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12/02/16

[we talk about...'zines!]
L'antica e sapiente pratica del fanzinaro...
[Sarta] Riflettevamo l'altro giorno: che senso hanno oggi i blog? Dopo un grande exploit iniziale, sembra che pochi attualmente se ne interessino o li aggiornino con continuità. Troppo impegnativi! Nell'Era del Trionfo Imperante dei Social Network (©) tutti noi preferiamo pubblicare ciò che facciamo/pensiamo/vediamo attraverso sintetici post su fb: frasi brevi, una foto, un link, un tag...tutto deve fluire semplice e veloce. Se scrivi un post di più di 10 righe, allora rassegnati ad avere un riscontro pericolosamente rasente allo zero, se non addirittura qualcuno che ti insulta perchè “oh, zio, non ho tempo di leggere tutto 'sto pippotto” (è accaduto, giuro). Sembrerebbe che fermarsi a pensare, riflettere e problematizzare ci renda...davvero poco social!
Ma a parte questo (e ho già sforato le 10 righe....ah, ma tanto sono sul blog! Tiè!) c'è una cosa che i social network non hanno ancora messo - sorprendentemente - fuori gioco: le fanzine di carta! Nell'ultimo periodo mi sono reso conto di aver collezionato un sacco di materiale molto interessante ed eterogeneo, tutto rigorosamente diy. E, dunque, dato che mi piace pensare, riflettere e problematizzare ma soprattutto condividere, ve ne propongo qui sotto una selezione ovviamente sleale ed arbitraria in base a quello che mi è rimasto sotto mano...buona lettura!

Attacca la metropoli! (by SaraPop)
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“Noi definiamo la realtà attraverso il confronto, per questo ci è difficile comprendere ciò di cui non vediamo i margini (…), come per un pesce è difficile definire l'acqua”. Con queste parole si apre “Attacca la metropoli”, una simpatica fanzine a cura di Sara Pop, un prontuario di pratiche sovversive per districarsi tra gli inganni del nostro vivere quotidiano tra il cemento delle nostre città. Organizzarsi in piccole reti di sussistenza solidale, occupare, vivere di espedienti, sabotare i contatori di gas ed eletricità, boicottare i consumi, recuperare, espropriare e aderire al “nun te pago”: tutte modalità di difesa/attacco verso il conformismo e le regole della metropoli! Nell'introduzione si legge: “La metropoli è l'organizzazione quotidiana della vita nel capitalismo, la sua caratteristica è la serialità. Nella metropoli ogni giornata è uguale all'altra esattamente come ogni Autogrill, ogni panino McDonald, ogni negozio H&M è uguale all'altro. La metropoli trasmette a ripetizione un unico messaggio: tutto quello di cui hai bisogno può essere comprato e consumato. La metropoli è il nemico di tutti i giorni, modella la nostra vita, stabilisce tempi e spazi, ci ingabbia in mostri di metallo e cemento, altera le nostre relazioni e i nostri desideri. La metropoli è la nostra gabbia e noi la vogliamo distruggere”. Chiaro no?
Una curiosità: in copertina si legge “la metropoli si riproduce uguale in tutto il mondo, ci riempie i polmoni e i nervi, dà ritmo alla nostra respirazione” che è anche il verso conclusivo di una canzone inedita dei Corpse (la meravigliosa power-violence-band di Milano) dal titolo “Comunicato n.2”, che a breve uscirà su cassettina ma che io già conosco bene, avendola registrata con il nostro Kala-studio mobile...chi ha copiato chi?



How we arrived at this desolate place? (by Francesco Goat)
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Non so se questo sia esattamente il titolo di questa 'zine, ma mi piace appellarla così, con la scritta dal sapore esistenzial-nichilista che fa bella mostra in copertina. Si tratta di una raccolta di illustrazioni artistiche orgogliosamente ultra-cheap realizzate ripassando (credo) decine si volte delle immagini nella più sgrausa e scalcinata fotocopiatrice che possiate immaginare, ingrandendole a dismisura fino a renderle quasi irriconoscibili. L'effetto finale è di grande suggestione: una panoramica di luoghi desolati, atoni, in un putrido bianco e nero slabbrato, il contraltare ideale al culto patinato in alta fedeltà delle immagini pubblicitarie che (nostro malgrado) notiamo quotidianamente dappertutto. O, se preferite, un perfetto catalogo di sconosciute località nichiliste per un'immaginaria agenzia di viaggi suicidi. O ancora, la restituzione di un panorama interiore nero come il vuoto delle nostre malcelate solitudini. Niente altro, non una parola, una spiegazione, una indicazione...solo la “rassicurante” parola “always” in chiusura, a mettere la pietra tombale su ogni possibile vagito di speranza.
Che si tratti di un reperto proveniente da un'altra dimensione?


Il Folletto – foglio di critica antipsichiatrica (by Coordinamento gruppi antipsichiatrici)
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A dire il vero questa non è una vera e propria 'zine, ma un foglio di informazione, ma mi va di parlarne lo stesso. Anzi, vi consiglio di andarvi a vedere un concerto dei mitici Rauchers, che tra le altre cose sono tra i più attivi nella divulgazione di questo tipo di messaggi. Tornando al nostro foglio, già la sua copertina racchiude in maniera meravigliosamente naif il senso sinistro della disciplina psichiatrica. Il foglio contiene un po' di tutto: racconti e lettere personali, elenchi di siti web, libri e collettivi attivi sul territorio, scritti informativi e teorici. Tutto accomunato dall'intento di svelare l'inganno che c'è dietro alla presunta “cura” che altro non è che l'ennesimo strumento per controllare gli individui, de-potenziare il loro eventuale afflato anticonformista o anche semplicemente antisociale. Si scrive: “opponendosi alla pseudoscienza psichiatrica e alle sue forme di “prevenzione” che implicano pratiche autoritarie,“Il folletto” vuole essere uno strumento di informazione atto a evitare di rimanere ingabbiati nelle menzogne e nelle barbarie della psichiatria, denunciarne le torture mascherate da “cura medica”, creare una cultura di comprensione del problema e di solidarietà, nel tentativo di mettere a disposizione di tutti le esperienze di ognuno”. Per cui...scaricate!



Lungidame, numero zero (by Zanna)
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Concludiamo la rassegna con questa bellissima operetta cartacea a cura del buon Zanna (No White Rag): una classica raccolta, nel più tradizione stile da punkzine, di interviste, articoli, fumetti e pensieri in una lussuosa e raffinata rilegatura brossurata con tanto di illustrazioni in bianco e nero su ottima carta “avorio”. Oltre alla nostra intervista, già apparsa online su nuclearchaos.org, c'è una bella chiacchierata con gli Into theBaobab, il resoconto del tour in Indonesia dei No White Rag (imperdibile), i “consigli” per il detersivo fatto in casa di Lara, le riflessioni sulla natura di Nicola e Martina di Limbdisarm, un fumetto di Ancè, le riflessioni sulla violenza di Modi e altri contributi di loschi figuri decisamente interessanti. Finita di leggere, viene subito voglia di avere tra le mani il prossimo numero, eheheh...volete leggerla? Sussù, non fate i marci! Scrivete a nuclearchaos@autoproduzioni.net e fatevela spedire!
 

