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24/08/17

[we talk about...famous artists!]
Tappi Tìkarrass & K.U.K.L. (punk in Islanda, parte I)
E per la nuova rubrica "famous artists play punk"occupiamoci di Björk Guðmundsdóttir in arte semplicemente “Björk”. La pluri-premiata artista islandese – in pochi forse lo sanno – ha pubblicato ben due dischi grazie alla Crass Records: già, l'etichetta della band anarchica inglese che tutti i veri punx venerano con diligenza! Nelle prossime righe vi racconteremo com'è stato possibile che Penny Rimbaud e compagnia abbiano visto in un gruppo di bei giovinotti islandesi di buona famiglia dei possibili eroi del post-punk...
I Kukl in tutto il loro splendore

Inquietudini di una giovane punk nordica
In verità il primo disco ufficiale di Björk è un album omonimo, uscito in vinile e cassetta nel 1977 quando la genietta di Reykjavìk non aveva ancora compiuto 12 anni. Si tratta di un disco prevalentemente di cover (dai Beatles a Stevie Wonder...), un buffo prodotto a metà tra lo Zecchino d'oro (famigerato concorso canoro per bambini) e un saggio scolastico di fine anno. In patria l'album ha un successo inaspettato e diventa un piccolo caso discografico. All'estero, ovviamente, zero. Insomma, la nostra giovanissima proto-punk parte subito a razzo: “ehi – sembra dire – la mia vita avrà a che fare con la musica!”. Nonostante il successo, la ragazzina prodigio vuole cambiare strada: basta con le cover, il prossimo disco sarà tutto di canzoni originali! I genitori la iscrivono a una scuola di musica: lei impara a suonare il pianoforte, coltiva la sua voce e inizia ad ascoltarsi voracemente tutta la roba nuova che riesce a trovare. Ma verso i quindici anni dice basta: come tutti gli adolescenti irrequieti che si rispettino, Björk è insofferente verso i dogmi accademici e manda letteralmente affanculo il suo professore: è stufa di ciucciarsi solo spartiti e musica classica! “Le accademie musicali servono principalmente a creare strumentisti per le orchestre. E' come essere su dei nastri trasportatori: entri di lì ed esci di là”. Boom: è la svolta punk! Da qui in poi suona in diversi gruppi, alcuni dalla vita brevissima: le Spit & Snot (una band di sole ragazze), gli Exodus e i Tappi Tìkarrass (tradotto dall'islandese dovrebbe suonare circa come “scorrevoli come un tappo nel culo di una puttana”, o qualcosa di simile...). Quest'ultimi  a dispetto del nome ehm un po' così  saranno il progetto più serio: consegneranno ai posteri un ep “Bítið Fast Í Vítið” (“azzannato nella tua mente”, 1982) e un album (“Miranda”, 1983), suonando qualche concerto dal vivo. Compaiono inoltre in ben due film: fanno una comparsata in una scena di “Nýtt líf” (una nuova vita) con la canzone “Sperglar” (asparagi) mentre le canzoni “Hrollur” (brividi) e “Dúkkulísur” (giochi di carte) sono inserite sul mitologico “Rokk í Reykjavík”, un notevolissimo documentario sulla scena punk islandese tra il 1981 e il 1982. Esistono alcuni buffi video dei loro concerti, ve ne mettiamo uno qui sotto particolarmente simpatico.




