05/02/07

[Video]
QUESTE VETTURE NON PARTONO (Epicentro Sismico Metropolitano / Kalashnikov Collective 2004)
[Puj] Nella volontà, un po’ ideale e romantica, di voler vivere la nostra dissidenza culturale e la nostra vita creativa senza limiti di genere e di tecnica, ci siamo da tempo tuffati in attività che esulano dall’ambito musicale. Nel 2004, per esempio, abbiamo inventato un gruppo di autoproduzione video, l’Epicentro Sismico Metropolitano” (che in realtà siamo sempre noi in compagnia di alcuni amici) con l’idea di realizzare documentari su aspetti critici della nostra città, Milano. Un’impresa in equilibrio instabile tra arte, comunicazione e politica, ma prima di tutto, dal punto di vista delle conoscenze tecniche e delle pratiche, un ambito, all’epoca, per noi totalmente sconosciuto! Armati di una sola mini-camera digitale, tra l’altro presa in prestito, siamo diventati i più amatoriali documentaristi della città. Malgrado tutto, avevamo in testa alcune idee stilistiche che credo abbiano dato ai nostri prodotti una certa personalità, un marchio di fabbrica, facendoli apparire lontani dall’estetica sia del reportage televisivo che del documentario militante.
“Queste vetture non partono” risale al 2004 ed è stato il primo microdocumentario che abbiamo girato. Voleva essere una riflessione sulla situazione dei lavoratori dell’ATM (Azienda Trasporti Milanesi) protagonisti nel dicembre 2003 di un clamoroso sciopero autogestito che paralizzò la città durante il periodo dello shopping natalizio. Insieme a Billy e Davide del C.s.o.a. Garibaldi, Sarta intervistò alcuni conducenti di tram ed autobus con lo scopo di far emergere un bilancio dell’esperienza dello sciopero selvaggio e dei risultati ottenuti. Poi una mattina, Io, Don, Sarta e Manse andammo a girare, vagando senza troppo criterio per Milano, del materiale video da montare con le interviste. Fase successiva: passammo una settimana chiusi nel solaio gelido di Don Suragn a montare il tutto con un programmino difettoso e pieno di bug che non voleva saperne di funzionare secondo i nostri desideri. Poi, la prima: “Queste vetture non partono” fu proiettato al C.s.o.a. Garibaldi in una serata piuttosto partecipata (tutti erano curiosi di vedere che cosa eravamo stati in grado di mettere insieme): il risultato, tutto sommato, fu apprezzato. Ogni tanto scopriamo che il video è stato visto in qualche riunione sindacale, centro sociale o circolo arci, e la cosa ci rende felici! Rivedendolo ora fa tenerezza, visivamente sgangherato com’è. Resta però un documento interessante e, soprattutto, molto sincero.


[Dal retro-copertina della vhs di “Queste vetture non partono: dialogo a tre voci con postilla”: “Le testimonianze contenute in questo documento sono state raccolte ad un anno di distanza dai celebri scioperi dei lavoratori ATM che paralizzarono Milano nel dicembre del 2003. In quel frangente la lotta degli autoferrotranvieri ruppe i vincoli imposti dalla Legge antisciopero 146, in ostilità con il potere politico, le associazioni padronali e i sindacati confederali. Proprio questi ultimi, accusati di totale inadempienza dei propri compiti istituzionali, hanno patito più degli altri la novità della situazione: infatti, a sorpresa, i lavoratori autorganizzati rifiutarono la concertazione e lottarono autonomamente per la difesa dei propri diritti, in aperto conflitto con le regole imposte dai padroni.
Basta con salari da fame, i turni inumani, gli straordinari, le condizioni di lavoro tali da mettere a repentaglio la sicurezza di chi guida e delle migliaia di passeggeri che viaggiano quotidianamente sui mezzi ATM. Basta con i contratti bidone siglati da sindacati sempre più cialtroni e sordi alle esigenze dei lavoratori. Questo è stato il grido degli autoferrotranvieri un anno fa; oggi purtroppo la situazione, nella sostanza, non è cambiata, ma negli intendimenti di chi si è reso protagonista di quella coraggiosa lotta una certezza rimane: la concertazione non porta al cambiamento, solo la rottura delle regole puo’ rappresentare un’arma efficace contro l’arroganza e lo strapotere dei padroni.
Il rilancio dell’opposizione sociale nel nostro paese, di fronte ad una crisi economica che si consuma sulla pelle della povera gente, non può passare che da qui. Da queste esperienze, da queste lotte, che, superando le logiche particolaistiche e corporative, uniscano i lavoratori all’insegna della generale insoddisfazione dei propri bisogni e dalla comune esigenza di riscatto sociale.
Il video “Queste vetture non partono” è strutturato su quattro interviste raccolte dal collettivo del C.S.O.A. Garibaldi, rivolte a tre neoassunti ATM in contratto formazione-lavoro e ad un lavoratore iscritto al sindacato autonomo SLAI COBAS”].

