15/03/07

[We talk about...]
MUSIC! (again!)
Parlare di pop-music non è semplice. Alcuni ci riescono molto bene. Eccone due esempi:…
* Simon Reynolds - Post-Punk (ISBN 2006). Un volume di dimensioni ragguardevoli, una specie di bibbia del post-punk anglofono (ma non solo) e nel new pop degli anni ‘80. Lo stile romanzato, mai noioso, la ricchezza di aneddoti e la precisione filologica ne fanno uno dei migliori esempi di manuale pop/rock. La prima parte del libro passa in rassegna quelle band che sono state archiviate sotto l’etichetta un po’ vaga, ma molto suggestiva, di “post punk”, e che hanno incarnato uno dei momenti artisticamente più sconvolgenti che la musica pop abbia mai conosciuto: dal raggae-punk primitivista delle Slits, alla dance stralunata dei P.i.l. di Johnny ex-Rotten, dal funk-punk politico di Pop-group e Scritti Politti, alle stramberie proto-elettroniche dei primi Human League e Cabaret Voltaire, dal rock scarno ed isolazionista dei Joy Division fino al terrore sonoro dei Throbbing Gristle, passando per l’art-rock eclettico dei Tuxedomoon e il nichilismo drogato della no-wave newyorkese… e poi: le trovate innovative e iconoclaste dei fonici più audaci, le geniali provocazioni dei produttori, le scombiccherate avventure delle indie-label più dadà… un’epopea ai confini della musica, tra personaggi poco rassicuranti, che, con poche (o nulle) conoscenze tecniche, hanno il cambiato per sempre il volto della musica pop, portando alle estreme (e più feconde) conseguenze l’immortale motto punk del “tutti possono farlo”.
La seconda parte, dedicata alla corrente new romantic, al gothic anni ’80 in tutte le sue diramazioni, allo ska della 2-Tone, con una puntata nell’h.c. progressivo americano (Black Flag, Husker Du), è altrettanto interessante, grazie alla puntuale descrizione dei retroscena solitamente trascurati dalla letteratura musicale: gli espedienti pubblicitari dei produttori, gli esperimenti dei fonici, l’utilizzo spesso avventuroso ed empirico delle nuove tecnologie, le strategie degli artisti, il folklore giovanile…
Il titolo originale del libro è molto più significativo rispetto a quello italiano: “Rip it up and start again” (il titolo di una canzone degli Orange Juice): “Straccia tutto e parti da capo”. Un ottimo consiglio!

* Julian Cope – Krautrocksampler (Lain 2005). - Ci sono voluti dieci anni perché qualcuno curasse la traduzione italiana del leggendario manualetto di Julian Cope! Nomi inquietanti e storie misteriose: il collettivo Amon Duul I e la sua costola eretica Amon Duul II, il non-gruppo dei Faust con le loro sinistre radiografie, il raga-rock a-ritmico dei Can, le musichette zuccherose dei Cluster, l’orchestra pietrificata in una sola nota diretta da Klaus Shultze, il delirio di onnipotenza cosmico del cospiratore Rolf-Ulrich Kaiser… Krautrocksampler è una disordinata, ma (paradossalmente) esauriente panoramica sulla storia del cosiddetto kraut-rock, dall’etichetta che i giornalisti inglesi del tempo appiccicarono (con tono dispregiativo) sulla produzione rock tedesca dei primi anni ’70. Il kraut-rock non è un genere musicale (raccoglie gruppi anni luce distanti tra loro!), ma una filosofia della musica, un culto per iniziati: è una scuola di creatività musicale, dalla quale moltissimi artisti del futuro attingeranno (dal moderno post-rock al glitch-pop, dal post-punk alla musica new age!). Cope ripercorre, attraverso l’analisi di una manciata di dischi folli e ricostruzioni storiche esilaranti, la parabola della Musica Cosmica Tedesca, che potremmo definire una commistione ad alto tasso lisergico di avanguardia e attitudine pre-punk. Krautrocksampler è una lettura essenziale non solo per rivivere uno dei momenti chiave della storia del Rock Creativo, affollata di personaggi alieni e visionari, ma anche per lo stile pazzo con il quale è redatto, zeppo com’è di neologismi ed invenzioni entusiasmanti: una scrittura che trasuda passione infinita per la musica! [Puj]