La vita non è abbastanza
Il rifiuto degli insegnamenti accademici rappresenta per la giovane Björk un momento fondamentale: lì capisce che occorre buttar fuori la propria creatività e lasciar perdere regole e disciplina imposti dall'alto. Immaginiamoci in effetti cosa potesse significare essere un'adolescente – certamente un po' fuori dalle righe – nell'Islanda a metà tra gli anni Settanta e Ottanta. La vita in mezzo al gelo della pur meravigliosa natura vulcanica doveva risultare monotona come un pezzo funeral-doom, o qualcosa di simile. Come tutti i paesi di cultura scandinava, anche gli islandesi sono molto legati alla musica: in un posto dove il gelo ti impone di passare molto tempo chiuso in casa, suonare uno strumento è un buon modo per non impazzire. Tuttavia all'epoca, i principali gruppi locali erano loffie coverband di band inglesi o americane. Insomma, niente di particolarmente ambizioso! Con l'avvento del punk, invece, cominciano finalmente a formarsi band che cantano in lingua autoctona, meno professionali ma molto più interessanti. “E' stata come un'esplosione – racconta Björk a proposito dei primi anni Ottanta a Reykjavìk – improvvisamente tutti suonavano in un gruppo”. Ma i contenuti politici del punk in in un posto come l'Islanda non potevano funzionare: come molte società scandinave con densità abitativa bassissima, non esistono disoccupazione e corruzione, i servizi funzionano a meraviglia e tendenzialmente tutti possono trovare un posto nella società.
Insomma, non ci si poteva certo lamentare del “sistema” come un qualunque proletario inglese sotto il governo Thatcher! Per questo motivo il contenuto ribelle si spostava verso la contestazione del predominio culturale anglo-americano, giudicato in qualche modo una forma di colonialismo, opponendovi le peculiarità della cultura autoctona. Nonostante questo, bisognava pur ascoltare i dischi del “nemico” anglosassone e, in un paese ficcato nell'estremo nord europeo, procurarsi i vinili giusti rimaneva difficile. Probabilmente per questo, nel 1986, una Björk poco più che ventenne aiuterà alcuni suoi amici ad aprire a Reykjavìk un negozio di dischi d'importazione: una soluzione ideale per potersi sparare nelle orecchie tutta la più recente produzione musicale dell'epoca. Il negozio, tra l'altro, si chiama “Smekkleysa” (cattivo gusto) ed esiste ancora oggi (vedi foto). Ma andiamo con ordine...

Il primo ep dei Tappi Tìkarrass (Bítið Fast Í Vítið, 1982) 
Esperimenti radiofonici per super-band performative
Il disco dei Tappi Tìkarrass “Miranda” era uscito per la piccola etichetta indipendente islandese Gramm Records, che tra il 1981 (data della sua nascita) e il 1988 (data del suo fallimento) pubblicherà circa una quarantina di dischi tra cui quelli di diverse punk band di Reykjavìk. La casa discografica era gestita da Ásmundur Jónsson ed Einar Örn Benediktsson (più semplicemente Einar Ørn), due personaggi molto attivi nella scena musicale islandese. Nell'agosto del 1983 Ásmundur propone di riunire in un super-gruppo i più esuberanti personaggi della scena punk locale per dare vita ad una performance collettiva in occasione dell'ultima puntata di un programma radiofonico al quale collaborava. L'idea piace un casino e vengono arruolati nell'ordine: Einar Ørn (trombettista nonché cantante dei “Purrkur Pillnikk”, il giocatore di scacchi addormentato), Einar Arnaldur Melax (tastierista e agitatore del gruppo surrealista d'avanguardia “Medusa”), Birgir Mogensen (bassista degli “Spilafífl”, i buffoni), Sigtryggur Baldursson e Guðlaugur Kristinn Óttarsson (rispettivamente batterista e chitarrista dei “Þeyr”, disgelo in islandese arcaico). E naturalmente Björk, che all'epoca cantava nei Tappi Tìkarrass. Due settimane chiusi in sala prove e la super band è pronta per la sua performance sotto il nome di Kukl (stregoneria). Lo spettacolo sonoro dura una ventina di minuti tra atmosfere free, momenti ombrosi e ossessivi, alternati a pezzi rock'n'roll e passaggi sghembi con la coppia di vocalist che recita, canta e strilla con grande esuberanza. In chiusura si riconosce “Söngull” (cantato), che l'anno seguente verrà rinominata “Dismembered” (smembrato) e rappresenterà il primo tassello del loro futuro disco. Infatti l'esperienza è così entusiasmante che i sei decidono di proseguire a fare musica assieme.

