29/10/10

[Free books for punx]
Ben Bova - Turisti (racconto - U.s.a. 1973)
"Poco ci è mancato che il mio cuore impazzisse dalla gioia quando cominciai a scorgere sul lontano orizzonte le nuvole scure che contrassegnavano New York. Papà fece quel sorriso che significa eh, io lo sapevo! vedendomi spiaccicare il naso contro il finestrino dell'aereo nello sforzo di vedere...".
Mini-racconto distopico di Ben Bova, scrittore di sci-fi incredibilmente prolifico. "Turisti" (tit. originale: The Sightseers) é tratto da un'antologia intitolata "Le città che ci aspettano", incentrata sul collasso delle moderne metropoli. Un filone della fantascienza anti-utopica particolarmente in voga negli anni '70: come sempre, le epoche di maggior crescita e sviluppo di un determinato sistema (in questo caso, la matropoli) sono caratterizzate dalle prefigurazioni paranoiche del suo imminente declino. Ah, la città distrutta: un must per tutti crusties! Lettura crust consigliatissima a chi voglia approfondire la conoscenza del genere: "La morte di megalopoli" di Roberto Vacca (1974), la fredda cronaca di un collasso metropolitano definitivo. Spazzatura fanta-sociologica di prim'ordine!

>>> Download Ben Bova - Turisti (1973) [ITA] in .pdf (3 mb.)

27/10/10

[Free music for punx]
BERURIER NOIR (anarcopunk Paris, France) - Concerto pour Détraqués (Lp - 1985)
[Puj] Malgrado numerosi spazi occupati, una cultura d.i.y. diffusissima e un’antica tradizione anarco-libertaria, la scena punk francese è poco frequentata dalle band che girano in tour, le quali preferiscono altri paesi come Germania, Olanda, nonché l’europa dell’est, dove l’entusiasmo per le sonorità estreme è da sempre in crescita. Se suoni grind vai di lusso in Polonia e Repubblica Ceca, per il crust il nord-europa é il massimo. Se la bands europee non considerano la Francia tra le mete più ambite, é vero anche che il punk francese non ha mai prodotto gruppi di spicco che abbiano trionfalmente valicato i confini natii. Attualmente, i francesi non amano molto il crust, l’hc e le robe metal, parecchio in voga altrove, Italia compresa, apprezzando al contrario formule musicali un po' desuete nel resto del mondo. Per comprendere perché i gusti dei francesi siano così diversi da quelli degli altri é necessario indagare nel passato del punk francofono... Un fatto che subito emerge con evidenza é la diffusione, tra le prime e più amate punk bands francesi, di uno strumento atipico, ed anche raccapricciante, in grado di far tremare d'orrore ogni musicista punk degno di questo nome: la batteria elettronica! Mais oui, mon cheri! La drum machine! E' fin da subito che il blasfemo connubio chitarre punk e ritmi sintetici si manifesta: sono i pionieri dell'estetica punk in Francia, i Metal Urbain, a scalare le classifiche nel '77 con il loro garage-rock situazionista su basi di drum machine. Per tutti gli anni '80 e '90 la formula ha trovato numerosi adepti in patria conoscendo un certo successo, grazie a band celebri come i Warum Joe, i Ludwig Von 88 e soprattutto i Bérurier Noir. Proprio di questi ultimi vi parlerò, perché li trovo uno dei gruppi più interessanti della storia del punk francese...
Gli squatter parigini Loran, Fanfan e Dedé formano i Bérurier Noir alla fine degli anni ‘70. La storia della band è costellata da episodi leggendari, risse turbinose e problemi continui con le forze dell’ordine. Nei primi anni ’80 i Beruriér si rifiutano di suonare all’interno di un locale dove era stato organizzato il concerto perché il proprietario aveva venduto più biglietti del dovuto e dentro la gente soffocava, così portano tutto fuori sul marciapiede e suonano in strada. Arriva la polizia, carica il pubblico e partono i lacrimogeni. Si racconta che i Bérurier abbiamo continuato a suonare indossando maschere antigas! Nel corso degli anni, la band mostra la tendenza a preferire luoghi non comunemente preposti allo scopo concertistico, improvvisando live in piazze, stazioni della metropolitana e parchi. Nell’85 suonano su un autobus di linea durante una manifestazione di disoccupati ed escono malmessi dagli scontri con la polizia. I Bérurier diventano presto l'incubo dei promoter, perché i loro concerti finiscono spesso in rissa. Nell'86 alcune radio iniziano a trasmettere i loro brani, dando al gruppo una crescente notorietà: in questo periodo la band, che aveva sempre manifestato interesse per i travestimenti, adotta un look carnevalesco implementando la formazione con elementi circensi per animare i propri live. Nell'aprile dell'87 un gruppo terroristico denominato "Black War" piazza una bomba in un ufficio pubblico di Parigi. La polizia e la stampa additano quali responsabili dell'attentato alcuni personaggi provenienti dai circoli libertari di cui anche i Bérurier fanno parte. Le accuse saranno poi ritirate nel giro di pochi giorni, ma bastano ad offuscare l'immagine del gruppo, finché nel 1989, all'improvviso, i Bérurier Noir decidono di sciogliersi a causa, pare, di divergenze politiche tra di loro.