>>> Download “Queste vetture non partono” [70 mb. circa – formato TLF]

19/01/07

[We talk about...]
D.I.Y.! - parte III
[Puj] Ehi, punx! Schiacciate il pulsante "stop" del vostro lurido walkman a cassette e datemi retta: un po' di novità su autoproduzione passata, presente e futura.
* L’amico Piter, mente e braccio di
RadioRiot, label/distro/webradio e webzine d.i.y. di Roma, ci ha segnalato la disponibilità in rete di una tesi su autoproduzione e dintorni, realizzata da Francesco Alunni (laureatosi in scienze della comunicazione) e pubblicata, in veste artigianale e in tiratura limitata, da Salterò Autoproduzioni, ovvero Roberto degli Affranti (h.c. Savona). Sottotitolo: “INDAGINE SU UN CASO DI CONTROCULTURA UNDERGROUND IN ITALIA”. La potete consultare su diy-tesi.noblogs.org. I ragazzi dietro a quest’iniziativa hanno avviato un portale web sul d.i.y.: è agli inizi, ma è già fico: www.autoproduzioni.org.
* All’inizio del secondo capitolo della tesi di cui sopra, si fa riferimento ad una celebre e gloriosa “performance punk” degli anni d’oro, un episodio di comunicazione autenticamente antagonista: durante una convention di sociologi a Milano, occasione nella quale si volevano pubblicamente esporre i risultati di una sedicente indagine sul teppismo metropolitano e sulle bande giovanili violente (!), Atomo e Gomma, due punx milanesi (Atomo è l’attuale
Atomo Tinelli, consigliere del Comune di Milano) fecero irruzione nella sala, sfregiandosi il petto con delle lamette da barba ed offrendo il prorpio sangue come materiale di studio per i sedicenti ricercatori universitari.
L’episodio, esperimento di contestazione efficace e vincente, è documentato con dovizia di particolari (filmati originali, rassegna stampa, interviste ai protagonisti…) nel libro/dvd di recente uscita
“Punx: creatività e rabbia” (Shake edizioni), a cura dello stesso Gomma, e contenente vario materiale sulla scena punx milanese degli ‘80. Il prezzo (17 euro e cinquanta) è poco punk, ma i contenuti sono discreti: oltre ad un documentario sull’episodio del sangue, è incluso nel dvd il vecchio film sul Virus (documento sulla realtà occupata autogestita di via Correggio a Milano, già edito in vhs da Shake una decina di anni fa) ed altro materiale video di qualità altalenante (molto punk, naturalmente…) sulla Milano-da-pogare dell’epoca. Valutate voi se considerare operazioni editoriali come questa commemorative, nostalgiche, archeologiche o semplicemente commerciali: secondo me, entrare in contatto con quella che era l’espressione antagonista di allora, oggi, in un’epoca in cui la comunicazione è praticata da punks e contestatori vari con metodi perlopiù vecchi e mutuati dalla cultura ufficiale, può comunque essere di buona ispirazione, a patto, naturalmente, che non se ne deducano, come al solito, pratiche di emulazione pura e semplice...
* Restando in argomento di reliquie sulla scena h.c. italiana degli anni ’80, segnalo infine la recente uscita del volumetto
“Lumi di Punk” ad opera di Marco Philopat, raccolta di interviste a protagonisti dell’epoca e testimonianze varie. Non l'ho letto, e chissà se lo leggerò mai. Detto questo... au revoir!

