24/05/10

[We talk about...]
A CERCHIATA!
[Puj] Chissà quanti credono che la A cerchiata sia stata inventata dal punk inglese negli anni ’70... e chissà quanti rispondono che la A cerchiata esisteva ai tempi degli anarchici con i baffi dell’800! Entrambi sbagliano, perché la realtà è un po’ diversa e per certi versi sorprendente.
Noi utilizziamo la A cerchiata e lo facciamo con un certo orgoglio, non solo perché è un simbolo che, benché ormai lo si trovi su ogni tipo di gadget, racchiude significati e valori in cui tutt’ora crediamo, ma anche perché appartiene a noi milanesi più di quanto si creda. D'altronde, i primi ad utilizzare il simbolo della A cerchiata in maniera diffusa sono stati gli anarchici a Milano negli anni ’60!

Ecco la storia. Il simbolo anarchico per eccellenza, nel XIX secolo era la bandiera nera, di chiara ascendenza piratesca. La A cerchiata fu proposta come simbolo anarchico internazionale, con l’intenzione di superare correnti e divisioni all’interno del movimento, nel 1964 da parte della Jeunesses Libertaires (un gruppo anarchico francese, piuttosto microscopico). Eccone le motivazioni: “Due motivazioni principali ci hanno spinto: innanzitutto facilitare e rendere più efficaci le scritte ed i manifesti murali, e poi di assicurare una presenza più ampia del movimento anarchico agli occhi della gente ed un carattere comune a tutte le espressioni dell'anarchismo nelle sue pubbliche manifestazioni. Più precisamente, si trattava, secondo noi, di trovare un mezzo pratico che consentisse da un lato di ridurre al minimo il tempo impiegato per firmare i nostri slogan sui muri e dall'altro di scegliere un segno sufficientemente generale da poter essere adottato da tutti gli anarchici. La sigla da noi proposta sembra rispondere a questi criteri. Associandola costantemente alle espressioni verbali anarchiche finirà, per un noto automatismo mentale, con l'evocare da sola nella gente l'idea dell'anarchismo”.
Fatto sta che l’idea, per quanto ben congeniata, non trovò immediato seguito negli ambienti libertari né francesi né internazionali. Furono i soli anarchici milanesi del Circolo "Sacco e Vanzetti" ad utilizzare il simbolo, dal 1966, finché non fu sdoganato definitivamente dal ’68 francese. I milanesi furono i primi a sprayare sui muri la fatidica A o ad utilizzarla nei volantini ciclostilati. Solo poi, negli anni ’70, si diffuse in maniera massiccia per il mondo, diventando nel corso degli anni un simbolo del punk, ma anche un marchio alla moda da stampare su borse, t-shirt e polsini.
Noi pensiamo che la A cerchiata incarni ancora profondi e innovativi significati, e per questo la utilizziamo. Ma ne utilizziamo una versione più seriosa di quella che comunemente si vede in giro sulle magliette vendute al mercato, non scarabocchiata e senza le gambe della A che escono dal cerchio. Meno punk, insomma; come quella che vedete qui a fianco, la prima, originaria A cerchiata pubblicata sul bollettino della Gioventù Libertaria francese!

