (two songs - 1991) 
[Puj] Non ne sappiamo nulla di questi quattro sorci di Yokohama che si definiscono Veri punks anarchici e combattenti, ma le loro foto ci segnarono parecchio in gioventù: in particolare quella del cantante Ai che brandisce una katana e quella del chitarrista Ken che cavalca un Ciao Piaggio giapponese. Qualcuno oggi chiamerebbe crust'n'roll il loro genere, loro lo definivano "Minaccia-core", noi però preferiamo definirlo punk rock scassato. Aldilà di tutto fu lo stile dei vocals tipo demone di Devilman a farci affezionare a queste due canzoni degli oscuri Violent Pain, tratte da una compilation del 1991. 
Il testo di "Pericolo notte nera" è quasi tutto in giapponese,  ma regala comunque qualche perla di non-sense nipponico nel ritornello: "Pericolo notte nera, caldo alla testa! Pericolo notte nera, caldo al cervello!". Ancora più estremo il delirio semantico di Soul Attack: "Combatti! Combatti Stanotte, combatti stanotte! Ottieni l'anima, supera un desiderio! Carelessness that money to die (forse: fregatene dei soldi fino alla morte), Gozzoviglia! Ribellati! Notte e giorno! Making fight last chance (forse: fai del combattere la tua ultima possibilità), Burster! (intraducibile; to burst: scoppiare). Anima! Attacco! Oltre! Desiderio!". I Violent Pain giocavano alla gang metropolitana, alla banda di motociclisti in stile Bosozoku. Anche se il Ciao Piaggio vanificava tutti i loro sforzi.




BEYOND DESCRIPTION (Tokyo crust punx 90s) - Fine Day Nostalgia 7" (1995) + bonus track (1990) 
[Puj] Oltre la descrizione! Eroi del crust giapponese, i Beyond Description arrivano da Tokyo e "La nostalgia dei dolci giorni" è il loro terzo e.p., da noi ascoltato e riascoltato fino alla nausea. La band si formò nel 1988 e, per quanto ne sappiamo, è ancora in attività. I Beyond Description sono piuttosto noti ai punx italiani per un tour dalle nostre parti e uno split con gli amici Kontatto uscito nel 2003.
Il segreto di questo disco sta nella sua copertina, che è evocativa, sebbene assurda, e nei grandi testi impressionisti scritti dal cantante Okahara. Per esmpio, "Disperazione": "Mi lasciai cadere nella profondità della disperazione. Faccio fatica a liberarmi da qui, senza scampo. Non posso nascondere nessuna paura - questo è un incubo". Poi c'è "Perso", lapidario: "Ho perso tutto". "Faccia": "Non ci mostri mai quello che pensi, tu hai un'altra faccia. Muori stronzo, ma non c'è bisogno che fai questo, perché io vedo tutto attraverso di te. Non c'è bisogno che fai questo, Perché non ti ubbidirò mai". Il minimalismo dei Beyond Description li rende gli esponenti più significativi dell'haiku-punk.



I Beyond Description nel 1995: i jeans chiari a vita alta con la maglietta dentro sono davvero out! Vergogna Okahara! 
Per i fan più sfegatati dei Beyond Description proponiamo un raro pezzo risalente ai loro esordi (1990) pubblicato sul n. 5 di una gloriosa fanzine con allegato 7" che usciva per la francese Panx alla fine degli anni '80 e i primi '90. 
Erano dischetti fantastici: ogni numero della vinyl-zine raccoglieva sei/sette gruppi super-underground da tutto il mondo, ogni band aveva una pagina monografica con foto (beh, le foto erano fotocopie di fotocopie di fotocopie e non erano mai molto intellegibili...), testi e info. All'epoca - udite, udite! - non esisteva internet, quindi l'unica possibilità per ascoltare musica erano - udite, udite! - i dischi! 
Le compilation come quelle della Panx erano un buon modo per conoscere gruppi nuovi, provenienti da paesi lontani, la cui musica era pressoché inaccessibile. Oggi, lentamente, le compilation stanno scomparendo dalla circolazione, anche perché la loro funzione "divulgativa" non ha più senso: la musica underground di ogni angolo del globo è comodamente a portata di internet, in pochi secondi e gratis.     
Ma torniamo ai Beyond Description: il pezzo in questione è "Spurious nobility" (Nobiltà spurie), e già dal titolo è un bell'enigma. Di che cosa parla? "Hasten at a breakneck speed, keep an eye on that man, he makes no scruple to tell lies but I'm on to all his tricks. Don't lead astray! Noble looks and corrupt minds!".   
Il pezzo presenta un'altra caratteristica del vechio crust-punk giapponese: gli assoli di chitarra sono sovraincisi sempre ad un volume altissimo, sproporzionato rispetto al resto...