18/05/15

[We talk about...]
Biodossier! Appunti per una bio/etica Queer
“Tanti anni fa, quando ero un ragazzino confuso (o una ragazzina incompresa, fate voi) andai a vedere una mostra di rettili di tutto il mondo allestita dal comune del mio paese (un errore grossolano che poi non feci più date le condizioni in cui vengono tenuti gli animali in questi carrozzoni itineranti)”. 
[Pep] Così si esprime, con oscura e ambigua tenerezza, la militante transgender e antispecista Barbara X, nel suo romanzo “Uncuorebestiale. Frammenti sparsi di un vissuto irregolare” (DIY Resistance 1) facendo coincidere consensualisticamente la produzione della propria libertà con quella della libertà dell'altro, in un'erotica e abissale intersezione dei livelli soggettivi individuali, in quanto creatori autopoietici di identità finzionali: e nel reciproco s-confinamento anti-biografico tra i diversi livelli diacronici del proprio percorso esistenziale (“La mia vita” scrive Barbara X “non avrebbe mai potuto avere una storia normale, cioè una storia intesa come lineare narrazione cronologica di episodi e sensazioni; sentivo piuttosto che essa sarebbe stata prima di ogni altra cosa una miriade di vicende variegate, lontanissime anni luce l'una dall'altra, un folle carosello di ricordi e rottami di attualità sconvolgenti, disuniti, sconnessi, isolati e in grado di creare dal disordine totale una Storia, la trama slegata, frammentaria e a singhiozzo di una vita contemporanea”).
Ma forse il moderno progresso scientifico ha già superato questa prospettiva per bocca di uno dei suoi più significativi rappresentanti, lo psicobiologo Alberto Oliverio che così si esprime: “Ognuno di noi si percepisce come uomo o come donna. Generalmente si ritiene che questa identità di genere sia conforme al sesso biologico per cui una donna si dovrebbe identificare in termini femminili e un uomo in termini maschili. Tuttavia ciò non si verifica sempre perché alcuni individui biologicamente maschi si ritengono prevalentemente femmine e alcune persone biologicamente femmine guardano a sé stesse in termini maschili. Altri non considerano che il proprio genere sia maschile o femminile, ma una fusione dei due sessi e altri ancora si considerano appartenenti a un terzo genere. Col termine transgender ci si riferisce quindi a un insieme di persone che esprimono nella vita un senso innato del genere diverso da quello che è stato loro assegnato alla nascita. Per lungo tempo questa condizione è stata considerata come una deviazione patologica, un disturbo legato ad un insieme di esperienze e dinamiche psichiche, e quindi oggetto di terapie diverse, generalmente inefficaci: oggi numerosi studi indicano invece che transgender si nasce a causa di una diversa impostazione cerebrale...Nei transessuali maschi (MtF) il numero dei neuroni nella BST è simile a quello che esiste nelle donne-ossia è circa la metà rispetto a quanto si verifica nei maschi cisgender, a proprio agio col genere assegnato alla nascita...L'inversione del numero di questi neuroni [quelli che producono somatostatina] nel cervello transessuale viene considerato come un segno della dissociazione che si verifica tra il differenziamento dei genitali e quello cerebrale” (da “Mente & Cervello. Il mensile di psicologia e neuroscienze”, aprile 2015).
E' significativo come lo Stato Terapeutico contemporaneo amplificantesi, ormai, tramite l'ideologia biotecnologica e trans-umanista in un progetto, in realtà apocalittico, di salvezza globale dell'umanità e del vivente, attui una sorta di rovesciamento del progetto che Susan Sontag descrive nel suo volume “Malattia come metafora” (1978): “Esiste almeno la promessa di un trionfo sulla malattia. Una malattia “fisica” diventa in un certo senso meno reale-ma in cambio più interessante- nella misura in cui si può considerarla malattia “mentale”. In tutta l'epoca moderna la speculazione si è continuamente sforzata di estendere la categoria della malattia mentale. In effetti in questa cultura il rifiuto della morte è in parte un enorme allargamento della categoria di tale malattia. La malattia si estende grazie a due ipotesi. La prima è che si possa considerare malattia ogni forma di deviazione sociale. Di conseguenza se si può considerare malattia il comportamento criminale i criminali non devono essere condannati o puniti, ma capiti (come capiscono i medici), curati, guariti. La seconda che ogni malattia può essere considerata sotto l'aspetto psicologico. La malattia è cioè interpretata, fondamentalmente, come un evento psicologico e si incoraggia la gente a credere che ci si ammala perché (inconsciamente) lo si desidera e che ci si può curare mobilitando la propria volontà; cioè che si può scegliere di non morire della malattia. Sono due ipotesi complementari. Mentre la prima sembra alleviare il senso di colpa la seconda lo ripristina. Le teorie psicologiche della malattia sono un mezzo poderoso per gettare la colpa sul malato. Spiegare ai pazienti che sono loro stessi la causa, involontaria della propria malattia significa anche convincerli che se la sono meritata”.
Quest'ultimo percorso pare oggi trovare il ribaltamento che lo implica ma lo supera: la malattia mentale, preservando e trasferendo il proprio stigma ad un livello fisico (tramite la sua ri-lettura in tal senso) conferma e ristruttura l'utilizzabilità strategica e la trasferibiltà di quest'ultimo a livello sociale nel senso genetista. Lo Stato terapeutico conferma infatti da sempre patogenicamente l'idea di famiglia, traducendo il proprio neo-familismo in un rinnovato veicolo di controllo sociale e di amplificazione indefinita dei processi di stigmatizzazione. La ricerca infinita quanto inutile delle cause delle varie malattie e devianze ha uno specifico finalismo, come scrive lo storico JohnBoswell nel suo saggio “Cristianesimo, tolleranza, omosessualità. La Chiesa e gli omosessuali dalle origini al sedicesimo secolo” (1980): “Per quanto riguarda la problematica eziologica bisogna notare che ciò che “causa” l'omosessualità è una questione importante solo per le società che considerano i gay gente bizzarra o anomala. La maggioranza della gente non si domanda che cosa “dia origine” alle caratteristiche statisticamente comuni, come il desiderio eterosessuale o l'uso della mano destra; le “cause” sono ricercate solo per gli attributi personali che vengono ritenuti al di di fuori dei modelli consueti di vita”. 