Dopo aver raccontato la simpatica storia dei Beruriér Noir, é venuto il momento di ascoltarli. Oooh, finalmente un po' di sano anarcopunk francofono per chitarra distorta, sassofono e batteria elettronica! Ehi, che fate? Non scappate! Almeno provatelo!!! Vi propongo il secondo (e secondo me più significativo) album dei Bérurier dal titolo "Concerto per squilibrati". Il disco appartiene alla prima fase della storia del gruppo, quella meno circense e carnevalesca, e più sobriamente anarcopunk. I testi delle canzoni raccontano storie molto crude di ragazzi e ragazze di strada ("Racconto crudele della giovinezza"), di scontri con la polizia ("Piccolo esagitato"), di violenza sessuale ("Heléne e il sangue"), di delinquenza minorile ("Vivere libero o morire"). Va segnalato che il genere dei Bérurier ha fatto scuola in patria e (lo dico per esperienza personale) ancora oggi é piuttosto frequente imbattersi in tizi che propongono negli squat francesi (anche da soli sul palco!) thrash-punk con basi pre-registrate e drum machine...

>>> Download Bérurier Noir "Concert pour détraqués" LP in .mp3 + art (.rar - 44 mb.)

08/10/10

[Kalashnikov tour reportage]
Fraaance!
A settembre di ogni anno, non si sa perché, ci capita di fare un paio di date in Francia. Anche nel duemilaedieci...

