29/08/12

[Free comics for punx]
LE DUE FACCE DEL COMUNISMO! (Christian Anti-Communism Crusade, U.s.a. 1961)
[Puj] Aggiungiamo un nuovo capitolo alla nostra personale storia popolare della Guerra Fredda con questo reperto risalente al 1961, Le due facce del comunismo, un fumetto stampato dalla C.A.C.C., la Christian Anti-Communism Crusade, un'associazione religiosa e patriottica americana con sede a Huston, Texas. Curò, tra gli anni '50 e '60 una manciata di pubblicazioni per ragazzi tipo Il cuore, la mente, l'anima del comunismo, Le tre facce della rivoluzione e Comunismo - una malattia. Dietro alla roboante sigla della crociata cristiana anti-comunista si celava principalmente il Dott. Fred Schwartz, medico e fervente cristiano di origini australiane che dedicò la vita alla causa anti-comunista, firmando decine di pamphlet uno più paranoico dell'altro. Il suo maggiore successo, You Can Trust the Communists (to be Communists) del 1961, inquisitorio capolavoro di mistificazione storica e sociale, é stato tradotto anche in italiano e diffuso nel 1977 con il titolo di Possiamo fidarci dei Comunisti? (un quesito riportato in auge nel nostro paese negli anni '70 dal compromesso storico).
Come tanti documenti di questo tipo, apparentemente Le due facce del comunismo intende scongiurare l'avvento di un regime comunista di stampo sovietico negli Stati Uniti. Un'eventualità probabile quanto un'invasione di marziani! Si capisce quindi che l'autentica finalità di documenti propagandistici come questo doveva essere un'altra; una finalità che aveva a che fare con la battaglia che l'establishment americano combatteva sul  "fronte interno" della Guerra Fredda, ovvero contro i sindacati dei lavoratori e gli attivisti di sinistra operanti in patria. I fumetti anti-comunisti americani degli anni '50 e '60, nel loro piccolo, fanno parte di una strategia diffusa, mirata a preservare il potere dei grandi capitalisti statunitensi contro le rivendicazioni dei sindacati e delle minoranze (i neri, ad esempio), accomunandole tendenziosamente sotto l'etichetta "comunista". Era una clamorosa mistificazione: i lavoratori delle fabbriche e i neri lottavano per condizioni di vita migliori, non per l'avvento del socialismo reale!

"Il mondo avrebbe potuto vedere da sé il miracolo del comunismo all'opera..."

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Dipingere i comunisti russi come criminali efferati e sanguinari, e il comunismo come un sistema criminoso, era funzionale a screditare l'intero universo della sinistra americana, costituito da innumerevoli associazioni, gruppi politici e sindacali che durante gli anni '40 si erano diffusi ed erano cresciuti. Soprattutto i sindacati dei lavoratori di alcuni settori chiave dell'economia americana erano visti come un grosso problema: tra la fine degli anni' 30 e per tutti i '40 avevano ottenuto significative vittorie. Al mondo dell'imprenditoria americana, tutt'uno con il mondo dell'amministrazione che contava, questo non andava giù.
Durante il periodo bellico e l'immediato dopoguerra la crociata anticomunista aveva effettivamente combattuto il Partito Comunista americano e la parte più a sinistra dei sindcati, ma negli anni '50 e in maniera ancora maggiore nei '60, non era più così: a quell'epoca l'anticomunismo era più che altro funzionale a conservare una certa immagine dell'american way of life, fondata sull'idea di una società in cui sono i ricchi a comandare, contro tutte quelle concezioni sociali e ideologiche che miravano all'inverso: dare il potere alle masse. Per questo, all'inizio degli anni '60, la classe dirigente americana decise di intervenire in Viet-Nam: per scongiurare l'eventualità che qualche poveraccio, in qualche altra parte del mondo, potesse svegliarsi e prendersela con i propri ricchi dittatori (conniventi, tra l'altro, con il governo americano). Accettando che il comunismo proliferasse e conquistasse posizioni all'esterno, la crociata anti-comunista interna avrebbe conosciuto un pericoloso contraccolpo. Senza considerare il fatto che con i regimi comunisti e i paesi del socialismo reale... non si potevano fare affari!

"Non é ancora troppo tardi... se possiamo svegliare i disinformati così che non siano tratti in inganno dalle vuote promesse dei comunisti...".


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Two faces of communism contiene due aspetti esattamente in linea con gli scopi solo apparentemente anti-sovietici sopra descritti: 1) pone l'accento sul fatto che i comunisti per ottenere il potere utilizzino infiltrati in diversi settori della società, avvallando l'idea che ogni sindacalista o simpatizzante della sinistra sia in realtà un agente o una spia sovietica, discreditando così i sindacati e l'intero movimento per i diritti civili; pertanto si caldeggia tra i cittadini la pratica della delazione per segnalare alle autorità eventuali spie comuniste; e vale l'equazione: se parla da comunista, se fa cose da comunista, se ha l'aspetto del comunista... è un comunista! 2) spiega che i comunisti cercheranno di accrescere il proprio potere attraverso scioperi e disordini di piazza, lasciando intendere che cortei, manifestazioni e picchetti di lavoratori, studenti e quant'altro siano in realtà tasselli di una congiura sovietica. 

"I comunisti sono molto pazienti, credono che la storia sia dalla loro parte... continueranno ad infiltrarsi nel governo, nelle scuole, nelle fabbriche ed anche in qualche chiesa..."




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Protagonista della storia è una famiglia americana benestante, molto yankee, ovviamente bianca e praticante. E' l'immagine di una classe dirigente conservatrice, dai solidi valori religiosi (almeno a parole), patriottica, classista, patriarcale e spaventosamente felice: per molti cittadini degli Stati Uniti, l'unica, autentica espressione dell'identità americana, di quell'american way of life di cui abbiamo parlato prima. Il padre ammonisce i figli che sottovalutano i comunisti: lui stesso, al college, per un breve periodo simpatizzò per un professore comunista, che ovviamente era un agente dei russi con il compito di diffondere le idee socialiste tra gli studenti. La fede cristiana - racconta - gli aprì gli occhi e decise di denunciare il professore, che fu prelevato dall'FBI e "deported as an undesirable alien"! "Possiamo solo immaginare che fine abbia fatto..." afferma a conclusione del racconto. Segue una terribile requisitoria contro le atrocità sovietiche e i piani di conquista del mondo messi in atto dai rossi; il padre usa ogni truce argomento per mettere in guardia la famiglia contro le minacce bolsceviche, tanto che sua figlia alla fine esclama: "Sì papà, sono così contenta di essere stata a casa invece di andare al cinema! Posso dire in tutta onestà che questo si è rivelato il giorno più importante della mia vita!"

"Se riconosciamo la nostra responsabilità di americani, le nostre famiglie, le nostre case e il nostro paese saranno protetti da Dio! Quale più grande benedizione possiamo chiedere?"

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A muovere il racconto è l'episodio nel quale Krusciov si tolse la scarpa e la battè sul banco durante l'assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1960. Un episodio folkloristico che qui però assurge a simbolo dell'autoritarismo e della pericolosità dei russi, nonché a segnale di una nuova fase di recrudescenza nella tensione tra le due superpotenze.