Gli "stregoneria" (Kukl)

Rapporti sul fronte londinese
Einar Ørn è un tipo in gamba. Si era iscritto da poco al Polytechnic of Central London (oggi veneranda Università di Westminister) per studiare qualcosa che ha a che fare con media e comunicazione. Per un ragazzotto islandese intraprendente e pieno di creatività, vivere diversi mesi all'anno a Londra doveva essere una vera manna: finalmente nel cuore pulsante della capitale del punk! Einar si dà da fare, frequenta i posti più marci e alternativi che riesce a trovare e fa amicizia con la gente più stramba e radicale del giro. Conosce i membri dei Flux of Pink Indians e dei Crass: con quest'ultimi si trova talmente bene che li invita subito a suonare in Islanda. E loro, forse un po' increduli, accettano. E' dunque proprio grazie al giovane islandese Einar Ørn che i leggendari anarcopunx inglesi potranno fare il loro storico concerto a Reykjavìk nel settembre del 1983. Inutile dire che i Kukl ovviamente suoneranno da spalla, assieme ai Vonbrigði, gli Icarus e i Egó, ovvero un estratto del miglior punk made in Iceland. L'evento è davvero significativo, se pensiamo che il collettivo-band inglese non suonerà mai fuori dall'Inghilterra dopo il 1979, ad eccezione appunto della data organizzatagli da Einar nella terra dei vulcani. La musica dei Kukl, solo un mese dopo la performance radiofonica, si è fatta più aggressiva e sofisticata: ci sono già in versione embrionale i pezzi che la band registrerà nel suo primo disco. Gli “stregoneria”, fedeli al loro nome, suonano un miscuglio pagano di post-punk in salsa dark, con sezioni ritmiche ossessive e oscure, atmosfere sabbatiche e strutture dei pezzi dilatate e mezze improvvisate. Björk ora partecipa con maggior trasporto, strilla e si agita, ed Einar è decisamente sopra le righe sia quando suona la tromba che quando canta e recita. Insomma, questo sestetto ha un sound decisamente scottante!

Stregoneria, punk e  morbosità
Penny Rimbaud dei Crass dovette rimanere folgorato dall'ipnotico magma sonoro e dalla furia esercitata sul palco dai sei ragazzi nordici. A sentire dai live in bootleg merdosamente registrati che si riescono a reperire, dal vivo dovevano essere un attacco sonoro piuttosto estremo, anche se probabilmente non nei termini propriamente punk di oggi. “I Kukl venivano definiti “prog-punk” - racconta Björk - e, in effetti, la loro musica era più complessa di quella di gran parte dei gruppi punk. Non scrivevamo nulla in 4/4 né usavamo accordi in maggiore, perché ci sembrava troppo facile. Durante i live Einar si avvolgeva il microfono attorno al collo e lo tirava fino a svenire. Oppure saltava in mezzo al pubblico e si spaccava le ossa. Ancora oggi, incontro gente che si ricorda i Kukl come un'esperienza religiosa. Oppure come lo spettacolo peggiore che avesse mai visto”. Qualche scambio epistolare e nel 1984 esce “The eye”, il primo vero full-lenght dei Kukl, registrato e prodotto a Londra da Penny Rimbaud in persona proprio per la Crass Records. Il disco – davvero notevole – è piuttosto anomalo rispetto alla consueta produzione post-punk dell'epoca ed è ispirato alla sordida storia di sesso e voyeurismo tra adolescenti raccontata da George Bataille nel suo libro “Story of the Eye” (1928), con il quale la giovane Björk era in fissa da qualche tempo. Di “Anna” e “Dismembered”, le canzoni probabilmente più accessibili del disco, vengono girati dei video.
Nei due anni che seguono, i Kukl suoneranno spesso fuori dall'Islanda (esistono registrazioni rovina dei concerti a Parigi e Manchester) e nel 1985 partono per un tour europeo che si rivelerà importante anche dal punto di vista creativo, visto che il secondo disco uscito l'anno seguente si intitola “Holidays in Europe (the Naughy naught)”. Rispetto alla compattezza di “The Eye”, si tratta di un lavoro più ragionato ma anche più spigoloso e meno accessibile. Si tratta comunque di un disco interessante, con una copertina che piacerebbe molto a certi artisti punx di oggi. Aneddoto simpatico: nel 1986 i Kukl sono stati protagonisti di una comparsata sulla televisione islandese, un concerto di circa venti minuti in una scenografia appositamente preparata. Björk, all'età di ventun'anni, sfoggia con notevole nonchalance la sua gravidanza mentre balla e canta. “Ero a una festa a casa di mia nonna – racconta il batterista Sigtryggur Baldursson – quando è andato in onda il nostro live in televisione. Björk aveva ventun anni ma ne avrà dimostrati a malapena quattordici e tutti rimasero disgustati: mio dio, una bambina incinta!”. Non si trattava di un trucco: Sindri nascerà l'8 giugno dello stesso anno, con mamma Björk e papà Þór Eldon, chitarrista dei futuri Sugarcubes. Ma questa è un'altra storia...

