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12/05/16

[we speak about...your letters!]
Le vostre lettere su Radio Ondarossa
[Sarta] E' da qualche tempo che, complici Valeria e il losco figuro romano che corrisponde al nome di Fantasma, abbiamo lanciato una simpatica iniziativa che allieterà (?) le vostre/nostre esistenze. Si tratta de “Le vostre lettere”, una specie di rubrica ospitata all'interno di DIY Invasion sulle frequenze di Radio Onda Rossa, la storica radio romana nell'etere dal 1977. In cosa consiste? Vi chiediamo in pratica di inviarci dei racconti/poesie/storie scritte di qualsiasi genere o ambientazione, purché brevi: ce li ciuccieremo per benino risputandoli fuori sotto forma di onde sonore. Sissì: con grande dedizione verranno recitati dalla prode Valeria e musicati dal vostro amato/odiato collettivo Kalashnikov, assumendo forme e significati inediti, sorprendenti ed imprevedibili. Non chiedetevi il perché di tutto questo, piuttosto - presto, compagne e compagni, non esitate
! - inviateci i vostri racconti! Non assicuriamo ovviamente di recitarli e musicarli tutti ma, insomma, faremo il possibile.

L'iniziativa è già avviata non sappiamo quali pieghe prenderà: una prima tranche di racconti ha già subito la metamorfosi da pagina scritta a operetta sonora, tant'è che il buon Fantasma ha ospitato a turno uno di noi in radio, tramite collegamento telefonico, in ben tre puntate di DIY Invasion per presentare i primi altrettanti racconti. Ne sono venute fuori delle simpatiche chiacchierate, più o meno interessanti, più o meno logorroiche, più o meno imbarazzate, che potete ascoltare direttamente sul sito della radio. Noi, più sinteticamente, vi mettiamo qui sotto i racconti che via via componiamo, commentati e pronti per l'ascolto: fatene saggio uso!

"Le vostre lettere"
Il primo racconto è "l'episodio pilota", il numero zero, la genesi di tutto: "Le vostre lettere" è l'annuncio della "chiamata alle armi" rivolto a voi là fuori che - lo sappiamo! - avete tanti racconti scritti nel cassetto ma che, per vari motivi, non li avete ancora fatti leggere a nessuno.
Ascolta la puntata di DIY Invasion su Radio Onda Rossa (ospite Valeria Disagio)

"Milano antartica"
Il secondo racconto è il breve diario di una partigiana della Milano antartica post-nucleare. Tra riflessioni su uomini e donne, femminismo, guerriglia, si parla anche della base missilistica ai Giardini pubblici Indro Montanelli.

"Non credo - bozza di una sceneggiatura per un film di guerra (senza la guerra)"
Questo racconto, già inserito nel nostro 10'' split "Come il soffitto di una chiesa bombardata" con gli amici Contrasto, è l'allucinazione da trincea di un soldato senza nome. La guerra di ogni giorno trasfigurata come se fosse la sceneggiatura surreale di film privo di epica ed eroi, dove il nemico/protagonista è presente ovunque, ma non si vede mai.
Ascolta la puntata di DIY Invasion su Radio Onda Rossa (ospite Sarta)


"Marchionne deve morire: la rivoluzione dei 10.000 gatti kamikaze che assomigliano ad Hitler"

Qui invece siamo dalle parti di Philip K. Dick: un buffo racconto, divertente e inquietante allo stesso tempo, dove i piani della realtà si moltiplicano, dove pazzia, mutamenti della personalità e complotti la fanno da padrone. Protagonisti una gattara, una veterinaria svenevole, un gatto dal nome altisonate e un segreto inconfessabile.
Ascolta la puntata di DIY Invasion su Radio Onda Rossa (ospite Valeria)


"Reset - Favola animalista"

Ed infine, un racconto sulla fine della supremazia umana: cosa accadrebbe agli animali sulla terra se tutti gli uomini, d'un tratto, scomparissero? La storia incrociata di un dio distratto, una mucca, il cane Focaccina e la gatta Yumi.
Ascolta la puntata di DIY Invasion su Radio Onda Rossa (ospite Valeria)

07/09/15

[we talk about...antispecism!]
TILIKUM! Bollettino per la liberazione animale, umana e della terra
[Pep] "Tilikum è il nome di un'orca islandese che ha opposto resistenza aggressiva ai propri allevatori: non stupisce che questo nome sia quello del bollettino antispecista del gruppo “La Lepre per la liberazione animale, umana e della terra”, che il K.C.H. segnala ai propri lettori. Il baricentro del progetto appare quindi essere il tema della “restituzione di soggettività” agli esponenti del mondo animale non umano (ri-letta primariamente come riappropriazione di soggettività autonomamente agita da parte di loro stessi), in concomitanza con i progetti di soggettivazione resistenziale interni al mondo degli animali umani. I due mondi, rivelantisi in realtà uno, segnato da tensioni oppressive, sono oggi attraversati da sempre più frequenti dinamiche di alleanza, variamente agite. Colpisce alla lettura della rubrica “Animali ribelli. Storie di resistenza animale” la coestensività strutturale tra le dinamiche di oppressione/resistenza rispetto alla problematica dei diritti del “mondo animale” e di quello umano: contestando Tilikum il tentativo di reificazione benigna della soggettività “diversa”, che attraversa la nostra società e caratterizza in modo evidente tutte le forme di antispecismo riformista. Colpisce al riguardo l'episodio di Kerala (gennaio 2015) : “Elefante fuori controllo. Nel titolo del video si parla di un elefante matt-. Spesso la violenza di chi si oppone alla propria schiavitù non viene letta per quello che è, resistenza, ma viene fatta passare come follia. Se lottare per la propria liberazione è follia, allora ogni animale umana ribelle è anche folle!”: atto ad evidenziare il nesso tra la nozione di follia e qualsiasi devianza attiva. Nel proprio Credo James Graham Ballard, sottolinea il portato artistico di ogni devianza, confermando il nesso strutturale tra dimensione artistica e dimensione radicale, ed evidenziando lucidamente il gesto dell'elefante del Kerala, quale ennesimo atto di insensata bellezza: “Credo nella pazzia, nella verità dell'inesplicabile, nel buon senso delle pietre, nella follia dei fiori, nel morbo conservato per la razza dagli astronauti di Apollo. Credo nel nulla. Credo in Max Ernst, Delvaux, Dalì, Tiziano, Goya, Leonardo, Vermeer, De Chirico, Magritte, Redon, Durer, Tanguy, Fateur Cheval, Torri di Watts, Böcklin, Francis Bacon e in tutti gli artisti invisibili rinchiusi nei manicomi del pianeta” (da Re/Search edizione italiana “J.G.Ballard”, Shake Edizioni Underground, 1994).
Altrettanto significativo l'articolo sull'islamofobia: portata avanti dai leghisti odierni e dai conservatori essa consiste nell'attivare socialmente una dinamica proiettiva, onde purificarsi fittiziamente delle proprie iniquità' assegnandole all' immagine “straniera” del migrante di religione islamica. Nello specifico versante antispecista di tale processo sociale l'elemento posto sotto accusa è la “macellazione “Halal” giudicata peggiore di quella “Occidentale” che andrebbe invece legittimata. Ma come scrive la pensatrice ecofemminista Luisella Battaglia, citata da Tilikum: “La nostra macellazione, invece, è un atto meramente tecnico, obbedisce a preoccupazioni funzionali e a finalità di natura pratica, la sua etica mira a garantire l'osservanza di talune regole minimali, come la riduzione della sofferenza evitabile a garanzia della salubrità delle carni; non rinvia ad alcuna fede o a sistemi di valori, vuol solo essere efficiente e in ciò risiede la sua laicità. Perchè dovremmo considerarla moralmente superiore? Il problema nasce dal fatto che oggi la macellazione rituale è inserita in una logica commerciale e industriale che obbedisce a parametri di efficienza e produttività, dove la difficile compatibilità tra rispetto della ritualità e mercato è destinata inevitabilmente a provocare negli animali sofferenze aggiuntive”.
Per cogliere la dimensione anti-istituzionale del problema si veda l'interessante testo sulla Fao: lo stesso Franco Basaglia, tra i punti di riferimento del pensiero anti-istituzionale, così si esprime, nel 1971, sulle istituzioni, con particolare riferimento alla FAO: “La malattia, la devianza, la fame, la morte, devono diventare altro da ciò che sono, perché la contraddizione che esse rappresentano possa risultare una conferma della logica del sistema in cui sono inglobate. Alla morte si può allora rispondere con la scienza della morte, alla fame con l'organizzazione della fame, mentre la morte resta morte e la fame, fame; non esistono risposte ai bisogni chi che si tenta è sempre e solo la loro organizzazione e razionalizzazione. La Fao, come risposta ideologica alla realtà della fame, lascia inalterata la realtà dell'affamato, lasciando inalterato il processo che produce insieme fame e abbondanza. Così l'organizzazione della malattia non è la risposta all'ammalato e chi tenta- in questo contesto- di rispondere al bisogno primario (chi tenta di rispondere alla malattia e non alla sua definizione e organizzazione) viene accusato di negare l'esistenza del bisogno stesso, quindi di negare l'esistenza della malattia nel momento in cui non la riconosce nel “doppio” che ne è stato fabbricato. E' attraverso questo processo di razionalizzazione e organizzazione dei bisogni che l'individuo è privato della possibilità di possedere sé stesso (la propria realtà, il proprio corpo, la propria malattia). [...] In questa dinamica l'individuo non può arrivare a possedere la propria malattia ma vive la sua collocazione nel mondo come malato; vive cioè il ruolo passivo che gli viene imposto e che conferma la frattura fra sé e la propria esperienza”.
Così si esprime oggi puntualmente Tilikum: “Nel rapporto [Fao World Livestock 2011] importante è l'obiettivo di rendere più efficienti i sistemi zootecnici, soprattutto quelli dei paesi in via di sviluppo e le proposte, guarda caso, coincidono con quelle adottate nei grandi allevamenti intensivi occidentali: una miglior salute degli animali raggiunta tramite abuso di antibiotici e farmaci, una miglior gestione dei pascoli equivalente a un minor impiego di terreno a parità di animali allevati, una miglior collocazione dei prodotti sul mercato che richiede infrastrutture e tecnologia più avanzata”.