07/01/07

[We talk about…]
MUSIC! – parte 3.
[A ingarbugliare il discorso su forma/contenuto nella musica antagonista, un volantino d’annata distribuito dai Detonazione al pubblico di un loro concerto, Udine 1983. Di nuovo in campo l’esigenza di accordare forma e volontà dissidente, qui espressa con assoluta chiarezza e linearità. Come non essere d’accordo?]
Ci piacerebbe che si discutesse di più del rapporto che intercorre fra tendenza politica e forma musicale, e questo volantino vorrebbe essere uno stimolo a farlo. A nostro parere il capitalismo è in grado di assorbire e neutralizzare qualsiasi opinione, qualsiasi sia la forma che la “riveste”. E ciò perché è la forma stessa che nel momento in cui si sclerotizza, neutralizza il messaggio che contiene. Il problema, però, si risolve se questo veicolo (la musica) su cui noi vogliamo fa viaggiare le nostre idee, viene continuamente reinventato, stravolto senza fossilizzarsi sui soliti schemi, solitamente importati dall’estero. Creare musica originale, personale, anticonvenzionale, è una pratica eversiva straordinariamente efficace in un mondo dove vorrebbero farci essere tutti uguali, grigi e privi di fantasia. Se la musica è un mezzo per favorire la crescita collettiva ed individuale, è ovvio che essa dovrà seguire, o meglio precedere questa crescita, e non rimanere perennemente uguale a se stessa.

04/01/07

[We talk about…]
MUSIC! – parte 2.
[Di seguito un articolo originariamente apparso sul n. 1 di “Subvert”, Torino 1985. Una risposta al problema del rapporto forma/contenuto nella musica-comunicazione, evocato qualche riga fa: la politica e la rivoluzione non stanno nella musica, ma fuori, nelle prassi!]
Alla diatriba tra musica colta e incolta, tra musica di massa e d’avanguardia, tra rock’n’roll e rumoristica, rispondiamo col controllo totale delle nostre molteplici forme comunicativo/espressive, al di fuori della logica del businness e della spettacolarizzazione dei fenomeni, comunque non riducibili a merce. Le etichette “vero” o “falso” possono essere forse applicate in senso rivoluzionario ad un tipo di espressione (la musica) che non può far altro che partire da schemi o codici? Ovvero: esistono sette note codificate, ma dal “do” al “re” ci sono infinite sfumature difficilmente schematizzabili, tutte “vere” e tutte “false”.
Davanti a chi ha scelto la musica come forma di comunicazione ed espressione si pongono diverse strade da seguire, più o meno pedestramente, più o meno creativamente, ma il vero effetto di dirompenza (la musica sovversiva) avviene dietro la sequenza di note e rumori proposti; avviene nel momento in cui chi fa musica si pone in termini rivoluzionari, sceglie di non scendere a compromessi o patteggiamenti con le Grandi Regole dello Spettacolo, senza cioè rispettare le formule imposte di merce/consumo/alienazione, senza che il (falso) bisogno sia esso stesso creato dall’offerta.
La creatività individuale non è quasi mai scollegata da regole universalmente date per scontate. Come sostiene argutamente Lunari (critico non rivoluzionario, ma senz’altro arguto): “… con buona pace di coloro che si illudono di fare stracci del passato, il più rivoluzionario sfegatato protagonista dei brani musicali del gruppo più superextrahardpostpunk è perfettamente in linea con una tradizione inaugurata nel MedioEvo da chissà chi e codificata intorno al 1300 da Philippe De Uitry, che fin d’allora la chiamò Ars Nova…”. Ed effettivamente è troppo pretendere che ogni creatore di musica (rivoluzionaria) distrugga in ogni suo momento creativo il bagaglio di influenze emotive, culturali, di approccio, di legami col passato e col proprio vissuto musicale.
Non si può pretendere in nome dell’iconoclastia a tutti i costi, da chi produce musica, una costante e continua distruzione di codici e cliché. Non è qui allora che bisogna ricercare il modo per uscire dalle regole, ma nell’autogestione delle proprie forme di espressione e nella distruzione, per quanto è possibile, dei concetti di “consumatore”, di “pubblico” da un lato e di “creatore” dall’altro. La strutturazione di un mercato alternativo, aldifuori dell’industria discografico/musicale, portato avanti senza mediazioni rispetto all’assurda dicotomia domanda-offerta-domanda e con la più totale autogestione del prodotto, dalla sua creazione, alla sua diffusione e distribuzione, è senz’altro il passo decisivo per far assumere alla comunicazione musicale una dirompenza rivoluzionaria. Non rispetto alla qualità del prodotto, ma rispetto ad una metodologia di riappropriazione della propria espressione e della propria voglia di contatti liberi col mondo. La musica alienata, di per sé non esiste: sono i rapporti sociali e di produzione funzionali al sistema che produzono alienazione. Il fatto che una creazione musicale si muova all’interno di una serie di cliché e di schemi non sta necessariamente a significare che il creatore e i rapporti che la sua creazione attiverà siano inseriti in una logica di potere che usa la musica come forma di instupidimento e alienazione. Questa non è “autogestione della miseria”, ma un tentativo di uscire dalla misera e disumanizzante logica del sistema.