Bjork racconta di quando mandò affanculo il suo maestro d'accademia
all'età di 15 anni ("I've showed him the big finger") 
Ciò che resta del punk
A giudicare dal pop elettronico di “Debut” (1993), il disco di esordio della carriera mainstream di Björk, e dai raffinati lavori successivi, caratterizzati da beat sintetici ed eleganti arrangiamenti d'archi, non sembra essere rimasto molto della furia punk degli esordi. Forse soltanto un certo modo di "spingere" la voce senza preoccuparsi di "uscire" dalle righe, che poi è uno dei segreti del suo successo. Un giorno parlando con Steffo, il nostro attuale batterista, ne discutemmo: era partita dall'autoradio “Where is the line”, un gran pezzo tratto dall'album “Medulla” (2004). Io (Sarta) stavo elogiando i contenuti sperimentali dell'arrangiamento (c'entra un tal Mike Patton...) e il bel testo (“Dove sta il limite con te?” continua a ripetere Björk, “dove sta il limite con te” stramaledetto fattone che non sei altro?), dicendo che la Nostra era probabilmente una delle poche persone veramente capaci di conciliare pop, star-system e ricerca musicale. Insomma, per me Björk è una tosta. Steffo, invece, sembrava molto tiepidino: “mah, per fare musica mica ci vogliono tutti 'sti frizzi e lazzi”. Ehm...A ben vedere è curioso che, nonostante il successo planetario, l'artista islandese non abbia mai voluto firmare per una major. Sino ad oggi tutti i suoi lavori sono usciti per la One Little Indian, l'etichetta gestita dal bassista dei Flux of Pink Indians. Certo, oggi l'etichetta (immaginiamo proprio grazie alle vendite di Björk) non è più quella piccola aziendina DIY che era un tempo, tuttavia si tratta pur sempre di una label ancora indipendente dai grandi colossi del music business.

Rissa in Thailandia
Curiosità finale: nel corso degli anni, pur imbrigliata dalle necessità mediatiche, la nostra eroina islandese deve aver conservato un po' dello spirito da “bad girl” degli esordi. Nel 1996, appena scesa da un volo diretto in Thailandia, in compagnia del figlio di dieci anni, senza nessun preavviso, letteralmente legna di mazzate una giornalista americana rea di averle semplicemente rotto un po' troppo le scatole. Una reazione ovviamente spropositata, uno sbrocco dovuto probabilmente alla stanchezza ma che comunque denota una certa dose di spontaneità. La cosa (per noi) molto divertente è che non le tira semplicemente una spinta, o una manata, per mandarla via: no, no, proprio la riempie di pizze in faccia! Il video è ovviamente stato mandato in tutte le tv per mesi, diventando un caso mediatico clamoroso. Telegiornali e talk show ovviamente ci vanno a nozze, condannando unilateralmente il gesto. Ma Björk, evidentemente, non è una starlette di cartapesta, se ne frega e tira dritto. Si inventa una mega-palla sull'istinto materno e la voglia di proteggere il figlioletto dalla “brutalità” dei media (giusto per compiacere il pubblico perbenista americano), mentre su una tv inglese sfotte clamorosamente la giornalista per la stupidità delle sue domande, fregandosene altamente delle esigenze del politicamente corretto. Ed eccola qui ancora oggi con un nuovo disco in canna, a cinquant'anni suonati...