1. 24/9: Paris!
Solitamente siamo estranei ai luoghi comuni dell’italiano medio, ma, per questa trasferta d'oltralpe, ci lasciamo tentare da un classico tutto italico: la partenza intelligente. In vista del concerto parigino di venerdì decidiamo infatti di partire la sera prima, giovedì, con tappa intermedia a casa del nostro amico Ludò che vive a Feillens, un paesino a nord di Lione. La partenza intelligente per una volta funziona, dato che non incrociamo una macchina per tutti i cinquecento chilometri che ci separano dalla meta e il viaggio scorre liscio come la chioma di un metallaro cosparsa di balsamo. Giunti a casa di Ludo’ nel pieno della notte non sappiamo fare di meglio che ingurgitare birra e sparare cazzate fino alle tre, così la mattina dopo, freschi come carciofi, partiamo alla volta della capitale.
Il tempo è una merda completa, piove a raffica, c’è anche una malinconica nebbiolina che profuma di funghi e scampagnata autunnale. Parigi ci appare all’
orizzonte sovrastata da un cielo plumbeo che minaccia tempesta. Il traffico della capitale è oltre ogni immaginazione. Aiuto, il semaforo è verde ma non ci si muove di un millimetro! Il tempo trascorso fermi nel traffico ci permette però di riflettere sulla mappa, così almeno questa volta non sbagliamo strada. La Miroiterie è uno squat incastrato tra i caseggiati decadenti del quartiere Gambetta, poco dopo l’ingresso in città dalla Porta di Bagnolet. Un quartiere multietnico, nel quale sorgono una di fianco all’altro atelier di giovani artisti e gastronomie mussulmane con commesse in chadore, club alla moda frequentati da fighetti e bazar di elettrodomestici usati gestiti da indiani baffuti. La Miroiterie è cortile lungo e stretto in fondo al quale si accede ad una sala concerti claustrofobica. Il meglio per i Kalashnikov! Spazio poco = divertimento tanto.
Erik, il nostro contatto e factotum, non è un punk, sembra piuttosto un attore di un poliziottesco all’italiana. Ad ogni modo, ci sp
iega che per ragioni di ordine pubblico il concerto dovrà chiudersi alle 22.00, quindi occorre darsi da fare per montare il palco e fare i suoni. Wow, un concerto che inizia alle sei e finisce alle dieci! E’ un’ottima invenzione, dopotutto, ma non attecchirà mai in Italia. Peccato. Suonare presto è bello perché si è in piena forma e, dopo, resta tutta la sera per rilassarsi e divertirsi.
Nel frattempo un giovane punk con la cresta verde ci abborda per realizzare una breve intervista pre-concerto per la sua fanzine.
Il ragazzo è davvero determinato e ci conduce in cucina, ove ci stordisce con una raffica di domande statistiche del tipo “Quante canzoni avete scritto?” (!!!), davvero buffe. Ma che cos’è questo profumino? La cena! La torta alle verdure però è un po’ fredda, dunque chiediamo se c’è la possibilità di scaldarla. Un tizio ci spalanca solerte un forno a gas degli anni ‘50 dal quale esce una nuvola di zolfo. Passata la nube, si intravedono le pareti carbonizzate coperte di ragnatele millenarie. Decidiamo di gustare la torta salata a temperatura ambiente, cioè congelata. Sì perché, come sempre, abbiamo sbagliato le previsioni atmosferiche: a Parigi fa un freddo irreale. Pazienza, ci scalderemo con il concerto! Il cartellone della serata è multietnico: ad aprire i Rai Ko Ris, un duo anarcopunk nepalese. Sì, proprio così: Oliver e Sareena arrivano da una cittadina ad un centinaio di chilometri da Kathmandu, la capitale del Nepal, una nazione collocata tra Cina e India, solitamente collegata all’alpinismo estremo sulle cime più alte del mondo, tipo l’Everest. I Rai ko Ris non ci giungono del tutto inaspettati tant’è che già li conoscevamo avendo avuto uno scambio epistolare con loro circa una decina d’anni fa, ai tempi della nostra prima cassetta! Olivier in realtà ha origini francesi, ma vive in Nepal da una ventina d’anni e lì ha formato questa band (originariamente composta da tre elementi): l’unica incredibile punk band anarchica nepalese! Il loro concerto è fantastico, molto intenso, la voce di Sareena é profonda e ispirata, e si muove incredibilmente sicura sul magro sostrato post-punk di chitarra e batteria. Wow! Che emozione! Purtroppo i dischi dei Rai Ko Ris (una folta discografia di cd-r registrati in presa diretta con copertine fotocopiate, venduti in patria a 100 rupie a copia, circa un euro e mezzo) non rendono per nulla l’idea dell’originalità e dell’intensità della musica che la band, in un rapimento quasi religioso, esegue dal vivo. E’ il turno delle Ze Revengers. Le tre montanare mascherate sono anch’esse una nostra vecchia conoscenza, considerato che ci abbiamo suonato insieme varie volte e abbiamo organizzato loro un concerto in Villa a Milano la settimana scorsa! Le Ze sono un ensemble creativo che utilizza vari strumenti musicali estranei alla tradizione punk come viola, sax e violoncello in un contesto radicalmente punk, mescolando la ricerca dell’art-rock all’attitudine anarchica da squatter consumato. Ne esce una specie di grind-core da camera, sinfonie sghembe tra Slits, Poison Girls e Fugazi. Nell’ultimo album “Nous Sommes ici et là“ (un meraviglioso digipack serigrafato e ricchissimo di testi scritti a mano) poi compaiono alcune parti di cantato “operistico” che ricordano gli Art Bears e una intro in pieno stile folk apocalittico. Insomma, un casino. Ma davvero “stimolante”.
Noi saliamo sul palco verso le 9.30, l’ora in cui i punx italici sono solitamente davanti allo specchio ad alzarsi le creste con la colla di pesce. Tanti ragazzi e tante ragazze conoscono le canzoni, cantano e ballano, mentre nelle prime file si consuma un pogo forsennato al limite della rissa. Il pogo macho non è mai un bene, anzi è una pratica disdicevole. Perché prendersi a pugni come dei deficienti, quando si potrebbe saltell
are gioiosamente gli uni contro le altre? Beh, il risultato è che Milena, a metà concerto, si becca una testata sulle tempie da un gigante metallaro, il quale, dopo averla colpita, esulta come Aldo Serena che ha fatto gol di testa. Ma, come si suol dire: Parigi val bene una rissa. Detto questo, l’atmosfera è molto bella, il pubblico ci invoca a gran voce e noi ci sollazziamo con qualche bis ultra-rovina.



Come sempre dopo il concerto inizia la parte più buffa della serata. La birra scorre e amabilmente si discorre. Ci intrattiene un comico parigino che parla solo francese e pare l’imitatore di Dario Fò. Non capiamo una parola, ma ridiamo esterrefatti. Claudio viene chiuso all’angolo sul divano dietro alla distro e brutalizzato da Dario Fò per cinquanta minuti buoni di barzellette e scenette inconsulte. Un incontro surreale, ma molto gradito è quello con Cinzia, la prima cantante dei Kalashnikov, autrice delle tracce di voce di “Romantic songs of dissidence”, il nostro primo album. Tantissima gente ancora adora quel disco adolescenziale, soprattutto per la voce di Cinzia, la quale, da molti anni, vive a Parigi dove fa la web designer. Tra le altre cose ha comprato casa a 100 metri dallo squat in cui ci troviamo. Bene… dormiremo da lei! Decidiamo a malincuore di declinare l’invito di Erik a casa sua, dove pare si svolgerà un minaccioso disco-party. Spiace, ma l’idea di lasciare il furgone comodamente parcheggiato ed evitare di infilarsi nel traffico parigino per percorrere i venti chilometri che ci separano dal disco-party è troppo allettante.
Alle ventitré e trenta gli zombie che ormai popolano lo squat vengono espulsi e i cancelli chiusi. E‘ presto, ma lo stato di fattanza alcolica dei francesi è come sempre egregio. Cinzia ci promette un assaggio della Parigi by night alla ricerca di prelibatezze culinarie per placare il nostro atavico appetito. Troviamo un kebabbaro che ci illudiamo cucini falafel, ma che in realtà alla notizia che siamo tutti vegetariani scoppia a ridere e ci insulta. Ci accontentiamo di un panino imbottito con un tovagliolo di carta al gusto di formaggio. Prima di giungere a casa di Cinzia, avremmo faticato ad immaginare che la sua offerta di ospitalità si sarebbe trasformata in una partita a Tetris. La partita naturalmente la perdiamo e piombiamo in un sonno inquieto. La mattina d
opo ci svegliamo chi a forma di L, chi di T rovesciata. Dopo un giretto per il quartiere alla ricerca di bancarelle di vinili ad 1 euro, salpiamo alla volta di Digione…