Iconografia biblica: la bestia comunista... si rivela!
Il tema del carattere infido e sleale dei russi era particolarmente in voga tra gli anticomunisti di quegli anni,  proprio allorché Krusciov si era impegnato in una politica di distensione nei confronti degli americani ed aveva condannato pubblicamente i crimini di Stalin. La cosiddetta distensione aveva posto le basi per una futura pacifica convivenza tra le superpotenze: un fatto che inevitabilmente toglieva spinta alla campagna anti-comunista americana e non piaceva ai suoi fautori, i quali cercavano di mettere in guardia l'opinione pubblica: "Attenti, i russi stanno bleffando! Chiedono la pace, ma fanno il doppio gioco!".
Duplicità (presunta) dei comunisti, a cui fa eco la duplicità (molto più concreta) degli yankee: lo scopo ultimo dell'anti-comunismo americano (il suo vero volto!) non era quello di difendere l'America da un invasione dei russi e dalla guerra nucleare, ma di difendere l'establishment americano (e la sua libertà di fare profitto e di dettare le regole) dalle rivendicazioni di tutte quelle parti sociali che ne minavano i privilegi. Un'esigenza che oggi, in un contesto socio-politico ben diverso da quello della Guerra Fredda, non è certo passata di moda in nessuna parte del mondo!


Krusciov agita la scarpa e sbraita: "Noi vi seppelliremo!". In realtà, non  pronunciò mai quella frase, e pare che l'episodio non sia mai stato trasmesso in televisione...

22/07/12

[Kala-tour report]
THINK GLOBAL, BE LOCAL: il tour regionale dei Kalashnikov in Emila-Romagna.
[Puj] Dopo mesi di stop forzato dovuto alle vicissitudini interne al collettivo, lo scorso marzo, siamo tornati in pista, nuovamente pronti per chiuderci in furgone e macinare chilometri. Pochi, ma buoni: siamo infatti andati a suonare in Emilia-Romagna, un buffo tour intensivo della regione, in mezzo a tanti amici e tante amiche. Evviva! 

30/3 Ravenna @ CSA Spartaco 
A Ravenna, tappa antimilitarista per l'omonima settimana organizzata grazie ad una sinergia di spazi e collettivi libertari romagnoli, con incontri, cene benefit e concerti. La serata di venerdì sera allo Spartaco vede ospiti alcuni ragazzi e ragazze di Cagliari che ci parlano della lotta contro l'istallazione di radar sul territorio sardo. La parte musicale é interamente affidata a noi e agli spagnoli Grupo de Riesgo. Gli spagnoli sono in tre, suonano punk veloce noncurante degli ultimi trent'anni di storia della musica.
Come sempre succede, dal pubblico ci chiedono canzoni che non siamo più in grado di fare da anni perché non ce le ricordiamo. Per noi è una cosa abbastanza normale, ma tutti gli altri, giustamente, la trovano un'assurdità. Una ragazza se la prende tantissimo con Sarta perché non suoniamo la canzone che aveva chiesto, lo prende in ostaggio e lo malmena. Viene riportata alla calma da alcuni amici. Per la notte ci rifugiamo in una stanzetta segreta, ingombra di vecchi pc e tavoli da disegno. Ci accampiamo lì e passiamo una notte tranquilla... 

K.Coll. live @ C.S.A. Spartaco (grazie a Nana per la foto!)
Allo Spartaco ci si diverte (ri-grazie a Nana per la foto!)

31/3 Bologna @ Atlantide Occupata 
L'indomani partiamo per Bologna. Sulla strada ci concediamo un pranzo regale in un ristorantello qualunquista chiamato "I Due Cavalli", a base di penne all'arrabbiata (grande classico del collettivo) e vino velenoso. 
Bologna è la città più punk d'Italia e lì si festeggia SEMPRE. La nostra base in città é la casa punk del Marky e di Stefania (Ebola). La si riconosce perché sulla porta é incollata una fotocopia di una fotocopia di una fotografia di Sid Vicious. Arriviamo nel pomeriggio, un po' sfatti per il caldo: è soltanto marzo, ma ci sono 30 gradi e sembra estate! Il nonno é un po' stanco e si riposa qualche minuto sdraiato tra i bagagli in mezzo alla strada.

Il Nonno è stanco.

Dopodiché ci concediamo un giro al mercato della Montagnola, dove incontriamo il vecchio Modi (Intothebaobab), bello pezzato. Il nonno ci porta alla bancarella dei giubbottini fosforescenti dove ha comprato il suo con scritto "Challenge" dietro, per il quale lo sfottiamo da parecchie settimane.  
L'Atlantide Occupata é uno dei quei casotti che sembrano prigioni, e segnano le vecchie porte d'ingresso alla città; si trova in mezzo ad una piazza, circondata dalla carreggiata trafficata e per questo, ad una certa ora della notte sembra un'isola di naufraghi, con tutti i punk assiepati sulla riva. E' strano individuare tra la folla lo stesso punk giapponese che era stato strano trovare a Ravenna il giorno prima, quindi decidiamo di farci due chiacchiere: è Yama, viene da Tokyo. E' in giro per l'Europa e ha deciso di seguire le nostre date emiliano-romagnole. Ci dice che siamo molto conosciuti in Giappone e che ha comprato il nostro ultimo 7" in un negozio di dischi di Tokyo. Vabbé.
La serata segna un miracoloso ritorno, quello dei Pioggia Nera. E' bello rivedere in azione queste rockstar mancate dopo tre anni di latitanza, dovuti a casini vari. L'atmosfera dell'Atlantide è sempre frizzante e tutto si svolge secondo il solito copione di scene confuse inframezzate da poderosi gin lemon con la cannuccia...  

K.coll. live @ Atlantide Occupata (grazie Marzia per le foto!)
13/4 Faenza @ CSA Capolinea 
Tempo da lupi, per la successiva trasferta a Faenza. Piove e ci si gela il culo. Ad un casello carichiamo quello scappato di casa di Modi che si presenta con una ridicola ampolla di grappa. Il furgone della Villa è sempre più simile ad una lattina schiacciata alla quale qualcuno ha cercato di restituire la forma originaria. Il profumo di cane bagnato all'interno è meno pungente del solito e abbiamo reso più confortevoli i sedili con alcune trapunte dai colori sgargianti che gli hanno conferito un ridicolo aspetto da pullmino hippie. C'è solo un lieve problema ai freni (non frenano). Essendo l'autoradio a cassette inutilizzabile (dentro, da un paio d'anni, c'è incastrata una cassetta degli Smiths) ci siamo dotati di ghettoblaster a pile piazzato sul cruscotto. Scarseggiano però i nastri: i migliori sono la colonna sonora di Ghostbusters e Final Countdown degli Europe. 

Modi e la sua buffa ampolla di grappa...