Tipicamente si pensi all'inutile e infinita ricerca delle cause della malattia mentale, a tutt'oggi non rinvenute: quest'ultima oscilla fondamentalmente tra la stigmatizzazione irrimediabile dei familiari attraverso l'accusa di essere responsabili della “patologia” del congiunto in quanto autori di relazioni “distorte”, se non decisamente “patologiche”, e attraverso quella di esserlo in quanto portatori del mai rinvenuto “gene della follia”, tanto credibile quanto il fantomatico “gene gay” o “gene trans”. I tre geni in questione sono affabulati socialmente e mediaticamente in quanto mirano ad una lettura sottesamente antropomorfica dell'apparato genetico, il quale sarebbe portatore di modalità etiche, culturali e relazionali, nel senso della sua identificabilità con esse, da squalificarsi con “politicamente corretta” tolleranza, in attesa della loro eliminazione. D'altronde domandarsi “la causa” del fatto che un individuo abbia una data personalità, corrispondendo al tentativo sociale, sotto forma di disvelamento eziologico, di trovare un capro espiatorio concettuale per il presentarsi dell' “inesplicabile”, ha senso quanto domandarsi “la causa” o “le cause” del fatto che un individuo sia sostenitore del partito democratico piuttosto che di quello repubblicano, laddove sarebbe semmai significativa una contestualizzazione che consenta di comprendere i diversi modi d'essere individualmente elaborati nella loro dialettica e affermativa ragion d'essere.
L'altro versante della problematica, con riferimento all'omosessualità più in generale, è messo in luce nel 2005 dalla psicoanalista Simona Argentieri, che così si esprime: “Un esempio...a mio parere molto convincente è quello relativo all'omosessualità, che una fascia di ricercatori nordeuropei vorrebbe ricondurre ad una ragione genetica. Il paradosso è che tale ipotesi riduttiva e mortificante (tra l'altro poco accreditata sul piano scientifico) che vuole confinare la sessualità a “sindrome” condizionata da un supposto “gene” ha invece incontrato non solo il favore di alcuni bempensanti, lieti di ricostruire in chiave di DNA un modernissimo piccolo ghetto delle pratiche contro natura: ma anche di alcuni omosessuali che vi hanno trovato un alibi per non interrogarsi su di sé e per non doversi considerare protagonisti delle proprie vicende psicologiche e amorose.
In tal senso prevarrebbe la promozione di un criterio biografico dell'auto-interrogazione, il quale, a continuo rischio (e per lo più con la garanzia) di trasformarsi in un criterio patografico, la psicanalisi propone, sulla base dei suoi storici meriti, come propria specificità. Una pertinente risposta proviene da uno di testi che più nettamente attaccano la concettualizzazione psichiatrica, la biografia di Leopold VonSacher-Masoch dello storiografo Bernard Michel (1989). Così Michel mette in luce la sua valutazione della psichiatria che, attraverso le dottrine di Krafft-Ebing, patologizzò lo scrittore austriaco: “Krafft-Ebing creava un collegamento stretto, discutibile e in seguito abbandonato tra sadismo e masochismo che sarebbero state le due facce complementari della devianza sessuale. Così cominciava lo studio del masochismo, da Freud a Deleuze ma, come ho detto nell'introduzione, non è questo l'argomento di questo libro. Leopold respinse indignato le affermazioni di Krafft-Ebing, ma ritenne inutile una refutazione pubblica. Tra l'immagine deformata che dava di lui lo psichiatra e la realtà della vita non poteva esserci alcun punto di contatto... La psicologia può servire a orientarsi nei salotti letterari di Parigi o di Vienna, non negli spazi infiniti della steppa galiziana che schiacciano gli uomini, se riescono a sfuggire all'inseguimento dei lupi o al peso interminabile della corvée. Leopold è moderno perchè barocco. E questo spiega la sua violenza, la sua forza, la sua indifferenza per i limiti: per questo ha tanto urtato certa critica e certo pubblico”. Il titolo, in realtà anti-biografico, che il traduttore Savino D'Amico, nel 1990, ha scelto per il volume di Michel, “Il piacere del dolore”, mette in luce, con una nozione tra estetologico e scioccante, Masoch come inventore di una modalità estetica, colta nella sua quintessenzialità, e artista totale della propria esistenza: in luogo che oggetto di una disamina biografico-narrativa. 
Già nel 1988 il fotografo radicale Joel-Peter Witkin rende pubblica la fotografia “Apollonia e Dominetrix creano il dolore nell'arte occidentale”. Così Witkin si esprime nel 1985 riguardo la propria ricerca/creazione visiva: “Un elenco parziale di ciò che mi interessa. Prodigi fisici di ogni tipo: piccole teste a capocchia di spillo, nani, gobbi, transessuali pre-operazione, donne barbute, artisti da baraccone che lavorano o in pensione, contorsionisti (erotici), donne con un solo seno (centrale), persone che vivono come eroi da fumetto. Satiri, gemelli uniti per la fronte, chiunque abbia un gemello parassitico, gemelli che hanno in comune un braccio o una gamba, ciclopi viventi, persone con code, corna, ali, pinne, artigli piedi o mani rovesciati, arti elefantini, ecc. Chiunque abbia braccia, occhi, seni, genitali, orecchi, nasi o labbra in più in più. Tutte le persone con genitali straordinarianìmente grandi. Padroni e schiavi del sesso. Donne con la faccia coperta di pelo con grandi lesioni della pelle che siano pronte a posare in abito da sera. Cinque androgini disposti a posare insieme come les Demoiselles d'Avignon. Anoressici senza peli. Scheletri umani e puntaspilli umani. Persone con un intero guardaroba di gomma . Uomini-lupo. Collezioni private di strumenti di tortura. Romanzo di parti umane, animali, aliene. Ogni genere di estrema perversione visiva. Ermafroditi e teratoidi vivi e morti. Una fanciulla bionda con due facce. Qualsiasi mito vivente. Chiunque porti le ferite di Cristo”, mentre già nel 1976 rispondeva, con aristocratico masochismo, alla psichiatria, in nome della propria battaglia iconofila/iconoclasta: “...Ho evocato un futuro di anni spesi in un infinito camminare con un'oggetto strano in mano e la macchina fotografica al collo, ripetendo di continuo gli stessi gesti, come un vecchio pazzo e solo, disprezzato dalla gente e colpito dalla sassaiola dei bambini; un giorno poi verrò trovato morto nello squallore circondato da migliaia di fotografie che avevo stretto al petto nel momento della morte. Il mio unico conforto è sapere che non sono solo, esisto nel mondo e ho un'esistenza reale che non si lascia né descrivere né penetrare. La mia opera rappresenta questa ricerca”. 
Lo conferma ben più radicalmente l'anarchico Renzo Novatore: “Ma solo colui che conosce e pratica la furia iconoclasta della distruzione può possedere la gioia nata dalla libertà, di quell'unica libertà resa fertile dal dolore. Mi ribello contro la realtà del mondo esterno per il trionfo della realtà del mio mondo interno”.