2. 25/9: Dijon!
Ooooh, Les Tanneries di Digione! Ci torniamo dopo due anni ed é un po’ come sentirsi a casa. Tutti i gruppi punk del mondo sono passati almeno una volta in questo mit
ologico mega-squat francese. Un’area industriale interamente occupata, uno spazio enorme dove l’ospitalità è fantastica. Birrette di aperitivo e quattro chiacchiere con Julia, una ragazza di Rio de Janeiro che ora vive qui, ma che noi avevamo conosciuto in Villa a Milano, durante un concerto il marzo scorso. Pianifichiamo su due piedi un tour in Brasile, gustando patatine aromatizzate alla pizza. Ehi, ma chi si vede! Dave e gli altri componenti dei Preying Hands! Che incredibile coincidenza: stasera condivideremo il palco con la band con cui abbiamo suonato a Montreal, in Canada lo scorso maggio! I Preying Hands vengono proprio da Montreal e sono alla fine del loro tour europeo. Si tratta di una band di formazione recente, ma in realtà alcuni componenti non sono proprio di primo pelo e hanno girato il mondo con la celebre anarcopunk band dei Ballast. Gli altri gruppi con i quali condivideremo la serata sono i The Sioux, Coche Bomba e Tres Puntos. Nel frattempo arriva anche Richard, il nostro fan francese numero uno. Era da un po’ che non lo sentivamo. D’altronde, negli ultimi mesi è stato impegnato in una lunga passeggiata in bicicletta (da Nizza ad Istambul). Appuriamo che è sopravvissuto. Ma il concerto inizia!
I “The Sioux” suonano punk garage abbastanza monotono e stereotipato, con tanto di bassista in gonna: oddio! la straordinaria visione di un uomo con la gonna che cerca di essere simpatico, originale come una goccia di sudore in un bagno turco, divertente come aspettare l’autobus seduto su una panchina di chiodi… Noi abbiamo patteggiato per suonare per secondi, considerato che l’alternativa poteva essere chiudere il concerto alle quattro di notte. Malgrado il pubblico sia ancora tiepido, tutti partecipano, saltellano qua e là invocando le canzoni. E’ una bella soddisfazione e troviamo sempre incredibile che qualche francese canti i nostri pezzi in italiano...