13/03/07

[We talk about…]
P-U-N-K !
[Chi segue i Kalashnikov dai loro esordi, ha ben presente quella frasetta che ogni tanto è comparsa su dischi, volantini etc…etc… ovvero: “Perché essere punk se puoi essere te stesso?”. Una fugace polemica contro il punk inteso come moda, come divisa, come stile di vita superficiale e come genere musicale codificato, che all’epoca ci sembrava attuale. Quella domandina retorica non è nostra invenzione - lo abbiamo sempre sottolineato quando è capitato che qualcuno ce lo chiedesse: si tratta dell’esordio di un articoletto comparso sul n. 1 di Menti Sconvolte (settembre 1983), fanzine della provincia di Udine, a firma di una misconosciuta band dell’epoca, i Nagasaki. Non credo di aver mai riesumato quell’articolo; oggi è il momento di farlo: aldilà delle ingenuità e di alcuni aspetti anacronistici, il succo del discorso è piuttosto attuale. Credo più oggi di quanto lo fosse allora…]
Perché essere punk quando puoi essere te stesso? Punk noi pensiamo sia una divisa per colmare il vuoto di menti atrofizzate. Menti imprigionate da ciò che viene loro imposto sin dai primi giorni di vita. Non vediamo l’utilità di voler forzare la propria personalità. Ci pare assurdo scimmiottare personaggi che si sono arricchiti alle spalle di chi ha prestato loro attenzione. Noi siamo invece convinti che situazioni come l’autogestione siano assolutamente necessarie per la creazione di qualcosa di nostro, lontano da cose in cui non crediamo. Oggi il punk è un etichetta fine a se stessa e niente più. Una definizione di comodo dietro la quale rifugiarsi, nascondendo la è propria ignoranza e mancanza di idee positive. Un’orrida maschera dietro la quale molta gente spera di rifugiarsi, trovando un’ipotetica quanto utopistica libertà. La libertà dello struzzo, il quale nascondendo la propria testa nella sabbia crede di estraniarsi, trovando una maggiore sicurezza. Ogni significato che fu attribuito alla parola “punk” ha ormai perso ogni credibilità Ti guardi intorno e vedi una cresta che spunta da una macchina pagata 10 milioni, senti in giro di punk impegnatissimi che si fanno un mese e passa di vacanza a Londra (capitale riconosciuta del punk… merda), ti dicono “io sono contro ogni droga!” e li ritrovi a qualche festa stupidissima che si fanno una canna o sniffano trielina, si dichiarano contro la violenza e parlano di pacifismo, ma sono sempre pronti a fare a pugni, cosa questa che dà loro la possibilità di dimostrare la propria mascolinità. Da parte nostra, continueremo a parlare di pacifismo, non-violenza ed anarchia, ma rifiuteremo sempre di essere catalogati.
[Adoro scritti come questo! Nella loro ingenuità rappresentano un momento di crescita importante, quello della negazione. Negare è importante, perché cambiare è importante: quallo che la gente chiama “coerenza” è un fantoccio, uno di quei valori che tutti nella società moderna sbandierano come ebeti perché di moda, come l’essere “vero”, “semplice” o “spontaneo”. Stronzate! L’esistenza è un percorso senza capolinea; il cambiamento fa parte del gioco, è vita. Tanto è difficile cambiare dentro, in profondità, quanto è facile cambiare nella scorza, nell’aspetto, nelle frequentazioni, nel tipo di musica che si ascolta. Cambiare fuori può anche non servire a nulla, ma chi lo fa non è incoerente: è in grado di affrontare criticamente l’esistente, dietro alla maschera, cerca faticosamente di cambiare quello che ha dentro, sforzandosi, almeno per se stesso, di essere migliore. Il punk è moda? Bene, in quanto tale ognuno è libero di indossarla e smetterla quando vuole, se quella moda non rispecchia più idee o valori che prima sembrava veicolare così bene. Se poi è anche altro, tanto meglio, w il punk! Nella copertina della propria cassetta autoprodotta, gli Wops (gradissima e misconosciuta h.c. band veneta) nel 1982 scrivevano…]
Il punk non è morto: è stato masticato, inghiottito e riciclato dall’industria discografica e dalla stampa, trasformato in un luccicante fenomeno di costume, con le sue stars, i suoi riti e le sue vittime. Dalla spontaneità dei sentimenti alla costruzione di un look e di un atteggiamento. Si è arrivati ad un punto tale di rincoglionimento che una punk band è costretta a proporsi secondo certi schemi per poter offrire credibilità e sperare di ottenere un minimo di riscontro. Tutti sono iperalternativi, iperanarchici, tutti sono incazzati e vogliono fottere il sistema. Che belli i bracciali borchiati punk, le A cerchiate dipinte sul giubbotto punk, le spillette degli Exploited comprate ai concerti punk… Sono questi i nostri simboli? Sono questi i nostri trofei? Sta nascendo un nuovo ghetto: dischi e demo-tapes vengono fatti per essere venduti esclusivamente da punx ai punx; i testi scontano l’aridità degli slogans della cultura televisiva del dopo ’77. Vengono usate le stesse strategie di classificazione, scelta e giudizio della stampa musicale che si vuole contestare. Si sta creando un ghetto, innalzando quelle stesse barriere che si dice di voler distruggere. Noi non siamo liberi. Se il punk è solo una moda, noi non siamo dei punks.
[All’epoca, dichiarazioni come queste erano all’ordine del giorno, tra le pagine delle fanzine, come nei dibattiti dei collettivi; oggi possono essere sorpassate nella forma, ma non nella sostanza. Togliendo “punk” e mettendoci un qualsiasi termine che indichi una qualsiasi cultura musical-giovanilistica il risultato non cambia. L’importante è essere vigili, farsi delle domande, essere, per quato è possibile, “ineffabili”, perché la dissidenza è anche non offrire al prossimo punti di riferimento per giudicare. Poi, il resto, è folklore o come dicevano i Raf Punk (anarco-punk band emiliana, per restare in tema!): “La solita minestra: il punk è vivo o morto? La risposta è: chi se ne frega!”. Puj]