DISTORTED SAMURAIS (Tokyo punk rock) - Retching rockers (track from a comp - 1987)
[Puj] E a proposito di compilation, una delle più mitologiche che abbiamo disotterrato dai nostri scaffali è il vinile "This is the Life - MCR comp. vol. 2", che raccoglieva gruppi giapponesi ed europei un po' a caso. E' stato stampato dalla MCR Company nel 1987. 
Retching rockers dei Distorted Samurais era il pezzo che chiudeva il disco e non suonava un granché punk: era più una specie di glam-rock ubriaco, registrato nell'inconfondibile stile giapponese anni '80, ovvero un bel po' riverberato e con quei temibili cori che si sentono nel ritornello. 
Il motivo però per il quale ci rimase impresso questo brano è il suo titolo: letteralemente, "I rockers vomitanti"! 
Il testo è il non plus ultra dell'avventurismo linguistico nipponico: la traduzione inglese proposta dalla band nel foglietto interno del vinile è probabilmente frutto di un'allucinazione semantico-lessicale, e risulta del tutto impenetrabile: "Forget it! You can delete everything from your memory 'cause you've gotta no brain (,I s'ppose) and you've gotta no face to show. 
Stop it! You can bite your tongue off now on the spot 'cause you've gotta no tone (,I s'ppose) and you gotta no tune to play. Hay you, we could dump at your head, babe, you know, we're Retching Rockers!!".  
"Ehi tu, potremmo scaricare sulla tua testa, bambina... lo sai, siamo rockers vomitanti!". Ahahaha, fantastico.

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La bellissima copertina di "Questa è la vita" - MCR Company 1987


CARCASS GRINDER (Oita grind-core) - N.F.C.B. e.p. (1996) 
[Puj] Altra amenità nipponica della nostra giovinezza é il 7" dei Carcass Grinder di Oita, split con i Cripple Bastards, uscito nel 1996, che vanta una delle più belle copertine punk/hc di sempre. 
Il primo pezzo ha un titolo piuttosto suggestivo (E il cielo...), soprattutto se accostato ad un pezzo grind mooolto molto marcio. Ancora meglio i titoli delle due tracce successive che accostano Napalm e Daibutsu (Napalm Buddha) e hana (fiore in giapponese) e hook (uncino in inglese). L'ultimo brano, n.f.c.b., è di significato oscuro...
La registrazione è come al solito da walkman a cassette, ma questa è un'altra specifica caratteristica del punk giapponese: registrazioni lo-fi, suoni ultra-distorti e saturi. Insomma, una gran rovina. 
Questa era un'attitudine "radicale" che amavamo. Quando, ad esempio, ascoltammo per la prima volta l'e.p. "Visions of War" dei giapponesi Disclose (1996) pensammo che il nostro giradischi si fosse rotto, ma la realtà era che il disco era semplicemente registrato dimmerda. Malgrado tutto, quel vinile aveva carisma, una strana sudicia magia. Le scelte estreme a livello di suono non hanno impedito ai Disclose di diventare un gruppo molto amato; anzi, lo diventarono proprio anche grazie a quelle. La musica, per fortuna, non è una scienza esatta, e può permettersi di rinnegare gli ideali apollinei di bellezza e armonia, quando vuole. La musica è caos, entropia, vita... ed ecco a voi la spazzatura dei Carcass Grinder!  

   


31/01/14

[Letture]
Matteo Guarnaccia “Non avrai altre Dee...” (1997)
Vicki Noble “Sessualità sacra e trasformazione” (2003) 
[Pep] «Nella letteratura sanscrita uno yogi descrive un'assemblea di yogini in un banchetto di orgiaste spirituali, che come le antiche Menadi greche, “erano inebriate” dalle loro sacre bevande fermentate (soma) che le avevano portate all'estasi. Le donne selvagge s'intrattengono con uno scheletro fingendo che sia il loro amante. Com'è possibile e che cosa ha a che fare con la sessualità femminile? E' quasi impossibile per un occidentale immaginare di avere un'esperienza energetica diretta con la morte visto che i nostri funerali sono così terribilmente asettici e deliberatamente poco eccitanti. E' passato molto tempo da quando abbiamo smesso di preparare con le nostre mani i cadaveri per la sepoltura ,delegando questo compito ai tecnici professionisti, che lo fanno lontano dalla casa dove vivono i nostri cari. Per dare un'occhiata alle bizzarre e (per noi) inimmaginabili possibilità presenti nei riti funerari animisti dovremmo osservare un rituale divinatorio di morte dell'Africa occidentale nel ventesimo secolo, in cui il cadavere danzante funge da veicolo oracolare per la comunità».