La decisione di suonare in questa posizione della scaletta è stata anche dettata dal fatto che la serata è stata monopolizzata dai Tres Puntos, band ska che qui in Francia è una celebrità assoluta, benché fuori dai confini natii nessuno ne abbia mai sentito parlare. I rude boys in questione si atteggiano un po’ da professionisti e hanno imposto di suonare per terzi. Il loro cambio palco dura all’incirca il tempo che noi impieghiamo per fare il soundcheck, aprire e chiudere il concerto. C’è aria di divismo gratuito e un po’ fuori luogo, con una lunghissima attesa nel backstage del tutto inutile. Poi, finalmente l’orchestrina ska parte in quarta e il pubblico risponde in maniera incredibile: mai vista una partecipazione simile ad un concerto! Questo tipo di ska da noi è relegato alle feste di paese ed ha un pubblico di bambini, mentre qui in Francia piace alla follia anche ai punx e agli squatters. Nel frattempo la nostra distro viene presa d’assalto e approfittiamo per fare due chiacchiere con sottofondo in levare. Un ragazzo della repubblica ceca ci riempie di complimenti dicendoci che era convinto che suonassimo negli stadi, mentre invece siamo gente a posto, che suona negli squat. Non ci avrà mica scambiati per qualcun altro? Comunque sia gli rispondiamo che l’unico stadio nel quale eventualmente ci capita di suonare è quello alcoolico.
Dopo un’ora e mezza di ska barricadero fritto e rifritto vediamo rotolare alcune sfere sul pavimento: sono le nostre palle, che sono cadute. Bastaaaa! Fortunatamente le nostre preghiere vengono esaudite e la serata ci regala momenti emozionanti con lo show dei trucidissimi Coche Bomba. Crazy punx attempati (Richard ci confessa di averli visti per la prima volta 25 anni fa!) di origine peruviana: roba con cui non si scherza. Uno dei due cantanti, un sudamericano sovrappeso che sembra un narcos dei film, chiarisce subito le intenzioni della band restando in mutande, l’altro, un tizio stempiato in bermuda hawaiani, nel frattempo mangia dell’uva in modo voluttuoso e scalcia come un mulo. Dopo la prima canzone (una sfuriata grind-core di venti secondi) lo slip nero nel cantante viene risucchiato dalle chiappe, due mozzarelle pelose, fino a divenire un sordido perizoma. Con il lancio dei calzini di spugna verso il pubblico, lo strip-tease è completo e l’apocalisse sonora dei Coche bomba è al culmine. Il pubblico di zombie davanti al palco si dimena in preda alla follia. Sarta poteva forse restarsene fermo in un angolo a guardare? Eccolo allora trasformarsi in Sa(r)tana e lanciarsi nella bolgia, seguito dal suo fedelissimo scudiero, Claudio. Sa(r)tana scodella le sue specialità: crowd-surfing con camminata sul soffitto, molestie assortite nei confronti del gruppo, smarrimento del cellulare (che, calpestato, gli viene però restituito). Claudio non vuole essere da meno e, benché in Grecia queste pratiche gli siano costate l’osso del culo, non si nega uno stage diving di schiena nel vuoto, nella vana speranza che i suoi amici invisibili lo sorreggano. La bolgia è suprema e i Coche Bomba lasciano il palco da mattatori della serata. Evviva lo speedpunk franco-peruviano!



Giusto il tempo di raccogliere le ossa e i brandelli di carne ammassati sotto il palco e tocca ai Preying Hands, ad un orario che ci fa quasi rimpiangere i concerti in Villa. Questi canadesi sono ragazzi veramente simpatici ed affabili, e le botti di birra con le gambe che ancora resistono sotto il palco gradiscono molto il loro melodi-crust sparato. Dopo il concerto, ad un’ora indecifrata, raccogliamo le nostre cose e lasciamo il campo di battaglia diretti a Feillens...

07/10/10

[Free music for punx]
ANARKA AND POPPY (U.k. anarcopunk 1982-84) - Discografia
[Puj] Dedicarsi ad una band che nella sua esistenza ha composto solo cinque pezzi senza mai pubblicare un disco può sembrare l'esercizio filologico di un punk un po' nerd, ma, considerato che ho ascoltato un centinaio di volte i pezzi degli Anarka and Poppy, per me si tratta di un gruppo che senza dubbio merita di essere ricordato! Entusiasmante anarcopunk inglese dei bei tempi!
Gli Anarka and Poppy si formarono nel 1981 in uno squat di Preston, nel nord dell'Inghilterra. Vegetariani e militanti animalisti con frequenti problemi con la legge, dedicarono le loro canzoni alle tematiche eco-radicali ("If it dies, we die") ed anticarcerarie ("Prisoners Of Pain and Power In Every State"). Proprio "If it dies, we die" ("it" è il pianeta terra naturalmente!), uno dei pezzi più interessanti del gruppo, dimostra che, se fossero durati più a lungo, avrebbero potuto essere una sensation anarcopunk da classifica tipo Chumbawamba, viste le ottime doti di songwriting sfoggiate. E invece dopo aver registrato tre scintillanti pezzi di punk epico e trascinante, nel 1984 si sciolsero senza nemmeno darli alle stampe. Oggi Jane, la cantante, ha due figli e vive con altri traveller in un accampamento primitivista in Galles.
Qui sotto potrete scaricare la discografia del gruppo: la cassetta "All that is shattered" pubblicata in 200 copie nel 1982 (dal suono patetico) e i tre brani per l'e.p. mai uscito (al contrario dei pezzi della cassetta, ben registrati e davvero fantastici)...

>>> Download ANARKA AND POPPY discography (.rar - 27 mb.)