Il Capolinea di Faenza è un'oasi in mezzo alle fabbriche e alla paranoia. Sul palco saliremo noi, LaProspettiva, Crunch e Nofu. Ma prima assisteremo alla proiezione del documentario Torino HC, una retrospettiva sulla scena torinese degli anni '90, che noi tutti abbiamo amato. Per molti degli intervistati però sembra che la musica punk d.i.y. italiana sia iniziata e finita a Torino. Egocentrismo o disinformazione? I Crunch erano una delle anime di quella scena nonché gli autori del Dvd: sono delle sagome, vecchi punkettoni nell'anima, ma i loro pezzi durano un minuto, le pause tra un pezzo e l'altro dieci! Sarà l'età. E sarà la giovane età a rendere i LaProspettiva uno dei gruppi hc più devastanti che ci sia capitato di vedere ultimamente? Anche i Nofu sono bravi e hanno degli ottimi testi. Il cantante si sbatte un casino, malgrado il pubblico sia composto da statue del museo delle cere. Quando si è fatta una certa ora ci accovacciamo sui materassi al piano di sopra. Si uniscono alla banda Modi (che russerrà come un areoplano in avaria) e Matteino (Cancer Spreading, 9/11 jumpers); quest'ultimo, prima di addormentarsi si concede alla sua passione per la pittura, cimentandosi in una natura morta che ci raffigura sul palco:

Il capolavoro di Matteino.


14/4 Rimini @ CSA Grottarossa 
La mattina dopo il tempo è una merda, ci svegliamo infreddoliti e col malditesta. Tommo (Contrasto e LaProspettiva) ci porta a Bertinoro, alla Boutique della Piadina della signora Ines: praticamente, si entra in casa di questa signora, ci si siede al tavolo, lei sbuca dalla cucina e prende le ordinazioni. Fantastiche piadine di tofu e seitan in un ambientino casalingo prepotentemente romagnolo. Tommo continua a prendersi cura di noi e, in quanto persone di una certa età, ci porta alla cooperativa degli anziani a Cesena dove veniamo falciati da una raffica di grappe barricate e non, acquistiamo alcuni dolciumi da oratorio estinti da decenni e conosciamo un signore in pensione che si interessa molto a noi in quanto gruppo rock. Nascosta sotto il gilé infeltrito ha l'attitudine d.i.y. di un anarcopunk (ma non lo sa), così gli regaliamo un nostro disco. Pensiamo che sarebbe bello suonare in un circolo come questo, magari nella sala dei biliardi, per questi simpatici vecchietti ossessionati dalla briscola. 

Alla Boutique della Piadina. L'ultima sulla destra: la signora Ines...

La ciurma naufraga al C.S.A. Grottarossa di Rimini, sotto una pioggia battente. Un concerto tra amici, con i Contrasto, i Crunch, i LeTormenta e i giovani Turn Against. Il Grottarossa è un grosso centro sociale di quelli regolari, con la sala da concerti seria e il palco alto due metri, con l'impianto luci e i camerini. E' buffo vederci dentro noi, i LeTormenta e i Contrasto: sembriamo lì per sbaglio. Ezio (LeTormenta) improvvisa una campagna anti-palco, perché i gruppi suonino giù, al livello del pubblico, ma poi è mosso a pietà per il fonico, che è tutto sudato perché ha appena finito di montare l'impianto sopra il palco. 
Quando ci si imbatte in un palco di questo tipo, simile a quelli della televisione, ci si preoccupa subito di dover suonare meglio del solito. Perché? Noi che saliamo per ultimi, intorno alle due (orario in cui il concerto sarebbe dovuto essere già finito), non ne vogliamo sapere di suonare bene, quindi, non reggendoci in piedi, ci lanciamo nella scaletta a rotta di collo. Alle tre riprendiamo conoscenza, con gli occhi che bruciano, madidi di sudore: il concerto è finito e tutti sono entusiasti. Visto come si fa a suonar bene? Ci allontaniamo nella notte e lasciamo Matteino e Modi spalmati su un divano. Modi ha bevuto talmente tanto che gli esce il sangue dal naso... 

K.coll. live @ C.S.A. Grottarossa, Rimini (Grazie a Rita e Max per le foto!)

[Puj] Per concludere degnamente quest'epopea romagnola, ho preparato un tributo (scritto con il sangue) a due gruppi autoctoni, ai quali ci sentiamo particolarmente legati: Contrasto (da Cesena) e Letormenta (da Forlì), uniti per la storia del punk nel 7" split "la poesia è azione" pubblicato nel 2009: uno dei dischi che resterà per sempre nei nostri cuori!... 

[Free music for punx]
CONTRASTO / LETORMENTA - La poesia é azione (D.I.Y. 2009)
[Puj] La poesia é azione! Nella musica che suoniamo, l'azione, quella che sta dietro agli accordi e ai dischi, é tutto lo sbattimento di gestire e portare in giro la musica. E di farlo ininterrottamente da anni, taaaanti anni. Questo tipo di azione, che sta dietro a band come Contrasto e LeTormenta, rese grandi dall'impegno e dalla passione di chi le anima, è poesia! E' la poesia dei sorrisi di quando ci si incontra, é la poesia dei maldischiena a furia di scaricare e caricare ampli, è la poesia delle notti passate su qualche pavimento gelido ad aspettare di ripartire il mattino dopo per rifare la stessa medesima cosa, senza chiedersi perché. Non è retorica, é... la fottuta realtà! Poi naturalmente c'è l'azione intesa come attività politica, intesa come l'impegno nel portare avanti piccoli/grandi lotte culturali, nel far vivere posti/realtà sempre in bilico sull'orlo del baratro, nel gridare la rabbia verso un sistema di cose marcio e rivoltante. E anche in questo senso queste due band sono da esempio per tutti.
Il fatto che Contrasto e LeTormenta siano due band così vicine tra loro e nel nostro immaginario, ed allo stesso tempo piuttosto distanti dal punto di vista musicale, la dice lunga sul loro valore. Significa che la forma della musica per una volta non prevale sul contenuto, e che le grandi band hanno sempre una forte personalità e non hanno il bisogno disperato di suonare un genere. I LeTormenta con il loro unico hc-folk ecoradicale, influenzato tanto dal pagan-metal quanto dal rock progressivo degli anni '70 e i Contrasto con il loro h.c. poetico e brutale al tempo stesso, intensissimo, spinto allo spasmo, ma sempre libero dai cliché formali del genere, sono due band uniche, che quest'unicità l'hanno sudata in anni ed anni di esperienze.
Benché le intere discografie di Contrasto e LeTormenta rappresentino un grande percorso musicale/esistenziale che inevitabilmente ti segna, noi amiamo più di tutti questo sette pollici perché oltre ad essere bellissimo, raccoglie due band memorabili su un unico pezzo di vinile.


>>> Download CONTRASTO / LETORMENTA "La poesia é azione" split 7" in .mp3 (.rar - 12,5 mb.)

17/07/12

[We talk about... us!]
Kalashnikov Collective su A Rivista Anarchica n. 373 , estate 2012
Sfogliando l'ultimo numero di A Rivista Anarchica ci siamo imbattuti in un articolo a sorpresa sul Kalashnikov collective. Dice cose molto belle, per cui ve lo riportiamo qua sotto...