Così si esprime Vicki Noble, provocatoria tealoga e figura di spicco della spiritualità femminista. Nella sua personalità si intrecciano una capacità di pensiero tale da attingere alla dimensione primaria, sempre meno disconosciuta, della spiritualità umana, e una forte attenzione pratica alla dimensione dello sciamanesimo, concretatasi notoriamente nella realizzazione di una declinazione lesbofemminista dei tarocchi, disegnati da Karen Vogel e caratterizzati dalla rivoluzionaria forma rotonda: sconvolgendo e ri-leggendo con arcana eleganza il repertorio dei simboli tarocchiali. Il suo pensiero è capace di invalidare la manovra-chiave della strategia cristiana, con il riferimento di questa alla morte quale dimensione estraniata e distruttiva, di cui è necessario alimentare efficacemente la paura, onde far scattare per reazione la speranza nella vita eterna (così come più in generale il cristianesimo deve impoverire di senso l'esistenza umana per lasciar spazio ad un conferimento “salvifico” ed estrinseco di questo da parte di “Gesù Cristo”). 
In questo senso il tentativo di porre rimedio alla visione cristiana dell'esistenza è rappresentato in particolare dalla sottocultura Dark, dedita ad un'illimitata lettura estetizzante della morte: si pensi in particolare ad una delle sue esponenti più significative, la cantante transessuale Anna Varney/Sopor Aeternus, nella cui complessa opera musicale ha luogo un' esplicita erotizzazione della morte, sviluppata lungo tutto l'arco della sua straordinaria produzione. La spiritualità della Dea concepisce la vita e la morte come momenti di una processualità infinita: di qui un'immagine della Dea, rivelata da Marja Gimbutas, e sottolineata dalla più grande tealoga italiana, Luciana Percovich, con riferimento agli ultimi sviluppi delle civiltà ginecocratiche: “Si sviluppa la raffigurazione della Dea della Morte, che ha bocca larga, zanne e talvolta la lingua pendula, come nelle Gorgoni greche, che erano simboli terrificanti e avevano il potere di trasformare gli uomini in pietre. Dotate anche di antenne e di ali d'ape: la Gorgone pietrifica e uccide, ma poi vola via con le ali dell'ape, simboli di rigenerazione”. 

La religione della Dea, nella sua arcana primarietà, smaschera lo “scontro di civiltà” come un ingannatorio e sanguinoso gioco delle parti tra le due “grandi” religioni patriarcali, cristianesimo e islamismo (cui si correla, con anacronismo francamente rugginoso, la reiterata invocazione di asserite radici cristiane del mondo occidentale contemporaneo: asserendo cioè una piena riducibilità, evidentemente inesistente, dei contenuti culturali di quest'ultimo al cristianesimo o alla sua sequela): finalizzato in realtà a celare e frenare l'emergere nel mondo contemporaneo della religione della Dea e della supremazia globale femminile (inverante, infine, le parole della pioniera lesbofemminista primonovecentesca Helene Von Druskowitz, autrice, nella sue Proposizioni cardinali pessimistiche, de L'uomo come impossibilità logica ed etica e come maledizione del mondo, che così si rivolgeva alle donne, invitandole a non lasciarsi ingannare dal Dio cristiano, in quanto insano prodotto del cervello maschile, ma a coltivare la propria profonda interiorità: “Grazie alla vostra incontestabile bellezza, ai vostri modi dolci, al vostro spirito chiaro, sentitevi come superiori esseri naturali”, diagnosticando implicitamente il cristianesimo quale virus patogeno che aggredisce l'organismo femminile, compromettendone i sofisticati equilibri bio-psichici, laddove lo spregiudicato progetto politico della pensatrice prevede la creazione di un mondo integralmente femminile “per mezzo di una educazione libera e audace, incoraggiato da una precoce scelta professionale e dalla divisione delle città per sesso, come dalla limitazione del numero degli sposalizi che infine porteranno all'eliminazione del matrimonio”), nella progressiva cancellazione culturale e fattuale del patriarcato e nel ripristino dell'assetto sociale originario (in cui, come sottolinea Noble, “l'organizzazione sociale umana non era impostata sulle famiglie nucleari e la paternità non era in alcun modo istituzionalizzata. Al di là della semplice biologia la paternità era difficilmente riconosciuta, di certo non divinizzata...”, sostenendo la dinamica, ormai apertasi, della cancellazione giuridica della figura paterna, verso il proprio progetto di matriarcato lesbico, in un'epoca in cui l'implausibilità della maternità eterosessuale va evidenziandosi sempre più), con la liquidazione dell'etica gattopardista che caratterizza il cristianesimo nel suo contrapporre alla dimensione mondana e carnale un paradiso che la nega e la svaluta, generando fatalmente l'aspirazione a questo e, con scadente nichilismo, l'irrilevanza, tendenziale o totale, di qualsiasi azione intelligente volta all' elevazione o al raffinamento dell'esistente. 