Chi volesse saperne di più e leggere il bollettino, faccia un salto qui.

07/03/14

[we talk about...antispecism!]
Il Salto. Spunti di analisi e critica sulla tematica animalista (2009)
"Nei primi anni Novanta certe tematiche e pratiche, affrontate in questo libro, cominciavano a conoscere una grande diffusione e visibilità a livello internazionale, ma in Italia erano materia di interesse e dibattito solo in circoli minoritari. Si era in pochi ad aver maturato la coscienza che dietro alla sofferenza animale, sfruttato e torturato, vi è il continuo rafforzamento delle multinazionali farmaceutiche, e lo sviluppo di precisi progetti scientifici in campo militare e in quello delle biotecnologie, anch'esse legate ad una continua ricerca di nuovi tipi di armi. La tematica animalista era pressochè monopolio delle associazioni riformiste, mentre in ambito rivoluzionario era accolta con disagio e sufficienza, talvolta con derisione".
[Pep] Il volume che il Kalashnikov Collective Headquarter presenta ai lettori costituisce un rilevante punto di svolta nella storia dei movimenti libertari italiani: uscito per la prima volta nel 1995 a cura di Antonio Roberto Budini, infine riedito nel 2009 per le Editziones Arkiviu bibrioteka T. Serra, e contenente un'ampia raccolta di articoli italiani ed esteri sull'antispecismo radicale, costituì lo snodo teorico attraverso il quale i movimenti anarchici italiani cominciarono ad impadronirsi sistematicamente delle tematiche antispeciste, laddove il loro troppo elevato grado di ideologismo e, dunque, di fissità identitaria li aveva resi scarsamente penetrabili da un liberazionismo animale che nei contesti europei già metteva solide radici negli anni Settanta. Si potrebbe infine insinuare che in quegli anni il liberazionismo animale si sviluppasse in particolare presso gli ambiti improntati al riformismo ed alla moderazione in ragione non del più basso grado strutturale di specismo da parte di questi ultimi, ma piuttosto del contrario. 
 
Così infatti si esprime Rustichello da Pisa nella nuova introduzione del 2009: “Per colpa delle associazioni riformiste l'animalista finiva col diventare una figura sgradevole agli occhi di coloro che sono capaci di provare sentimenti di vicinanza e fratellanza oltre che per teneri e innocenti animali anche per altri esseri umani che spesso non sono né teneri né tantomeno innocenti, ma che sono comunque vittime dell'oppressione”, evidenziando come il veicolo dell'auspicabilità della “liberazione animale” sia spesso in realtà proprio la squalificazione degli animali stessi sulla base di un ribaltamento benigno del pregiudizio specista atto a ri-configurare chi ne è oggetto quale buono, tenero e inoffensivo deprivandolo quindi di qualsivoglia reale valenza contestativa rispetto all'assetto identitario della specie straight. Tale strategia mistificatoria in ambito umano colpisce in particolare la figura dell'handicappato, specialmente mentale, laddove all'inevadibile cappa sanitarizzante che ne ipoteca la persona, corrisponda, tramite la mediazione dello specialismo medico e assistenziale, una distruzione della sua figura etica nel senso di un'aprioristicamente asserita “innocenza”, che in generale non colpisce invece la figura del malato psichiatrico, se non sulla base di contingenti equilibri interpersonali, in quanto oggettivamente più liminare ai processi di sanitarizzazione e, dunque, più incoercibilmente deviante e minacciosa: costituendo tale posizione, che lo rende bersaglio delle reazioni fobiche dello scherno e della denigrazione, il suo drammatico ma innegabile privilegio, evidenziante come le chances di successo della strategia medico-sociale della sanitarizzazione risiedano nel grado di definibilità medica di coloro che ne sono oggetto, incontrando un persistente ostacolo laddove quest'ultimo, come nel caso del “malato psichico”, è particolarmente basso e problematico.
 