06/03/07

[Video]
L’ASSEMBLEA RIMANE APERTA – Frammenti dall’occupazione dell’Università Statale di Milano (Kalashnikov collective / Epicentro Sismico Metropolitano 2006).
[Puj] Esattamente un anno dopo avere realizzato “Queste vetture non partono” (vedi sotto) rispolverammo la videocamera per un’impresa ben più ambiziosa della precedente: documentare l’occupazione studentesca dell’Università Statale di Milano. Nell’ottobre 2005, sullo slancio di un’ondata di sdegno contro l’allora ministro dell’istruzione Letizia Moratti gli studenti universitari diedero vita a brevi esperienze di occupazione/autogestione degli atenei: alcune videro una grossa partecipazione e raggiunsero una ragguardevole entità, altre s’infransero presto contro la generale indifferenza dell’apatica utenza studentesca. Noi, tutti ex-studenti ed alcuni proprio della Statale, sapevamo che un avvenimento simile in un università abulica come quella milanese, non era da lasciarsi sfuggire. L’ultima occupazione della Statale risaliva infatti ai primi anni novanta!
Malgrado lo sforzo profuso, a Milano l’autogestione ebbe vita breve: dopo l’entusiasmo iniziale, mancarono forze e idee per tracciare un percorso duraturo. Da parte nostra, il giorno dopo l’avvenuto insediamento studentesco, decidemmo di imbarcarci nel progetto, con buona dose di audacia, come al solito senza mezzi e con poche idee su come procedere. Per una decina di giorni gironzolammo per l’università con la videocamera, improvvisando interviste, riempiendo nastri di assemblee-fiume e, soprattutto, aspettando che succedesse qualcosa di interessante per vivacizzare il nostro filmino. Non è che alla fine fossimo molto soddisfatti: l’occupazione implose, si spense in silenzio con un sostanziale nulla di fatto, non ci furono scossoni, nei dieci giorni circa di autogestione non accadde niente di significativo; mancò dialogo con il personale accademico e mancò soprattutto il sostegno degli studenti estranei ai collettivi "militanti". Poi il nostro materiale, per quanto ci sforzassimo di mentire, era davvero pessimo! Chilometri di nastro che visionammo in soporifere sedute serali. La fase di montaggio fu travagliatissima: un gioco di incastri disperato nel tentativo di dare all’insieme una struttura prima narrativa, poi, visto il fallimento, almeno concettuale; ci colse l’imbarazzo di pendere verso un’interpretazione piuttosto che un’altra, di dare una lettura della vicenda troppo disfattista o, molto più semplicemente, di non riuscire a mettere insieme un qualcosa di decente.
Il nostro horror di serie B vide la luce intorno a febbraio: due mesi dopo la chiusura dell’occupazione, di essa erano svanite le tracce e si aveva l’impressione che gli stessi studenti che vi avevano partecipato attivamente, la ritenessero un’esperienza lontana, archiviata sotto la voce “vacanze in campeggio”. In questo clima un po’ sottotono, si tenne, al C.s.o.a. Garibaldi di Milano, la prima di “L’assemblea rimane aperta”. Il titolo voleva essere un tentativo di far passare l’esperienza come prima tappa di un percorso antagonista che in realtà, all’epoca, lo sapevamo tutti, era già morto e sepolto. Il dibattito successivo alla visione del documentario fu inizialmente condizionato da una certa perplessità che aveva assalito gli spettatori riguardo al senso del nostro prodotto, che, vi accorgerete vedendolo, è in effetti un po’ sfuggente. Malgrado tutto, credo sia stato utile a tutti ripensare quell’esperienza con distacco per abbozzarne un bilancio, positivo o negativo che fosse. In seguito, “L’assemblea rimane aperta” fu proiettato alla facoltà di Scienze Politiche di Milano e poi, credo, basta.
Il nostro scopo, alla fine, era stato quello di confezionare una sorta di testimonianza, utile a futuri analoghi esperimenti di lotta in ambito studentesco, ovvero in una realtà nella quale le esperienze delle generazioni precedenti vanno necessariamente perse. Ogni esperimento di occupazione scolastica coinvolge infatti un gruppo di persone che difficilmente ripeterà l’esperienza, almeno non nello stesso istituto: quel gruppo infatti terminerà il ciclo di studi e lascerà la scuola. In questo senso, la presa di coscienza dei limiti, degli errori, come dei risultati e dei successi raggiunti nell’ambito di un percorso politico e antagonista, resta un patrimonio condiviso da persone che si lasceranno alle spalle l’ambiente scolastico, e che con esse svanirà; ogni generazione di studenti, per forza di cose, parte da zero, ripetendo probabilmente gli stessi errori delle generazioni precedenti. Questa riflessione ci ha spinti a portare a termine, malgrado tutto, “L’assemblea rimane aperta”, un documento che, seppur scassato e interlocutorio, pensiamo possa avere una sua funzione, di testimonianza, in qualche modo “didattica”.
Una nota: durante l’occupazione, l’università ospitò una breve esibizione di Patrizio Fariselli, mitologico tastierista degli Area, band milanese degli anni ’70, di cui noi Kalashnikov siamo grandi e devoti fans. Quella sera, intervistammo Patrizio, ma, a causa della troppa birraccia in lattina deglutita, non riuscimmo a formulargli delle domande interessanti. Per questo decidemmo poi di non includere l’intervista nel montaggio definitivo di “L’assemblea rimane aperta”.
Detto questo, buona visione! [Dal retro di copertina del dvd di “L’assemblea rimane aperta”: L’ASSEMBLEA RIMANE APERTA! Frammenti dall’occupazione dell’Università Statale di Milano. Tra ottobre e novembre del 2005 gli studenti dell’Università Statale di Milano decisero, sull’onda delle manifestazioni anti-Moratti che coinvolsero la popolazione studentesca di tutta Italia, di occupare l’ateneo di via Festa del Perdono 3. “L’assemblea rimane aperta” non vuol essere una cronaca fedele di quei giorni, né tanto meno vuol rappresentarne un bilancio. L’intenzione è piuttosto quella di far rivivere, per quanto è possibile, il clima che si respirava all’interno dell’ateneo, con la sola preoccupazione di mettere in luce alcune dinamiche caratteristiche della pratica dell’occupazione. Questo documento restituisce alcuni frammenti dell’esperienza, sui quali aprire un confronto, avviare una riflessione sui limiti e sulle potenzialità, sui risultati ottenuti e su quelli mancati. Ma soprattutto, vuol rappresentare un momento dal quale partire per rilanciare nuove e future strategie di lotta"
]

19/02/07

[We talk about]
KEYBOARDS!
[Puj] I Kalashnikov hanno fatto largo uso di tastiere e sempre lo faranno! Don Suragn suona un incredibile tastierone di ciliegio, pesante quanto un sarcofago egizio, mentre nei live preferisce collegare una pianola del discount, tutta appiccicosa di birra, ad una scatola blu (un expander) che genera suoni. Annalisa si dedica invece ad un synthetizzatore microkorg con rinforzi in finto legno.
Quando abbiamo iniziato ad architettare un po’ di musica insieme, a metà anni ’90, non esistevano gruppi di estrazione punk/h.c. che includessero, all’interno della propria line-up, un tastierista. Anzi, la tastiera era solitamente considerata uno strumento altamente sfigato, da piano bar. La nostra generazione, che ha vissuto l’epoca del thrash metal, l’epopea grunge e infine il successo del punk da spiaggia anni '90, ha sviluppato una concezione di rock-band drammaticamente priva di fantasia: basso, batteria e, soprattutto, chitarra. Naturalmente, non ci siamo mai chiesti se l’uso della tastiera fosse più o meno coerente rispetto al nostro “genere musicale”, ma abbiamo sempre notato quanto la presenza di quello strumento generasse nel prossimo una certa sorpresa, mista a diffidenza. Negli ultimi anni, tutto sommato, la situazione è cambiata: sono aumentati i gruppi disposti a sperimentare da subito con line-up “creative”. Ciò è bene! Tempo fa ho scovato la traduzione italiana di un articolo divertente e naif, pubblicato, intorno alla fine dello scorso decennio, su Maximum Rock’n’Roll, nota e storica fanzine americana, e intitolato…