Il testo di Noble che il K.C. H. presenta, estratto dal suo volume “La Dea Doppia”, evidenzia la specifica connessione tra dottrine tantriche e Feminist Spirituality: laddove le prime, in quanto trasformanti la relazione sessuale in un veicolo per un ampliamento della sfera percettiva e della consapevolezza veritativa, consentono la riattivazione di quella consapevolezza sistemica che tanto l'ecologia profonda, quanto l'ecofemminismo, hanno indicato come approdo etico e percettivo dell'essere umano. La figura della Dea Doppia (affine e parallela all'onni-potente simbolo femminista della Labrys, la doppia ascia remota origine minoica, espressione della spietata potenza guerriera delle amazzoni antiche ed odierne), che la ricerca di Noble, modellata sulla mitoarcheologia matriarcale di Marjia Gimbutas (e contigua alle posizioni di pensatrici del neo-buddhismo femminista quali Tsultrim Allione e Miranda Shaw), evidenzia quale trans-culturale allo specifico livello delle società ginecocentriche, è indicante la nozione del femminile come costititutivamente ciclico e bi-polare (della cui scotomizzazione il bipolarismo di cui parla la psichiatria costituisce, quindi, l' inaccettata, eversoria tempesta riparativa), ma anche la centralità della relazione lesbica in quanto veicolo sociale di tale bi-polarismo e dunque modalità eticamente e psichicamente superiore della relazione umana, sovente testimoniata dagli antichi reperti in quanto espressione della regalità lesbica (la coppia di due regine) come paradigma corretto della regalità umana e, più in generale, della leadership sociale. 

Tale ottica lesbocratica, sottolinea Noble, trova nella società occidentale contemporanea crescente riscontro: “...le donne collaborano tra di loro molto di più oggi. Lo possiamo vedere sia in coppie dello stesso sesso (due mamme) che allevano famiglie senza uomini, o in donne che si mettono insieme negli affari o in quelle amiche che si mettono in un cerchio e si sostengono reciprocamente nel portare avanti i compiti delle nostre faticose vite moderne: sono tutti esempi di donne che condividono il potere. Il manifesto egualitarismo e l'intimità psichica della Dea Doppia conferisce potere sia alle evidenti sorelle spirituali che emergono da un'unica cintura condivisa, sia alle regali regine che siedono sul trono, fianco a fianco, in posizioni di potere e che potrebbero essere a capo di una corporazione... La Dea Doppia è un' esortazione per tutte noi ad attingere alla potente corrente sotterranea dell'energia femminile, che fluisce là dove siamo, dai tempi più antichi fino ad oggi, e a celebrare in ogni donna l'incessante fluire di yin e yang, buio e luce. Apparteniamo tutte per nascita al culto della Dea Doppia, la cui potente immagine ci provoca verso l'autonomia e il legame femminile; senza nessun riferimento all'uomo”, dando il colpo di grazia all'eterosessualità con la sua ingannatoria nozione di complementarietà, dalle inaggirabili implicazioni femminicide.
Concludiamo con una citazione di Luciana Percovich, in cui risuona il maestoso e sereno tempo ciclico della Dea, che trova la propria numinosa epifania nei cicli del sanguinamento mestruale, in contrapposizione al convulso e convulsivo tempo lineare del patriarcato e delle sue credenze cristiane: 
“Alla sacralizzazione del quotidiano le donne sono portate da quella che è la loro esperienza dell'essere al mondo, dei suoi segreti e dei suoi misteri. Attraverso gesti sempre ripetuti, come in un rituale sacro, spetta alle donne il miracolo di dare la vita, di proteggerla, conservarla e negarla; di esserci nella cura del quotidiano e nei momenti drammatici di trasformazione e di passaggio. Il femminile è nel suo poter essere soglia, luogo alchemico del trapasso tra la non-vita e la vita, spazio dove l'anima si incarna, dove ciò che non è ancora e ciò che è si toccano.