22/05/10

[Free music for punx]
ALEKSANDR BASHLACHEV (U.r.s.s. 1960 - 1988)
[Puj] La cultura underground russa dell'epoca comunista è fonte di meraviglie sulle quali, almeno dalle nostre parti, non si è spesa una goccia d'inchiostro (o una battitura di word). Poeti punk come Yanka Dyagileva e Igor Letov valgono tutta la fatica che ho fatto per scovarli e tradurne (malamente) i testi.
Del più fragile e disperato poeta sotterraneo degli anni '80 sovietici, però, non avevo ancora parlato. Il suo nome é Aleksandr ("Sasha") Bashlachev, (soprav)visse per ventotto anni prima di gettarsi dalla finestra di uno squallido appartamento di Leningrado (l'odierna San Pietroburgo). Malregistrò una quantità abbastanza rilevante di pezzi per voce e chitarra acustica: ballate selvatiche nel segno di una perenne inquietudine interiore.
A differenza di Yanka e Letov, Sasha non era di origini siberiane, ma nacque a Cherepovets, cittadina a nord di Mosca.
Sasha non fu parte della sottocultura punk (i suoi miti erano i Doors e Jim Morrison) e non conobbe mai la fine dell'epoca comunista. Arrivò ad un passo dal riconoscimento ufficiale da parte dell'industria musicale sovietica, grazie anche all'intraprendenza di un giovane avventuroso promoter underground, Artemy Troitsky, che, nella Russia capitalista degli anni '90 sarebbe diventato un noto giornalista. Troitsky incontrò Sasha nella sua città natale, nel 1984, nel pieno della campagna anti-rock promossa dal governo sovietico. Ne nacque una salda amicizia e un serie di sgangherati concerti in giro per la Russia.
Sasha fu circondato da una cerchia di amici fedeli che cercarono di aiutarlo in tanti modi, sostenendolo nelle difficoltà di una vita nomade e segnata dalle ristrettezze economiche. Ad un certo punto fecero anche una colletta per pagargli la sistemazione della sua dentatura disastrata (effetto tipico dell'alimentazione carente di vitamine dei russi del nord), ma lui quei soldi li spese chissà come. Forse li utilizzò per acquistare marjuana, di cui era diventato nel frattempo frenetico consumatore; nella Russia comunista ciò non solo era costoso, ma anche molto pericoloso. Nel 1987 Sasha conobbe Nastya, una studentessa di teatro, con la quale andò a vivere a Mosca, senza un soldo e senza una casa. I due furono ospitati a turno da amici e conoscenti. Le cose peggiorarono quando Nastya scoprì di aspettare un figlio. Pochi giorni prima di diventare padre (e che la casa discografica di stato gli proponesse un contratto, cosa che probabilmente avrebbe risolto almeno i suoi problemi economici) Sasha si uccise.
Le canzoni di Aleksandr Bashlachev raccontano la decadenza della Russia sovietica e della sua gioventù priva di prospettive. "Fuori Stagione" è una delle sue prime composizioni: "Toppa dopo toppa, i jeans sono diventati bianchi. I nostri modesti stipendi sono appena sufficienti per pagare gli aborti clandestini. Siamo fuori stagione. E questo è tutto ciò che abbiamo: un sogno letargico, umiliante come la vecchiaia. Cinque copechi per un cent. Mi sento inerme, e questo è più che essere stanchi...". "Il Tempo delle Piccole Campane" divenne, dopo la sua morte, l'inno ufficioso del rock sovietico: "Per secoli mastichiamo le maledizioni e le preghiere, per secoli viviamo con gli occhi strappati. Ciò che abbiamo costruito, ora è coperto dalle bufere. Abbiamo bevuto vodka per una settimana e abbiamo avuto il malditesta per un anno. Abbiamo maledetto la nostra pelle e cucito i bottoni sulle nostre costole".
Da qui sotto potete scaricare la raccolta intitolata "Лихо", una delle tante antologie dedicata a Sasha Bashlachev dopo la sua morte: un doppio cd con una registrazione effettuata a Mosca nel 1986...

>>> Download Aleksandr Bashlachev
- Лихо anthology in .mp3 (.rar - 110 mb.)

21/05/10

[Torniamo brevemente sul tema dell'energia nucleare con questo stralcio di articolo riesumato dal n. 89 di A Rivista Anarchica, febbraio 1981. Datato? No, attuale!...]