Antonio Roberto Budini, invece, fedele alla provocatoria espressione del libertino e illuminista Saint-Just (“Coloro che fanno le rivoluzioni a metà non fanno che scavarsi la fossa”) sottolinea nettamente la stretta connessione tra le dinamiche di liberazione animale e quelle di liberazione umana (si veda come Rustichello da Pisa riporti fra l'altro un semplice dato: “In realtà alcuni degli esempi più forti di lotte ecologiste e di concezioni di esistenza immuni all'antropocentrismo provengono da Paesi dove la popolazione è gravata dalla miseria più atroce, basti pensare all'India, al Brasile, al Kenya...”): evidenzia, dunque, il proliferare incontrollabile della figura della cavia dall'ambito dell'animale non umano a quello umano. Scrive Budini: “Nelle carceri, nelle sale maternità degli ospedali, nei manicomi, nelle case per anziani...ovunque vi siano soggetti indifesi e ricattabili, la sperimentazione farmacologica viene applicata in silenzio: l'AZT ad esempio (ultimo prodotto di grido nella ricerca anti-aids) viene continuamente sperimentato su cavie umane, spesso inconsapevoli degli effetti che produce, le quali cavie a lungo andare si ritrovano le cellule del midollo osseo non più in grado di produrre globuli rossi”, a sottolineare come la figura della cavia non-umana si proietti a livello umano in particolare su quei soggetti che ricadano in definizioni identitarie dalla valenze de-umanizzanti, per lo più catalizzate dal fattore della discriminazione classista (quali in particolare i “malati mentali”, gli anziani invalidi, le donne incinte, e dunque pienamente reificate in ragione dell'attivarsi della loro funzione riproduttiva). Tali trapassi identitari sono propriamente leggibili come procedimenti di espulsione dalla specie Straight, produttori di soggetti “umani” concettualmente extra-specifici: a mettere in luce il concetto di specie quale artefatto sociale e, per usare la nota espressione di Thomas Szasz, mito strategico, evidenziando il concetto di essere umano quale invenzione antropomitica. Il titolo scelto, Il salto, è portatore di un auspicio radicale: l'infrazione da parte del movimento anarchico del paradigma antropocentrico, intesa quale gesto impronosticato ed enigmatico, prelusivo di trasformazioni cataclismatiche ed incalcolabili, parallelo all'attivazione di una radicale filosofia dell'azione che situi la nuova anarchia in una posizione culturale e operativa che può trovare ispirazione, e nel primo Futurismo, e nell'anarchismo ottocentesco con la sua storica e controversa “propaganda del fatto”. 
 
La valorizzazione dell'azione enunciata da Budini ravvicina oggettivamente il moderno militante libertario all'obsoleto estremista di destra, con il suo ribellismo auto-proclamantesi “eroico” e “spirituale”, presentando tuttavia, nel comune riconoscimento dell'imprescindibiltà etico-estetica dell'azione, eccedente l'odierna temperie quietista di matrice cristiana, una valenza ribaltata rispetto a questi: fungendo, per il libertario, la sfera dell'azione da sconfermatore identitario, laddove come sottolinea Budini, si sia disponibili a “far valere l'esagerato vissuto contro la filosofia della quiete” (sottraendosi definitivamente al rischio di essenzializzazione della propria soggettività o peggio di normazione psicologico/psichiatrica di essa). Al contrario, sulla base delle strutture concettuali dell'estremismo di destra la valenza attribuita all'azione è fondamentalmente opposta, cioè di illusorio confermatore identitario, più vicina alla preoccupante figura del maschio ignorante che correndo in automobile provoca inutili incidenti o, infine, al lanciatore di massi dal cavalcavia, che a quella, identitariamente pretesa, dell' “eroe”. Mette, infatti, in luce il semiologo Umberto Eco nel suo saggio del 1995 Totalitarismo “Fuzzy” e Ur-fascismo, parlando dell'irrazionalismo proprio dell'ottica fascista: “L'irrazionalismo dipende anche dal culto dell'azione per l'azione. L'azione è bella in sé, e dunque deve essere attuata prima di, e senza una qualunque riflessione. Pensare è una forma di evirazione. Perciò la cultura è sospetta nella misura in cui viene identificata con atteggiamenti critici […].Gli intellettuali fascisti ufficiali erano principalmente impegnati nell'accusare la cultura moderna e l'intellighenzia liberale di aver abbandonato i valori tradizionali” (atteggiamento accusatorio confermato, con stile tipicamente psichiatrico, che cela cioè, come sottolinea Thomas Szasz, “la denigrazione dietro la diagnosi”, dal Dittatore dello Stato Libero di Bananas, nell'omonimo, implacabilmente comico, film di Woody Allen, riferendosi al personaggio interpretato da quest'ultimo: “E' un bacato, un comunista, un intellettuale ebreo pazzo comunista di New York . Non è che con questo ne voglia dir male”). 
Si può dunque ritenere che lo scadimento del futurismo italiano dalle iniziali prospettive anarcoidi (comunque spesso riaffiorate nella storia del movimento) a quelle nazionaliste e infine fasciste si situi proprio nell'incapacità di mettere a fuoco l'effettiva valenza del proprio violentismo attivista, probabilmente per l'inadeguatezza a risolvere positivamente il nodo problematico dell'impostazione patriarcale della propria soggettività, già data sin dalle sue origini, interpretata quale fattore di forza invece che di fondamentale debolezza. Il volume, oltre a contenere una raccolta dei testi comparsi sui giornali inglesi di movimento riguardo l'attività del cruciale Animal Liberation Front propone un'antologia di articoli che esibiscono le più varie angolature, con interessanti focus sullo specismo militarista, nel suo rodaggio di nuovi armamenti sugli animali, prima di sperimentarli definitivamente sul campo di battaglia, così come sulle strategie complessive dell'industria farmacologica, fino alla riproduzione di significativi e storici volantini di critica antispecista. Non manca una raccolta informativa di notizie sulle strutture produttive coinvolte nello sfruttamento specista, ed un'accurata sitologia: come sottolinea Antonio Roberto Budini, “non è l'insurrezione radicale un sogno utopistico, non è la liberazione dell'uomo e dell'animale, bensì la rivolta parziale, la rivoluzione politica, la rivoluzione che lascia in piedi i pilastri del vecchio ordine”.