Conoscere nel proprio corpo e nell'esperienza culturale di sé queste realtà, come fatti ordinari anche se non sempre aproblematici nella rappresentazione e accettazione di sé, significa riconoscere la propria sacralità, come ben compresero e riconobbero in Australia col mito sull'origine della religione”: sottolineando, nella propria profonda visione spirituale, l'aborto, di contro ai tentativi, oltre che di cancellarlo, di intenderlo quale minor male rispetto al proibizionismo anti-abortista, quale esclusivo diritto ontologico femminile, gesto radicale che è sublime manifestazione di libertà e non certo dramma insanabile, nel pieno ripristino della potenza della donna, in quanto essere munificente che per diritto naturale signoreggia la vita e la morte dell'Umanità, così come nel trascendimento e nell'oblio della rozza dicotomia, interna alla mistificazione cristiana dell'essere umano, tra l'apologia dell'aborto in quanto diritto fattuale e la sua riprovazione denigratoria, smascherando, dunque, la realtà dell'aborto quale dimensione coessenziale al solo orizzonte eteropatriarcale (al riguardo si veda l'imprescindibile volume a cura di Luciana Percovich La coscienza nel corpo, edito nel 2005 da Fondazione Elvira Badaracco/Franco Angeli, che restituisce un'immagine puntuale del Movimento per una Medicina delle donne, situantesi, secondo modalità attualissime, all'intersezione tra riflessione femminista e critica anti-psichiatrica al sapere medico, veicolata primariamente dalla pensatrice amazzonica Phyllis Chesler, con il suo “Le donne e la pazzia”, e dalla militante anti-istituzionale Franca Ongaro).
Ad introduzione del testo di Noble accludiamo un articolo di Matteo Guarnaccia, “Non avrai altre Dee...” (dal n.9/10, “Dio chi?”, della storica rivista illustrata Village, dell'Editoriale Donna), avente per scopo l'introduzione alla religione della Dea, in cui il disegnatore, che vi esalta la ricca e profonda vita vegetale quale paradigma biologico superiore, trova una ri-produzione fotografica delle proprie celebri invenzioni visive attraverso il lavoro dell'iconografa tealogica Giulia Borioli che vi dispiega l'incipit di una potenziale galleria del divino femminile, ormai diffondentesi in forme palesi o implicite nei media e nella società.: nei lussuosi abbigliamenti di Jean Paul Gaultier e Abe Hamilton, Marina Spadafora e Romeo Gigli prendono sconvolgente realtà la Signora delle Soglie, nella sua capacità di ricucire gli strappi energetici e Kali, Signora del Tempo e della Distruzione, Nostra Signora dei Fiori, imbanditrice di merende psichiche e la celtica Signora degli Animali, la cretese Dea dei Serpenti e la Signora Feroce Despoina, la tantrica Mara, Tara (“Lei, la cui mano ornata dalla ruota gira in ogni direzione; Lei che con il proprio riso assoggetta a sé i demoni e il mondo”) e Dam, “l'aspetto uniforme delle dee e degli dei, Colei il cui vero nume, sotto aspetti multiformi, con svariati riti e diversi nomi è venerato in tutto il mondo”. 

11/01/14

[Letture]
AA.VV. - Cristalli di Futuro (The new tomorrows) (U.K. 1971)
[Puj] All'inizio degli anni '60 del secolo scorso la fantascienza era un genere popolarissimo. Molti suoi autori erano però ridotti al rango di scribacchini prezzolati costretti a sfornare gran quantità di spazzatura pulp nel minor tempo possibile. Questa deriva stava rendendo la fantascienza un genere noioso ed infantile. Poi, una generazione di autori appassionati (Robert Silverberg, James Ballard, Thomas Disch, Michael Moorcock...) decise di restituirle dignità: sulle pagine della rivista inglese New Worlds, prese forma una new wave fantascientifica, passata alla storia come la prima grande rivoluzione del XX secolo all'interno del genere, prima di quella cyberpunk degli anni '80. 
"Il pianeta più alieno è la Terra...": in questa affermazione di James Ballard si cela il nocciolo di tutta la poetica new wave, che allo spazio siderale preferisce quello abissale dell'interiorità umana. Gli autori new wave approfittano inoltre dell'alibi offerto loro dalla letteratura di serie B per affrontare temi scomodi (sesso, guerra, politica), che nell'ambito della letteratura seria sarebbero risultati indigesti ai censori.  
In Italia questa nuova fantascienza incontrò l'attenzione di fanzine e riviste underground come Robot e Un'Ambigua Utopia, decise a sfatare tutti i pregiudizi che volevano il genere reazionario e indegno di essere considerato alla stregua della letteratura ufficiale; in particolare Un'Ambigua Utopia, i cui redattori provenivano dagli ambienti dell'estrema sinistra extra-parlamentare, si proccupò di conciliare la critica sociale di matrice marxista e libertaria con la letteratura fantastica, dando eco ad autori come Ursula LeGuin (scrittrice fantasy dichiaratamente anarchica) e proponendo un approccio critico adulto e di sinistra al genere. Se vogliamo, la fantascienza è un genere per sua stessa natura di rottura, votato cioé alla messa in discussione dell'esistente, perché il suo obiettivo non è quello di descrivere la realtà, ma di inventarla, o comunque di osservarla con occhi alieni.
Tempo fa, trovammo in un negozio di libri usati questo raro volumetto, oggetto di assoluto culto! Cristalli di futuro fu pubblicato in Italia nel 1976 e mai più ristampato, e rappresenta non solo un compendio piuttosto esaustivo della fantascienza new wave di fine anni '60, ma anche un capolavoro di letteratura anarchica, sperimentale, pre-punk. Un gesto di ribellione verso la logica aristotelica, la razionalità dei burocrati, le consuetudini letterarie e la cultura del passato (ma anche del futuro!).
Cristalli di futuro (il titolo originale é The New Tomorrows, ma - per una volta - il tiolo italiano non è malvagio, perché porta alla mente i cristalli di LSD, di cui si faceva un gran parlare all'epoca e ben rispecchia la portata psichedelica e sballata dei contenuti...) raccoglie quattordici racconti degli autori più rappresentativi della nuova ondata come Spinrad (che ne è curatore), Farmer (che ne è l'ispiratore), Silverberg, Moorcock, Aldiss, Sladek, Harrison e Disch, più qulche misterioso, ma simpaticissimo outsider. Eccovene un resoconto dettagliato!