Nucleare ed eterogestione (
di Yvon Bourdet, tradotto dalla rivista "Autogestions" n. 4/80)
"La costruzione delle centrali atomiche presuppone un'accumulazione primitiva alla portata solamente di uno Stato industrialmente sviluppato. Inoltre i pericoli del nucleare "giustificano", in anticipo, uno Stato che sia in grado di proteggere i segreti delle sue installazioni e delle sue produzioni, ovvero, tendenzialmente uno Stato poliziesco, per essenza centralizzato, in cui la Capitale comanda il capitale finanziario ed il capitale-sapere. Quindi, "un sistema simile mette in essere le condizioni di impossibilità dell'autogestione" tanto più che la perdita dell'autonomia nel lavoro viene presentata come una necessità di sicurezza e che in caso di incidente scatta una regolamentazione draconiana, equivalente a volte all'imprigionamento (confinamento), a volte alla deportazione (evacuazione).
Senza dubbio, la produzione di altre fonti di energia è stata fonte di lavori penosi e pericolosi per migliaia di operai, delle miniere di carbone ad esempio; e le energie alternative (che preconizzano gli ecologi: idrauliche, termiche, solari) potrebbero essere occasione di impianti statali (o "multinazionali") così giganteschi che consoliderebbero anch'essi il potere centrale: lo Stato non è stato creato dal nucleare, ma il nucleare rende lo Stato centralizzato indispensabile, mentre si può immaginare la produzione disseminata dell'energia da parte di piccole unità (idrauliche, solari, eoliche, ecc.) gestite da piccole comunità, dalla famiglia alla piccola cittadina e suo circondario.
Del resto una delle funzioni salvatrici di cui lo Stato si gloria é quella di riservarsi il monopolio della violenza legittima e dei pericoli "controllati". Occorre dunque che i segreti siano ben custoditi, riservati a pochi; il resto del corpo sociale dev'essere messo nell'impossibilità di "giudicare con conoscenza di causa", cioè di esercitare la democrazia. Il nucleare produce tecnocrazia".

10/05/10

[We talk about...]
NUCLEARE? ...NUCLEARE!
[Sabato scorso, al Telos occupato di Saronno, si è parlato di nucleare. Abbiamo voluto dire la nostra con un volantino, il cui testo riportiamo qui sotto...].

"Tornano le centrali nucleari in Italia! Perché? Forse perché l'energia atomica costa meno? Perché è più pulita? Perché ci farà vivere meglio di prima? Niente di tutto questo. Se credete che a loro stia a cuore il benessere nostro e del pianeta in cui viviamo, vi sbagliate. Potrete portare un milione di buoni motivi di tipo ecologico, economico e filosofico per sostenere quanto l’energia nucleare sia pericolosa, ma a loro non interesserà. Perché loro parlano un'altra lingua: quella del potere. Il ritorno al nucleare si iscrive entro un piano di ristrutturazione degli equilibri capitalistici e politici mondiali. Per imporlo si ricorre a falsi bisogni e ad un ipocrita allarmismo.
Siamo alle solite: l'imperialismo occidentale cerca di affermare la sua egemonia attraverso nuove tecnologie, funzionali alle moderne necessità di controllo e addomesticamento della popolazione. La centrale nucleare è tecnologia di morte e di paura: é un grumo di pericolo e trasuda senso di catastrofe imminente, è tecnologia che necessita controllo assoluto, monitoraggio costante e, a sua volta, è fabbrica di paura sotto forma di scorie tossiche, minacce stoccate come monito a pochi metri dalle nostre case. La centrale nucleare: un tassello (l’ennesimo!) di una strategia che mira ad abituare le persone a vivere nell'insicurezza. L'Italia non ha né le risorse, né le tecnologie per costruire e far funzionare le centrali nucleari: il nucleare ci procurerà quindi una dipendenza tecnologica e commerciale dagli Stati Uniti dell'era Obama e quindi una salda sudditanza politica, un tempo garantita dalla nostra partecipazione alle guerre petrolifere dell'era-Bush. Dalla civiltà del petrolio alla civiltà del plutonio: dalle bombe sganciate in medioriente per l'egemonia sulle riserve petrolifere alle scorie nucleari, riversate sulle nostre tavole sotto forma di cibo ed acqua. Cercare di spiegare loro che il nucleare rappresenta un inutile rischio per la vita delle persone, è fiato sprecato. Perché lo sanno già. Solo che non gli interessa. Perché, come diceva qualcuno, loro se ne fregano della morte e del dolore, quello che vogliono è soltanto il potere..." K.Coll.5-'10.