11/11/14

[We talk about...antipsychiatry!]
Il pensiero antipsichiatrico di Giorgio Antonucci, un'intervista a cura di Rapa Viola, Camap e Kalashnikov collective (27 luglio 2014, Firenze)
[Sarta] “Lo scorso luglio ricevetti una chiamata sul cellulare: era Dani, voce degli Ebola nonché agitatore del Collettivo Antipsichiatrico Camuno (Camap), che mi disse di avere la possibilità di intervistare il noto medico e psicanalista Giorgio Antonucci, uno dei più importanti punti di riferimento per il movimento antipsichiatrico in Italia. Uh, bene! L'idea era di andare tutti a Firenze, fare questa chiacchierata con il Nostro e poi rovesciarsi tutti a Villa Panico (il celebre ex-manicomio ora occupato dai punx) per fare un concertone a tema antipsichiatrico e festeggiare tutti insieme. La proposta era ovviamente estremamente allettante, tuttavia avevamo già fissato per quel sabato un concerto a Carrara in un circolo di compagni anarchici, una di quelle situazioni un po' vetero che ci piacciono tanto. Che fare quindi? Ci pensa Peppus, il membro-ombra del nostro collettivo, che si aggrega all'allegra comitiva e porta a compimento la missione!
Il risultato di tutto ciò lo potete vedere qui sotto: una lunga chiacchierata di circa 40 minuti, dove Antonucci spazia in maniera estremamente lucida dai fondamenti della psichiatria (una disciplina che “si occupa del dissenso” e che non ha nulla a che vedere con “la scienza medica” ma si basa sul “giudizio del pensiero altrui”), alla critica di alcuni dei più importanti pensatori antipsichiatrici (da Thomas Szasz a Edelweiss Cotti, passando per l'analisi dei sociopoteri di Michel Foucault) fino all'interessante racconto di alcuni episodi della sua carriera professionale, che ben delineano il carattere aleatorio e repressivo della cosiddetta “scienza” psichiatrica. Dalla storia della suora rinchiusa in manicomio e sottoposta all'elettroshock perché, stanca di “essere sposa di Cristo”, voleva sposarsi sul serio, fino al crudo racconto delle più minuziose e terribili torture praticate sui “pazienti”, Antonucci disvela con estrema chiarezza il vero volto di questa pseudo-disciplina: lo stesso Sigmund Freud, eccellente neurologo prima di diventare il padre della psicanalisi, sostenne che per andare oltre occorreva diventare “biografi”, ovvero capire le singole storie delle persone per comprenderne i comportamenti. Da questo punto di vista, psicofarmaci, manicomi e lettini di contenzione non sono altro che strumenti repressivi di annichilimento degli individui che nulla hanno a che vedere con la cura e la scienza medica ma solo con la repressione e il controllo sociale: “se si è disposti ad ascoltare gli altri, non crollano solo i manicomi ma tutto il castello della psichiatria”. Nel ringraziare Rapa Viola, il Camap nonché Marky per le riprese, vi auguriamo buona visione!".

 

Bibliografia essenziale degli scritti di Giorgio Antonucci:
I pregiudizi e la conoscenza. Critica alla psichiatria (Cooperativa Apache, 1986)
Il pregiudizio psichiatrico (Eleuthera, 1989 e 1998)
La nave del paradiso (Spirali, 1990)
Aggressività. Composizione in tre tempi
in Uomini e lupi (Eleuthera, 1990)
Critica al giudizio psichiatrico (Sensibili alle foglie, 1993 e 2005)
Contrappunti (Sensibili alle foglie, 1994)
Il giudice e lo psichiatra in Delitto e castigo (Eleuthera, 1994)
Il Telefono Viola, insieme con Alessio Coppola (Eleuthera, 1995)
Pensieri sul suicidio (Eleuthera, 1996)
Le lezioni della mia vita. La medicina, la psichiatria, le istituzioni (Spirali, 1999)
Diario dal manicomio. Ricordi e pensieri (Spirali, 2006)

Altri testi di riferimento sul tema dell'antipsichiatria:
Thomas Szasz, Il mito della droga. La persecuzione rituale delle droghe, dei drogati e degli spacciatori (Feltrinelli, 1997)
Thomas Szasz, Il mito della malattia mentale (Spirali,2003)
Edelweiss Cotti, Roberto Vigevani, Contro la psichiatria (La Nuova Italia, 1970)
Franco Basaglia (a cura di), Che cos'è la psichiatria? (Dalai, 1997)
Franco Basaglia (a cura di), L'istituzione negata (Baldini e Castoldi, 2014)
Franco Basaglia, Conferenze Brasiliane (Raffaello Cortina, 2000)

26/09/14


[we talk about...elettroshock!]
Collettivo Antipsichiatrico A. Artaud, "Elettroshock. La storia delle terapie elettroconvulsive e i racconti di chi le ha vissute", Sensibili alle foglie, Cuneo 2014
[Sarta] Pubblichiamo qui sotto un breve comunicato degli amici del collettivo antipsichiatrico Antonin Artaud di Pisa, autori dell'interessante libro intitolato "Elettroshock: la storia delle terapie elettroconvulsive e i racconti di chi le ha vissute" che trovate scaricabile in fondo al post. Si tratta di un notevole lavoro che dimostra ancora una volta come il pregiudizio psichiatrico costituisca ancora oggi un potente quanto violento strumento di controllo sociale e repressione da parte dello Stato.
 
Nato nel 2005, il collettivo si propone come gruppo sociale che, costruendo occasioni di confronto e di dialogo, vuole sostenere le persone maggiormente colpite dal pregiudizio psichiatrico. Il Collettivo si riunise il martedi, a Pisa, con cadenza settimanale. Il nostro impegno consiste, innanzitutto, nell’osservazione e nell’analisi del ruolo sempre più ingombrante che la psichiatria si vede riconoscere all’interno della società, ponendo particolare attenzione alle modalità e ai meccanismi attraverso i quali essa si espande sempre più capillarmente e trasversalmente. Questo lavoro di analisi e di denuncia è accompagnato da iniziative volte alla diffusione di cultura antipsichiatrica come, ad esempio, la presentazione di libri, opere teatrali, film, video, incontri e dibattiti. Oltre a questo siamo dotati di un telefono cellulare dedicato alle persone che hanno la necessità di contattarci in caso di emergenza psichiatrica o semplicemente per confrontarsi, avere dei consigli o essere ascoltate. Allo stesso modo veniamo contattati da diverse persone attraverso il nostro indirizzo email. Riteniamo fondamentale avere sempre presente i due diversi piani su cui si fonda la nostra attività.