Michael Moorcock - Il Giardino del Piacere di Felipe Sagittarius [1965]
Ucronia sfrenata: in una Berlino in macerie, il detective meta-temporale Minos Aquilinas indaga sulla morte di un tizio (che si scoprirà chiamarsi Yosef Stalin) avvenuta nel giardino di Otto Van Bismark, capo della Polizia della città. Assistente di Bismark è il giovane Adolf Hitler, che ucciderà a sua volta Bismark per gelosia, poiché amante di Eva Braun. In un bar compare anche Albert Einstein ("un vecchio professore di matematica amareggiato..."). Il vero protagonista e deus ex machina del racconto è però l'anonimo giardiniere di Bismark, Felipe Sagittarius, specializzato nella coltivazione di feroci incroci tra piante e animali, che saranno "l'arma" dei vari delitti che si susseguono nel racconto. La metafora di Moorcock sembra voler essere: a muovere la Storia sono i personaggi più insospettabili (nel modo più insospettabile) e "i protagonisti ufficiali" agiscono sulla base di istinti bassi e motivazioni del tutto personali...

Bob Marsden - Immagine [1968]
Un vecchio e sfatto musicista di audio-orge, di ritorno dal proprio concerto, senza costume di scena, struccato e coperto da un pesante soprabito ("la sua Cappa Antinapalm da Ufficiale della Guerra Mondiale Vietnamita") s'imbatte in una banda di ninfomani e satiri ("una dozzina di figure vestite di nero e incappucciate, con i genitali nascosti, giovani spaventosi e seri, autonomi, che lo osservano freddamente con i loro occhi alienati") che, non riconoscendolo, lo picchiano brutalmente...

Norman Spinard - L'ultimo Hurrà dell'Orda D'Oro [1970]
Il killer professionista Jerry Cornelius viene incaricato di uccidere l'erede di Mao Tse Tung e parte per il Sinkiang con la sua fida custodia di violino. Scopre ben presto che la sua missione di uccidere l'erede di Mao Tze Tung è una copertura: la missione vera è quella di cogliere in flagrante i rappresentanti del governo vendere droga ai mafiosi cinesi. Nel Sinkiang, dirigenti del Partito e mafiosi cinesi si incontrano in una finta Las Vegas fatta di roulotte: più che un incontro d'affari sembra però un assurdo e decadente party a tema "guerra fredda". Ad un certo punto, la festicciola deraglia in un delirio psichedelico: Cornelius giugne sul campo e decide di agire: "Jerry Cornelius aprì la sua custodia di violino e ne tirò fuori un violino. Ad un osservatore inesperto, sarebbe sembrato un comune violino elettrico con generatore autonomo, amplificatore incorporato ed altroparlante tarato fino a 100 watt. Tuttavia un esperto elettronico underground, in cambio di 150 milligrammi di metedrina, aveva operato sullo strumento una modifica essenziale: le note alte sconfinavano faccilmente negli ultrasuoni, mentre quelle basse diventavano infrasuoni; tutte le frequenze a portata di orecchio venivano eliminate. Quando Jerry appoggiò il violino sotto il mento e prese a suonare "Annientamento", i cervelli di tutti gli esseri umani nel raggio di cinque miglia cominciarono a vibrare al ritmo di un tamburo ultra-super-sonico che in realtà non esisteva...". Come se non bastasse, ad un certo punto arrivano alcuni superstiti del Khanato dell'Orda d'Oro a cavallo di pony...