Le tastiere sono punk?
“ Quando si parla di punk rock la line up strumentale per eccellenza è: batteria, basso,chitarra. Se una band non rispetta questo assetto si tende generalmente a considerarla come "non punk" oppure deviante dal "punk classico" o dal "puro punk". Ma qual é il classico suono punk? E' una cosa molto dibattuta: i più citano i Ramones come la classica punk rock band, quella per eccellenza e sicuramente la più influente. Ma tutti sanno anche che Stooges e New York Dolls, che sono venuti prima dei Ramones, hanno influito notevolmente sia sul suono punk in generale che sui Sex Pistols in particolare. Questi gruppi hanno contribuito alla nascita del movimento punk con l'essenziale line-up di batteria, basso e una o, qualche volta, due chitarre. Ma…cosa succede quando una band si scosta dal classico suono punk aggiungendo un altro strumento?
Quando gli X-Ray Spex esplosero nella scena punk londinese dei tardi '70 molta gente storse il naso: "Non puoi avere un saxofono in un gruppo punk!". Ma una volta ascoltato il loro sound tutti i pregiudizi crollarono e oggi sono davvero rimasti in pochi quelli che considerano X-Ray Spex come un gruppo non-punk. Oggi i sax sono raramente usati nel punk, eccetto per i gruppi ska. Se abbracciamo la posizione tradizionale di Maximum Rock 'n Roll secondo la quale il punk sia il discendente spirituale del rock'n'roll dei fifties (la musica ribelle e pericolosa della gioventù) dobbiamo anche ricordarci che al tempo in cui nacque il rock'n'roll, il sax era lo strumento dominante insieme al pianoforte. Il rock'n'roll non sarebbe mai esistito senza Fats Domino. Ricordiamoci anche che gli uomini più selvaggi del rock'n'roll non furono soltanto i chitarristi come Chuck Berry o Eddie Cochran, ma anche, e soprattutto, i pianisti come Jerry Lee Lewis e Little Richard. Purtroppo oggi il sax viene usato soltanto nel contesto dello ska e le tastiere vengono impiegate molto raramente nel punk rock; eccenzion fatta per il garage punk che merita un discorso a parte: il tipo di tastiera che i gruppi garage punk usano generalmente sono quegli organi elettrici resi popolari nel '66 da gruppi come Question Mark And The Mysterians. La band è conosciuta per l'immortale 96 Tears, ma altri pezzi meno noti come I Need Somebody e Girl You Captivate Me sono altrettanto eccezionali. Quello che rese questa band così speciale fu l'uso dell'organo come motore della canzone: un suono unico, che qualcuno ha definito "wild fun". Alcuni gruppi garage punk che seguono quella tradizione sono The Hentchmen, The Brood e The Go Nuts. Alcune etichette specializzate come Estrus, Norton, Get Hip e Planet Pimp hanno contribuito a far riemergere le tastiere nel suono punk. Gli stessi Question Mark? And The Mysterians sono ritornati in attività qualche anno fa con un nuovo doppio album dal vivo su Norton e fanno concerti davanti alla nuova generazione ansiosa d'imparare dai maestri.
Se gli organi elettrici sono fondamentali nel garage non lo sono assolutamente negli altri generi del punk. La ragione forse sta nel fatto che molta gente non sa che la prima scena punk usava spesso le tastiere in contesti diversi da quelli dello stile garage dei sixties. Se facciamo un salto nella New York dei tardi '70, ci accorgiamo che Patti Smith, Contortions, Suicide e Blondie, tra gli altri, avevano tutti le tastiere. E ogni gruppo le usava in maniera diversa. Questo rifletteva una scena meravigliosa, che ha prodotto musicisti così differenti come Wayne County e Television. Uno dei tastieristi del Patti Smith Group, Richard Sohl, suonava in uno stile quasi religioso, perfettamente in armonia rispetto alla poeticità unica della Smith. Sohl era uno degli pochi ad usare il pianoforte, in opposizione a un tipo elettrico di tastiera, anche se a volte non disdegnava neppure quella. Il piano da chiesa di Sohl fu davvero influente anche per altri gruppi , ma fu anche uno dei tanti aspetti che resero unico e originale il sound del Patti Smith Group.
La tastierista dei Contortions, Adele Bartei, suonava un organo Acetone. Il suo contributo ai pezzi dei Contortions presenti nella raccolta No New York sono fondamentali. La Bartei evitava la melodia e suonava stridii atonali per punteggiare le differenti parti della canzoni. L'effetto era devastante: sembrava di stare ad ascoltare i pensieri frenetici di un disturbato mentale in piena crisi parossistica! Il suo organo, insieme all'urlo di James Chance, che svuotava i suoi polmoni gridando nel sax come un James Brown sotto tortura, fecero dei Contortions una delle due più grandi funk-jazz-punk band di sempre (l'altra erano i Black Randy And The Metrosquad di Los Angeles). Bartei lasciò i Contortions dopo No New York e, senza di lei, nessuno dei dischi successivi della band raggiunse mai lo stesso livello di rumore nevrastenico. I suoi lavori fuori dai Contortions, sfortunatamente, si allontanarono dal genere punk e non generarono grande entusiasmo.
I Suicide furono uno dei pochi gruppi punk ad usare le tastiere addirittura come unico strumento! Martin Rev non ha mai suonato melodie ma, a differenza dei Contortions, il suono della tastiera era un drone ultrasonico che arrivava direttamente dal subconscio. Il momento che preferisco per ascoltare i Suicide è alle quattro del mattino quando non riesco a dormire. Metto su il loro primo album mi sembra di collegarmi direttamente alle più recondite regioni della mia mente. È un effetto strano, ma è anche un esperienza affascinante e non c'è nemmeno bisogno di droghe! La musica dei Suicide è l'unica droga di cui avete bisogno!
I Blondie, invece, usavano le tastiere come elemento melodico del suono. Il talento versatile di Jimmy Destri ha sperimentato una varietà di stili che vanno dal power pop anni '60, al bubblegum, alle svise psichedeliche dei Doors. Qualche anno più tardi userà anche effetti trance allontanando sempre di più i Blondie dalle loro radici punk in favore della disco music. I Blondie si sono anche riuniti di recente, peccato però che il loro nuovo album faccia schifo. Le loro primi cose erano punk ed è innegabile una loro influenza su band più poppy come i Cub. Purtroppo i Blondie sono anche il gruppo più responsabile per aver dato vita al genere disgustoso della disco new wave, con hit come Heart Of Glass e Atomic. Le loro canzoni catturarono l'euro disco style elettronico di pezzi come I Feel Love di Donna Summer e l'incorporarono nel suono delle loro tastiere. E' stato questo ad aprire la strada a obbrobri come Missing Persons, Duran Duran, Flock Of Seagulls e a tutta la rimanente spazzatura anni '80. Non dimentichiamoci inoltre che questa robaccia è stata anche uno dei fattori scatenanti dell'hardcore, creato dai puristi contro i pionieri stessi del punk che stavano diventando troppo commerciali. Da quando i cosiddetti gruppi politici come Clash e Gang Of Four hanno cominciato a seguire la strada dei Blondie, gruppi hardcore come Fear, Circle Jerks e Angry Samoans resero il loro punk rock più duro, veloce e potente.