11/12/06

[Live report]
KALASHNIKOV @ Oetinger Villa – Darmstadt (D) 4 agosto 06
Dopo aver trascorso la giornata a sbevazzare Apfelwein, un tremendo sidro di mele tipico della zona di Wiesbaden, partimmo per Darmstadt. Ci faceva strada l’amico Tomflex con la sua Mercedes anni ’80 targata WILD e abbellita da fiori finti cinesi. Non ho alcun ricordo del viaggio, se non quello di un nauseabondo odore di formaggio prodotto dalla caciottella bavarese che Tom ci regalò poco prima di partire; cercammo di renderla inoffensiva infilandola in sacchetti vari, ma inutilmente. L’unica soluzione fu mangiarla.
Lo squat in cui suonammo quella sera, la Oetinger Villa, si rivelò uno dei luoghi più incredibili in cui ho transitato nella mia vita di anti-musicista: una villa neogotica immersa nel verde lussureggiante di un parco-jungla in stato di abbandono, un vero e proprio castello dei film integralmente occupato da punks! Sulla facciata svettavano minacciosi gargoyles di pietra! Dentro ci accolse una specie di famiglia Addams composta da punkabbestia locali. Il silenzio, l’odore di muffa, i soffitti altissimi da cui pendevano lampadari antichi, la luce filtrata dalle vetrate colorate con motivi art decò, le imponenti scalinate di legno, l’enorme camino sudicio… tutto contribuiva a creare un’atmosfera davvero strana. Wow! Un maggiordomo anarcopunk con la cresta fosforescente ci accompagnò ai piani superiori e ci fece accomodare in sala da pranzo: sui fuochi bolliva un calderone di…

[Food, not bombs!]
VEGAN-CHILI!
[Annalisa] Chili con seitan per l’esattezza. Ingredienti (per sei persone): 200 grammi di seitan (alimento proteico ottenuto dal glutine di frumento o di farro, ottimo sostituto della carne!), 250 g. di fagioli neri messicani secchi, un chilo di pomodori, tre cipolle, quattro spicchi d’aglio, un peperone giallo, uno verde, salsa di soia, un cucchiaio di chili (o peperoncino).
Lessa i fagioli, dopo averli lasciati in ammollo per una notte e riasciacquati più volte sotto l’acqua corrente. Non salarli durante la cottura, altrimenti si induriscono! Taglia il seitan a pezzetti e mettilo a bagno nella salsa di soia. Pulisci e taglia a pezzetti i pomodori e i peperoni. Trita le cipolle e l’aglio. In una pentola molto grande fai un soffritto con olio, cipolle e chili, poi aggiungi i pomodori, i peperoni e l’aglio, e copri tutto con 300 ml. di acqua. Quando bolle, unisci i fagioli e aggiungi del sale. Lascia bollire per alcuni minuti (8-10 min. a fuoco basso)… unisci infine il seitan e cuoci perun altro po’, finché l’insieme non assume l’aspetto di un denso e profumato pappone. Servi il tuo chili vegano caliente e, possibilmente, con riso bianco al vapore. Vamos a mangiar, companeros!