Prove concrete di organizzazione orizzontale
"Capita di trovarsi tra le mani l'ultimo 7" del Kalashnikov Collettive, eclettico collettivo milanese che da più di un decennio allieta gli squat italici. Vamipirizzati oggi: quattro canzoni che parlano di morte quotidiana e di speranza, di riscossa. Dell'alienazione che avanza, iniettata nelle vene umane da un modo di vivere elle mette sopra ogni altra cosa la corsa al profitto, una spoglia mosca cieca il cui premio è la sopravvivenza. Di lavoro che, nato come mezzo, diventa fine (senza fine) che assorbe e annichilisce. Mentre per un altro giorno, per un altro giorno ancora, si arriva al domani per inerzia, anche se il futuro non riserva un granchè. Mentre il lavoro, l'istituto scolastico che diventa suo precursore, con la stessa dinamica asettica dell'allevvamento intensivo, del carcere, del manicomio, del lager, dello stabulario vivisettorio, tagliano il legame fra la possibile utilità di un'azione e la mansione concreta che invece ci si ritrova costretti a svolgere, fra la possibilità creativa e la lobotomizzazione forzata, "perchè farsi troppe domande rende meno competitivi sul mercato".
E sono solo orde, orde di morti viventi che marciano verso le bocche del forno crematorio perchè è stato detto loro che va bene così, che lacrime e sangue saranno il prezzo da pagare. Non si accorgono di quel che è sepolto negli occhi del vicino: ormai è solo un avversario nella corsa. Corrono, corrono per arrivare primi, o forse perchè per fermarsi è troppo tardi, corrono perchè se tutti intorno a loro stanno correndo un motivo pure ci sarà - quale non è chiaro. Corrono, corrono, e al traguardo non trovano ad aspettarli altro che una tomba vuota con il loro nome scritto sopra.
Se nel più vecchio Dreams for super-defeated heroes i protagonisti erano super-eroi strappati al loro mondo di cellulosa e costretti ad affrontare la dura realtà, in Vamipirrzzati Oggi al centro dell'obiettivo ci sono coloro che si oppongono, in un modo o nell'altro. all'oscura magia che sta trasformando ogni persona si trovi loro attorno in un morto vivente. Formiche che cercano di resistere alla vampirizzazione delle loro vite. Si nascondono negli anfratti del tempo e dello spazio, fuggono verso Croatan o cercano di creare una effimera zona autonoma, la notte escono allo scoperto per "ballare ritmi di vendetta, scandendo le ragioni della loro estraneità". Come scoiattoli si arrampicano con un sasso fra le mani fin sulle pareti delle fabbriche di morte, confidando che quel semplice ordigno possa incepparne i meccanismi, che continuano incessantemente a frantumare le ossa dei padri e dei figli. Sono solo formiche e scoiattoli, ed è qui che sta la loro forza.


E' un mondo psicotico, quello in cui viviamo. I pazzi sono al potere. Da quanto tempo lo sappiamo? Da quanto tempo affrontiamo questa realtà? E... quanti di noi lo sanno? Forse se uno sa di essere pazzo, allora non è pazzo. Oppure può dire di essere guarito, finalmente. Si risveglia. Credo che solo poche persone si rendano conto di tutto questo. Persone isolate, qua e là. Ma le masse... che cosa pensano? Tutte le centinaia di migliaia di abitanti di questa città. Sono convinte di vivere im un mondo sano di mente? Oppure intravedono, intuiscono in qualche modo la verità? Ma, pensò, che cosa significa la parola pazzo? E una definizione legale. E per me, che significato ha? Io la sento, la vedo, ma che cos'è? E qualcosa che fanno, pensò, qualcosa che sono. E la loro inconsapevolezza. La loro mancanza di conoscenza degli altri. Il fatto di non rendersi conto di ciò che fanno agli altri, della distruzione che hanno causato e che stanno ancora causando. No, pensò. Non è quello. Non lo so; lo sento, lo intuisco. ma... sono volutamente crudeli... è quello? No. Dio, pensò, non riesco ad arrivarci, a chiarire il concetto. Forse ignorano parti della realtà? Sì. Ma c'è di più. Sono i loro progetti. Sì, i loro progetti. La conquista dei pianeti. Qualcosa di frenetico e di folle, così come lo è stata la loro conquista dell'Africa, e prima ancora dell'Europa e dell'Asia. [...] Quello che non comprendono è l'impotenza dell'uomo. Io sono debole, piccolo, senza la minima importanza per l'universo. L'universo non si accorge di me, e io vivo serva essere visto. Ma perché questo deve essere un male? Non è meglio così? Gli dèi distruggono coloro di cui si accorgono. Se sei piccolo potrai scampare alla gelosia di chi è grande. (La svastica sul sole, Philip K. Dick)
Un disco che abbandona lo slogan per tentare di sussurrare all'orecchio parole che insinuino il dubbio, al ritmo di ballate post-industriali. Coerenza fra fini e mezzi, scardinamento della concezione dell'artista come eletto, o come idolo da inseguire: l'arte ritorna ad essere pure urgenza esistenziale; la musica va al di là dei cliché di genere, così da potersi focalizzare sul contenuto e sul modo migliore per veicolarlo. Rifiuto delle logiche commerciali in favore di un'autoproduzione vista in primo luogo come necessità di riappropriarsi della propria vita, di non delegare la propria capacità creativa a terzi, ma di usarla invece come trampolino di lancio per la creazione di nuove relazioni umane.
Poi ti capita di assistere ad un loro concerto, coinvolgente come pochi. E, quando tutto è finito, di avvicinarti al banchetto della distro: cd, vinili. fanzines e libri, con a fianco una cassetta per le donazioni. Prezzo libero. Completa fiducia nei confronti dei ragazzi (di ogni età) che sono andati a incontrarli. E la cosa bella - la cosa che ti colpisce - è che, di fronte ad una distro incustodita con un cartello che invita a lasciare quel che si può/si vuole (sia questo denaro o un altro oggetto di scambio) si vede comunque la gente capire il legame di reciproca fiducia e rispetto che questa visione sottende e non approfittare della situazione. Come dire: prove concrete di organizzazione orizzontale. Ed è qui, in queste "piccole" cose - piuttosto che nella (straordinaria) musica in sé - che va forse cercato un senso in quello che i ragazzi del collettivo portano avanti" (Valentino Giorgio Rettore).


Un abbraccio all'autore dell'articolo (Strega-A) e una segnalazione per il suo ottimo blog: www.stregaa.wordpress.com! 