Molti addirittura pensavano che le tastiere dei Talking Heads non fossero punk. Questa era il pensiero dell'epoca, dal quale soltanto oggi ci stiamo allontanando. In realtà non è lo strumento ad essere punk o meno - è il modo in cui lo si suona. Le chitarre elettriche non saranno mai punk nelle mani degli Eagles! Gruppi come gli Stranglers aprirono un dibattito all'epoca. Anche nel loro periodo più punkettoso (No More Heroes) erano tanti gli ascoltatori che non accettavano le tastiere doorsiane di Dave Greenfield. Ci vogliono una mente molto aperta e una definizione “liberale” di punk per apprezzare gli Stranglers. Nel loro caso non si trattava assolutamente del semplicistico punk tre accordi e via. I Fall furono l'altra band inglese con le tastiere ad emergere dall'originaria scena punk del '77 e non sono mai stati commerciali. Sono l'unica band del '77 ad essere ancora in vita. Tanti tastieristi sono passati dai Fall: Una Baines, Yvonne Pawlett, Marc Riley, Marcia Shofield, Dave Bush e, attualmente, Julia Nagle. Ci sono stati periodi in cui hanno sopperito alla mancanza di un tastierista con altri membri della band come Paul Hanley o Simon Rogers che di tanto in tanto suonavano anche la tastiera. Anche il cantante Mark E. Smith spesso si cimentava nello strumento semplicemente sbattendo le mani a caso sulla tastiera senza alcuna conoscenza degli accordi. Una delle influenze dei Fall sono stati i tedeschi Can. Una volta Mark E. Smith ha dichiarato: "Il suono che usciva dal loro organo era incredibile. Non suonava mai come un organo". I Fall usavano la tastiera come elemento aggiuntivo al rumore oppure come uno strumento ritmico, come in Fantastic Life dove una singola nota ripetuta continuamente tiene il ritmo, un po' come quella di I Wanna Be Your Dog degli Stooges. In entrambi i casi le tastiere non vengono impiegate per ricamare delle melodie ma per stordire l'ascoltatore.
I Devo meriterebbero un articolo a parte visto che all'epoca ebbero un impatto devastante sia sui gruppi con tastiera che su quelli senza. I Devo hanno smesso di essere grandi nel momento stesso in cui hanno incentrato tutto il loro suono sulle tastiere diventando uno dei tanti gruppi new wave, noiosi e commerciali. Per i Devo le tastiere erano il riflesso della loro visione d-evoluzionista del mondo.
Molti gruppi punk di oggi con le tastiere si rifanno anche al modo di suonare di Alan Ravenstien dei Pere Ubu e Brian Eno dei Roxy Music. Entrambi se ne fregavano altamente dell'elemento melodico favorendo quello rumoristico. La riluttanza del punk nei confronti della tastiera è legata essenzialmente al fraintendimento secondo cui le tastiere possano soltanto abbellire una canzone. Pochi sono dell'idea che queste possano anche essere usate per abbruttire, per far suonare un disco più originale e selvaggio. I Black Randy And The Metrosquad era una funk band che usava le tastiere con l'intento di divertire piuttosto che con quello di disturbare. Il loro tastierista suonava in modo goffo e comico contribuendo al fattore sorpresa nel loro sound. La band s'interrompeva improvvisamente e la tastiera irrompeva facendo qualcosa di completamente diverso, suonando funky, jazz oppure facendo soltanto delle semplici stronzate. Tutti gli appassionati della scena punk di Los Angeles dei tardi '70 dovrebbe assolutamente possedere una copia del loro Pass The Dust, I Think I'm Bowie. È un classico. I gruppi punk senza chitarra o basso sono molto rari. Oltre ai Suicide c'erano anche Screamers, Nervous Gender e Damage. Gli Screamers sono certamente tra le leggende del primo punk californiano ma pochi sanno in realtà come suonassero visto che non esiste nessuna pubblicazione ufficiale. Di loro abbiamo soltanto un pezzo sulla compilation Killed By Death #13 e un sette pollici bootleg intitolato I Scream, You Scream We All Scream For The Screamers. Io posso soltanto garantirvi che la loro musica era davvero rumorosa, più dura di quella dei Suicide e meno artisticheggiante. Anche i Nervous Gender provenivano dalla California e sostenevano che nel loro caso le tastiere non fossero strumenti musicali ma macchine. Il suono prodotto era davvero spaventoso e sembrava provenire da un altro mondo. Suoni acuti e stridori vari di difficile identificazione. Il loro capolavoro Music From Hell all'epoca veniva spesso erroneamente paragonato ai Residents. I Nervous Gender erano chiaramente una punk band e di solito cantavano cose del tipo: "Sono nato vicino alla marmitta di una Ford del '65 / mia madre ha tagliato da sola il cordone ombelicale". Il loro secondo album The American Regime non uscì mai perché l'etichetta fallì ed è tuttora un mistero. Esiste anche un'apparizione video sulla raccolta della Subterranean intitolata Live Cuts. All'epoca il batterista non era un bambino di sette anni! Vedere quel video è sempre un'esperienza devastante: i testi delle canzoni trattavo di violenza, aborto, droga, stupri e contenevano alcune delle frasi più blasfeme mai scritti: "Gesù era un ebreo succhiacazzi dalla Galilea / Gesù era proprio come me / un omosessuale ninfomane". La line up di questa proto-homocore band constava di tre tastieristi e un batterista. I Damage avevano due synth e un basso e sono diventati famosi per essere l'unico gruppo hardcore senza chitarre. Nel retro copertina del loro primo album Synthology c'è la fotografia dello scheletro di una chitarra carbonizzata. Qualche volta il tastierista c'è, ma non si vede. Maggot Sandwich e Old Skull hanno la tastiera ma non si sente assolutamente. Il che è sbagliato perché le chitarre non sono l'unico strumento importante. Infine non ho ancora parlato della musica industriale e delle sue influenze. Soprattutto perché non impazzisco particolarmente per quel genere e non ne ho una conoscenza molto approfondita. Non ho un disco dei Nine Inch Nails per esempio, e ne ho soltanto uno degli Swans. Alcuni dischi di Ministry, Einsturzende Neubauten e le prime cose di Cabaret Voltaire sono carine. Ma quando arriviamo a cose tipo Stabbing Westward devo passare oltre. Oggi la musica industriale ha dato vita al Digital Hardcore. Al di là dei dibattiti sul fatto che questa roba sia punk rock o meno c'è una cosa da rimarcare: le tastiere di questi artisti sono tutte costosissime e ipertecnologiche. Ricordatevi una cosa: il grande punk rock non ha bisogno di strumenti costosi, spesso le tastiere più economiche hanno il suono migliore. Insomma, per rispondere alla domanda del titolo: sì, le tastiere sono punk, eccome.Gli unici limiti sono l'immaginazione della persona che le suona
!”.