Quella sera suonammo per due ore circa, ripetendo gli stessi pezzi tre o quattro volte, dato che eravamo l’unico gruppo e perché i punx erano tutti pazzi e volevamo ballare selvaggiamente. Il clima si fece davvero gaio, con i Kalashnikov che ogni tanto cercavano di scendere dal palco e i punx che li ricacciavano sopra, senza pietà. Rissa, ad un certo punto, non ce la faceva più, ma, incitato da uno skin con la maglietta dei Tankard, si rimise in piedi e suonò altre trenta canzoni. Tutti furono davvero simpatici, come quel giovane che appena tornato da Minsk, regalò a Milena migliaia di banconote di rubli bielorussi di nessun valore. O come quel punk che volle omaggiarci con un’auto e un elicottero in miniatura della polizia tedesca, da tenere sul cruscotto del furgone, come amuleto contro gli sbirri.
Al ritorno, eravamo tutti fatti. Malgrado non ci reggessimo in piedi, finimmo per concludere la serata verso le quattro del mattino, gustando kebab con i nostri amici Sonja, Tom e Frank. Ghallonz, per sbaglio, rivolse un invito sessuale (in tedesco) al proprietario del negozio di kebab, un saraceno nerboruto. Questo uscì brandendo un bastone per punirlo; ma tutto, naturalmente, finì a tarallucci fritti e birra sgasata, Anzi no: a Jegermeister, che offrimmo abbondantemente al personale del chiosco in segno di pace. Art! Amour! Anarchie! [Puj].

>>> Download KALASHNIKOV – Metropoli – videolive in Darmstadt 4/8/06 (Mpeg format – 100 mb.)
[We talk about...]
MUSIC!
Musica è divertimento! musica è impegno! musica è narcisismo! musica è socializzazione! musica è cambiamento! musica è lotta!… che cos’è la musica che suoniamo? A volte si è così presi a sudare sugli strumenti, a mettersi d’accordo per fare le prove, tra una giornata di lavoro alienante e mille altri stupidi impegni, a cambiare le corde della chitarra o a smanettare con un mixer che non si pensa più al senso di quello che si sta facendo. Pensare la musica non è affatto semplice: la si compone, la si suona, la si ascolta, ma difficilmente se ne parla, se ne analizzano i significati, si riflette sulla sua funzione. Non è una menata socio-filosofica, è un problema serio! Quando abbiamo iniziato, una cosa ce la siamo imposta: basta con gli slogan! Volevamo fare musica punk senza usare formule preconfezionate, senza sfruttare una simbologia d’accatto, senza prendere in prestito un immaginario… ma costruendocene uno su misura, tutto nostro. Che ambizione! Non credo, anzi: voglia di comunicare veramente. Ma comunicare non è facile. Bisogna innanzitutto pensare allo strumento che si utilizza per veicolare il messaggio. Scavando nella mia libreria da pazzo, mi è capitato tra le mani un librettino ingiallito: un’antologia di articoli pubblicati sulla rivista di musicologia degli anni ’70 intitolata Muzak. Tra una requisitoria contro i poveri Emerson, Lake and Palmer e un pistolotto palloso sui Soft Machine, mi sono imbattuto in un breve articolo che tratta il tema delle scelte di stile che la comunicazione musicale, più strettamente politica o meno, deve necessariamente compiere se vuole essere efficace nel trasferire messaggi. L’autore si chiede: è coerente ed efficace affidare la comunicazione politica “rivoluzionaria” ad una forma musicale che, seppur popolare ed accessibile a tutti, è anche retrograda, reazionaria e conservatrice come quella della canzonetta o della ballata popolare? E non c’è il pericolo che il linguaggio codificato e scarno del pop possa impoverirne i contenuti? Una musica dal messaggio “rivoluzionario” non dovrebbe essere di per se stessa musica “rivoluzionaria”? Musica in grado di scuotere e svegliare le coscienze dal torpore, magari anche disturbandole, aggredendole, estranea alle logiche compositive e di fruizione della musica commerciale? Non c’è il rischio che una forma canzone di per sé troppo “digeribile” possa far prevalere elementi estrinseci, come il ritmo e la melodia, sui contenuti? Se sono le contraddizioni della realtà circostante che vogliamo mettere in luce, non avrebbe più senso utilizzare un linguaggio meno rassicurante, più “critico”? Insomma: fa pensare di più la musica di una band noise-grind strumentale o quella del Kalashnikov Collective? Quante domande! Tutte senza risposta!… [Puj]