13/07/12

[Free books for punx]
La morbida macchina del nuovo disordine mondiale: tre testi di Sadie Plant.
[Pep] Sadie Plant è una pensatrice che situa la sua riflessione nell'ambito del pensiero cyberfemminista: quest'ultimo costituisce il tentativo di declinare l'oltrepassamento femminista dell'antropocentrismo (inteso quale portato e corollario dell'androcentrismo) nel senso di un'alleanza tra il femminile e il macchinico, laddove una lettura di essi che li situa in un rapporto di affinità e parallelismo conduce ad una de-naturalizzazione del primo e ad una valorizzazione del secondo in quanto vettore di processi post-umanizzanti. Se il filone cyberfemminista muove dal “Manifesto cyborg” (1991) della studiosa californiana Donna Haraway, Sadie Plant ne costituisce un'autrice di indubitabile rilievo, particolarmente attenta alle manifestazioni sociali della figura chiave del cyberfemminismo (il cyborg), cui esso affida le proprie aspirazioni emancipative ed alle strategie messe in atto dalla cultura e dagli assetti politici antropocentrici per neutralizzarne la portata eversiva. 
Il primo testo della quarantottenne pensatrice britannica qui presentato (“Ciberfemminismo. Sostanze pericolose e nuovo disordine mondiale”, realizzato per un convegno del 1994) sviluppa, con incisiva chiarezza, il tema della costituzione antropologica e culturale della donna, in uno stretto parallelismo con l'altrettanto cruciale costituirsi, storicamente progressivo, dell'orizzonte macchinico: parallelo al femminile nel suo porsi in essere, nell'ambito dell'assetto sociale androcentrico-antropocentrico, quale realtà meramente strumentale. In tal senso l'evolversi nella direzione elettronica del mondo delle macchine (il loro progressivo autonomizzarsi dalla posizione di strumento, per farsi perturbatrici dell'orizzonte antropocentrico) costituisce puntuale chiave di lettura, ma anche veicolo della liberazione femminile, laddove quest'ultima si configura come apertura dell'essere umano alla contaminazione con il macchinico, contaminazione agibile in primo luogo, per affinità paradigmatiche e modalità antropologiche e cognitive storicamente indotte, dalle donne (autocostituentesi, dunque, quali cyborg femministe). Dal testo è inoltre evincibile la centralità della problematica delle sostanze psicotrope nel pensiero dell'autrice, per la quale la tossicofilia, e la sua declinazione dipendenziale estrema, la tossicomania, costituiscono altrettante modalità soggettive post-umane: in cui la dimensione cognitiva e percettiva si artificializza, e di cui la dipendenzialità costituisce il versante più coartante e tabuizzato, ma anche il più emblematico, nel suo essere oggettivamente una radicale manifestazione antropologica e sociale del cyborg. Al riguardo si veda il secondo testo che proponiamo (“Tecnologie morbide per macchine morbide: l'interfaccia chimica”, 1999), in cui Plant delinea una storia recente delle sostanze psicoattive (evidenziando la sottesa, totale reversibilità reciproca tra la categoria di droga e quella di farmaco) nei diversi sviluppi civili e militari, sottolineando come la nostra società protegga il suo assetto antropocentrico confinando la figura del cyborg nell'ambito della narrazione letteraria e cinematografica a carattere fantascientifico, e di quella sociale con la figura del tossicodipendente: lo stigma che colpisce quest'ultimo è pertanto leggibile come il tentativo di difendersi dalla figura concettuale del cyborg, in realtà socialmente proliferante, confinandola fittiziamente in un individuo tacciato di devianza e pericolosità (tale stigmatizzazione agisce in particolare, va sottolineato, attraverso il vettore della repulsività corporea: il quale sottende e occulta la percezione di un avvenuto trapasso, mediato dalla droga, verso un orizzonte somatopsichico post-umano). 
Chiude la raccolta un'intervista rilasciata nel 1994 da Sadie Plant alla rivista Decoder (“L'intelligenza non sta più dalla parte del potere”), in cui la pensatrice britannica impernia il suo discorso su concetti quali intelligenza artificiale, interattività ed autoapprendimento, atti a descrivere tanto i computer quanto le droghe, intese quali sostanze xenobiotiche interattive, ma anche esplicativi delle modalità della liberazione e dell'affermazione sociale femminile. Attorno a questa tematica prendono corpo il coglimento di una progressiva e potenziale evoluzione libertaria della società, la legittimazione anti-censoria della pornografia, la critica femminista alla psichiatria, la messa in luce dell'insorgere di una modalità post-organica ed anti-patriarcale della corporeità: nel quadro di un ottimismo politico che non puo' certamente non avere chi si definisce radicalmente e felicemente ex umana. 

08/07/12

[Free books for punx]
Jonathan Safran Foer "Se niente importa: perchè mangiamo gli animali?"
[Sarta] “Se niente importa, non c'è niente da salvare”: si apre con queste parole l'indagine di Jonathan Safran Foer sugli allevamenti di animali negli Stati Uniti. Durata più di tre anni, la ricerca descrive  minuziosamente il ciclo produttivo della carne, dedicando ampio spazio alle varie tipologie di allevamento, pur nella totale disparità quantitativa tra quelli intensivi (circa il 99% della produzione) e quelli a gestione familiare (l'1%, una percentuale irrilevante). Inutile dirlo, è un libro che tutti i carnivori dovrebbero leggere, se non altro per essere consapevoli sui comportamenti che il loro stile di vita asseconda. Dopo i libri di Tom Regan, Peter Singer e Jeffrey Moussaieff Masson, dunque, aggiungiamo un altro tassello fondamentale per il consolidamento di una coscienza anti-specista. 
Ho trovato significativo che questo libro non sia stato scritto da un estremista dell'ALF o da un filosofo benestante di qualche università americana oppure ancora da un freakkettone-yogi che abita sulle montagne. Niente di tutto questo: Foer è un rispettabilissimo signore ebreo, con un altrettanto rispettabile lavoro (lo scrittore) residente nella rispettabilissima (e molto trendy) Brooklyn nella città di New York. Beh, giusto per sottolineare come l'essere vegetariani o vegani non sia una scelta poi tanto radicale quanto piuttosto perfettamente ragionevole. E' alla portata di chiunque, basta grattare un po' sotto l'immaginario bucolico dell'allevatore romantico che nutre con affetto i suoi animali - e poi, sì, li manda al macello ma li fa fare una vita tranquilla e gioiosa - per scoprire quanto la prassi dell'allevamento industriale (da cui proviene anche in Europa la quasi-totalità della carne che troviamo nei supermercati) generi un orrendo grumo di crudeltà, alienazione e inquinamento, che questo sistema assurdo e malato lascerà in eredità ai posteri.
Vi mettiamo qui sotto scaricabile un capitolo del libro, in cui si descrivono i sistemi di “smaltimento” (le virgolette sono d'obbligo) degli escrementi dei suini negli allevamenti intensivi. Potrebbe essere persino divertente, se non fosse tragico...