05/02/07

[Video]
QUESTE VETTURE NON PARTONO (Epicentro Sismico Metropolitano / Kalashnikov Collective 2004)
[Puj] Nella volontà, un po’ ideale e romantica, di voler vivere la nostra dissidenza culturale e la nostra vita creativa senza limiti di genere e di tecnica, ci siamo da tempo tuffati in attività che esulano dall’ambito musicale. Nel 2004, per esempio, abbiamo inventato un gruppo di autoproduzione video, l’Epicentro Sismico Metropolitano” (che in realtà siamo sempre noi in compagnia di alcuni amici) con l’idea di realizzare documentari su aspetti critici della nostra città, Milano. Un’impresa in equilibrio instabile tra arte, comunicazione e politica, ma prima di tutto, dal punto di vista delle conoscenze tecniche e delle pratiche, un ambito, all’epoca, per noi totalmente sconosciuto! Armati di una sola mini-camera digitale, tra l’altro presa in prestito, siamo diventati i più amatoriali documentaristi della città. Malgrado tutto, avevamo in testa alcune idee stilistiche che credo abbiano dato ai nostri prodotti una certa personalità, un marchio di fabbrica, facendoli apparire lontani dall’estetica sia del reportage televisivo che del documentario militante.
“Queste vetture non partono” risale al 2004 ed è stato il primo microdocumentario che abbiamo girato. Voleva essere una riflessione sulla situazione dei lavoratori dell’ATM (Azienda Trasporti Milanesi) protagonisti nel dicembre 2003 di un clamoroso sciopero autogestito che paralizzò la città durante il periodo dello shopping natalizio. Insieme a Billy e Davide del C.s.o.a. Garibaldi, Sarta intervistò alcuni conducenti di tram ed autobus con lo scopo di far emergere un bilancio dell’esperienza dello sciopero selvaggio e dei risultati ottenuti. Poi una mattina, Io, Don, Sarta e Manse andammo a girare, vagando senza troppo criterio per Milano, del materiale video da montare con le interviste. Fase successiva: passammo una settimana chiusi nel solaio gelido di Don Suragn a montare il tutto con un programmino difettoso e pieno di bug che non voleva saperne di funzionare secondo i nostri desideri. Poi, la prima: “Queste vetture non partono” fu proiettato al C.s.o.a. Garibaldi in una serata piuttosto partecipata (tutti erano curiosi di vedere che cosa eravamo stati in grado di mettere insieme): il risultato, tutto sommato, fu apprezzato. Ogni tanto scopriamo che il video è stato visto in qualche riunione sindacale, centro sociale o circolo arci, e la cosa ci rende felici! Rivedendolo ora fa tenerezza, visivamente sgangherato com’è. Resta però un documento interessante e, soprattutto, molto sincero.


[Dal retro-copertina della vhs di “Queste vetture non partono: dialogo a tre voci con postilla”: “Le testimonianze contenute in questo documento sono state raccolte ad un anno di distanza dai celebri scioperi dei lavoratori ATM che paralizzarono Milano nel dicembre del 2003. In quel frangente la lotta degli autoferrotranvieri ruppe i vincoli imposti dalla Legge antisciopero 146, in ostilità con il potere politico, le associazioni padronali e i sindacati confederali. Proprio questi ultimi, accusati di totale inadempienza dei propri compiti istituzionali, hanno patito più degli altri la novità della situazione: infatti, a sorpresa, i lavoratori autorganizzati rifiutarono la concertazione e lottarono autonomamente per la difesa dei propri diritti, in aperto conflitto con le regole imposte dai padroni.
Basta con salari da fame, i turni inumani, gli straordinari, le condizioni di lavoro tali da mettere a repentaglio la sicurezza di chi guida e delle migliaia di passeggeri che viaggiano quotidianamente sui mezzi ATM. Basta con i contratti bidone siglati da sindacati sempre più cialtroni e sordi alle esigenze dei lavoratori. Questo è stato il grido degli autoferrotranvieri un anno fa; oggi purtroppo la situazione, nella sostanza, non è cambiata, ma negli intendimenti di chi si è reso protagonista di quella coraggiosa lotta una certezza rimane: la concertazione non porta al cambiamento, solo la rottura delle regole puo’ rappresentare un’arma efficace contro l’arroganza e lo strapotere dei padroni.
Il rilancio dell’opposizione sociale nel nostro paese, di fronte ad una crisi economica che si consuma sulla pelle della povera gente, non può passare che da qui. Da queste esperienze, da queste lotte, che, superando le logiche particolaistiche e corporative, uniscano i lavoratori all’insegna della generale insoddisfazione dei propri bisogni e dalla comune esigenza di riscatto sociale.
Il video “Queste vetture non partono” è strutturato su quattro interviste raccolte dal collettivo del C.S.O.A. Garibaldi, rivolte a tre neoassunti ATM in contratto formazione-lavoro e ad un lavoratore iscritto al sindacato autonomo SLAI COBAS”].

>>> Download “Queste vetture non partono” [70 mb. circa – formato TLF]

19/01/07

[We talk about...]
D.I.Y.! - parte III
[Puj] Ehi, punx! Schiacciate il pulsante "stop" del vostro lurido walkman a cassette e datemi retta: un po' di novità su autoproduzione passata, presente e futura.
* L’amico Piter, mente e braccio di
RadioRiot, label/distro/webradio e webzine d.i.y. di Roma, ci ha segnalato la disponibilità in rete di una tesi su autoproduzione e dintorni, realizzata da Francesco Alunni (laureatosi in scienze della comunicazione) e pubblicata, in veste artigianale e in tiratura limitata, da Salterò Autoproduzioni, ovvero Roberto degli Affranti (h.c. Savona). Sottotitolo: “INDAGINE SU UN CASO DI CONTROCULTURA UNDERGROUND IN ITALIA”. La potete consultare su diy-tesi.noblogs.org. I ragazzi dietro a quest’iniziativa hanno avviato un portale web sul d.i.y.: è agli inizi, ma è già fico: www.autoproduzioni.org.
* All’inizio del secondo capitolo della tesi di cui sopra, si fa riferimento ad una celebre e gloriosa “performance punk” degli anni d’oro, un episodio di comunicazione autenticamente antagonista: durante una convention di sociologi a Milano, occasione nella quale si volevano pubblicamente esporre i risultati di una sedicente indagine sul teppismo metropolitano e sulle bande giovanili violente (!), Atomo e Gomma, due punx milanesi (Atomo è l’attuale
Atomo Tinelli, consigliere del Comune di Milano) fecero irruzione nella sala, sfregiandosi il petto con delle lamette da barba ed offrendo il prorpio sangue come materiale di studio per i sedicenti ricercatori universitari.
L’episodio, esperimento di contestazione efficace e vincente, è documentato con dovizia di particolari (filmati originali, rassegna stampa, interviste ai protagonisti…) nel libro/dvd di recente uscita
“Punx: creatività e rabbia” (Shake edizioni), a cura dello stesso Gomma, e contenente vario materiale sulla scena punx milanese degli ‘80. Il prezzo (17 euro e cinquanta) è poco punk, ma i contenuti sono discreti: oltre ad un documentario sull’episodio del sangue, è incluso nel dvd il vecchio film sul Virus (documento sulla realtà occupata autogestita di via Correggio a Milano, già edito in vhs da Shake una decina di anni fa) ed altro materiale video di qualità altalenante (molto punk, naturalmente…) sulla Milano-da-pogare dell’epoca. Valutate voi se considerare operazioni editoriali come questa commemorative, nostalgiche, archeologiche o semplicemente commerciali: secondo me, entrare in contatto con quella che era l’espressione antagonista di allora, oggi, in un’epoca in cui la comunicazione è praticata da punks e contestatori vari con metodi perlopiù vecchi e mutuati dalla cultura ufficiale, può comunque essere di buona ispirazione, a patto, naturalmente, che non se ne deducano, come al solito, pratiche di emulazione pura e semplice...
* Restando in argomento di reliquie sulla scena h.c. italiana degli anni ’80, segnalo infine la recente uscita del volumetto
“Lumi di Punk” ad opera di Marco Philopat, raccolta di interviste a protagonisti dell’epoca e testimonianze varie. Non l'ho letto, e chissà se lo leggerò mai. Detto questo... au revoir!