Un piano è innanzitutto quello politico, attraverso le forme che sono proprie del collettivo, mentre l’altro è quello della relazione e del sostegno alle persone che richiedono il nostro aiuto. È nel piano della lotta politica che possiamo portare avanti le nostre istanze, misurarci con le nostre forze ed eventualmente raggiungere degli obiettivi. Riguardo invece il sostegno diretto alle persone che ci contattattano, possiamo dire che solitamente è azione di informazione riguardo ai trattamenti in corso, le loro conseguenze e i loro effetti collaterali, unita spesso alla denuncia degli abusi ai diritti dei pazienti stando alle poche garanzie che la Legge Basaglia prevede. 

"Elettroshock"
In relazione ad entrambi i nostri piani di intervento abbiamo scritto e pubblicato un saggio socioanalitico. Il libro si intitola "Elettroshock: la storia delle terapie elettroconvulsive e i racconti di chi le ha vissute". Propone un viaggio nella storia delle shock terapie, che precedono e accompagnano l’applicazione della corrente elettrica al cervello degli esseri umani, per provocare uno shock, ritenuto appunto “terapeutico”. Ripercorrendo la storia dell’elettroshock (dal 1938, anno della sua invenzione, fino alle vicende più attuali come la dichiarazione di incostituzionalità nei confronti dei tentativi di vietare tale pratica) si cerca di mettere in luce quei meccanismi che hanno garantito la sopravvivenza della terapia elettroconvulsiva nel corso dei decenni. Documentiamo come l'elettroshock non sia un metodo desueto, ma tutt'ora utilizzato in Italia dove viene praticato in più di novanta strutture pubbliche e private. Per sfatare il mito che le shock terapie, comprese quelle elettroconvulsive, siano barbarie di altri tempi, proponiamo le testimonianze di persone in carne ed ossa, vive e vegete, che sono state sottoposte all’elettroshock.

Questo lavoro vuole essere soprattutto uno strumento per ampliare la riflessione e il confronto sul delicato tema dei metodi terapeutici ai quali le persone, soprattutto quelle vittime di etichette psichiatriche, vengono costrette, il più delle volte senza esserne nemmeno informate. Siamo partiti raccogliendo le narrazione di persone che hanno subito questa terapia; l'ascolto e la lettura di queste testimonianze ci ha permesso di capire come la psichiatria utilizza questo dispositivo; cioè senza il consenso informato, per cancellare la memoria, come punizione e tortura.

E soprattutto abbiamo concluso lasciando aperte alcune questioni: perché questo trattamento medico, utilizzato in passato come metodo di annichilimento dell’umano, come strumento di tortura, come mezzo repressivo contro la disobbedienza, non viene dichiarato superato dalla storia? È sufficiente l'introduzione della anestesia totale per rendere più umana e dignitosa e legittima la sua applicazione? Possono dei benefici temporanei, che per avere effetto devono comunque essere accompagnati dall’assunzione di psicofarmaci, essere un valido motivo per usare questo trattamento? Si possono ignorare gli effetti negativi dell’elettroshock?

Ci teniamo a ribadire che nonostante le vesti moderne l’elettroshock rimane una tortura, una violenza, un attacco all'integrità psicologica e culturale di chi lo subisce. Insieme ad altre pratiche psichiatriche, l’elettroshock è un esempio, se non l’icona, della coercizione e dell’arbitrio esercitato dalla psichiatria. La nostra attività collettiva, diretta alla difesa dei diritti umani all'interno dell'istituzione psichiatrica, attualmente prosegue la sua battaglia proprio contro quelle forme coercitive come il TSO (trattamento sanitario obbligatorio), e per l’immediata chiusura dei manicomi criminali (gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari).


Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
antipsichiatriapisa@inventati.org
www.artaudpisa.noblogs.org

20/05/14

Pubblichiamo di seguito un report a cura dell'amico Angelo, voce dei mitici Rauchers, relativo alla "Serata informativa Anti-psichiatrica" organizzata dal Camap (Collettivo Antipsichiatrico Camuno) lo scorso 23 Marzo. Un abbraccio agli amici e alle amiche del collettivo camuno!
[Angelo] "Domenica 23 Marzo 2014, al Kag di Pisogne, ha avuto luogo una piacevole serata di informativa antipsichiatrica, in cui Giorgio Pompa del telefono viola di Milano e la dottoressa psicologa Maria Rosaria D'Oronzo (centro relazioni umane Bologna) hanno tracciato un excursus psichiatrico spiegando nel dettaglio il caso di 15 morti sospette del reparto di s.p.d.c. di Niguarda (servizio psichiatrico di diagnosi e cura). Su questi accadimenti si è tenuto in questi anni un silenzio assordante, arrivando all'archiviazione totale. Morti dimenticati, ma non certo da chi sa che la violenza dei reparti psichiatrici può arrivare all’atrocità, con l'oscena complicità di sorrisi e parole di conforto.
Al reparto del Niguarda queste persone hanno perso la vita dopo il protocollo dell’internazione, ovvero il letto che blocca il paziente, permettendo pochi o scarsi movimenti. Persone che poi, incredibilmente, vengono "dimenticate" e trovano la morte per svariate complicazioni, tra le quali la più deplorevole è l’inettitudine dell’equipe medica nell’affrontare il problema. Molti, durante tale internazione, sono stati sottoposti alla tecnica denominata dello "spallaccio" (una tortura medio-orientale) in cui il paziente viene, oltre che immobilizzato, anche legato con un lenzuolo bagnato fatto a nodi, per formare una corda che blocchi la schiena facendo giro sul collo. Un paziente marocchino ha ora le braccia paralizzate e una signora anziana dopo due giorni di letto di contenimento e successivo “slegamento” ha gravi problemi di mobilità. 
Sono oramai decenni che la psichiatria rappresenta un aspetto quasi normale nella nostra idea del vivere comune, c’è sempre una specie di aura parecchio pesante che tiene lontane le persone dall’argomento, visto che molti ritengono che la malattia mentale esista davvero. L’istituzione del Manicomio (o del Asilum di tempi più addietro) ha fatto barbarie, violenze e persecuzioni non contro la malattia e non contro possibili problemi alla persona, ma fondando la sua causa sul controllo sociale e su come remprimere il diverso, l’abietto, il povero: si rivolge verso chi dalla famiglia, amici, parenti e conoscenti non viene accettato perché ritenuto un individuo non produttivo a causa del suo carattere e della sua sensibilità o, in maniera più esplicita, inutile e utile solo per la ricerca e sviluppo di psicofarmaci e nuovi caratteri sociali da poter dare alla massa come un demonio che si nutre dei sogni e delle realtà di ognuno di noi. 