24/07/17

[We talk about...famous artists!]
Robert Wyatt!
"Oggi parliamo di Robert Wyatt! Chi è costui - direte voi punx abituati a viaggiare sulle frequenze della rovina hc più spinta - ? Non un punk ubriaco, mi dispiace, anche se ci da dentro anche lui, ma di uno dei più importanti e influenti musicisti del secolo scorso e di questo scorcio di fottutissimo terzo millennio. Cosa ci fa un pluri-acclamato musicista, ampiamente sdoganato dalla critica mondiale, sul blog dei Kalashnikov collective? Adesso vi spiego...
Robert nasce nel 1945 a Bristol, in Inghilterra: l'anno giusto per essere giovane e radioso nei favolosi anni Sessanta e ciucciarsi il meglio della beat generation e della psichedelia. Il Nostro, naturalmente si strippa subito con la musica: impara a suonare il pianoforte e si appassiona al jazz. Dirà tempo dopo: “Non posso definirmi un vero musicista jazz: sono piuttosto un turista del jazz, che vaga in questo meraviglioso mondo con la bocca spalancata. Questo perché purtroppo non sono un americano nero nato ad Harlem ma un inglese”.


Giovinezza hippy, suicidi tentati e l'iscrizione al partito comunista inglese...
Inizia a viaggiare e a conoscere gente, amici, musicisti: passa dieci mesi – definiti uno dei periodi più belli della sua vita – sull'isola di Maiorca assieme ad una comunità di poeti, artisti e scoppiati. Giornate piene di cazzeggio in cui si suona la batteria, si fanno sculture, si scrivono versi surrealisti. Non che fosse una persona tranquilla, il buon Robert: qualche mese prima aveva tentato il suicidio ingerendo un mix di barbiturici, nella camera dell'amico Daevid Allen, a Canterbury. Di indole malinconica ma, a modo suo, dotato di forte personalità, Robert capisce che le convenzioni sociali sono un limite per la propria crescita e che bisogna imparare a sbattersene, iniziando un percorso esistenziale di liberazione. Come vedete, non si tratta della classica vicenda della rockstar a caccia di successo!
Schiacciamo il tasto fast-forward e andiamo avanti nella storia: nei primi anni Settanta Robert ha già fatto un sacco di cose interessanti. Ha scritto tre dischi con i Soft Machine – gruppo seminale della scena prog di Canterbury – dove suona la batteria e canta, facendo concerti assieme a gente del calibro di Pink Floyd e Jimi Hendrix Experience. Ha composto il suo primo disco solista, lo stripposissimo “The End of an Ear” (1970), capolavoro di improvvisazioni free e sperimentalismo strumentale, dal titolo memorabile e pretenzioso, dove Robert canta utilizzando vocalizzi senza il ricorso alle parole. Se n'è poi andato dai Soft Machine e ha fondato i Matching Mole (gli “incontro tra talpe”: il suono delle due parole è un fine sfottò del suo precedente gruppo, se pronunciato alla francese, “Machine Molle”), con i quali inizia ad esplicitare in maniera netta il suo impegno politico. Sì, perché il Nostro è un compagno, di quelli determinati e duri, anche se i suoi testi non sono mai troppo espliciti: alle dichiarazioni solenni preferisce il surrealismo e il non-sense (“Possiamo berci via la nostra politica, a partire dal mezzogiorno, possiamo berci via lontano la nostra politica”). La copertina del secondo disco dei Matching Mole “Little Red Record”, però, è chiara come più non si potrebbe: loro quattro in posa da guerriglieri comunisti, con tanto di mitragliatore, bandiera e libretto rosso, il tutto in uno stile da dipinto di propaganda maoista.
Il volo
Il giovane Robert non dev'essere un tipo facile, tutt'altro: beve, fuma marjuana, è uno tosto. Il primo di giugno del 1973 è a Londra, alla festa di compleanno di alcune amiche (Gilli Smyth dei Gong e la musicista e pittrice Lady June). Al calar della notte, è completamente fatto. Ubriaco fradicio, ciondola e cade dalla finestra. Fa un volo di tre piani e si schianta al suolo. Risultato: rimane paralizzato dalla vita in giù. Non certo il massimo per uno dei migliori batteristi in circolazione. Carriera finita? Niente affatto. A proposito dell'incidente, il medico che gli presterà soccorso, racconta che rimase stupefatto: “Doveva essere proprio ubriaco per rimanere così rilassato mentre cadeva dal terzo piano”. “La cosa – ricorda ironico lo stesso Wyatt – andò così: nell'ordine, vino, whysky, southern comfort e poi la finestra. Se fossi stato appena un po' più sobrio probabilmente oggi non sarei qui: avrei teso tutto il corpo per la paura e quindi mi sarei fracassato”. L'alcool, quindi, gli causa questo incredibile incidente, ma, nello stesso istante, gli salva anche la vita. Curiosità astrale: tre anni prima Robert era diventato molto famoso per la canzone “Moon in June”, nell'album “Third” dei Soft Machine, una lunga suite composta interamente da lui nella quale sperimentava delicate atmosfere free. Quella stessa luna di giugno, invocata nella canzone, assistette impassibile al suo lungo volo dalla finestra.