07/01/07

[We talk about…]
MUSIC! – parte 3.
[A ingarbugliare il discorso su forma/contenuto nella musica antagonista, un volantino d’annata distribuito dai Detonazione al pubblico di un loro concerto, Udine 1983. Di nuovo in campo l’esigenza di accordare forma e volontà dissidente, qui espressa con assoluta chiarezza e linearità. Come non essere d’accordo?]
Ci piacerebbe che si discutesse di più del rapporto che intercorre fra tendenza politica e forma musicale, e questo volantino vorrebbe essere uno stimolo a farlo. A nostro parere il capitalismo è in grado di assorbire e neutralizzare qualsiasi opinione, qualsiasi sia la forma che la “riveste”. E ciò perché è la forma stessa che nel momento in cui si sclerotizza, neutralizza il messaggio che contiene. Il problema, però, si risolve se questo veicolo (la musica) su cui noi vogliamo fa viaggiare le nostre idee, viene continuamente reinventato, stravolto senza fossilizzarsi sui soliti schemi, solitamente importati dall’estero. Creare musica originale, personale, anticonvenzionale, è una pratica eversiva straordinariamente efficace in un mondo dove vorrebbero farci essere tutti uguali, grigi e privi di fantasia. Se la musica è un mezzo per favorire la crescita collettiva ed individuale, è ovvio che essa dovrà seguire, o meglio precedere questa crescita, e non rimanere perennemente uguale a se stessa.

04/01/07

[We talk about…]
MUSIC! – parte 2.
[Di seguito un articolo originariamente apparso sul n. 1 di “Subvert”, Torino 1985. Una risposta al problema del rapporto forma/contenuto nella musica-comunicazione, evocato qualche riga fa: la politica e la rivoluzione non stanno nella musica, ma fuori, nelle prassi!]
Alla diatriba tra musica colta e incolta, tra musica di massa e d’avanguardia, tra rock’n’roll e rumoristica, rispondiamo col controllo totale delle nostre molteplici forme comunicativo/espressive, al di fuori della logica del businness e della spettacolarizzazione dei fenomeni, comunque non riducibili a merce. Le etichette “vero” o “falso” possono essere forse applicate in senso rivoluzionario ad un tipo di espressione (la musica) che non può far altro che partire da schemi o codici? Ovvero: esistono sette note codificate, ma dal “do” al “re” ci sono infinite sfumature difficilmente schematizzabili, tutte “vere” e tutte “false”.
Davanti a chi ha scelto la musica come forma di comunicazione ed espressione si pongono diverse strade da seguire, più o meno pedestramente, più o meno creativamente, ma il vero effetto di dirompenza (la musica sovversiva) avviene dietro la sequenza di note e rumori proposti; avviene nel momento in cui chi fa musica si pone in termini rivoluzionari, sceglie di non scendere a compromessi o patteggiamenti con le Grandi Regole dello Spettacolo, senza cioè rispettare le formule imposte di merce/consumo/alienazione, senza che il (falso) bisogno sia esso stesso creato dall’offerta.
La creatività individuale non è quasi mai scollegata da regole universalmente date per scontate. Come sostiene argutamente Lunari (critico non rivoluzionario, ma senz’altro arguto): “… con buona pace di coloro che si illudono di fare stracci del passato, il più rivoluzionario sfegatato protagonista dei brani musicali del gruppo più superextrahardpostpunk è perfettamente in linea con una tradizione inaugurata nel MedioEvo da chissà chi e codificata intorno al 1300 da Philippe De Uitry, che fin d’allora la chiamò Ars Nova…”. Ed effettivamente è troppo pretendere che ogni creatore di musica (rivoluzionaria) distrugga in ogni suo momento creativo il bagaglio di influenze emotive, culturali, di approccio, di legami col passato e col proprio vissuto musicale.
Non si può pretendere in nome dell’iconoclastia a tutti i costi, da chi produce musica, una costante e continua distruzione di codici e cliché. Non è qui allora che bisogna ricercare il modo per uscire dalle regole, ma nell’autogestione delle proprie forme di espressione e nella distruzione, per quanto è possibile, dei concetti di “consumatore”, di “pubblico” da un lato e di “creatore” dall’altro. La strutturazione di un mercato alternativo, aldifuori dell’industria discografico/musicale, portato avanti senza mediazioni rispetto all’assurda dicotomia domanda-offerta-domanda e con la più totale autogestione del prodotto, dalla sua creazione, alla sua diffusione e distribuzione, è senz’altro il passo decisivo per far assumere alla comunicazione musicale una dirompenza rivoluzionaria. Non rispetto alla qualità del prodotto, ma rispetto ad una metodologia di riappropriazione della propria espressione e della propria voglia di contatti liberi col mondo. La musica alienata, di per sé non esiste: sono i rapporti sociali e di produzione funzionali al sistema che produzono alienazione. Il fatto che una creazione musicale si muova all’interno di una serie di cliché e di schemi non sta necessariamente a significare che il creatore e i rapporti che la sua creazione attiverà siano inseriti in una logica di potere che usa la musica come forma di instupidimento e alienazione. Questa non è “autogestione della miseria”, ma un tentativo di uscire dalla misera e disumanizzante logica del sistema.