La psichiatria viaggia su binari molto ben tracciati, soprattutto dopo che nel '78 Basaglia ha attuato una politica di restyling dei manicomi, chiudendoli e facendoli diventare all’apparenza non più luoghi di tortura e incredibile negligenza ma qualcosa di riabilitativo. Ciò si può in parte notare solo in pochi reparti italiani su quasi 200 che il territorio offre. L’elettroshock è considerato da molti psichiatri ancora metodo terapeutico... terapeutico?! Non penso che annulare con scosse elettriche la volontà di un individuo, ne tanto meno il contenimento ad un letto siano da prendere in considerazione, in una situazione delicata come può essere un esaurimento, una depressione e via dicendo. La malattia mentale, dal loro punto di vista, può essere qualsiasi cosa: in un  periodo di squilibrio emotivo i nostri sentimenti, i nostri caratteri, i nostri desideri e i nostri bisogni possono essere cosiderati dai camici bianchi delle vere e proprie patologie, inventate e strutturate come tali: bipolare, borderline, schizofrenia ecc sono solo, ai nostri occhi, semplici parole e nulla più. 
La pratica del T.S.O.(trattamento sanitario obbligatorio) è terra fertile per qualunque medico psichiatra che voglia arrichirsi e fare della sua non-scienza un lavoro. Durante una procedura di T.S.O. chiunque può chiamare le autorità (polizia e ambulanza) e, con un'accusa che poi verrà valutata dagli addetti ai lavori, far ricoverare una persona in maniera coatta perchè magari in quel momento non riesce a spiegare o è semplicemente impossibilitato a trovare le parole e le azioni per permettere di far capire che c’è si un disequilibrio, ma non una malattia ne tanto meno una pazzia o follia come la si vuole chiamare. Una pratica, quella del T.S.O., che viola i diritti e le libertà della persona, prima fra tutte quella del poter scegliere sia il medico che le terapie quando ci si trova in reparto. Parole e sorrisi di conforto servono solo ad illudere tale persona di essere davvero malato.
La mancanza di un reddito agevola parecchio l’istituzione psichiatrica: chi da sempre non ha mai avuto un riconoscimento economico nella società ed è sempre stato trattato a pesci in faccia, è certamente più esposto a certi tipi di trattamento. Ciò non può e non deve più succedere, soprattutto nei tempi in cui ci troviamo troppe persone che si spengono nel silenzio, nella dimenticanza e nella morte. Antonucci, ex Primario Psichiatra, in questa realtà fatta di pratiche immonde e terapie è riuscito in un reparto di Imola a far sì che si aprissero le porte alla gente "normale" e che i pazienti si autogestissero durante il periodo di cura, che imparassero professioni, soprattutto di stampo artigianale e che soprattutto potessero fare a meno della dipendenza da farmaci. Infatti - come ha spiegato poi nella serata la dottoressa psicologa D'Oronzo che ha lavorato al suo fianco - non è la medicina ma il giusto contesto che possono ridare equilibrio al paziente. Il fatto che il trattamento sanitario obbligatorio sia anticostituzionale nonché una pratica immersa d’ovatta e fascista è stato sollevato da entrambi gli ospiti della serata, che hanno cercato di delinearne una risposta burocratica che possa fungere da reazione a tale barbaria".

 

09/06/13

[We talk about...]
COLLETTIVO ANTIPSICHIATRICO CAMUNO!
[Pep] Il nostro amico Dani, storico membro degli Ebola, ha dato vita ad un'iniziativa antipsichiatrica che vogliamo segnalare, il Camap (Collettivo antipsichiatrico della Val Camonica), al cui neonato blog siamo felici di rimandarvi. 
Tra i materiali presentati spicca un interessante video prodotto nel 2010 dal Collettivo antipsichiatrico Senza Ragione (e incluso nella serie Documenti di Follia), in cui, attraverso l'uso di un crudo ed efficace bianco e nero prende corpo un disvelamento complessivo della pericolosa mistificazione della psichiatria, assolvente un ruolo cardinale nell'ambito dello Stato Terapeutico. Tra le varie testimonianze proposte nel video spiccano quelle dell'operatore (anti)psichiatrico Giuseppe Bucalo e dello psicanalista Giorgio Antonucci, continuatore di Edelweiss Cotti, lo psichiatra promotore dell'esperienza di Cividale del Friuli e autore, con Roberto Vigevani, dello storico volume Contro la psichiatria (1970). E' Bucalo, con la consueta, spiazzante lucidità, a cogliere l'essenza della psichiatria nel sistematico e paradossale ribaltamento del diritto all'autodeterminazione, fondandosi essa sul mistificatorio riconoscimento di uno strutturale dislivello cognitivo tra il curante e il curato a favore del primo: per cui questi eserciterà la propria funzione contraddicendo sempre e in via di principio la volontà del secondo. 
Va rilevato come nell'alveo della nostra società ciascuno sia posto nella condizione di essere reputato affetto da un “disagio psichico”, che viene sancito pseudo-oggettivamente sulla base di scale valoriali arbitrariamente prodotte dalla psichiatria, laddove dovrebbero essere al contrario gli individui a valutare autonomamente sé stessi: è proprio al livello dell'invalidazione di questa seconda possibilità a favore della prima che si situa la più basilare infrazione al principio di autodeterminazione operata dalla psichiatria. La nozione di malattia mentale, la cui diffusione è stata messa in opera dalla psichiatria risulta leggibile in parallelo a quella di peccato diffusa dal cristianesimo, essendo riuscita infine a sostituirne la centralità nella coscienza dell'uomo contemporaneo. Così come la nozione di peccato mira ad impedire all'individuo l'accesso ad una comprensione reale della propria vita etica, quella di malattia mentale mira ad ostruire la possibilità di accesso alla propria vita psichica: in entrambi i casi risulta cruciale privare gli individui del possesso di altre ed ulteriori chiavi di autoesegesi, rendendo dunque effettuali quelle già date persino in assenza di una loro effettiva credibilità rispetto al soggetto che le utilizza. 


In questo drammatico quadro il blog del Camap, costituente l'ulteriore, naturale prolungamento della straordinaria attività culturale di quell'imprescindibile gruppo che sono gli Ebola, può essere un nuovo, radicale strumento di laicizzazione della società: onde separare completamente la psichiatria dallo Stato, riconoscendola finalmente come fede religiosa attualmente camuffantesi da scienza medica (fondata sulla mitologia alla Guerre Stellari della salvifica lotta tra le Forze del Bene, o della Salute Mentale e quelle del Male, o della Malattia Mentale): ma proprio per quest'ultima ragione capace di farsi promotrice di una visionaria e infinita crociata che viene combattuta a danno di tutti. 
Così scrive Thomas Szasz ne I manipolatori della pazzia: “Proprio come il potere e il prestigio dei trafficanti di streghe cresceva con l'aumentata diffusione della stregoneria, così è per il potere e la ricchezza degli psichiatri con la diffusione della malattia mentale... Come i procacciatori di streghe dei tempi andati, gli psichiatri odierni non si stancano mai di dare impulso alla diffusione della malattia mentale...Per lo psichiatra zelante tutti gli esseri umani sono pazzi, come per il teologo zelante tutti gli esseri umani sono peccatori”. 