06/10/10

[Free books for punx]
William Burroughs - La febbre del ragno rosso (1991)
[Pep] “La parola ESSERE in inglese contiene, come un virus contiene il suo precodificato messaggio di distruzione, l'imperativo categorico di condizione permanente”: così William Seward Burroughs (1914-1997) ne “La rivoluzione elettronica” si pronunciava riguardo il meccanismo strutturante del massimo paradigma del controllo, quello virale. Alla base delle sue dirompenti concezioni le teorie di Alfred Korzybski, linguista rivoluzionario e contestatore della logica aristotelica: cogliendo nell'identità una malattia ereditaria e nella relazione di identità il meccanismo di replicazione virale archetipo, preposto all'infezione e al controllo dell'essere umano, Burroughs ne preconizza la palingenetica rimozione tramite un cruciale processo linguistico, l'abolizione del verbo Essere. E proprio una lettura virologica del potere, ispirata alla teorie scientifiche del biologo G. Blyavin, costituisce l'elemento chiave del pensiero di Burroughs: scrittore, cineasta, pittore, discepolo di Scientology (che poi rinnegò criticandone il carattere capillarmente autoritario, pur nella condivisione dei suoi fondamentali presupposti teorici), radicalissimo pensatore gay e profeta del tramonto biologico dell'eterosessualità, filosofo anarchico, sperimentatore psichedelico, teorico del terrorismo generalizzato, capace di influenzare tanto la filosofia post-strutturalista quanto il cyberpunk, tanto il graffitismo urbano, quanto i settori più avvertiti della musica rock.
Il Kalashnikov Collective Headquarter qui propone un suo breve e straordinario romanzo (“Ghost of Chance” nell'edizione originale) in cui Burroughs, elaborando nuovamente attorno alla leggendaria figura del capitano Mission, cui già si era dedicato in “Città della notte rossa” (1981), delinea in poche decine di pagine un esauriente profilo della parabola patologica dell'umanità: il costituirsi di quest'ultima come tale in virtù dell'infezione virale del linguaggio (“Il linguaggio è un virus”, ha sentenziato Burroughs), la quale pone in essere il distacco dalle altre specie animali e l'inizio di un catastrofico percorso di sopraffazione, sino alla distruzione finale del mondo umano propiziata dal diffondersi impazzito e spaventoso delle epidemie letali conseguenti alla devastante incontrollabilità dei processi di replicazione virale.
Oggetto dello sguardo disaminatore di Burroughs risulta essere fra l'altro la figura di Cristo, il cui disegno etico (“Ama il tuo nemico”) pur costituendo un inesorabile assurdo biologico, si rivela in realtà il più perfetto e micidiale programma di replicazione virale concepibile (equivalendo alla trasformazione a tappeto dei propri nemici in amici: in ultima analisi in repliche di sé): con queste cruciali considerazioni sull'etica cristiana Burroughs integra magistralmente la sua pregressa visione del messaggio biblico quale quintessenzialmente virale nel suo definire l'uomo replica di Dio (“a sua immagine e somiglianza”), palesando quest'ultimo come implacabile parassita ontologico globale. Terrificante diagnosi anarchica ed anti-specista della malattia dell'essere umano e dell'essere umano come malattia, “La febbre del ragno rosso” è un libro filosofico di spietata profondità, in cui l'unica reale speranza che viene configurata è una fine dell'umanità che lasci spazio alla superiore bellezza e integrità della vita animale. Segnaliamo che il testo è illustrato dalle riproduzioni in bianco e nero di diciassette dipinti informali di Burroughs, testimonianze potenti di un itinerario visivo tanto affascinante e sconvolgente quanto quello letterario.

>>> Download William Burroughs - La febbre del ragno rosso [ITA] (.pdf - 3 mb.)

05/10/10

[Free books for punx]
Thomas M. Disch - La ricchezza di Edwin Lollard (racconto - U.s.a. 1967)
"Il criminale era alla sbarra. I giurati erano stati scelti: dodici uomini finanziariamente integerrimi. Sia l'accusa che la difesa avevano rinunciato alle arringhe di apertura. In un punto tra le infinite pieghe della pelle che avvolgeva l'anima della Pubblica Accusa c'era una sottile incrinatura tra gli sfinteri della sua cavità orale: un sorriso...".
Raccontino acido di Thomas Disch, misconosciuto autore di romanzi e racconti di fantascienza catastrofica di sane tendenze anarchiche. Quale crimine ha commesso Edwin Lollard? Quello di essere... povero!

>>> Download Thomas Disch - La ricchezza di Edwin Lollard [ITA] (.pdf - 8 pagg. - 9 mb.)