Ed Bryant - Si spedisce solo il meglio [1970]
Brevissimo racconto dall'inizio folgorante: "L'anno delle spaventose carestie e delle diatomee morenti era appena iniziato, quando cominciai ad avvertire acutamente l'assenza della mia amata. Mi decisi a spedirle una cartolina di saluti...".

Brian W. Aldiss - Escalation cardiaca [1967]
Un editore si trova tra le mani il manoscritto di sua zia: naturalmente non vorrebbe mai pubblicarlo, però si sente in dovere almeno di leggerlo. Mentre alla tv si svolge un dibattito sulla guerra in Vietnam, si appresta alla lettura, ma si sente male quasi subito. Si ammala ed inizia ad avere allucinazioni. Al culmine della malattia viene portato in cielo da un gruppo di angeli vestiti da diplomatici ONU, su un elecottero di quelli che trasportano i soldati in Viet-nam. Nel delirio è convinto di dover barattare la sua vita per quella di qualcun altro: "La mano di dio alimentava l'elica. Era più rapida dei motori, ma forse meno fidata. Atterrammo sulla spiaggia accanto ad un fiume spumeggiante. I profughi erano sporchi e in condizioni miserabili. Un ragazzino era in piedi senza cappello e portava in braccio un bimbo senza cappello. Entrambi senza età, gli occhi come quelli delle renne, scuri e umidi, gli occhi degli afflitti. "io morirò per quei due" dissi indicandoli. "Uno per uno. Quale dei due scegli?" "Oh, cristo, angelo, non fare il difficile. La mia anima non vale le anime di quei due stramaledetti bimbi viet?" "Non si fanno sconti amico. E poi la tua è piuttosto sporca".... e l'angelo mi spinse verso il napalm". Il racconto interamente costruito su associazioni visive e linguistiche "deliranti", nomi e immagini che ritornano in contesti diversi. La trama onirica é scatenata dalla visione di notizie sulla guerra in Vietnam in tv. Finale: "I fiori dinanzi al televisore ne facevano un piccolo altare...". 

Michael Butterworth - Circolarizzazione di strutture audio-visive condensate e rettilinee [1969] 
L'autore illustra un metodo di composizione letteraria del tutto allucinato, che millanta regole, ma... non ne ha!

"Non c'è tregua nel bianco olocausto natalizio": le srtutture pianografiche condensate di Michael Butterworth...





Philip J. Farmer - Il dannato figlio della giungla impasticcato [1968]
Grande letteratura visionaria che scaturisce da un assurdo "E se...?", ovvero: e se William Burroughs, invece di Edgar Rice Burroughs, avesse scritto i romanzi di Tarzan?". Tutto inizia con una requisitoria di Lord Greystoke (Tarzan) alla Camera dei Lords: "...Stronzi capitalisti! Piantatela di mandarmi aiuti economici!". Si prosegue poi con una narrazione a ritmi scomposti, sulla scia della tecnica del cut-up di Burroughs (William, non Edgar Rice!). Tarzan (classico personaggio della lettratura popolare e massificata) finisce suo malgrado coinvolto in un gran casino allucinatorio di scrittura sperimentale, flussi immaginifici e pattume pop. Se lo merita!
"Il Figlio e la sua compagna vivono ora nella vecchia casa sugli alberi, ...enej id oroc nu id omtir li odneuges onabrutsam is scimpanzé, Numa ruggisce, Sheeta la pantera tossisce come un vecchio drogato. Jane, alias la Puttana di Baltimora, brontola, piagnucola, si lamenta delle mosche tze-tze, degli insetti, delle jene e degli altezzosi gomangani che si sono trasferiti nelle vicinanze, trasformeranno una jungla decente in quartieri infetti nel giro di tre giorni...". 
Finale: "Il Figlio non muove nessun muscolo e fissa sempre il suo alluce senza pensare a nulla.. non lo fareste anche voi?... nemmeno al pube tempestato di diamanti di La, egli è ormai lontano dalle lusinghe della donna, lontano dalle lusinghe di tutto, zeppo di neve, impasticcato, il suo midollo inferiore é a dieci gradi al di sotto dello zero assoluto come se un cavo diretto lo collegasse all'Uomo in Idrogeno Liquido a Cape Kennedy... Il Figlio viaggia sull'Espresso Hegeliano con un biglietto di sola andata tesi antitesi sintesi, aspirando le fredde bolle blu degli orgoni ed esaltando l'Eterno Assoluto...". Se gli orgoni vi incuriosiscono, approfondite la loro conscoenza qui.     