Rock basso
Inizia un periodo di lunghe cure in ospedale. Gli amici Pink Floyd, diventati dopo “The Dark Side of the Moon” tra le band più famose del pianeta, organizzano un doppio concerto a Londra per aiutarlo con le ingenti spese mediche. Lo sconforto si fa strada, ma Robert ha una creatività e un'ironia dirompenti e, in qualche modo, capisce che questo incidente non rappresenta una fine, ma un nuovo inizio. Ma cosa può fare un batterista che rimane mezzo paralizzato? Niente più tradizionale drumset, via la grancassa e il charleston. D'ora in poi ci si mette sotto con le tastiere, le percussioni, la tromba e, ovviamente, la voce. E' da questa storia che nasce uno dei dischi più belli e struggenti di sempre, “Rock Bottom”. “Rock Bottom” è un'espressione inglese che significa più o meno “toccare il fondo” ma per Wyatt è anche un gioco di parole, letteralmente “rock basso”, “sottotono”. Un rovesciamento della consueta iconografia della rockstar tutta eccessi e impatto mediatico. Il disco è intriso di atmosfere intimiste e malinconiche, espressione di un animo inevitabilmente afflitto ma anche pervaso da un lirismo e da una poesia surreali senza precedenti. In apertura c'è “Seasong”, una splendida canzone d'amore: Wyatt, rivolgendosi ad una “lei” sembra essere un pesce rosso che osserva il mondo chiuso nella sua palla di vetro, sciorina espressioni tratte dal mondo marino e sembra interrogarsi su questa strana creatura, amabile ma in qualche modo ferina, parte di un mondo “altro” e sconosciuto (“Sei un animale stagionale come la stella marina che si lascia trascinare dalla marea”). Ma chiude con un “we're not alone” dal quale trapelano speranza e futuro. E chi è dunque questa creatura bellissima e misteriosa?