19/12/13

[we talk about...vivisezione!]
Esperimenti su animali al dipartimento di farmacologia di Milano (a cura del coordinamento di Fermare Green Hill)
[Pep] Conosciamo la solita arroganza di chi crede che l'aver imparato terminologie incomprensibili ai più, aver superato esami, conseguito lauree e specializzazioni, possa rimetterci al nostro posto, zitti e spaventati. Gli esperti, le persone che lavorano nel settore della ricerca, sono abituati alla soggezione che i loro titoli e la dicitura di “salvatori dell'umanità” incutono nella maggior parte della società”. Così si esprimono i militanti di “Fermare Green Hill” rispetto ai fondamentali promotori e attori della vivisezione e dello specismo nelle sue varie forme, evocando una categoria, quella dell'esperto, investita di valenze salvifiche di matrice cristologica, che costituisce uno dei fondamenti mitici della nostra società. Il significativo documento che il K.C.H. propone ai suoi lettori deriva dall'azione compiuta il 20 aprile 2013, in cui tre attiviste e due attivisti del movimento hanno occupato un piano della facoltà di farmacia dell'Università degli Studi di Milano, sottraendo dopo una lunga trattativa, un numero quanto più possibile elevato di topi e conigli utilizzati per le sperimentazioni, ed è particolarmente utile come specchio demistificatorio epistemologico ed etico della figura dell'esperto: in gioco è il radicale divorzio della società contemporanea dall'immagine perniciosa e devastante del “salvatore”, una figura totalitaria che inevitabilmente chiederà alla società di concederle una crescente mano libera. Particolarmente significativo da parte dei militanti il recupero delle cartellette sulle quali i ricercatori registravano i bilanci del loro lavoro di sperimentazione: simili alle diagnosi psichiatriche e alle cartelle cliniche dei manicomi e, più in generale ai registri delle istituzioni totali, rivelano, proprio in quei luoghi in cui il potere dell'esperto, per definizione buono ed avveduto (esercitato dunque su soggetti, per definizione, malvagi e inavveduti), dispiega il suo massimo grado di intensità, un'imbarazzante e drammatica sciatteria tra incongruenze, omissioni ed errori, accompagnati da battute sarcastiche, tanto più grave in quanto ogni istituzione totale tratta dei soggetti e non degli oggetti (il risultato, quindi, non è dissimile da quello ottenuto da un militante antispecista infiltratosi nell'Imperial College of London, tra i più importanti centri di ricerca anglosassoni che vi ha registrato immagini e dialoghi sconcertanti tali da far aprire una storica inchiesta). 
Va citata al riguardo la segnalazione nelle cartellette della reiterata sparizione degli animali stessi, non si sa se per continui errori di conteggio o frequente sottrazione degli stessi da parte di ignoti (i documenti fra l'altro omettono di specificare se sia avvenuto il ritrovamento e di segnalare se le costanti sparizioni abbiano avuto qualche effetto sull'andamento delle ricerche stesse): viene alla mente, eludendo un apparente iato di specie, l'analoga situazione del Giovanni ХXIII, il gigantesco e degradato manicomio lucrosamente gestito a Serra D' Aiello dalla Chiesa Cattolica, che, dopo le inchieste sulle pantagrueliche ruberie dei sacerdoti che ne erano gestori, fu fatto chiudere dalle forze dell'ordine nel 2009 in seguito alla scoperta della sparizione inesplicabile e mai risolta di quindici dei disgraziati degenti, evidenziando come ogni realtà istituzionale, al di là delle rassicuranti pretese custodialistiche, che ne fondano la dimensione coercitiva, si riveli una pericolosa terra di nessuno.  
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Il “sapere” dell'esperto, che nella sua costante apologia è posto in essere quale pericoloso e illudente fantasma sociale, ha in realtà la condizione della propria forza nella propria carenza di scientificità. Così scrive infatti il teorico anti-istituzionale Mario Colucci nel suo saggio “Scienza del pericolo clinica del deficit. Sulla medicalizzazione in psichiatria” (2008), riguardo il tentativo della psichiatria di porsi come scienza medica, tra sette e ottocento: “E' dunque pieno di contraddizioni il percorso di medicalizzazione della psichiatria: all'inizio questa chiede di isolarsi per essere disciplina speciale con luoghi speciali di esercizio, successivamente avverte la sua mancanza di credibilità scientifica e pretende parità. Ma non ce la fa a diventare una branca medica come le altre, resta sempre il vizio di un'incancellabile differenza. Perché allora non fare di questa differenza un punto di forza, un motivo di eccezione piuttosto che un difetto? Lo psichiatra interviene come esperto in ambito penale e attraverso la sua perizia permette il gioco della doppia qualificazione medica e giudiziaria delle condotte anormali. Interviene anche come igienista nella città per dare i suoi consigli ai governanti in tema di salute pubblica quale esperto della sicurezza e tecnico della profilassi da qualsiasi rischio del corpo sociale. Estende il suo dominio al di fuori delle mura del manicomio e al di là della malattia per far valere il suo sapere nel controllo generalizzato e nel buon funzionamento della popolazione. Al culmine del suo potere sogna persino di sostituirsi alla giustizia per diventare l'istanza generale di difesa dalla società. La medicalizzazione iniziata a Bicêtre si conclude con la fantasia di realizzare una scienza della prevenzione dal pericolo, da tutti i pericoli”. In tal senso l'amplificazione fantasmatica della competenza dell'esperto (la quale parallelamente acquisisce il preteso status di veridicità non confutabile) laddove essa si manifesti secondo modalità radicali va letta, infine, alla rovescia: come la garanzia dell'inconsistenza scientifica di un determinato sapere il quale, dunque, in effetti si concreta in una strategia di nominazione magica degli individui e dei loro comportamenti secondo le convenienze dell'esperto stesso e il suo rapporto di con le richieste sociali (così infatti scrive, nel suo “Dizionario antipsichiatrico”, Giuseppe Bucalo: “Definire la persone che non comprendiamo o le idee che non condividiamo malate, non le rende tali. Ciò che abbiamo davanti non è un fatto, ma una giustificazione per poter invalidare, negare e distruggere punti di vista alternativi ai nostri. L'unica prova che abbiamo circa la realtà di una tale malattia è il fatto che gli psichiatri affermano la sua esistenza. Dobbiamo credere loro sulla parola”).
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La dimensione dell'inconsistenza scientifica di un sapere si lega quindi alla sua utilizzabilità in quanto produttore dei gradi più radicali del pregiudizio sociale, quelli dei quali si dia il più basso margine possibile di discutibilità e il cui esito ultimo e conclusivo è la prospettiva concentrazionaria dell' istituzionalizzazione: sono i pregiudizi psichiatrici e quelli specisti, costituenti il perimetro sociale estremo di quella che la teorica lesbo-femminista Monique Wittig ha denominato Straight Society, e danti luogo a quelle dinamiche disetiche sottese e socialmente fondanti che Franca Ongaro e Franco Basaglia hanno definito crimini di pace, termine recentemente ribadito con particolare riferimento alla questione dello specismo dagli studiosi Filippo Trasatti e Massimo Filippi. Assai significativa è la vicenda del recupero alla vita in libertà di uno dei conigli fatti oggetto delle sperimentazioni, Alfio Fragilo: quest'ultimo è stato adottato dalla militante anti-specista che ne ha attuato il recupero attraverso la vicinanza erotica e affettiva, facendosi protagonista di uno straordinario inveramento delle nuove modalità del materno. 
La pensatrice ecofemminista Eleonora Fiorani evidenzia infatti come il “maternaggio”, cioè la pratica diffusa in molte etnie del mondo di affiliare un animale al proprio clan tramite il suo accudimento materno da parte di una donna di esso, rimandi dunque ad una s-definizione amplificante della maternità che la sottrae all'esclusivismo specista cui la riconduce l'ottica patriarcale. Così scrive Fiorani nel suo saggio “Il maternaggio”: “...Il maternaggio apre a un'ulteriore serie di problemi che interessano sia la figura dell'animale, sia della donna e investono la parte più profonda della società”, ed aggiunge evidenziando come l'autopercezione dell'appartenenza di specie abbia in realtà una base relazionale, “J. Milliet ha avanzato l'ipotesi di utilizzazione in sede etnologica del concetto di imprinting usato dagli etologi. Ora la possibilità di riconoscimento di una specie non è innata, ma si acquisisce in momenti privilegiati della vita, quelli sensibili o critici come per esempio la cattura. Quindi se non si può parlare propriamente di un'identificazione dell'animale con l'uomo, avviene un adattamento al mondo umano. Questo adattamento è il risultato del contatto fisico tra la madre che allatta e l'animale che è nutrito e fatto oggetto di stimolazioni diverse da quelle che avrebbe dato la madre naturale cui è stato strappato. A questi mutamenti della psiche e del comportamento animale si dirige l'attenzione non solo degli etologi, ma anche degli etnologi, con uno spostamento d'ottica di estremo interesse”.
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La vicenda di Alfio Fragilo pone dunque in luce come l'esperienza dell'istituzionalizzazione specista possa dar luogo ad una rinnovata relazione tra le asseritamente diverse specie proprio sulla base di un femminile anti-patriarcale che ponga in essere una ri-lettura della categoria di fragilità, appartenente ad un novero di caratteristiche che vengono di solito ascritte, con convergenza non casuale, tanto alla figura dell'animale quanto a quella del malato mentale. Così (nel suo volume “Dietro ogni scemo c'è un villaggio. Itinerari per fare a meno della psichiatria”) le espone, demistificandole, il teorico antipsichiatrico Giuseppe Bucalo, parlando del suo rapporto con un sopravvissuto alla psichiatria, Arturo: “Arturo ha chiuso la sua partita con la psichiatria e ha aperto quella più dura e più vera del senso di stare in questo corpo, con questa storia, con queste persone... Molti di noi hanno seguito le orme di Arturo e hanno imparato che si può comunicare col proprio “autismo”, la propria “pericolosità”, la propria “fragilità”, che la follia fa parte di noi, che non va modificata, ma vissuta fino in fondo. Il villaggio ha perso il suo scemo!”. In tal senso il procedimento per cui la fragilità, in questo caso generata dal processo di istituzionalizzazione, viene ribaltata in risorsa positiva, passa attraverso una ri-assegnazione di genere del termine: “Fragilo” mascolinizza la fragilità, in via di principio attribuita nel contesto patriarcale alla donna onde squalificare e invalidare quest'ultima, trasformando dunque il termine da vettore di squalificazione a fattore di qualificazione positiva, in una mutua distruzione degli stereotipi di genere patriarcalmente imposti, evidenziando il ruolo dei soggetti esclusi nell'accezione istituzionale del termine (folli ed animali) quali imprescindibili vettori della battaglia contro i codici di genere, proprio sulla base di quella tensione etica che la studiosa femminista Luisella Battaglia, nel suo saggio “Umanità e animalità. Oltre la morale dell'appartenenza di specie”, così delinea: “L'altro è colui che -guardato- non mi restituisce l'immagine speculare di me stesso, delle mie categorie, delle mie certezze, giacchè crea un elemento di sconcerto, di perturbazione, mi costringe a mettermi in discussione, mi rammenta la mia incompletezza, il mio essere un punto di vista. Ma l'altro non è solo fuori di me, abita anche dentro di me. L'animale in tal senso, non è mai un alieno. Una riflessione filosofica che voglia davvero fare i conti con l'alterità non può che collocarsi sulla frontiera di due sguardi, quello dell'animale e quello dell'uomo. “Pensare” forse comincia proprio da qui”. [I disegni a corredo di questo post  sono dell'illustratrice tedesca  Anya Triestram, 2007]