07/05/10

[Video]
NO DOVES FLY HERE - K. cover of Mob's classic (1981)
[Puj] il nostro nuovo album si chiude con una rivisitazione di "No doves fly here", (The Mob 1981) classico dell'anarco-punk inglese. Su youtube girava da tempo un video non ufficiale della canzone originale, di cui abbiamo realizzato a nostra volta un remake. Abbiamo attinto alla stessa fonte, un documentario sulla tragedia di Nagasaki e Hiroshima, cercando di trattare l'argomento nella maniera più rispettosa possibile, perché, aldilà degli aspetti contingenti e delle immani atrocità, emerga il senso di assurdità e irresponsabilità che, in ogni tempo, tira le redini della storia umana...
"The sky is empty and it's turning different shades of colour, It never did before and we never asked for war. My mind is empty and my body different shapes of torture, It never was before and we never asked for war. No-one is moving and no doves fly here, No-one is thinking and no doves fly here, No-one remembers beyond all this fear, No doves fly here. The buildings are empty and the countryside is wasteland, It never was before and we never asked for war. The playgrounds are empty and the children limbless corpses, They never were before and they never asked for war. No-one is moving and no doves fly here, No-one is thinking and no doves fly here, No-one remembers beyond all this fear, No doves fly here".


13/04/10

[Kalashnikov collective live!]
27/2/2010: Kopi @ Berlin (Germania) - 20 years party!
Nessuno di noi ha mai amato le feste di compleanno: roba di bicchieri di carta con il nome scritto a pennarello, aranciata amara, presenti sempre presenti e regali raramente regali. Se il compleanno però è del Kopi, il discorso cambia. Eh! L’invito all’evento celebrativo dei 20 anni di esistenza, prima clandestina oggi un po’ meno, del celebre mega-squat berlinese ci giunge inaspettato lo scorso gennaio: un evento faraonico, una quattro-giorni ultra-rovina, una Woodstock senza pantaloni a zampa e foulard, ma con jeans aderenti neri e cartucciere.
La preparazione del viaggio, soprattutto se rapportata a certe nostre trasferte (tipo Russia o Grecia), appariva puerile, come prendere l’autobus sotto casa. Il piano era per giunta banale nella sua linearità. Sentite qua: partiamo in furgone venerdì mattina, suoniamo la sera a metà strada in Germania, sabato arriviamo a Berlino, la sera suoniamo, domenica torniamo indietro, concerto a metà strada e lunedì siamo a Milano.
Come al solito, più i nostri piani paiono riusciti nella mente, più risultano fallimentari nella realtà. Risulta infatti impossibile trovare date in Baviera, dato che tutti i punx della Germania, in quella settimana, confluiranno a Berlino. Inoltre, emergono dal nulla svariati problemi organizzativi, che naturalmente i nostri piani non contemplavano. Ci ritroviamo quindi a rivalutare l’idea di abbandonare il mezzo gommato e percorrere i 1.100 che ci separano dalla capitale tedesca con il mezzo più costoso ed inquinante al mondo: l’aereo. Facciamo un mutuo decennale e compriamo i biglietti. Partenza Venerdì pomeriggio e ritorno domenica sera: un tranquillo week end di paura…