30/05/12

[Free music for punx]
"Tra migliaia di disgrazie, ne ho scelta una: sono nato in U.R.S.S.! Sono nato in U.R.S.S.!". La New Wave sovietica degli anni '80!
[Puj] Certo che è esistita una New Wave russa! Si chiamava Tusovka, parola in slang che, più o meno, significa "gran casino". Fu lo specchio di un'epoca di stravolgimenti politici e sociali (gli anni '80), che, secondo i calcoli di alcuni, avrebbero dovuto portare alla modernizzazione dello stato e della società sovietica, ma, nella realtà, altro non fecero che condurre il sistema socialista allo sfascio. Gli anni '80 furono il primo periodo autenticamente creativo per il rock sovietico, che per tutti gli anni precedenti si era limitato a replicare pedissequamente lo stile dei gruppi occidentali. In effetti, le poche rock-band che suonavano in Russia tra gli anni '60 e i '70 avevano un repertorio costituito prevalentemente da cover, che cercavano di eseguire il più fedelmente possibile. Tutto questo trova senso se si pensa che all'epoca non era per nulla semplice reperire in Russia i dischi occidentali e quindi i gruppi sostanzialmnte facevano da juke box. 
Il rock in Russia arriva negli anni '50, all'epoca degli stilyagi (i "maniaci dello stile", i giovani alla moda rock occidentale), ma la sua circolazione é affidata al mercato (nero) dei dischi pirata dei musicisti occidentali, incisi sulle lastre delle radiografie. La carta plastificata delle rediografie era materiale diffuso ed economico, sul quale i contrabbandieri di musica incidevano (con risultati probabilmente agghiaccianti) copie dei vinili di grido. Questi macabri flexi-disc ante-litteram venivano chiamati "costole", proprio perché spesso erano lastre di radiografie di costole rubate dagli ospedali! Gli stampatori abusivi di musica, in quegli anni, rischiavano grosso: dai tre ai cinque anni di reclusione nei campi di lavoro! 
Il rock restò, almeno fino alla metà degli anni '80, un fenomeno necessariamente underground, e le band che riuscirono ad emergere dall'anonimato furono davvero poche (e costrette a prestare molta attenzione alle proprie scelte artistiche per non scontentare i funzionari del Ministero della Cultura). Questo fatto trova spiegazione soprattutto nel severo controllo che il regime esercitava nei confronti di tutte le espressioni artistiche. Tutto in Unione Sovietica era regolato da una burocrazia asfissiante: i musicisti, ad esempio, erano rigidamente distinti tra amatoriali e professionisti; ai primi era vietato guadagnare denaro con la propria attività, esisbirsi in sale concerti ufficiali, essere supportati dalle Agenzie Culturali, comparire in tv o passare alla radio. Al massimo potevano essere sostenuti da qualche fabbrica, scuola o circolo di lavoratori, e suonare per qualche iniziativa locale, naturalmente autorizzata dall'alto. Sostanzialmente, potevano fare la musica che pareva loro, ma non avevano la libertà di suonarla in pubblico. I professionisti, al contrario, avevano accesso agli ambienti artistici ufficiali e ai media, ma dovevano impegnarsi a garantire un certo numero di concerti al mese per poter guadagnare abbastanza per vivere (come un qualsiasi lavoratore). Tuttavia, per ottenere l'autorizzazione ad esibrisi, dovevano presentare il proprio "show" ad un Consiglio Artistico che avrebbe valutato il potenziale commerciale della proposta, gli ideali espressi e naturalmente la preparazione tecnico-strumentale dei componenti. Se un gruppo veniva respinto poteva ripresentare lo spattacolo con gli aggiustamenti del caso. Se però falliva un'altra volta, allora doveva cambiare Commissione, ovvero città.
Con queste premesse si capisce perché suonare musica interessante risultasse tremendamente difficile in USSR. Malgrado tutto, a suonare rock, qualcuno ci provò; senza grande creatività comunque, considerato che, come già detto, per molto tempo le band si accontentarono di passare per le copie sbiadite e odorose di borsch dei gruppi occidentali.
Il rock sovietico cominciò ad assumere una personalità più marcata a metà anni '70, con alcune band che scelsero di utilizzare regolarmente la lingua russa nei testi. Le band capostipiti del nuovo rock russo furono principlamente due: i Mashina Vremeni (Macchina del Tempo) e gli Akvarium. Non fu tanto la musica (non proprio originale, né trasgressiva) a determinare il successo di queste due band, bensì i testi, nei quali cominciavano ad emergere sentori di disagio uniti ad un certo pessimismo di fondo (nel quale molti giovani russi si identificavano), il tutto naturalmente sgradito ai burocrati. Per questo suo cattivo carattere, il nuovo rock russo entrò subito nel mirino delle autorità, le quali, per la prima metà degli anni '80, si ostinarono ad arginarne duramente la portata e a censurarne gli esiti più scomodi, spesso con risultati del tutto controproducenti. Negli anni della perestroika di Gorbaciov (dopo il 1985) si assistette ad una maggiore apertura delle istituzioni nei confronti dei fermenti (sotto)culturali. Fu un'epoca di grandi entusiasmi, una vera e propria primavera artistica, tanto gioiosa quanto effimera, considerati i profondi cambiamenti che avveranno nella società russa al tramonto del socialismo...

Alcuni esempi di "costole", i dischi di rock'n'roll pirata degli anni '50 incisi sulle radiografie...

Un misterioso gruppo rock dell'Armata Rossa si esibisce in caserma (anni '60?).


I Mashina Vremeni in concerto nel 1984 allo stadio di Vladivostok, nell'estremo est russo...

Gli Akvarium nei primi anni '80.


[Soviet new-wave - 1]
TELEVIZOR (Leningardo) -  Ше́ствие рыб (LP 1985-88)
Potremmo parlarvi degli Alisa, degli Zoopark o dei Kino, o di altri idoli delle adolescenti  sovietiche degli anni '80, ma preferiamo partire dai più tenebrosi Televizor di Mikhail Borzykin. Perché furono, tra le band new wave, la più indisciplinata. I Televizor si formarono a Leningrado (odierna San Pietroburgo) nei primi anni '80 quando Borzykin lasciò la scuola per dedicarsi anima e corpo alla musica. Borzykin era un tipo problematico e inquieto, e i Televizor lo rispecchaiarono fedelmente: non riuscirono mai ad accettare i compromessi che vennero loro imposti. Furono autori di pezzi stranamente (ed incoscientemente) espliciti nell'attaccare il potere: l'inno ingenuo ma sincero di "Sfuggi al controllo", "Siamo in marcia", "Il pesce puzza dalla testa" (proverbio russo che significa: la corruzione sta ai piani alti del potere), "Sono stufo" e soprattutto "Nostro papà è un fascista" (papà è Stalin, naturalmente).    
Per comprendere il ruolo che una band come i Televizor ebbe nella scena rock di Leningrado e di tutta la Russia, occorre spiegare che cosa significasse suonare rock in Unione Sovietica nei primi anni '80 allorché le rock band crebbero di numero destando le preoccupazioni del regime. Dalla critica tradizionalista, il rock era considerato musica amatoriale e borghese, per giunta figlia dall'occidente corrotto e capitalista. Per risolvere drasticamente (e stupidamente) il problema della proliferazione incontrollata dei gruppi rock, nel 1983, fu deciso che da allora in avanti il repertorio di ogni gruppo musicale avrebbe dovuto essere composto da canzoni scritte da membri dell'Unione dei Compositori. L'Unione Compositori era un'elite di musicisti professionisti di formazione accademica dediti alla musica popolare ufficiale. I compositori di alcune band decisero di tentare l'ammissione all'Unione, ad alcuni andò bene, ad altri male, ma in entrambi i casi tutte le band furono costrette a scendere a compromessi umilianti. Le esibizioni dei gruppi che non eseguivano brani "d'autore" vennero quindi vietate. Al rock underground restava un'unica strada: i rock club ufficiali. Si trattava di riserve indiane nelle quali le band potevano esibirsi, ma sempre sotto il controllo, più morbido (ed ugualmente sgradevole), di un gruppo direzionale e del locale Komsomol. Anche qui però l'ammissione delle band era subordinata ad una audizione di fronte ad una giuria selezionata. Da ciò si capisce che anche nei rock-club si respirava l'odore stantio della burocrazia e delle gerarchie amministrative. Anche tra gli stessi musicisti i rapporti non erano semplici: i più anziani godevano di maggior credibilità e fiducia da parte delle istituzioni, ed esercitavano un ruolo quasi paterno verso i più giovani, che dovevano seguirne i consigli e masticare amaro, anche perché spesso i musicisti più grandi, per paura di guastare i rapporti con gli amministratori (e il loro status di band arrivate), svolgevano un'attività di censura nei confronti dei gruppi più giovani.