A completamento di questa presentazione il Kalashnikov Collective Headquarter ha rivolto alcune domande all'amico Dani, che ringraziamo per la sua disponibilità...

"Buongiorno cari. Innanzitutto grazie per l'interessamento e lo spazio che ci date per questa realtà nata da pochissimo nella nostra zona dove la gente è poca, ma grintosa. Preferiamo rispondere a nome del Camap essendo un collettivo dove, tranne alcune naturali divergenze, la pensiamo allo stesso modo. 
Il Camap nasce dai deliri alcolici di un paio di amici, seduti al tavolo del bar. Può sembrare una battuta, ma in realtà è andata proprio così. Il desiderio era (ed è) quello di pubblicare e condividere informazioni riguardanti gli abusi di potere perpetrati dall'ordine degli psichiatri, in particolare la pratica del Trattamento Sanitario Obbligatorio. Sembra impossibile, eppure moltissime persone non hanno la minima idea di cosa sia e neppure immaginano che possa capitare anche a loro. Il blog, tramite contributi di qualsiasi tipo (pubblicazioni scientifiche, citazioni, video musicali, poesie e qualsiasi espressione della cultura umana richiamabile al nostro pensiero), vuole soprattutto essere uno spunto per aumentare la consapevolezza delle persone. Un'altra caratteristica importante è la libertà di partecipazione: l'idea nasce in Valcamonica, ma si estende a chiunque pensi che "sequestrare un individuo, considerarlo malato e curarlo contro la sua volontà è sbagliato". Da qui la voglia di fare controinformazione, sensibilizzare e sostenere (uno degli obiettivi del Camap è quello di poter fornire assistenza, informazioni e aiuto ai reclusi dal TSO prima e dopo il trattamento). 


Crediamo che il filone dell'antipsichiatria si sia arenato dopo la parziale chiusura dei manicomi: quando la polemica e il sensazionalismo di cui si nutre l'opinione pubblica si è naturalmente esaurito, l'attenzione è passata su altri argomenti e ancora una volta si è smesso di lottare. Trieste oggi è una realtà che può essere un esempio per la nostra società, una gestione di tutto rispetto che ha completamente abbandonato la pratica del TSO (che nella nostra zona viene praticato con una certa disinvoltura...). Allora perchè resta relegata in un angolo? L'ordine degli psichiatri è riuscito a mantenere il potere di cui è stato "divinamente" investito accettando a malincuore la chiusura dei manicomi. Non posso più rinchiudere gli indesiderati? Beh, qualcos'altro lo si trova sempre. Infatti ecco pronti gli psicofarmaci: i poco estetici e discutibili lacci esterni vengono sostituiti da dei più eleganti inibitori, depressori, eccitanti e via dicendo. L'esperienza di Trieste deve essere condivisa ed esportata per ciò che riguarda l'abolizione delle pratiche coercitive ovunque, ma questo passo deve essere compiuto da tutta la popolazione. 


"Crediamo che per affrontare la patologizzazione della nostra società sia necessario allargare la nostra visuale e uscire da un ragionamento limitato alle pratiche psichiatriche. Finchè le industrie farmaceutiche saranno in mano ai privati, è naturale che ci sarà sempre il desiderio di inventare una nuova pillola, ancora prima di avere la malattia. Con il Largactil è successa la stessa cosa: nei test hanno scoperto che questo farmaco, somministrato la sera prima di un operazione ad un qualsiasi paziente con una soglia di ansia oltre la norma, abbassava la sua tensione. Permetteva cioè di affrontare la notte con meno preocupazioni e dormire tranquillo. Naturalmente ci è voluto poco per farlo diventare un farmaco di elezione, utilizzato in moltissime patologie più o meno nuove. Il DSM, nato con l'intento di trovare un linguaggio comune tra i diversi esperti della patologia mentale, è diventato uno strumento di categorizzazione, con la finalità di trovare la giusta pastiglia per il giusto disturbo. E i disturbi aumentano sempre più, aggiungendo pagine e pagine al manuale e di conseguenza aumenta il consumo dei farmaci/profitto delle case farmaceutiche. Un cane che si morde la coda? Siamo più propensi all'idea del controllo del pensiero, ovvero il peggior incubo della fantascienza sarebbe già una realtà. Se non sei "normale", vuol dire che sei pericoloso. Se sei pericoloso, io ho il dovere di curarti/controllarti, anche se non hai mai fatto nulla di violento in vita tua, perchè un giorno potresti farlo se io non intervengo subito. La guerra preventiva non l'hanno inventata i militari: era già una realtà nella psichiatria". 



"Nessuno di noi operatore psichiatrico. Lavoriamo con persone con disabilità, oligofrenici, casi cavaliere ecc (forse il termine più corretto è 'emarginati) e in alcuni casi è necessario collaborare con gli psichiatri. Alcuni di loro hanno una mentalità più aperta, altri sono solo dispensatori di farmaci, ma tutti sono sempre convinti che il farmaco sia necessario come base di partenza. Attenzione però: il Camap in generale si propone di sensibilizzare le persone sulle pratiche coercitive di cui il nostro sistema medico abusa e non di annullare completamente la pratica psichiatrica. Quello può essere il pensiero di qualcuno di noi, ma non quello dell'intero collettivo. Siamo convinti che se una persona vuole abbandonarsi al giudizio psichiatrico e alle sue pratiche deve essere libera di poterlo fare, ma è lei a doverlo decidere. Un abbraccio a tutti e a presto! Ci si vede nella mischia...".
(Illustrazioni tratte da Ugo Guarino "Zitti e buoni!", Feltrinelli 1979)