11/12/06

[Live report]
KALASHNIKOV @ Oetinger Villa – Darmstadt (D) 4 agosto 06
Dopo aver trascorso la giornata a sbevazzare Apfelwein, un tremendo sidro di mele tipico della zona di Wiesbaden, partimmo per Darmstadt. Ci faceva strada l’amico Tomflex con la sua Mercedes anni ’80 targata WILD e abbellita da fiori finti cinesi. Non ho alcun ricordo del viaggio, se non quello di un nauseabondo odore di formaggio prodotto dalla caciottella bavarese che Tom ci regalò poco prima di partire; cercammo di renderla inoffensiva infilandola in sacchetti vari, ma inutilmente. L’unica soluzione fu mangiarla.
Lo squat in cui suonammo quella sera, la Oetinger Villa, si rivelò uno dei luoghi più incredibili in cui ho transitato nella mia vita di anti-musicista: una villa neogotica immersa nel verde lussureggiante di un parco-jungla in stato di abbandono, un vero e proprio castello dei film integralmente occupato da punks! Sulla facciata svettavano minacciosi gargoyles di pietra! Dentro ci accolse una specie di famiglia Addams composta da punkabbestia locali. Il silenzio, l’odore di muffa, i soffitti altissimi da cui pendevano lampadari antichi, la luce filtrata dalle vetrate colorate con motivi art decò, le imponenti scalinate di legno, l’enorme camino sudicio… tutto contribuiva a creare un’atmosfera davvero strana. Wow! Un maggiordomo anarcopunk con la cresta fosforescente ci accompagnò ai piani superiori e ci fece accomodare in sala da pranzo: sui fuochi bolliva un calderone di…

[Food, not bombs!]
VEGAN-CHILI!
[Annalisa] Chili con seitan per l’esattezza. Ingredienti (per sei persone): 200 grammi di seitan (alimento proteico ottenuto dal glutine di frumento o di farro, ottimo sostituto della carne!), 250 g. di fagioli neri messicani secchi, un chilo di pomodori, tre cipolle, quattro spicchi d’aglio, un peperone giallo, uno verde, salsa di soia, un cucchiaio di chili (o peperoncino).
Lessa i fagioli, dopo averli lasciati in ammollo per una notte e riasciacquati più volte sotto l’acqua corrente. Non salarli durante la cottura, altrimenti si induriscono! Taglia il seitan a pezzetti e mettilo a bagno nella salsa di soia. Pulisci e taglia a pezzetti i pomodori e i peperoni. Trita le cipolle e l’aglio. In una pentola molto grande fai un soffritto con olio, cipolle e chili, poi aggiungi i pomodori, i peperoni e l’aglio, e copri tutto con 300 ml. di acqua. Quando bolle, unisci i fagioli e aggiungi del sale. Lascia bollire per alcuni minuti (8-10 min. a fuoco basso)… unisci infine il seitan e cuoci perun altro po’, finché l’insieme non assume l’aspetto di un denso e profumato pappone. Servi il tuo chili vegano caliente e, possibilmente, con riso bianco al vapore. Vamos a mangiar, companeros!

Quella sera suonammo per due ore circa, ripetendo gli stessi pezzi tre o quattro volte, dato che eravamo l’unico gruppo e perché i punx erano tutti pazzi e volevamo ballare selvaggiamente. Il clima si fece davvero gaio, con i Kalashnikov che ogni tanto cercavano di scendere dal palco e i punx che li ricacciavano sopra, senza pietà. Rissa, ad un certo punto, non ce la faceva più, ma, incitato da uno skin con la maglietta dei Tankard, si rimise in piedi e suonò altre trenta canzoni. Tutti furono davvero simpatici, come quel giovane che appena tornato da Minsk, regalò a Milena migliaia di banconote di rubli bielorussi di nessun valore. O come quel punk che volle omaggiarci con un’auto e un elicottero in miniatura della polizia tedesca, da tenere sul cruscotto del furgone, come amuleto contro gli sbirri.
Al ritorno, eravamo tutti fatti. Malgrado non ci reggessimo in piedi, finimmo per concludere la serata verso le quattro del mattino, gustando kebab con i nostri amici Sonja, Tom e Frank. Ghallonz, per sbaglio, rivolse un invito sessuale (in tedesco) al proprietario del negozio di kebab, un saraceno nerboruto. Questo uscì brandendo un bastone per punirlo; ma tutto, naturalmente, finì a tarallucci fritti e birra sgasata, Anzi no: a Jegermeister, che offrimmo abbondantemente al personale del chiosco in segno di pace. Art! Amour! Anarchie! [Puj].

>>> Download KALASHNIKOV – Metropoli – videolive in Darmstadt 4/8/06 (Mpeg format – 100 mb.)
[We talk about...]
MUSIC!
Musica è divertimento! musica è impegno! musica è narcisismo! musica è socializzazione! musica è cambiamento! musica è lotta!… che cos’è la musica che suoniamo? A volte si è così presi a sudare sugli strumenti, a mettersi d’accordo per fare le prove, tra una giornata di lavoro alienante e mille altri stupidi impegni, a cambiare le corde della chitarra o a smanettare con un mixer che non si pensa più al senso di quello che si sta facendo. Pensare la musica non è affatto semplice: la si compone, la si suona, la si ascolta, ma difficilmente se ne parla, se ne analizzano i significati, si riflette sulla sua funzione. Non è una menata socio-filosofica, è un problema serio! Quando abbiamo iniziato, una cosa ce la siamo imposta: basta con gli slogan! Volevamo fare musica punk senza usare formule preconfezionate, senza sfruttare una simbologia d’accatto, senza prendere in prestito un immaginario… ma costruendocene uno su misura, tutto nostro. Che ambizione! Non credo, anzi: voglia di comunicare veramente. Ma comunicare non è facile. Bisogna innanzitutto pensare allo strumento che si utilizza per veicolare il messaggio. Scavando nella mia libreria da pazzo, mi è capitato tra le mani un librettino ingiallito: un’antologia di articoli pubblicati sulla rivista di musicologia degli anni ’70 intitolata Muzak. Tra una requisitoria contro i poveri Emerson, Lake and Palmer e un pistolotto palloso sui Soft Machine, mi sono imbattuto in un breve articolo che tratta il tema delle scelte di stile che la comunicazione musicale, più strettamente politica o meno, deve necessariamente compiere se vuole essere efficace nel trasferire messaggi. L’autore si chiede: è coerente ed efficace affidare la comunicazione politica “rivoluzionaria” ad una forma musicale che, seppur popolare ed accessibile a tutti, è anche retrograda, reazionaria e conservatrice come quella della canzonetta o della ballata popolare? E non c’è il pericolo che il linguaggio codificato e scarno del pop possa impoverirne i contenuti? Una musica dal messaggio “rivoluzionario” non dovrebbe essere di per se stessa musica “rivoluzionaria”? Musica in grado di scuotere e svegliare le coscienze dal torpore, magari anche disturbandole, aggredendole, estranea alle logiche compositive e di fruizione della musica commerciale? Non c’è il rischio che una forma canzone di per sé troppo “digeribile” possa far prevalere elementi estrinseci, come il ritmo e la melodia, sui contenuti? Se sono le contraddizioni della realtà circostante che vogliamo mettere in luce, non avrebbe più senso utilizzare un linguaggio meno rassicurante, più “critico”? Insomma: fa pensare di più la musica di una band noise-grind strumentale o quella del Kalashnikov Collective? Quante domande! Tutte senza risposta!… [Puj]