Giorno 1:
I nostri check in aeroporto sono sempre funestati da interminabili discussioni con gli impiegati delle compagnie aeree, i quali, alla vista degli strumenti, ed in particolare di synth o expander, sospettano di trovarsi di fronte a dirottatori di Al Quaeda. Purtroppo la foto sulla carta d’identità di Puj, drammaticamente simile a quella di uno dei kamikaze dell’11 Settembre, non aiuta. Atterriamo a Berlino e dopo la consueta scarpinata modello via crucis con chitarre-crocefissi sulle spalle, raggiungiamo la desolatissima Kopenicker strasse, dove sorge il Kopi, appunto. La zona è piuttosto degradata e pare il set di un film post-atomico, ma è normale: all’epoca della DDR, lungo questa strada correva il muro di Berlino e, benché oggi Kopenicker strasse sia praticamente al centro della città, a quei tempi era una zona di confine, posta ai bordi di una terra di nessuno tra l’est e l’ovest, chiamata Striscia della Morte.
Vegan-burger in un localino di Kreuzberg e ci tuffiamo nella bolgia. La fila all’entrata del Kopi è degna del concerto di Madonna, solo che al posto delle ragazzine urlanti ci sono amabili punx provenienti da tutta Europa (isole comprese). Lo squat è come sempre imponente: una palazzina su più piani con un ampio cortile interno, una palude costellata di sabbie mobili (che mieteranno alcune vittime nei giorni a seguire). Il supermercato dell’anarcopunk è a pieno regime: sale a tema, tre, quattro concerti in contemporanea, cibo a bassa costo, decine di bar sparsi in ogni anfratto, un oceano di birra. A proposito: soffriamo un po’ l’assoluta mancanza di alternative alla birra, ma, dopotutto, questa è la Germania.
L’affluenza è enorme, al punto che si viene trasportati dalla folla e il libero arbitrio è ridotto al minimo: la corrente ci trasporta di sala in sala, basta non opporre resistenza ed essere tempestivi nell’ordinare una birra quando ne capita l’occasione. Incontriamo i mitici Kava e Katta degli Infamia (Modena anarco-punk). Vaghiamo qua e là finché la nostra attenzione viene rapita da un non ben identificato gruppo kraut-punk nel sotterraneo (uno scantinato umidissimo) che fa letteralmente esplodere d’entusiasmo i presenti. Sarta, satanico come sempre, con cappello e sciarpa di lana nonostante il clima tropicale, solleva il povero Claudio per uno stage diving kamikaze con soffitto basso. Incredibilmente il nostro ne esce indenne, salvo poi accorgersi, una volta emerso dall’Ade, di aver perso il cellulare. I lettori affezionati ai nostri reportage sanno dell’hobby di Claudio di seminare indumenti, accessori, neuroni ed anni di vita in giro per l’Europa, ma questa volta la responsabilità è da addebitare al diabolico Sarta (vade retro sa(r)tana); ma anche sarta ha un cuore, quindi si fa strada nel pogo, strappa il microfono dalle mani del cantante e in ubriachese biascica “If someone find a cellular phone, give us!”. Tutti allora si domandano perché un tizio italiano abbia così urgentemente bisogno di un phon; altri, riconoscendo in Sarta un vecchio compagno trombone, ne liquidano l’intervento bollandolo come il solito “italian political bla bla bla”.
Ad un’ora ormai indefinita quando l’oggi diventa ieri, e il domani oggi, torniamo in ostello, per consolare Claudio con un triplo, mortifero, giro di sambuche. Claudio passerà la notte avvinghiato alla tazza del cesso.