La copertina dell'album dei Televizor: fa tenerezza nella sua ingenuità...
I Televizor, che erano tra i gruppi sfigati, ignorarono regolarmente ogni tipo di divieto e di intimidazione: a Borzykin fu chiesto in svariate occasioni di non cantare pezzi come "Sfuggi al controllo", ma lui se ne sbatté sempre. Una volta, durante "Il pesce puzza dalla testa" indossò una maschera di Gorbaciov (tanto perché nessuno potesse fraintendere il messaggio della canzone!). A causa di siffatta condotta, i Televizor vennero banditi a ripetizione da ogni concerto e per mesi non poterono suonare. Il risultato non fu però quello sperato dalle aurotrità, (ovvero di intimidire gli altri gruppi), fu piuttosto l'inverso: una nuova generazione di band di Leningrado prese coraggio e decise di fare di testa propria, gridando ai quattro venti "il governo fa schifo" e altre amenità indigeste. I Televizor, con il loro esempio, avevano aperto una breccia e tutti gli altri ci si erano infilati ben volentieri.
Il disco "Ше́ствие рыб" è il classico dei Televizor: fu registrato nel 1985, a ridosso del buon successo che la band aveva ottenuto agli esordi sul palco del rock-club di Leningrado, ma non fu pubblicato, a causa del trambusto che provocarono i successivi live. Solo tre anni dopo, nel 1988, il clima si fece favorevole all'uscita dell'album. Si tratta di un vero classico del post-punk russo, gelido e preso male, ma con un inconfondibile tocco soviet-disco... 

Mikhail Borzykin fa del suo meglio, malgrado il tendaggio della scenografia...

STRANNYE IGRY (Leningrado) - Смотри в оба (LP 1985)
Restiamo al rock-club di Leningrado per parlare dei Strannye Igry che animarono anche se per pochi anni, la scena rock underground della città. Devo innanzitutto ringraziare il mio amico Maksim di Mosca che mi ha inviato il vinile della band, della quale ancora ignoravo l'esistenza. I Strannye Igry (Giochi strani) si formarono nel 1981 e non furono una band di ribelli: dopo aver trascorso mesi a suonare in varie situazioni tipo matrimoni e ristoranti (le uniche ammesse per i gruppi amatoriali) per racimolare qualche rublo (illegalmente) ed acquistare la strumentazione, si chiusero sei mesi in sala prove per mettere a punto il loro esordio ufficiale al Club della Musica Moderna nel Palazzo della Cultura di Leningrado (chissà che atmosfera frizzante!); in quell'occasione suonarono con i già celebri Aquarium, una delle più apprezzate band del rock sovietico. Diedero loro la merda, si racconta.
Erano una specie di collettivo formato da sette musicisti e performer, gente colta, con una certa ambizione...  Ascoltandoli, però, danno l'idea di essere un gruppo di cabarrettisti ubriachi di vodka. Incarnarono una caratteristica della Tusovka, cioé quella fusione tra musica, teatro e cabaret che era tipica di molti gruppi e contribuiva a rendere più comunicativi i concerti e a differenziare le nuove band dalle vecchie orchestre da ristorante tipiche dell'Urss.
Ciò che rende interessante gli Strannye Igry non è tanto la loro storia, ma il loro stile: noti per essere stati il primo (ed unico?) gruppo ska/rockstaedy della russia comunista, nulla hanno in realtà a che fare con il classico sound 2-tone dello ska europeo. Li definirei piuttosto un ibrido miracoloso tra Madness, Kraftwerk e Magma. Il miracolo sta nel fatto che tutto gira a meraviglia! Artemy Troisky (divulgatore del rock russo in occidente negli anni '80) ci introduce così gli Strannye Igry: "Il gruppo conteneva un miscuglio di individualità molto diverse, ognuna singolarmente una figura forte. Sfortunatamente l'abbondanza di personalità non poteva aiutarli quando si trattava di scrivre buoni testi e così gli Strange Games utilizzavano i versi dei poeti occidentali modernisti (tradotti in russo naturalmente!). La voce era un altro problema - quasi tutti cantavano nel gruppo con un proprio stile e con uguale mediocrità. Per essere più chiari non c'era un leader nella band oppure ce n'erano troppi... il che li condannò ad una breve durata (lo scoglimento avvenne infatti nel 1985). Sul palco tuttavia erano magnifici - comici, caotici, impetuosi. Si sgomitavano a vicenda dal microfono, si scambiavano gli strumenti, provocavano il pubblico... ma la loro anarchia era finemente organizzata".  
"Sguardo affilato", uscì nel 1986, quando il gruppo era già al capolinea: dalla copertina ci scrutano gli occhi di una tigre siberiana; guardando meglio nelle pupille si nota il riflesso di un uomo armato di fucile. Se la copertina é folle, lo é altrettanto il contenuto. A chiudere l'album una cover assurda di Felicità (sì, Al Bano e Romina). Buon ascolto!

Gli Strannye Igry sul palco del rock-club di Leningrado non lesinano in effetti speciali...