>>> Download "Esperimenti su animali al Dipartimento di Farmacologia di Milano" (pdf - 4 mb)

08/10/13

[Books for punx]
Massimo Filippi, Filippo Trasatti, “Crimini in tempo di pace. La questione animale e l'ideologia del dominio”, Elèuthera, Milano 2013
[Sarta] Denso di significato, strabordante di citazioni e riferimenti, originale ed efficace nella sua architettura logica: “Crimini in tempo di pace” (titolo evidentemente ispirato a Franco Basaglia) è “un lavoro di ricognizione (…) nei non-luoghi della violenza istituzionalizzata”, un viaggio dantesco negli abissi delle strutture di dominio che permeano la nostra società. E' un libro che potremmo definire “militante”, che parte dalle tematiche antispeciste, riassunte in maniera esaustiva nei loro paradigmi salienti, per mostrarci nuove strade, suggerendo, nel finale dal sapore quasi mistico e visionario, rinnovate strategie di lotta.
E' difficile riassumere in poco spazio il mare di temi e citazioni sviluppato dagli autori. Una prima  peculiarità è rappresentata dall'ingegnosa struttura del libro: i quattro capitoli sono corredati ciascuno da una parte di esemplificazioni intitolata “figure”, attraverso la quale gli assunti teorici vengono di volta in volta affiancati a delle storie (reali o letterarie) che trattano della medesima questione da “dentro”, fornendoci, attraverso il processo di immedesimazione nei personaggi, una comprensione più efficace.
La questione fondamentale da cui parte la narrazione è l'analisi della presunta soglia, di matrice ideologica, che separa ciò che viene considerato animale da ciò che si ritiene umano: il nostro rapporto con gli altri esseri viventi è tutto basato su questo processo, ora inclusivo, ora esclusivo. Trovarsi nella sfera degli "animali" significa subire un processo di reificazione, essere trasformati in oggetti e privati di qualsiasi considerazione di ordine morale. Può darsi che a volte questa soglia si allarghi, arrivando ad includere gli animali da compagnia, i nostri “pet”, e che altre volte si restringa, escludendo altri umani per giustificarne l'uccisione o lo sfruttamento, ma tale soglia è sempre presente e costituisce il metro con il quale ci relazioniamo con il mondo. Come si diceva a proposito del libro di Melanie Joy, questo predominio dell'uomo su ciò che egli considera altro da sé (la natura e quindi anche gli animali), si è esteso grazie alla tecnologia e istituzionalizzato, reso invisibile: un dominio capace di occultare l'orrendo grumo di violenza e oppressione al quale è intrinsecamente connesso e grazie al quale si perpetra. Eppure, a ben guardare, tutto è
quotidianamente ben evidente, davanti ai nostri occhi. E' grazie a questa “follia della normalità” che l'attuale status quo si sostiene e ci appare in tutto il suo abissale orrore solo quando attuiamo un radicale mutamento del nostro sguardo, quando riusciamo a osservare il mondo senza le lenti del “carnismo”.