Giorno 2:
Freschi come mutilati della Grande Guerra ci godiamo un giorno da turisti con pranzo luculliano a Friedrichshain e shopping di vinili da un euro. Per gli appassionati, questo è quello che è riuscito ad acquistare quel pervertito musicale di Puj: primo album del pianista reazionario Richard Clayderman con copertina poster, doppio album del cantautore Adamo in edizione tedesca, un vergognoso 45 giri funky-disco d’epoca dance. Dopo la giornata di relax, si torna al Kopi, tra l’altro, per suonarci. La situazione è a dir poco incasinata, non si capisce un gran cazzo, non troviamo nessuno che ci dica che cosa fare. La solita situazione “autogestita”, diciamo. Claudio, nel frattempo, ha ritrovato il telefono, o meglio ciò che ne resta: un grumo marrone con impresso il disegno di una suola carroarmato. La parte posteriore manca totalmente ma, miracolo, la scheda è salva! Tutto è bene ciò che finisce bene…
Prima di noi il cartellone prevede un “Karaoke Punk”. Fino alla fine abbiamo sperato che non si trattasse di quello che tutti immaginavamo. Poi abbiamo capito: si trattava di quello che immaginavamo. L’accostamento di “punk” e “karaoke” è un ossimoro, dato che il punk dovrebbe essere, in fondo, un rifiuto delle logiche che stanno dietro al karaoke. Insomma, viene voglia di urlare: Fatevi i pezzi vostri! Ci aspettiamo che da un momento all’altro salga sul palco un Fiorellen qualsiasi, ma dobbiamo accontentarci di qualcosa di comunque molto simile: un simpatico tamarrone vestito da gelataio che introduce tutti gli aspiranti cantanti con modalità da balera. Scorrono faticosamente svariate cover che tracciano la storia del genere: dai Gorilla Biscuits ai Discharge, dai 7 Seconds ai Dead Kennedys, dai Motorhead ai Judas Priest… l’entusiasmo del pubblico tedesco è al livello di finale di coppa del Mondo. Dopo circa due ore mezza di tortura, con tempi morti degni del festival di Sanremo, finalmente, alle tre passate, saliamo sul palco!
Incredibilmente, il nostro live si rivela all’altezza e la partecipazione degli astanti è fantastica. Ci sono ragazzi tedeschi che conoscono i pezzi e tanti italiani. La palma del migliore tra il pubblico va ad un ragazzo di Piacenza che ci accoglie con un “vaffanculo milanesi di merda!”, e che cadrà un trentina di volte sul pavimento viscido di sudore, birra e fango, facendosi saltare un incisivo. Dopo un iniziale smarrimento raccoglierà il dente e se lo infilerà in tasca.
Terminato il concerto, alle quattro del mattino, in un’atmosfera di totale delirio, ci attende l’ormai usuale siparietto dell’ubriaco che chiede di potersi esibire con la chitarra trasparente di Puj. Ci “godiamo” quindi una “Hey Jude” extended version di venti minuti. Ormai la piega alcolica della serata è inarrestabile, è tardissimo e nel cortile non si contano i morti riversi nel fango. Decidiamo di accomiatarci, torniamo in ostello e sveniamo. Tutti eccetto Claudio. Il pazzo, non pago, torna al Kopi, e si becca il bis del Karaoke punk che si tiene nel sotterraneo. Tornerà all’alba, laureato cintura nera di Karaoke…

Giorno 3:
Ci svegliamo in condizioni da polo geriatrico. In tarda mattinata ci spariamo un giro al mercatino delle pulci di Mauerstrasse con gli amici Infamia. Tra un vin brulè e l’altro, Puj non resiste ancora una volta al richiamo dei vinili da un euro. Questa volta si rende ridicolo acquistando nell’ordine: una compilation di cantanti soul anni ’70 cadute in disgrazia, un terribile musical rock tardo-comunista e un doppio vinile con i successi pop della Germania Est del 1986. La giornata è uggiosa e ci concediamo un falafel regale, seduti in un localino di Prenzlauer Berg, prima di caricarci in spalla i nostri poveri averi e dirigerci verso l’aeroporto di Schonefeld.
Dopo tre giorni intensi tutti casa e Kopi riflettiamo su questa incredibile festa di dimensioni bibliche che ha richiamato ragazze e ragazzi da tutta Europa e, soprattutto, sugli ettolitri di birra consumata. Il compleanno del Kopi è stato un evento enorme, impensabile per le dimensioni e gli spazi della nostra scena DIY, con migliaia di partecipanti, nel quale il discorso politico è rimasto sullo sfondo e la circolazione di denaro è stata impressionante. Le dimensioni ciclopiche dell’insieme hanno reso tutto caotico e dispersivo, e di conseguenza anche il messaggio che si voleva trasmettere è risultato un po’ confuso. Tuttavia una partecipazione di massa, un simile entusiasmo e un’organizzazione così imponente, hanno reso l’idea di una cultura molto forte capace di accomunare davvero le persone, aldilà dei vincoli di amicizia e di conoscenza che le legano. Certo è che noi preferiamo realtà più umane, dove non bisogna fare una fila di un’ora per pisciare. Ah, ah, ah!