03/10/10

[Free books for punx]
Pino Bertelli - Zero in condotta (1992)
[Pep] Pino Bertelli è un fotografo e film-maker anarchico, noto sia per i suoi raffinati volumi fotografici (si vedano titoli come “Iraq. Ritratti dall'infanzia insanguinata” o il recente “Volti del Mediterraneo”) sia per la sua rutilante ed inesauribile attività saggistica. I suoi testi, che intrecciano provocatoriamente la critica dei linguaggi estetici con la polemica libertaria più feroce, costituiscono un punto di riferimento altamente stimolante per approcciarsi alle questioni artistiche sulla base di un'ottica incredibilmente estranea alle convenzioni stereotipate del mercato culturale. Per questo il Kalashnikov Collective Headquarter ripropone un suo avvincente testo del 1992, di particolare utilità per chi voglia approcciarsi all'autoproduzione in uno degli ambiti di maggiore competenza dell'autore: il cinema. “Zero in condotta” è un piccolo, micidiale manuale di sabotaggio cinematografico: riallacciandosi alla tradizione del cinema radicale, giunta a piena maturazione con le pratiche filmiche dei situazionisti, Bertelli indica la strada di un'appropriazione strumentale della grammatica della macchina/cinema finalizzata a dar luogo all'eversione di quest'ultima attraverso il contraltare ereticale del linguaggio cinematografico autoprodotto. Praticare un riorientamento (détournement) della lingua del cinema equivale a porre in essere un attacco sovvertitore alla nostra quotidianità falsificata e finzionale, la quale si situa in un rapporto di consequenzialità rispetto ai linguaggi mediatici: di qui la necessità di praticare una sistematica guerriglia audiovisuale dentro e contro l'odierna società dello spettacolo. Per questo Bertelli fornisce al lettore, contestualmente al proprio radicalissimo discorso teorico,la strumentazione terminologica e concettuale utile ad accedere alla creazione cinematografica effettiva. Segnaliamo come preziosi anche gli eruditissimi capitoli sulla sovversione estetica nei linguaggi cinematografici del Terzo Mondo,con incendiarie ricognizioni sul Cinema Novo brasiliano, sul cinema africano nero e sul cinema nicaraguegno. Così Pino Bertelli: “Questo manuale vuole essere uno strumento di turbamento della rappresentazione filmica. Il grimaldello teorico/pratico per insinuare i veleni della differenza nei muri culturali della civiltà dello spettacolo. La peste libertaria che agita sommuove,anticipa e produce la crisi di un ordine”.

>>> Download Pino Bertelli - Zero in condotta (1992) in .pdf (24 mb.) [ITA]

21/08/10

[Free book for punx]
Gianna Schiavetti - "La schizofrenia non esiste, e se esistesse io vorrei averla" (2008) e
Thomas Szasz - "Teologia, stregoneria e isteria" (2003).
[Pep] Gianna Schiavetti è una delle più implacabili militanti underground del movimento antipsichiatrico italiano. Fatta oggetto di una sequela di diagnosi psicopatologiche (da Psicosi schizoaffettiva a Disturbo bipolare fino a Schizofrenia paranoide) e sottoposta ad oltre trenta procedimenti di Trattamento Sanitario Obbligatorio, l'autrice, oggi settantenne, ha dato vita ad una originale pratica politica, tramite cui, coniugando una tenace quanto donchisciottesca battaglia legale contro la psichiatria con l'autodistribuzione delle versioni fotocopiate dei propri deliranti e corrosivi diari, ha saputo tradurre la propria esperienza esistenziale estrema in una spia delle contraddizioni del sapere psichiatrico.
Il suo libro che il Kalashnikov Collective Headquarter qui propone ai propri lettori, corredato da una prefazione di Enrico Baraldi, rappresenta l'unico portato a livello editoriale dell'attività diaristica di Gianna Schiavetti: manifestando una sofisticata e radicale coscienza libertaria, alternata a lampi di delirio, l'autrice vi propone la sua messa in questione del terapeuticismo di Stato, sotteso a quella pratica di espropriazione della soggettività che è il Trattamento Sanitario Obbligatorio, con la connessa, implicita, rivendicazione dell'assoluto e inalienabile possesso del proprio corpo e della propria mente da parte dell'individuo. D'altro canto Gianna Schiavetti avanza una cruciale contestazione della legittimità epistemologica delle diagnosi psichiatriche e dell'ipoteca sulla soggettività individuale che esse pongono: il suo diario può essere considerato una piccola macchina da guerra contro quella che una fondamentale teorica quale Monique Wittig ha definito la Straight Mind, l'insieme dei saperi funzionali alla stabilizzazione normalizzatrice dei soggetti, nell'ambito del quale la psichiatria sta oggi guadagnando una centralità concettuale ed operativa valendosi, nella propria funzione di omologazione delle declinazioni devianti della soggettività, dell' ingannevole Cavallo di Troia della necessità diagnostica e terapeutica. Per questo motivo accludiamo allo scritto dell'autrice un testo di Thomas Szasz, tra i massimi critici libertari della psichiatria, “Teologia, stregoneria e isteria”, undicesimo capitolo del suo classico studio “Il mito della malattia mentale” (nella nuova edizione italiana del 2003): capitolo di particolare interesse perchè contenente una lucida e limpidissima disamina del sapere psichiatrico nei suoi inesplicitati risvolti politici nonché nel suo ruolo storico di equivalente contemporaneo della teologia inquisitoriale orientata alla streghizzazione della donna, infallibilmente colto e drasticamente denunciato con veggente e trasgressiva intuizione dalla profetessa della quotidiana devianza Gianna Schiavetti.