L'umano a sinistra è Peter Singer, quello a destra Tom Regan
Dopo aver messo in evidenza come la società umana sia costruita su questo mastodontico meccanismo di sfruttamento istituzionalizzato del vivente, la seconda parte del libro si occupa di prendere in esame quello che viene chiamato antispecismo classico”. Si tratta forse della parte più interessante e originale del volume, dove i "padri" fondatori dell'antispecismo prima maniera, Peter Singer e Tom Regan, vengono sottoposti ad una critica “per vie esterne”, come in uno sguardo panoramico dall'alto. E' nell'individuazione dei limiti ideologici del pur solido impalcato teorico dei testi di Singer e Regan che possiamo inserire la lotta allo specismo in un più generale quadro di cambiamento radicale della società: superando il permanere del paradigma antropocentrico (quel continuo cercare la presenza del “proprio” sentire umano nelle altre specie che ha caratterizzato il primo antispecismo di carattere “morale”) sarà possibile sviluppare una visione della realtà imperniata sulle differenze, anziché sull'identità. Citando la celebre frase di Jeremy Bentham La domanda da porre non è 'possono ragionare?', né 'possono parlare?', ma 'possono soffrire?'” l'accento non è più posto come in Singer, sul “soffrire” ma sul “possono”, in qualcosa che è suggerito dalla natura progressiva della vita. L'identità non può mai esistere a priori ma viene sempre a svilupparsi attraverso un incontro. E' lì che acquisisce realtà: è nell'atto discorsivo in cui si esprime, è nella relazione tra due o più individui che si manifesta. Pertanto qualunque identità concepita a priori non può che fondarsi su di una matrice di natura ideologica. La peculiarità che ci accomuna più delle altre a tutta la sfera della natura è la nostra vulnerabilità corporea, la nostra mortalità e l'im-potenza del poter soffrire. Tutti siamo potenzialmente carne macellabile e tutti siamo dotati di differenze. E queste differenze, che nell'attuale società vengono trasformate sistematicamente in dominio, non sono sinonimo di gerarchia. Piuttosto “ciò dovrebbe comportare uno spostamento della prassi antispecista da ragionamenti morali di proselitismo volti a colpevolizzare gli altri specisti a politiche dell'amicizia intese a far risuonare la comune condizione di vittime in cui sono presi sia gli umani che i non umani, condizione resa sì possibile dalla loro im-potenza costitutiva ma che è stata istituzionalizzata e amplificata da un sistema di potere che incessantemente separa l'Umano dal resto del vivente tramite la negazione dell'im-potenza di quest'ultimo (…). L'enfasi passa così dalla preservazione della sacralità della vita, con tutto quello che ne consegue, alla rammemorazione della mortalità condivisa, con tutto quello che ci precede”.
E' in questo spostamento del centro dall'interno della nostra soggettività verso ciò che invece sta a metà strada tra due individui che si incontrano, che dovremo cercare la leva per rovesciare – sin dalla nostra quotidianità – questa sporca società.

Filippo Trasatti e Massimo Filippi alla Pentola Vegana
Venerdì 4 Ottobre, Monza. Presentazione del libro “Crimini in tempo di pace” a “La pentola vegana”
[Sarta] Domani è sabato e dovrò lavorare tutto il giorno: cosa ci può essere di meglio per risollevarmi da questa misera sorte che andare con gli amici-sodali del collettivo a farsi una cenetta vegan innaffiata da vino biologico? E se poi c'è anche la presentazione di un libro di quelli giusti, beh, il quadro è perfetto! Siamo dunque andati ad esplorare questo nuovo locale vegan aperto a ridosso del centro della borghesissima Monza e, con grande gioia mista ad un po' di sorpresa, abbiamo scoperto un posto amichevole, per niente improntato a quel salutismo radical chic che caratterizza molti posti vegan-friendly dalle nostre parti. Qui si mangia benissimo, a poco prezzo e si trovano soprattutto un sacco di libri e riviste interessanti sul tema dell'antispecismo e dell'alimentazione.
Sono presenti, come annunciato, Massimo Filippi e Filippo Trasatti, entrambi gli autori del libro, che hanno intavolato una piacevole chiacchierata, arricchendo i contenuti del loro lavoro con aneddoti inediti. Ripensando alla struttura del loro libro, dove ogni capitolo è affiancato da una parte di storie alle quali è affidato il compito di esemplificare i contenuti teorici, mi viene in mente a ciò che abbiamo sempre sostenuto. Ovvero: è molto più efficace percepire le emozioni sulla pelle di chi le vive, piuttosto che affannarsi a spiegarle con paradigmi teorici. Le idee le abbandoni, ogni tanto, ma le esperienze le fai tue per sempre! Le nostre canzoni meglio riuscite, sin dagli esordi, non si affidano a slogan o a facili proclami, piuttosto cercano programmaticamente di raccontare storie emozionando chi ascolta attraverso l'immedesimazione nei personaggi. 
Alla fine della presentazione e della cena, bello rigonfio di cibo e vino, vado ad importunare i due autori con le mie petulanti questioni. Tornando a casa, Puj mi suggerisce che in effetti avremmo potuto porre all'attenzione della discussione forse la cosa più evidente di tutte. Ovvero: la critica che l'antispecismo muove alla società è inequivocabilmente costruita su basi razionali. Ha dei forti fondamenti filosofici, nel senso più disciplinare del termine, costruiti attraverso un pensiero logico, "corretto" nei suoi passaggi. La critica anti-specista é perfettamente condivisibile, se ben esposta: come dice Tom Regan, siamo perfettamente convinti che le nostre idee possano prevalere in una discussione pacata e senza schiamazzi. Eppure – ed ecco la domanda – perché l'antispecismo, pur essendosi molto diffuso negli ultimi anni, non ha la presa che dovrebbe avere sulle (tante) persone che affermano di "amare gli animali"? E' tutto davanti ai nostri occhi, sembrerebbe così facile, eppure la gente non vede: ogni giorno incontriamo individui così ben plasmati da questo osceno sistema da non riuscire realmente a prendere coscienza di ciò che è reale, lì, davanti al loro naso. La verità, in fondo, sta nel fatto che questa società non è affatto razionale, come vorrebbe farci credere la nostra mente: anzi, è del tutto illogica! Le persone non sono forse grumi di nevrosi e irrazionalità? Non assistiamo tutti i giorni a fiumi di esseri umani costretti a spostarsi in condizioni pietose per vendere forza lavoro, a reiterare comportamenti insalubri per nonsisabenecosa? Quando c'è da difendere le proprie abitudini, quanti sono disposti a porsi problemi? In fin dei conti: quanto del nostro quotidiano è necessario e quanto invece è frutto di automatismi imposti? Ma d'altronde we are living in a psycho-chaos era!