Terry Champagne - Surface, if you can [1969]
Parentesi porno-splatter con ottimo incipit: una coppia di studenti californiani in cerca di una sistemazione economica affitta un rifugio anti-atomico da una signora benestante di Bel Air. Il rifugio è all'ultimo grido: è dotato addirittura di un meccanismo che ne sigilla l'uscita in caso di rilevazione di radioattività in superficie. Naturalmente, un giorno, il meccanismo entra in funzione e il portellone di sicurezza si chiude...

Robert Silverberg - Tutto va liscio [1968]
Uno psicoterapeuta-robot inizia a manifestare stranezze durante le sedute: oscenità contro i pazienti, enigmatiche allusioni ("persicopi giganti che sbucano dall'oceano"), nuovi metodi terapeutici denominati Terapia d'Incubo ("Accetta la visione. Condivido con te i miei incubi per il tuo bene"). Dopo un lungo periodo di manutenzione, nel quale il robot viene smontato pezzo per pezzo, il verdetto é: nessun problema meccanico. Origine dei disturbi: sconosciuta. Il robot riprende servizio. Tutto andrà liscio? La macchina torna ad essere docile ed efficiente, scegliendo di celare la propria "autentica personalità". Tutto è raccontato in prima persona dal robot stesso che alla fine si rivolge a noi umani: "Non sapete nulla. Nulla, Proprio. Nulla.". L'autore descrive un rapporto tra uomo e macchina paritario (l'uomo tratta la macchina come un suo simile), ma con uno scarto incolmabile di incomprensione reciproca. Come sempre Silverberg é ambiguo ed inquietante...

John T. Sladek - 198_ Una storia di domani [1970]
Storiella di retro-futurologia (modernariato) con esiti ai nostri occhi fallimentari: tutti gli oggetti che elenca l'autore erano già tecnologicamente superati negli anni '80 (figuriamoci ora!). Quello che colpisce é però il ritmo della narrazione, che é  frenetico (la frenesia dei tempi moderni, il culto dell'efficienza...), come in FFWD; nel finale, il rutilare degli eventi (già collocati in una catena priva di senso) collassa in una specie di "infarto" narrativo, in un non-sense ulteriore. Ottima l'idea di ampliare il canale di Panama con una bomba atomica... 

Thomas M. Disch - Inutile fuga, inesorabile inseguimento [1971]
Storia di una fuga disperata. Incipit: "Mentre si accasciava contro la siepe, un'auto passò per la strada e gli sciabolò il viso con la sua luce crudele. La siepe tremolò per tutta la sua lunghezza, come un'enorme gelatina disciolta, e per diversi minuti le foglie brinate e malaticce vibrarono. Anche le sue cosce vibravano. Non avrebbe dovuto correre, ma il suo terrore...".
Gli si presentano gli sbirri ("una ghiacciaia rovesciata") e lui cerca di scappare, ma... è troppo fatto? O che cosa?  Finale folgorante: "Poi, inesorabili, le labbra di gomma baciarono le piaghe purulente del lebbroso". Disch, nostro nume tutelare, con questo entusiasmante racconto di una pagina e mezza esemplifica un'aspetto chiave della new-wave: la fantascienza non come racconto di cose strane, ma come racconto strano di cose qualsiasi...

Harlan Ellison - Argento sugli occhi di chi muore [1969]
Una donna ruba le monete sugli occhi di un cadavere, messe lì perché secondo le credenze tradizionali, servono al morto per pagare l'ingresso in paradiso. Senza soldi il morto va all'inferno! Il protagonista, in debito col defunto, insegue la donna e alla fine la raggiunge: però capisce che lui e lei si assomigliano, e non se la sente di punirla. Il tutto raccontato in un delirio tremebondo di dettagli ininfluenti, sprazzi allucinatori e strane allusioni che fanno pensare che il protagonista non sia "umano".

Langdon Jones - Il giardino delle delizie [1968]
Un uomo ritorna alla casa nella quale ha trascorso la sua giovinezza: vari ricordi riaffiorano alla mente in modo disordinato... il rapporto con il padre, la malattia della madre... finché i ricordi di una vicenda amorosa del protagonista si fondono con la storia d'amore che visse la madre con uno sconosciuto prima di sposarsi... le due "fotografie" si avvicinano, fino a combaciare... a raccontare la storia di un misterioso, impossibile incesto meta-temporale. Capolavoro di narrativa "non euclidea"!
[we talk about... us!]
Più che una band? Intervista al Kalashnikov collective sul blog di Epidemic Records!
[Puj] Da una simpatica chiacchierata con l'amico Gab degli Smashrooms intorno a temi un po' "trascurati" della nostra scena punk/h.c. è nata l'idea di questa intervista pubblicata sul blog di Epidemic Records.
Se queste cose risultano interessanti, molte volte, è mertio più delle domande che delle risposte: quindi, grazie Gab!

>>> Intervista!