>>> Download Gianna Schiavetti (2008) [ITA] + Thomas Szasz (2003) [ITA] in .pdf (.rar - 19 mb.)

04/08/10

[Free games for punx]
IL CRUCIVERBONE PUNK!
[Sarta] "Ehi, luridi punx! Fermatevi un attimo, scendete da quel treno che stavate per prendere alla chetichella (e senza biglietto) tanto sappiamo che ad agosto anche voi vi accalcate assieme alla massa alienata su dei carri bestiame strapieni. E tutto solo per andate al mare a sfoggiare i vostri costumi da bagno con le toppe dei Discharge...
La verità è che vi
vogliamo bene e pensiamo sia ora di buttare nel cesso quel famigerato fascicoletto che anestetizza (solo per un attimo) la paranoia della gente impilata sotto gli ombrelloni e che corrisponde al nome di "Settimana Enigmistica": i vostri romantic-punx preferiti hanno finalmente pensato di darvi un vero gioco, autoprodotto e contro il sistema, come ci piace davvero...il Cruciverbone punk! Non vedevate l'ora, eh? Ehm...Beh, ora vedremo davvero chi aiuta la scena andando ai concerti e chi invece il punk vive solo sul myspace rintanato nella propria cameretta piena di poster, eheheh
...Scaricatevelo, fotocopiatelo, diffondetelo e - si spera - divertitevi. Chi vuole lo può anche mettere nella propria fanzine, oppure accettare la sfida e crearne di nuovi. Tutti pronti? Evviva!"

>>> Download "Il Cruciverbone punk" in .pdf (3 mb)


...E a grande richiesta, ecco le soluzioni...

>>> Download "Il Cruciverbone punk - soluzione" in .jpg (1 mb)

02/08/10

[Sarta of Kalashnikov collective old side project]
IL SEGRETO DELLA VITA
[Sarta] “Ahhh, quando metto a posto la mia collezione di cd trovo sempre delle chicche di cui mi ero completamente dimenticato, eheheh…..Ora vi racconto una storia, mettetevi comodi che mi setto in versione nonno.
Dovete sapere che, tanto tempo fa, un giovane Sarta (che poi sarei io) cercò di mettere su un gruppo black metal: era la fine degli anni novanta e il giovine, da bravo pischello un po’ nerds, aveva una passione sfegatata per quel genere musicale. Ma non pensate ai Marduk, ai Dark Throne o agli Immortal e nemmeno ai vari Cradle of Filth e Dimmu Borgir, gruppi che allora andavano per la maggiore: Sarta è l’uomo dei sandali e delle magliettine sgualcite, non è mai allineato sui binari della moda, piuttosto ne è sempre - tragicamente - al di fuori. Per cui, niente riff oscuri, chiese bruciate e satanismo scandinavo: la musica che aveva in mente il giovincello era da cercarsi nel sottobosco più underground, era un tipo di black metal sinfonico che, pur facendo largo uso di blast-beat e screaming vocals, era molto melodico e costruiva motivi spesso lunghi e articolati, suonati con i chitarrini a mandolino e infarciti di arrangiamenti di tastiera un po’ tronfi. Erano dischi oggi misconosciuti come "Under the dark mystic sky” dei giapponesi Tyrant e soprattutto “Witchcraft” dei norvegesi Obtained Enslavement, il cui cd (geniale, lo dico ancora oggi) ho davvero usurato. Alla fine, siccome questo genere musicale piaceva solo a me, non trovai nessuno interessato a questo progetto. Comunque, non mi diedi per vinto e acquistai alla modica cifra di seicento mila lire un registratore multi traccia analogico su cassetta: quell’oggetto mitologico, oggi archeologia paleo tecnica, mi servì per registrare (alla cazzo, ma questa è un’altra storia) i pezzi che avevo composto all’epoca, vere e proprie “suite” di 8 minuti infarcite di melodie articolate e arrangiamenti sinfonici. Nacque cosi “Il Segreto della Vita”, reinterpretazione partenopea di quel sound estremamente di nicchia, un disco strumentale di quattro tracce privo di batteria e voce (per problemi tecnici) ma con tanto di artwork, che diffusi un po’ in giro nel sottobosco musicale dell’epoca: mi ricordo che fu pure recensito su Metal Shock e qualche sconosciuto fedele di satana me lo richiese per posta. Poi il silenzio.
Che senso ha rispolverare oggi questo disco poverissimo, mal registrato, con dei suoni osceni, di cui mi ero praticamente dimenticato? Beh, innanzitutto perchè è una creazione folle e sfido chiunque a trovare qualcosa di simile in giro. Poi, se riuscirete a soprassedere all’impatto terribilmente low-fi e demodè, troverete degli spunti musicali interessanti, molte melodie e qualche bel momento d’intensità. Ovvio che, più probabilmente, vi farete quattro risate alle mie spalle, eheheh….che altro dire? Buon ascolto!”

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