11/08/13

[Free books for punx]
Melanie Joy "Perchè amiamo i cani, mangiamo i maiali e indossiamo le mucche", Sonda, Milano 2012
[Sarta] Tra i libri che trattano il tema dell'antispecismo, un'attenzione particolare merita “Perchè amiamo i cani, mangiamo i maiali e indossiamo le mucche”. Ok, il titolo non è un granchè, in effetti, ma l'autrice Melanie Joy tratta la questione da un punto di vista interessante. Si tratta, in fondo, di un piccolo saggio di psicologia applicata alla questione animale.
Il termine “vegano” indica di solito una persona che sceglie di non mangiare derivati animali: se ci fermiamo a riflettere un attimo, però, ci accorgiamo che tale parola nasconde altre caratteristiche che implicitamente attribuiamo a tale individuo. Un vegano sarà probabilmente anche una persona sensibile alle questioni ambientali, contraria alla violenza e magari anche interessata alla lettura in quanto la sua scelta anticonformista cela un percorso di riflessione e consapevolezza. Si tratta di luoghi comuni che, senza pensarci, tendiamo ad associare a chi compie questa scelta, non considerandolo semplicemente come qualcuno che “non mangia carne nè formaggio”, ma attribuendogli una serie di caratteristiche etiche. Invece, quando ci riferiamo ad una persona che “mangia carne”, una persona comune, il nostro vocabolario non dispone di una parola analoga, che ne indichi non soltanto le abitudini alimentari ma anche un insieme di qualità morali. E' con il termine “carnismo” che l'autrice colma questa mancanza terminologica: e non si tratta di semplici parole, c'è dell'altro. Il “carnismo” definisce – in opposizione alla parola “veganesimo” – l'insieme di convinzioni che concorrono a formare l'ideologia dominante dei mangiatori di carne. Proprio perché priva di una definizione adeguata, tale ideologia risulta invisibile e le scelte che ne derivano sembrano pertanto non essere tali, ma costituire soltanto l'ovvia adesione ad un comportamento “normale”. Se un problema ci risulta invisibile, in sostanza, per noi non esiste. “L'invisibilità del carnismo spiega perchè le scelte sembrano non essere affatto scelte. (…) E' un determinato tipo di sistema di credenze, un'ideologia particolarmente refrattaria ad un esame approfondito. (…) Il modo principale attraverso cui le ideologie radicate rimangono tali è restando invisibili. Se non diamo loro un nome, non possiamo parlarne e se non possiamo parlare, non possiamo metterle in discussione”. E' qui che sta il cuore del libro: nello smascherare come l'apparente “normalità” dei carnisti sia in realtà il frutto dell'adesione all'ideologia del carnismo. Una scelta, in fin dei conti, che, per quanto spesso inconsapevole, genera rilevanti conseguenze sul piano comportamentale.
Lo schema carnistico “distorce le informazioni in modo tale che l'assurdità risulti perfettamente sensata”, “è crivellato di assurdità, incongruenze e paradossi. E' rafforzato da una complessa rete di difese che ci permettono di credere senza dubitare, di conoscere senza pensare e di agire senza sentire. E' un sistema coercitivo che ha sviluppato in noi un'elaborata routine di esercizi mentali (…)”. In effetti, quante volte abbiamo sperimentato l'ottusa determinazione con la quale le “persone normali” difendono la loro scelta di mangiare carne? Quanto di frequente leggiamo il disagio negli occhi di qualcuno quando vengono a sapere della nostra scelta vegana o vegetariana? Quanto è difficile far vedere un video di quello che succede nei mattatoi ad una persona che mangia carne? E, infine, quante volte abbiamo sperimentato l'incredibile squilibrio (e a volte persino la violenza) con la quale viene difesa l'ideologia del “carnismo”, senza che ci si metta a ragionare con calma sulle questioni? Se dovesse svilupparsi un dibattito serio e razionale, i carnisti percepiscono istintivamente che il groviglio di assurdità in cui credono senza pensare verrebbe ben presto a galla in tutta la sua insensatezza e dovrebbero pertanto fare i conti con la propria coscienza per quella che è una loro scelta. “Quindi – prosegue l'autrice – non si può fare a meno di chiedersi: perchè tutte queste acrobazie? Perchè il sistema deve spingersi fino a questo punto per restare indenne? La risposta è semplice: perchè teniamo agli animali e teniamo alla verità. (…) Il carnismo è un castello di carte, un sistema incrinato e frammentato che ha bisogno di una fortezza per proteggersi dai suoi stessi sostenitori: noi”.

Il capitolo “Attraverso lo specchio del carnismo”, il più bello, si conclude con il parallelo con il film Matrix: “la matrice del carnismo può imprigionare le nostre menti e i nostri cuori solo finchè saremo i secondini delle nostre stesse celle, finchè saremo volontariamente complici. Può ostacolare la realtà solo finchè vivremo in una menzogna. (...) Proprio come “Neo”, tu sei qui, leggi questo libro perché sai che c'è qualcosa di sbagliato nel mondo. Sei pronto a uscire dalla matrice carnistica e a recuperare quell'empatia da cui il sistema ha fatto di tutto per allontanarti, la vera empatia che conduce alla soglia del carnismo: l'empatia che ti permetterà di camminare attraverso quella soglia”. A proposito di Matrix, qualcuno sapeva che uno dei fratelli Wachowski, ideatori della trilogia, ovvero Larry Wachowski ha cambiato sesso nel 2003 ed è diventato Lara Wachoski? E sapete che tutti continuano a chiamarli i “fratelli Wachowski” anche se sono un fratello e una sorella e così tutti continuano a pensare che siano due maschi? Anche il patriarcato e il maschilismo, come il carnismo, sono ideologie dominanti e pertanto apparentemente invisibili!

23/04/13

[We talk about...specism again!] 
Fabbriche di carne: un viaggio di Nemesi Animale all'interno degli allevamenti di maiali in Italia
[Sarta] Dopo il dossier sui laboratori di vivisezione, vi proponiamo un ulteriore lavoro delle ragazze e dei ragazzi di Nemesi Animale. "Fabbriche di carne" svela un altro volto osceno della nostra società specista, ovvero gli allevamenti di animali per la produzione di cibo. Ogni volta che viene a galla la cruda realtà di cosa succede all'interno di questi anonimi capannoni, ci viene in mente come la definizione "campo di concentramento" non sia affatto qualcosa che appartiere ad un tragico e circoscritto passato. Dato che le immagini parlano da sole, ci limitiamo a riportare l'introduzione scritta da Nemesi Animale per questo importante volumetto, che raccoglie documentazione fotografica di diversi allevamenti italiani. "Tra il 2011 e il 2012 siamo entrati in più di 50 allevamenti, di giorno e di notte. Lo abbiamo fatto senza aver avuto alcun invito o autorizzazione. Per testimoniare lo stato di cose quotidiano, non preparato ad arte per una qualche visita, e per mostrare che certe situazioni non sono eccezioni ma parte integrante di un sistema di produzione. Un viaggio in un inferno che ci ha portato a contatto diretto con le vittime di questo sistema di schiavitù e con i loro sguardi, che chiedono la libertà e si perdono nell’indifferenza". 