27/11/06

[We talk about…]
D.I.Y.!
A proposito di autoproduzione musicale etc… Nell’estate ’95 l’autorevole rivista di riflessione controculturale “Derive Approdi” presenta ai suoi lettori un dossier di importanza storica sulla musica “altra”, in cui si parla di autoproduzione allargando il discorso alle estetiche musicali non conformiste e ai nuovi soggetti creativi. Si passa dalla lucida testimonianza di autoproduzione pensata e vissuta dagli Assalti Frontali alle raffinate riflessioni dello storico leader del Settantasette Franco Berardi (Bifo) su plunderphonia e orizzonti contemporanei della ricerca sonora, senza tralasciare un’ indagine sul rapporto tra donne, tecnologia e musica elettronica (con il contributo della filosofa Anna Camaiti Hostert) e un intervento sulla musica interattiva a cura dell’artista Tommaso Tozzi. Infine, le memorie pre-“costretti a sanguinare” del noto vetero-punk milanese Marco Philopat. Tutto pazientemente ridotto in formato pdf e scaricabile da qua sotto. Si tratta indubbiamente di materiale appartenente ad un’altra epoca: undici anni dopo tante cose sono cambiate, sia a livello culturale che tecnologico, espandendo/restringendo alcuni orizzonti e rendendo pensabili/impensabili molte cose… credo però che documenti come questo siano preziosi perché rappresentano una rara (e, in questo caso, ampia) riflessione sulla nostra musica, quella trasversale, problematica e rumorosa che ci scorre nelle vene, su ciò che la anima e su ciò che la uccide, su ciò che le sta attorno, nel bene e nel male. Buona lettura e non dimenticatelo: la musica è un fucile caricato di futuro!

>>> Download “Musiche non ortodosse” in Derive Approdi n.8/1995 (file .pdf - 20 mb. circa)

09/11/06


[We talk about…]
D.I.Y.!
[Puj] Tra le righe dei nostri discorsi, spesso capita d’imbattersi nel fatidico acronimo “D.I.Y.” (Do it yourself), che tradotto in italiano suona come “Autoproduzione”: un’etica, prima di una prassi, molto vicina alla cultura punk, ma non del tutto riconducibile ad essa. DIY ha un significato complesso e sempre “in divenire”, legato, in modo indissolubile, all’evoluzione tecnologica e alla scoperta di forme nuove di circolazione dei saperi/prodotti. Spesso è un tema poco approfondito anche da chi l’autoproduzione la pratica da tempo. Propongo quindi alcuni link utili, più o meno specifici ed esaurienti, da cui attingere per conoscere/approfondire l’argomento. O per rifletterci sopra. Se qualcuno volesse segnalarci qulcosa sul tema, ne saremo, naturalmente, felicissimi!