ZVUKI MU (Mosca) - s/t (LP 1989)
Ci spostiamo nella capitale e parliamo degli Zvuki Mu, una delle più innovative rock band sovietiche degli anni '80. Tanto innovativi che il loro primo vero album ufficiale fu prodotto da Brian Eno e distribuito in Europa. In effetti il loro sound ricordava i Talking Heads, sebbene strafatti di vodka. 
Il leader e cantate Peter Mamonov, si presentava come un eroe tragicomico tutto sovietico: un poeta, ma nelle vesti del più comune ubriacone di strada. Non fu semplice per lui, musicalmente analfabeta e incline all'alcoolismo, trovare compagni per formare una band: il primo ad essere arruolato fu il fratello, Alexey, che però beveva più di lui. La vera  fortuna di Mamonov fu quella di incontrare il ricco trafficante d'arte Sasha Lipnitsky, che non solo imparò a suonare il basso ed entrò nella band, ma investì parecchi soldi per finanzairne l'attività. Grazie alle tasche bucate (ma ben fornite) di Lipinitsky e alle leggendarie esibizioni autolesioniste di Mamonov, in poco tempo gli Zvuki Mu conquistarono lo status di cult band dell'underground sovietico. I Mu erano il classico mix improbabile quanto riuscito: due alcolizzati (i fratelli Mamonov), un ricco nullafacente disadattato (Lipinitsky), un adolescente pieno di ottuso entusiasmo (il batterista Afrika) e un fedele hare-krishna, astemio e vegetariano (il tastierista Pavel); era abbastanza scontato che ne uscisse qualcosa di interessante!  Artemy Troisky in "Tusovka: who is who in the new soviet rock culture" (1990) ci racconta un aneddoto divertente sulla band, ritratta durante una delle sue prime trasferte al di fuori dei confini sovietici: "I viaggi all'estero sono un test per ogni cittadino sovietico e normalmente provocano strane metamorfosi nelle persone. I radicali diventano di colpo conformisti, gli intellettuali si lanciano nello shopping, i chiacchieroni si calmano, le creature mansuete si mettono a fare un mucchio di rumore. Aspettavo con ansia la reazione degli Zvuki Mu a questa esperienza. Li ho seguiti durante il loro primo tour all'estero, un festival rock in Ungheria. Posso dire che la loro integrità non venne toccata dalle nuove comodità. Camminavano per le strade pulite di Budapest come selvaggi, trasandati e sporchi, e la popolazione locale li scambiò per rifugiati rumeni. Non erano però preparati alla vendita libera degli alcolici. Sulle prime, quando videro un bar in cui si poteva acquistare vino senza fare la coda, fedeli alla tradizione russa, si riempirono di vino più che poterono e ne portarono ancora via di scorta. Quando capirono che non c'erano code da nessuna parte e che l'alcol non mancava si rilassarono completamente e cominciarono a bere come spugne (con l'eccezione di Levushka il batterista vegetariano e hare-krishna). Poco prima dell'inizio del loro concerto qualcuno portò in camerino una cassa di birra e la lasciò lì senza commenti. Per un po' i Mu le girarono intorno sospettosi, pensando che ci fosse stato un errore,  ma quando scoprirono che era per loro ed era gratis la birra sparì in cinque minuti esatti. Il chitarrsita Alexey si addormentò: Peter cercò di svegliarlo per andare in scena. Alexey non lo riconobbe subito e voleva picchiarlo; allora Peter lo trasportò di peso sul palco visto che non si parlava di farlo camminare... Alla fine gli Zvuki Mu diedero uno spettacolo brillante, probabilmente il miglior concerto di tutto il festival!". 
Qui sotto trovate il disco del 1989 prodotto da Eno: un post-punk incline alle atmosfere levigate del pop occidentale, decisamente più addomesticato rispetto ai live della band, ma ugualmente interessante...
 
Gli Zvuki Mu a colazione dopo una nottata difficile: Peter Mamonov (l'ultimo sulla destra), é quello messo peggio, ma Lipnitsky (il primo sulla sinistra) lo segue a ruota; tant'é che il tastierista Pavel (al centro), lo osserva preoccupato. Irreprensibile e fotogenico Alexey Mamonov (il secondo da sinistra) ma lo tradisce una certa fissità nello sguardo. Vivace invece il batterista Levushka (il secondo da destra): perché astemio!
AGATA KRISTI (Sverdlovsk) -  Второй фронт (LP 1988)
Anche la Siberia ebbe la sua new wave, con epicentro a Sverdlovsk. Da questa città (che oggi si chiama Ekaterinburg), la terza più popolosa dell'immensa nazione sovietica, provenivano le band di maggior successo della provincia siberiana: i Nautilus Pompilius e gli Agatha Kristi. I primi, capitanati dal tenebroso cantante Vyacheslav Butusov, sono stati un gruppo di grande fama, molto apprezzati dalla critica, ma risultano alle nostre orecchie abbastanza commerciali; più divertenti furono invece i secondi, che negli anni '80 suonavano una specie di hard-rock gotico disperatamente retrò (a tratti sembrano un giurassico gruppo di rock progressivo).
I futuri componenti degli Agata Kristi s'incontrano nel 1984 alla Facoltà di Radioingegneria del Politecnico degli Urali a Sverdlovsk e mettono in piedi una band dal nome ridicolo di "VIA UPI RTF" (ovvero: Orchestra Vocale-Strumentale della Facoltà di Radioingegneria dell'istituto Politecnico degli Urali"). A proposito della sigla VIA, é necessaria una digressione: in Unione Sovietica questo acronimo (le iniziali in russo di "Orchestra vocale-strumentale", appunto) indicava ufficialmente tutte le band di "musica leggera" (un po' come da noi la parola "pop"). La sigla si diffuse negli anni '60 per indicare i primi complesi beat e le orchestrine rock. Essendo i termini "beat" e "rock" di matrice occidentale quindi sgraditi alla burocrazia sovietica fu coniato il termine VIA, che presto divenne sinonimo di un soft-rock zuccheroso e vacuo, molto apprezzato dai critici di partito. Per i vent'anni successivi i gruppi VIA rappresentarono il nemico da abbattere per tutti i veri rocker dell'Urss!
Dopo ben tre nastri registrati con quell'imbarazzante acronimo, grazie a dio, la band cambia nome in Agata Kristi, come la scrittrice di gialli, che evidentemente sui giovani russi esercitava un fascino quasi trasgressivo, non come da noi in occidente, dove é sempre stata letteratura per ottuagenari. Inotre, A e K erano le iniziali del nome del leader della band, Alexander Kozlov, quindi tutto filava a meraviglia. 
Nel 1988 gli Agatha Kristi pubblicano il loro primo album, che si intitola "Secondo fronte" ed é una raccolta di canzoni horror-kitsch con testi del tutto disimpegnati; storielle decadenti dai titoli come "Gnomi cannibali", "Pantera", "Acqua stagnante" e "Lupi neri". Per gli adolescenti sovietici, abituati al grigiore del pop ufficiale, questi testi morbosi e un po' assurdi furono una vera manna dal cielo! Tant'é che presto gli Agatha Kristi divennero una band nota ed apprezzata, e lo restarono fino ai giorni nostri, o almeno fino al loro scioglimento, avvenuto nel 2010. 

Gli Agata Kristi imitano (malamente) i Cure in una foto dei primi anni '90. Sopra in versione Spandau Ballet tamarri ottengono i medesimi risultati.

Russian Rock Underground (Documentary - Italy/Canada 1988)
Tra il gennaio e il febbraio del 1988, un canadese (Peter Vronsky) e un italiano (Sergio Pastrello) girano un reportage sul rock russo negli anni della glasnost, dal titolo non troppo originale di "Russian Rock Underground". Un piccolo capolavoro che fotografa al suo zenith un'epoca fugace e vitale. Dentro ci trovate interviste a Boris Grebenshikov degli Akvarium, a Mikhail Borzykin dei Televizor e ai Nebo i Zemlya (un notevolissimo, ma misconosciuto gruppo punk che ci offre un memorabile live semi-clandestino in una scuola). Ah, c'é anche Marquisa, la new sensation dell'heavy metal moscovita, un clip degli Zvuki Mu con un allucinatissimo Peter Mamonov e uno degli Auktion, che  sembrano una caricatura dei Police. Imperdibile? Assolutamente sì!