Alfie
Alfreda Benge, detta Alfie, è una poetessa e illustratrice austriaca, di cinque anni più grande di Robert. Di madre polacca, si trasferisce in Inghilterra a soli sette anni. I due si conoscono e s'innamorano. E la loro relazione sentimentale si intreccia con la loro carriera artistica: Alfie è una delicatissima poetessa, ama i giochi di parole esattamente come Robert, dipinge quadri dai colori accesi e dai soggetti surreali. Quando lei viene chiamata nel 1972 a lavorare a Venezia come assistente a un film horror, lui la segue, ma una volta arrivato nella camera d'albergo non sa che cazzo fare ed inizia ad annoiarsi a morte. Alfie allora, durante una pausa sul set e con i pochi soldi che ha in tasca, va in un negozio di strumenti musicali trovato per caso e gli regala una tastierina giocattolo, con la quale finalmente Robert può stripparsi: nascono così le prime bozze di “Rock Bottom”, che uscirà due anni dopo. Dopo l'incidente di Londra, Alfie si prenderà cura di Robert e i due rimarranno assieme per tutta la vita, sino ad oggi, continuando ad aiutarsi nelle reciproche carriere artistiche e nell'impegno politico.

Repressione dura, ma niente ci potrà fermare!
Già, la politica! Nel 1979 viene eletta Margaret Thatcher ed un comunista marxista convinto come Robert non può che preoccuparsi: niente più stato sociale, niente più diritti dei lavoratori, la “signora di ferro” se ne sbatte e pesta duro sulla base. Allora Robert e Alfie capiscono che bisogna darsi da fare con quello che sanno fare meglio. Lui, inchiodato sulla sua sedia a rotelle, crea colonne sonore per film animalisti, scrive canzoni di protesta (la sentita “Amber and the Aberlines” dove si canta “nessuno vince se si combatte da soli”) e partecipa a concerti a supporto degli scioperi contro le politiche della Thatcher. Lei, invece, è attiva in favore dei diritti delle minoranze, partecipa a iniziative e manifestazioni, scrive volantini e gli yuppies del quartiere dove vive cominciano a non vederla di buon occhio. Giusto per rendere un'idea del clima, durante un presidio contro l'apartheid, Alfie si sentirà dire da un vicino: “abbiamo pagato così tanti soldi per venire in questo bel quartiere, non vogliamo vedere queste cose!”. E' del 1982 il disco “Nothing can stop us”, una compilation di canzoni di protesta interamente rivisitate da Wyatt: la copertina, molto simpatica, raffigura il cofano di una vecchia Rolls Royce dove al posto del marchio compare l'immagine di un operaio con tanto di tuta e chiave inglese alzata verso il cielo. Rispetto a tante operazioni speculative alle quali il lurido music businness ci ha ormai abituati, questa rimane una delle più sincere e sentite di sempre, con la voce di Robert a testimoniare la schietta partecipazione alle lotte in quegli anni di dura repressione.

Il "Wyattofono" e fade out
Come avete sin qui visto, Robert Wyatt non è certo il tipico musicista plasmato dallo starsystem, né un intellettuale accademico un po' snob figlio della cultura radical-chic, ma anzi è un buon compagno che ha cercato di portare qualcosa di buono in questo cesso di mondo. Ecco perché ne abbiamo parlato! Inoltre, lungi dall'essere ricchi e viziati, lui ed Alfie hanno spesso avuto problemi di soldi e si sono dovuti trasferire più di una volta per far fronte alle spese di affitto, nonostante Robert fosse diventato quasi subito un musicista affermato. Tra le tante collaborazioni realizzate nell'arco degli anni merita una menzione quella con Björk, la pluri-premiata genietta islandese che iniziò il suo percorso con il punk, o con qualcosa di simile (ma questa è un'altra storia, e ve la racconteremo più avanti...). Da questo incontro è nato il Wyattron, ovvero il “Wyattofono”: “questa ragazza è venuta a trovarmi – racconta Robert – ed è stata pazientemente a registrare la mia voce. Ha preso ogni nota che io avessi: tutte, dalla più grave alla più acuta”. Björk ha realizzato così una sorta di tastiera contenente i campioni di voce di Wyatt, con la quale ha realizzato anche degli arrangiamenti contenuti nella famosa “Submarine” dall'album “Medulla” del 2004".