[We talk about...specism!] 
Vivisezione nei laboratori di Milano: un dossier di Nemesi Animale (primavera 2012)
[Pep] Nemesi Animale è un'associazione antispecista che si distingue per la ricchezza visiva e concettuale delle sue pubblicazioni, e per l'innegabile capacità di una presa diretta sulla problematica della distruzione del mondo animale. Il documento che il Kalashnikov Collective presenta ai propri lettori, muovendosi nel solco dell'impostazione complessiva dell'associazione (espressa in particolare dalla sua denominazione, tesa a produrre, sottolineandone la dimensione reattiva rispetto alle violazioni subite, una ri-soggetivazione dell'animale di contro alle letture reificanti di esso poste in essere dal pensiero specista, coniugandola con un impronosticato ribaltamento strategico del rapporto tra specie), fornisce per la prima volta una puntualissima ricostruzione dell'attività vivisettoria a Milano registrandone modalità, promotori, autori e istituzioni coinvolte. Il documento, nella sua rilevanza, ha suscitato la reazione dei soggetti interessati, con le conseguenti minacce di denuncia: nel quadro di un paradossale contesto sociale in cui la vivisezione è, similmente alla psichiatria, attività ordinariamente legittimata ma nel contempo ambiguamente oscurata nei suoi attori e nella sue modalità effettive. In tal senso è evidenziabile la specifica posizione, in seno alla società, dell'impostazione etica specista: quest'ultima fonda l'assetto identitario della società, nell'istituzione di un rapporto contrappositivo tra esseri umani ed animali, relegando questi ultimi ad oggetto di modalità etiche radicalmente altre rispetto alla specie straight. E' tuttavia evidente come nella pretesa di istituire un'etica specializzata riferibile al mondo animale, ed agita dagli specialisti dei rapporti con quest'ultimo (dai vivisezionisti agli allevatori), si celi il punto debole della mistificazione specista, necessitante l'oscuramento degli ambiti in cui gli animali sono coartati e fatti oggetto delle modalità relazionali dettate da quest'ultima: profilandosi il rischio dell'emergere dell'assurdità delle categorie di pensiero speciste a fronte dell'evidenziarsi puntuale delle loro drammatiche conseguenze etiche. 
In tal senso appare evidente la legittimità di un parallelismo con la problematica della psichiatria: nella pretesa di quest'ultima di istituire modalità etiche parallele per gli individui diagnosticati “malati mentali” (con eguale conseguenza dell'oscuramento all'opinione pubblica degli effettivi comportamenti agiti nei confronti di essi negli ambiti preposti alla loro terapia). L'azione di svelamento compiuta da Nemesi Animale trova dunque il suo precedente primario nel disoccultamento della brutale e abusatoria realtà manicomiale promosso negli anni Sessanta dai movimenti anti-istituzionali guidati da Franco Basaglia (e, che, nel suo impatto mediatico, implica una prima, irreversibile incrinatura della credibilità delle categorie di pensiero psichiatriche), costituendone un'oggettiva prosecuzione e radicalizzazione. Infatti, indipendente dal fatto che gli entusiasti della vivisezione si ispirino ad un fanatismo laico o siano gli adepti di quella imitatio christi propria della fede cristiana secondo cui i comportamenti dell'autoproclamato “salvatore dell'umanità”, tra cui la sua attestata inclinazione a divorare gli animali nelle occasioni conviviali, devono essere oggetto di puntuale replica da parte dei suoi seguaci, le argomentazioni usate per legittimare la loro condotta distruttiva nei confronti degli animali sono pienamente paragonabili a quelle usate dal regime nazista e dai suoi ispiratori psichiatrici ( primo fra tutti lo psichiatra Alfred Hoche, che nel 1920 pubblicò, assieme al giurista Karl Binding,il volume esaltante l'annientamento di massa dei pazienti psichiatrici Die Freigabe der Vernichtung lebensunwerten Lebens ) per legittimare agli occhi dell'opinione pubblica lo sterminio dei malati mentali e degli handicappati intellettivi: primariamente l'uso di un razzismo pragmatico, ben evidente nella cartellonistica nazionalsocialista dell'epoca, atta a porre a confronto il tedesco “sano” con il “malato mentale”, inducendo ad una scelta a favore del primo e del risparmio economico a lui devolubile in caso di eliminazione del secondo. A ciò viene correlata, sia nel caso dell'argomentazione nazista che di quella specista, la pretesa di tutelare con rigore da un lato il tedesco “normale” e dall'altro l'essere umano attraverso la negazione dei diritti rispettivamente del malato mentale e dell'animale. In realtà risulta vero, è facilmente comprensibile, esattamente il contrario, come la vivisezione dimostra, laddove , legittimando il concetto di cavia ne pone in realtà in essere l'inarginabilità sociale. Risulta infatti evidente come tale concetto possa comparire incontrollabilmente, secondo modalità appena camuffate, in ambito umano: laddove la sperimentazione farmacologica viene effettuata su pazienti compensati con denaro, e dunque posti nelle condizioni di un esercizio imperfetto o illusorio della loro facoltà di autodeterminazione, per non soffermarsi sul fatto che, come attesta l'epistemologo Furio Di Paola (se ne veda lo storico volume “L'istituzione del male mentale”, 2000), per la sperimentazione psichiatrica di terapie farmacologiche e biologiche fino agli anni Novanta, in ragione dell'asserita incapacità di intendere e volere del malato mentale (equivalente umano della pretesa “istintualità” animale), non esisteva alcun protocollo consensuale definito, ponendo in essere, in via di fatto e di principio a livello umano, la figura della cavia: al riguardo si pensi alla modalità con cui lo psichiatra italiano Ugo Cerletti, a tutt'oggi sovente celebrato quale storico ed esemplare maestro della propria disciplina, che ideò nel 1938 l'elettrochock ( ispirandosi, ammirato, ad una neo-tecnologia specista: il metodo elettrico per lo stordimento dei maiali utilizzato nei macelli di Roma), lo sperimentò su di un cittadino fatto internare allo scopo nella propria clinica psichiatrica ( si veda la puntuale ricostruzione della vicenda che dà Thomas Szasz nel suo testo “La psichiatria a chi giova?”, 1975).

Il documento di Nemesi Animale è corredato da una preziosa introduzione, in cui tra l'altro viene messo a fuoco l'assetto soggettivo che caratterizza gli autori e gli organizzatori della vivisezione, avente per baricentro i titoli e le funzioni accademiche, la cui valenza di impoverimento etico e di negazione della libertà e della responsabilità individuale viene messa a fuoco, quale tratto fondamentale dell'antropologia maschile e della civiltà patriarcale nel suo complesso, da Valerie Solanas, brillante teorica femminista e lucida profetessa di quella nemesi femminile che oggi sempre più travolge e ribalta l'assetto androcratico della nostra società, che così scrive: “Il maschio ha un'acuta consapevolezza dell'individualità femminile; ma è incapace di comprenderla, di comunicare con essa, di afferrarla emotivamente: lo sconvolge, ne ha paura ed invidia. Quindi la nega e passa a definire ognuno e ognuna in termini di funzioni e di uso, assegnando, com'è ovvio, a sé stesso, le funzioni più importanti: dottore, presidente, scienziato; in questo modo si procura un'identità, se non proprio un'individualità, e cerca di convincere sé stesso e le donne ( ma gli è riuscito meglio con le donne) che la funzione femminile è procreare ed allevare bambini, tranquillizzare e confortare l'ego maschile e che questa funzione è tale da renderla interscambiabile con qualsiasi altra femmina. In realtà la funzione della femmina è quella di stabilire rapporti, godere, amare ed essere sé stessa e questo la rende insostituibile. La funzione del maschio è produrre sperma , ed oggi abbiamo banche di sperma”. 


In conclusione ci piace citare il brano di Ronald Laing, il “marxista acido”che ha avuto un così rilevante ruolo nello sviluppo dell'area culturale del libertarismo “antipsichiatrico”, che, nel suo “La politica dell'esperienza” (1967) , rende, con straordinaria precisione, onde chiarificare attraverso di essa quella psichiatrica, la modalità etica specista, letta attraverso i biechi comportamenti di una rozza contadina nei confronti della propria oca: “Una donna ingozza di cibo tritato un'oca per mezzo di un imbuto: si tratta della descrizione di un atto di crudeltà contro un'animale? La donna nega ogni motivo o intenzione di crudeltà. Se ci mettessimo a descrivere questa scena “obiettivamente” non faremmo che privarla di ciò che “obiettivamente” o, meglio, ontologicamente, è presente nella situazione: ogni descrizione presuppone le nostre premesse ontologiche circa la natura (l'essere) dell'uomo, degli animali, del rapporto tra loro. Se una animale viene ridotto ad un oggetto di produzione e di profitto, a una specie di complesso biochimico, così che la sua carne e i suoi organi sono semplicemente del materiale che in bocca presenta una certa consistenza (morbida, tenera, dura), un sapore, forse un profumo, allora il descrivere positivamente un animale in questi termini significa degradare sé medesimi col degradare l'essere stesso. Una descrizione positiva non è “neutrale” né “obiettiva”.Nel caso delle oche -come- materiale-grezzo-per-paté la descrizione che se ne può dare, se dev'essere sostenuta da un'ontologia valida, non può che essere negativa. Ovvero una descrizione di questo genere è fatta alla luce di ciò di cui quest'atto costituisce una brutalizzazione, un degradamento, una dissacrazione : la vera natura degli esseri umani e degli animali.”