Info generali [for beginners!]:
* Wikipedia (in inglese)
* Wikipedia (in italiano)

Approfondimenti:
* Gli archivi di Copydown
[documentazione inerente l’autoproduzione e il pirataggio, con particolare attenzione per le tematiche legate al no-copyright].
* La tesi di laurea di Andrea dei TrashBrigade
[ottimo lavoro, dottore!]

Risorse:
* Book Your Own Fucking Life – d.i.y. punk/hc worldwide network (in inglese)
[Si tratta di un database in cui confluiscono svariate piccole/medie/grandi realtà del circuito d.i.y. principalmente musicale: label, zine, bands, squat... Si tratta di un sito autogestito dagli utenti e per questo ci si trova un po’ di tutto e non tutti i link sono aggiornati od effettivamente operativi. Dà comunque un’idea dell’ampiezza del sottobosco d.i.y., nonché del suo carattere internazionalista].
* Crimethinc Ex-workers Collective – archivio materiale (in inglese)
[Collettivo americano di controcultura militante. Dalla sezione download del sito è possibile scaricare molto materiale, tra cui una “DIY guide” in formato PDF, un po’ confusa e naif, ma davvero divertente!]

Altro:
* Una raccolta di vecchi flyer punk/hc
* D.I.Y. Community in Freiburg (D)

Bibliografia:
* Morjane Baba “Guerrilla Kit” (ISBN Ed. 2005)
[ISBN Edizioni ha curato l’edizione italiana di questo pseudo-dizionario redatto da un collettivo parigino. Si tratta di un manuale di azione e sopravvivenza militante di taglio stradaiolo, che contiene anche un ampio prontuario d.i.y.].
* George McKay “Atti insensati di bellezza” (Shake Ed. 2000)
[è un testo di analisi della cultura do it yourself inglese; benché fuori stampa, lo si può reperire con facilità nelle librerie specializzate in materiale di “movimento” e nelle biblioteche dei c.s.o.a.; è, a mio parere, un testo fondamentale sul tema “autoproduzione” in senso lato; particolarmente interessante anche dal punto di vista musicale, per il bellissimo capitolo dedicato ai Crass).
* Stefano Giaccone/Marco Pandin “Nel cuore della Bestia” (Zero in Condotta Ed. 1996)
[Purtroppo questo mitologico volumetto recante, quale sottotitolo “Storie personali nel mondo della musica bastarda” credo sia praticamente irreperibile. Si tratta di una raccolta, piuttosto anarchica e casuale, di flyer, manifesti, stralci di fanzine, comunicati, testi di canzoni, interviste… risalenti alla scena anarco-punk e h.c. italiana degli anni ’80: gli anni in cui l’autoproduzione coscientemente antagonista muoveva i primi passi all’interno del sottobosco musicale italiano. I contenuti del libro, per quanto ingenui, contraddittori, confusi e sbracati, parlano meglio di tanti saggi o romanzi sull’argomento. Ne emerge un’immagine della cultura DIY selvaggia, libera e sfacciatamente “contro”, sicuramente un po’ irrazionale, ma con l’ambizione di poter di rappresentare una vera alternativa].

06/11/06

[Album]
KALASHNIKOV/KGB – Friendly home-made diy split with heart & care (Grecia 2005)
[Puj] Prodotto in Grecia, da Michail dei KGB, questo split album è una delle collaborazioni internazionali di cui andiamo più fieri. Amo il synth-punk totally D.I.Y. dei KGB e credo che, pur trattandosi di musica elettronica, si avvicini molto alle sonorità dei Kalashnikov. Le canzoni di Michail hanno l’urgenza tipica del punk, sebbene confezionate in una veste minimal-pop. I KGB si servono di mezzi poverissimi, circolano in ambienti più che sotterranei, ma hanno qualcosa da dire di originale sulla musica.
Per quanto riguarda i Kalashnikov, i pezzi presenti sul cd sono tratti dai nostri primi due album, con l’eccezione di “Brucia ragazza brucia!” qui presente in una versione precedente a quella apparsa su “Music is a gun loaded with future”. All’interno del booklet i testi dei Kalashnikov sono stati tradotti in greco!