22/03/10

[Free books for punx]
Franco Basaglia: la libertà oltre l'istituzione
[Pep] Figura cruciale nell'ambito della riflessione libertaria italiana e della critica alla psichiatria (anche se il termine “antipsichiatria” fu da lui sempre rifiutato come improprio), lo psichiatra Franco Basaglia (1924-1980), muovendo dal terreno specifico che professionalmente gli competeva, è stato capace di generare un pensiero emancipativo utilizzabile a tutt'oggi nell'intelligenza e nella critica radicale di qualsivoglia processo di istituzionalzzazione che attraversi la nostra società, inteso sia in quanto reclusione fisica che in quanto relazione di potere e di sapere tra individui. All'azione politica di Basaglia e a quella dei movimenti antipsichiatrici ed anti-istituzionali italiani di cui negli anni Sessanta e Settanta era la personalità di maggior spicco, è legata una legge di portata storica e di assoluta novità a livello internazionale, la 180 (che nel 2001 la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità ha clamorosamente proclamato modello da imitarsi in tutto il mondo). Ad essa si deve l' abolizione dei manicomi e la consegna della cura psichiatrica alla consensualità ed alla libera relazione intersoggettiva medico-paziente, sottraendola alle tradizionali modalità coercitive (le quali ancora caratterizzano la discussa eccezione del Trattamento Sanitario Obbligatorio per indifferibilità della cura, che Basaglia non avrebbe voluto includere nella legge).
Il Kalashnikov Collective Headquarter ritiene tuttavia che solo una conoscenza puntuale del pensiero dello psichiatra italiano possa rendere conto di un'attualità difficilmente eguagliabile: è in quest'ottica che presentiamo una breve raccolta dei suoi testi partendo dalla trascrizione del ciclo di quattro conferenze che tenne a Rio de Janeiro alla fine del giugno 1979, non molto tempo dopo la vittoriosa approvazione della 180. Partendo da un interessantissimo confronto tra i percorsi del movimento anti-istituzionale italiano e le situazioni psichiatriche estere, Basaglia vi tratta poi dei rapporti di potere medico-paziente, dell'imprescindibilità della rivoluzione sessuale, della repressione e del controllo, della stigmatizzazione sociale come strategia di dominio, trascendendo, così, ampiamente lo specifico psichiatrico.
I tre testi successivi rendono conto del lungo e complesso tragitto professionale di Basaglia nelle istituzioni manicomiali e del suo tentativo di sovvertirle dall'interno, preparando la loro distruzione definitiva. Si comincia con “Crisi istituzionale o crisi psichiatrica?” del 1967 (nel quale Basaglia evidenzia magistralmente la ragion d'essere e la necessità storica degli odierni movimenti di attacco alla psichiatria) cui segue “Un problema di psichiatria istituzionale” (1966), scritto con Franca Ongaro, in cui s'indaga il problema dell'esclusione sociale della follia (e non solo di questa) nei suoi livelli psicologici e nei suoi fini strategici delineando un percorso di reazione. L'antologia si conclude con “Corpo e istituzione” (1967) in cui vengono delineati, con sofisticatissimi strumenti concettuali, gli inesorabili meccanismi alienanti del manicomio, fornendoci i mezzi intellettuali per una battaglia libertaria contro le istituzioni ancora apertissima a tutti i livelli della società.
Chiudiamo quindi con le parole di Franco Basaglia: “
Si potrebbe concludere, allora, che l'importante è uscire dalla logica implicita nell'opposizione tra i termini vittoria e sconfitta. L'unica possibilità è ancora quella di continuare a lottare perché nella lotta si aprono nuove contraddizioni...”.

>>> Download Raccolta di Testi di Franco Basaglia [ITA] in .pdf (.rar – 26 mb)

21/03/10

[Cibo per cani - 4° puntata]
Intervista a Rocco dei FASTI (post-rock da Torino) !
[Sarta] Come i lettori più affezionati sapranno, “Cibo per cani” è il programmino musicale che il Kalashnikov Collective conduce sulle frequenze di Radio Cane. Per la quarta puntata abbiamo invitato Rocco dei Fasti, nostra vecchia conoscenza dai tempi del CSOA Garibaldi nonché (porta)voce dei grandi Seminole con cui suonammo al loro concerto di addio al CSA Murazzi qualche tempo fa. Il pretesto per l’intervista è una breve (ma incisiva) collaborazione del buon Rocco ad una canzone presente sul prossimo e imminente disco del Kalashinikov collective.
La chiacchierata si è svolta a pranzo nel nostro quartier generale, accompagnata - come sentirete - da rumori di piatti, forchette e sciabordii di vino versato nei bicchieri. Rocco è una persona che vive la scena di Torino da diversi anni e ha sempre cose importanti da dire su DIY e autoproduzione: nelle sue parole, le ideologie lasciano sempre il passo all’esperienza personale, al “vissuto”. E, devo dire, dopo quattro puntate abbiamo finalmente trovato qualcuno che è in grado di tenere testa alla nostra (ormai celebre) logorrea...perlomento sulla lunga distanza. Mentre lo stereo urlava le note degli RFT e dei King Crimson (un abbinamento perfetto per tutti i punx) abbiamo tirato fuori storie di concerti sui monti, di gianduiotti giganti e di marketing musicale. Cosa potete volere di più? Nutritevi!