24/01/13

[Free books for punx]
Nicola Valentino “Istituzioni post-manicomiali. Dispositivi totalizzanti e risorse di sopravvivenza nelle strutture intermedie residenziali” (2005)
[Pep] Nicola Valentino è tra i maggiori pensatori anti istituzionali contemporanei: di lui va senz'altro citato “Nel bosco di Bistorco”(1990), storico capolavoro afferente all'ambito della critica alle istituzioni segreganti, scritto in collaborazione con Renato Curcio e Stefano Petrelli. Militante nella lotta armata, poi transitato nei meccanismi carcerizzanti e quindi interprete critico dell'istituzione carceraria, Valentino si configura infine come pensatore basilarmente anti-psichiatrico, giocante su di una contro-lettura della soggettività individuale che la inquadra quale attraversata e plurimamente sdoppiata da linee di frattura molteplici: pervenendo ad un modello di soggettività multipla, che, contraddicente le fatali semplificazioni psichiatriche, si rivela cruciale nella lettura disvelatrice di qualsiasi assetto istituzionale del vivere associato e del relazionarsi. 
Il libro che il Kalashnikov Collective Headquarter presenta ai propri lettori evidenzia le dinamiche di trasmigrazione dell'istituzione manicomiale nell'ambito della nuove modalità organizzative della psichiatria e nel complessivo corpo sociale, nel quale l'istituzione psichiatrica si ri-presenta secondo modalità metastatiche. L'effettuazione di un ribaltamento dell'impropria ancillarità che, nell'alveo mistificatorio della psichiatria, le neuroscienze intrattengono verso di essa, pone Valentino in grado di servirsi anche dei loro risultati (avendo per riferimento gli scritti neuropsicologici di Giuseppe Miti sul carattere apparente dell'io individuale, oggettivamente celante il moltiplicarsi, aggregativo e disaggregante, delle configurazioni identitarie). La finalità di Valentino è quella della liquidazione concettuale del più radicale meccanismo difensivo che le istituzioni, in particolare nella loro modalità psichiatrica, dispiegano nei confronti dei soggetti di loro pertinenza: il silenziamento patologizzante (o comunque rispondente agli specifici assetti concettuali dell'istituzione stessa) delle reazioni soggettive dissocianti di questi ultimi nei confronti delle dinamiche oppressive di cui sono fatti oggetto. Muovendosi attraverso una molteplicità di riferimenti militanti (da Jasna Russo ed Erwin Redig, della Rete europea dei colpiti dalla psichiatria, alle significative strategie di azione antipsichiatrica del gruppo tedesco “L'offensiva dei pazzi”, dal sopravvissuto alla psichiatria Karl Bach Jensen, fino al teorico della Filofollesofia Giovanni Gramaglia), Valentino rivolge le sue attenzioni analitiche all'ambito delle Sir (Strutture Intermedie Residenziali, luoghi di residenza a vocazione dichiaratamente temporanea dei soggetti psichiatrizzati) aventi per formale caratteristica l'attraversabilità sociale, e l'assenza di atti burocratici legali per l'immissione nella propria sfera residenziale e terapeutica: le Sir, in realtà, oltre a traghettare frequentemente in sé la vocazione a porsi come residenze permanenti per i pazienti ospitati (prima della conclusiva movenza transistituzionale del trasferimento di essi negli ospizi per anziani), ereditano dal manicomio anche un plesso di modalità relazionali il cui ripresentarsi evidenzia la scarsa e non lineare elaborazione di alternative nell'ambito della prassi psichiatrica. La disamina di Valentino passa in rassegna vari campi tematici, usandoli come analizzatori delle Sir: oltre alla sessualità ( che l'istituzione affronta spesso attraverso la sua eterogestione da parte dei propri operatori), alla modalità istituzionale della terapia farmacopsichiatrica e ai dispositivi trattamentali è l'analizzatore del denaro ad essere valutato come particolarmente pregnante dal punto di vista di un'intelligenza critica della psichiatria. La mancata gestibilità del proprio denaro da parte del residente nelle Sir, spesso coniugata con il ritiro da parte dell'istituzione dei documenti d'identità di quest'ultimo (a sancire simbolicamente e fattualmente l'eliminazione di una cittadinanza effettuale del soggetto psichiatrizzato), offre spunto a Valentino per portare fra l'altro un attacco abolizionista ad una delle figure giuridiche connesse alle procedure psichiatrizzanti: l'interdizione per assente capacità di intendere e volere. 

Manicomio di Rovigo (1979)
La prassi interdittiva (che, come noto, rende il denaro del paziente fruibile da quest'ultimo esclusivamente attraverso l'espropriante mediazione di un tutore) evidenzia il paradossale e implausibile meccanismo discriminante della psichiatria, atto a leggere come specifico del “malato psichico” ciò che, non tollerato, è aspecificamente diffuso nell'intero corpo sociale: laddove, infatti, l'inettitudine, anche fatalmente dannosa, nell'amministrazione del proprio patrimonio non si coniughi con una diagnosi psichiatrica, non si ha risposta interdittiva alla situazione, mentre, paradossalmente, laddove invece intervenga la psicodiagnosi di malattia mentale, l'interdizione avviene con un'amplificata ed ambigua casistica di applicazione (in luogo di un ben più plausibile, informale accompagnamento del soggetto nella progressivamente valida gestione del proprio denaro, così come nel compimento dei propri atti legali). Tra le risorse di sopravvivenza messe in atto dai residenti delle Sir è individuato in particolare un meccanismo fondamentale, la dissociazione, consistente nella moltiplicazione dei propri livelli soggettivi e  identitari e, in genere, silenziabile dall' istituzione quale preteso sintomo di psicosi schizofrenica: in realtà esso è spia ed indice altamente significativo delle dinamiche reali del contesto istituzionale. E' Giovanni Gramaglia, utente psichiatrico e teorico della filofollesofia (al riguardo si veda il suo volume del 2003 “Filofollesofia. Tra scienza e delirio. Processo alle opinioni.”) ad evidenziare, al di là delle semplificatorie pretese psichiatriche, alimentate dalle logiche istituzionali, il riconoscimento della strutturale molteplicità cognitiva e soggettiva dell'individuo (per la quale è, secondo Gramaglia, pienamente possibile credere in un sistema di opinioni definito “delirante” dal sapere psichiatrico e contestualmente, ad un altro specifico livello, non credervi: laddove invece la psichiatria prevederebbe, infine, solo la bidimensionale alternativa tra il non credervi, attestando la guarigione e il credervi, confermandosi psicotici). In tal senso i movimenti antipsichiatrici sono in grado di minare radicalmente e definitivamente la dimensione identitaria, insediando la propria critica al livello più strutturale e apparentemente inespugnabile di essa, quello cognitivo: evidenziandone le sottese discrepanze e le potenziali, trasgressive molteplicità. 

Oltre ad occuparsi delle modalità soggettive degli operatori psichiatrici (e della lesiva, destabilizzante influenza su di esse del contesto dell'istituzione, secondo dinamiche comparabili a quelle di molti altri ambienti lavorativi contemporanei, contaminati dalla metastasi istituzionale che, dopo la crisi delle istituzioni totali negli anni Settanta, ha investito la società), Valentino espone il metodo usato nel suo lavoro, la socioanalisi narrativa, consistente nel sollecitare la testimonianza diretta e gruppale da parte dei soggetti implicati, attualmente o pregressamente, a qualsiasi titolo negli ambiti istituzionali (dalle carceri agli ospizi, dai manicomi alle scuole fino agli odierni contesti produttivi), sviluppando un'intelligenza integrata e multi-sfaccettata di questi ultimi. Completano il testo uno scritto di Luigi Marinelli, testimonianza delle difficoltà e dei rischi di un'azione di contestazione delle dinamiche istituzionali da parte degli operatori psichiatrici, e un saggio dello psichiatra Gennaro Perrino, facente emergere in modo significativo gli strutturali incongruenze e limiti della contemporanea nozione psichiatrica di “guarigione”, oggi prevalente rispetto all'altrettanto infondato, arcaico mito dell'“inguaribilità della malattia mentale”.