Tracklist:

KALASHNIKOV
1. Belfast brucia negli occhi di Sara [4:13]
2. Suburban Drama [3:18]
3. Istanti crudeli della giovinezza [0:25]
4. Brucia, ragazza, brucia! [2:45]
5. Bandiere da bruciare [2:22]
6. Metropoli [2:52]
7. L’inverno di Lisa [3:20]
8. Il disertore [2:15]
9. I logori stendardi di Wu [4:11]
10. Le luci di novembre [3:22]
11. Berlino Est 1980 [2:15]

KGB
12. Berlin electro [1:27]
13. New wave of greek electro-punk [1:59]
14. Nights [1:32]
15. What is art? [2:28]
16. Priceless Hug [5:02]
17. Subconscious games [3:02]
18. T.V. [3:44]
19. Umbrella [1:58]
20. And the years go by [3:02]
21. Manifesto [7:47]

>>> Download Kalashnikov/KGB split album (File RAR - 110 mb. circa)

01/11/06

['Zine]
POLILLA EN LA SOMBRA ‘ZINE (Cuba 2006)
[Sarta] L’altra sera, mi dirigevo a casa dei miei genitori per il consueto scrocco della cena, rituale che espleto ogni venerdì. Camminando in cortile, notai che dalla cassetta delle lettere penzolava una busta bianca. La presi e, incuriosito dal francobollo sul quale troneggiava l’immagine di un coccodrillo con scritto sotto “coccodrillo” (nel caso uno non ne abbia mai visto un esemplare…), lessi sul timbro postale: “Correos de Cuba”. Cuba ?!! Il contenuto della misteriosa busta altro non era che “Polilla en la Sombra ‘zine”, una fanzine di musica/poesie/fumetti/notizie redatta e speditaci dai simpatici Fabiàn e Ariadna (soprannominati, appunto, “El Polilla” e “La Sombra”), residenti nella cittadina di Cienfuegos, sull’isola di Cuba. Dalla lettera allegata scopro che Ariadna è una fan dei Kalashnikov, scoperti grazie ad una intervista che anni fa rilasciammo -nel solito inglese avventuroso- all’amico Omar di “Turbolencia ‘zine”. Dopo aver ascoltato “Music is a gun loaded with future”, reperito grazie a qualche rocambolesco scambio intercontinentale, Ariadna si è decisa a scriverci per mabndarci il nuovo numero (il settimo!) della sua ‘zine cartacea. Noi ne siamo rimasti felicissimi e abbiamo avuto ancora una volta dimostrazione dell’incredibile, mirabolante e misterioso potere del D.I.Y. network. Tra le pagine di Polilla en La Sombra si possono trovare recensioni ed interviste a mitologici gruppi locali di punk/hardcore (ma anche rock e metal - quest’ultimo pare andare molto forte tra i giovani cubani!), news sulla scena musicale di Cuba ma anche su band del mainstream prese un po’ a caso come Black Sabbath, Pearl Jam e Red Hot Chili Peppers (!), una biografia di Janis Joplin, un saggio sulla storia del rock (!!!), poesie e vignette di giovani artisti locali, ancora recensioni di alcune ‘zines cubane, un articolo su Jim Henson, creatore di “Fraggel Rock”, una serie televisiva a me ignota ma che pare essere trasmessa con grande successo dalla tv cubana. L’impressione che si ha leggendo le pagine di Polilla en la Sombra, è che a Cuba ci sia una vera e propria scena musicale, ricca e variegata, in cui non si discrimina tra i diversi generi e si è scevri da ogni settarismo ottuso. Già leggendo l’ottima “Turbolencia ‘zine” avevo avuto questa sensazione, visto l’ampio spazio dedicato a band metal (principalmente thrash ma anche death e black !), punk/hardcore (a volte anche grind) e rock, indifferentemente, come se fossero tutti parte della stessa entità e uniti dallo stesso obiettivo: fare musica! Credo che questo sia qualcosa di positivo, perché è un modo per favorire la contaminazione musicale e la solidarietà tra i gruppi!
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