>>> Download Rocco of Fasti inteview - Cibo per cani 4° puntata (.mp3 - 48 mb)

10/03/10

[We talk about us (in japanese!)]
EL ZINE # 3 feat. Kalashnikov collective!
[Puj] Dopo l'antologia edita l'anno scorso da Sp Records di Tokyo, altre novità che ci riguardano mi giungono inaspettate dal giappone! Il terzo numero di una trendyssima fanzine nipponica ("El Zine", una specie di Maximum Rock'n'roll un po' più elegante) non solo contiene una lunga intervista ai Kalashnikov, ma dedica loro anche la copertina! Ah, ah, ah!
Ogni numero di El Zine è monotematico: questo verte sulle punk bands con ragazze al microfono. Accanto a noi, nomi illustri come i leggendari Petrograd dal Lussemburgo e gli Assassinators dalla Danimarca, giovane band che va per la maggiore. Ringraziamo il simpatico Kenji per l'ottimo (e sorprendente) trattamento!
Il titolo della monografia è "Brucia donne mondo", che sa un po' di caccia alle streghe e roghi medievali (ingenuità giapponese), ma che credo si riferisca alla nostra canzone "Brucia, ragazza, brucia", molto amata dai giapponesi in quanto cover di una celebre sigla televisiva delle loro parti (Gekkou Kamen), la cui musica pensammo di utilizzare all'insaputa di tutti (e invece...).
Comunque sia, a patto che parliate correntemente il giapponese, potrete leggere l'intervista ai K. scaricandola in formato .pdf da qui sotto.
Kenpai!

>>> Download Kalashnikov Collective interview from "EL ZNE" #3 [Jap] (.pdf - 3,4 mb.)

24/02/10

[Free music for punx]
ZOUNDS (anarco-punk) - Can't cheat karma/War/Subvert (7" e.p. - U.k. 1980)
[Puj] Intramontabile primo 7" degli Zounds! 1980, Inghilterra, Crass records... Gli Zounds furono legati ai Crass da profonda amicizia e con loro condivisero molte esperienze artistiche ed esistenziali; musicalmentene, però, ne furono sempre piuttosto distanti: il loro era uno squillante post-punk con chitarre scarne e sottile flavour dub. Molto pop, poco punk. Grande musica!
Il mio pezzo preferito di questa loro prima uscita discografica è "Subvert", il cui testo dice: "Sei hai un lavoro, dove ti trattano come uno schiavo, dove ti trattano come uno zombie nelle aziende-tomba, puoi essere un infiltrato! Lavorare per la rivoluzione sul tuo posto di lavoro! Se lavori in una fabbrica puoi mettere un bastone tra gli ingranaggi! Sabotaggio interno, colpirli dove fa più male! Sovverti! Sovverti! Se lavori in una cucina ridistribuisci gli alimenti, se sei un poliziotto a cui hanno ordinato di arrestarmi, non devi farlo, puoi rifiutare!".
Eh, eh, eh!
Curiosità: la parola 'zounds, nell'inglese antico, è una spece di imprecazione blasfema, contrazione di "god's wounds" e si riferisce alle ferite del cristo crocefisso...

Tracklist: 1. Can't cheat karma / 2. War / 3. Subvert.

>>> Download ZOUNDS - Can't cheat Karma 7" e.p. in mp3 (.rar - 17 mb.)