08/10/10

[Kalashnikov tour reportage]
Fraaance!
A settembre di ogni anno, non si sa perché, ci capita di fare un paio di date in Francia. Anche nel duemilaedieci...

1. 24/9: Paris!
Solitamente siamo estranei ai luoghi comuni dell’italiano medio, ma, per questa trasferta d'oltralpe, ci lasciamo tentare da un classico tutto italico: la partenza intelligente. In vista del concerto parigino di venerdì decidiamo infatti di partire la sera prima, giovedì, con tappa intermedia a casa del nostro amico Ludò che vive a Feillens, un paesino a nord di Lione. La partenza intelligente per una volta funziona, dato che non incrociamo una macchina per tutti i cinquecento chilometri che ci separano dalla meta e il viaggio scorre liscio come la chioma di un metallaro cosparsa di balsamo. Giunti a casa di Ludo’ nel pieno della notte non sappiamo fare di meglio che ingurgitare birra e sparare cazzate fino alle tre, così la mattina dopo, freschi come carciofi, partiamo alla volta della capitale.
Il tempo è una merda completa, piove a raffica, c’è anche una malinconica nebbiolina che profuma di funghi e scampagnata autunnale. Parigi ci appare all’
orizzonte sovrastata da un cielo plumbeo che minaccia tempesta. Il traffico della capitale è oltre ogni immaginazione. Aiuto, il semaforo è verde ma non ci si muove di un millimetro! Il tempo trascorso fermi nel traffico ci permette però di riflettere sulla mappa, così almeno questa volta non sbagliamo strada. La Miroiterie è uno squat incastrato tra i caseggiati decadenti del quartiere Gambetta, poco dopo l’ingresso in città dalla Porta di Bagnolet. Un quartiere multietnico, nel quale sorgono una di fianco all’altro atelier di giovani artisti e gastronomie mussulmane con commesse in chadore, club alla moda frequentati da fighetti e bazar di elettrodomestici usati gestiti da indiani baffuti. La Miroiterie è cortile lungo e stretto in fondo al quale si accede ad una sala concerti claustrofobica. Il meglio per i Kalashnikov! Spazio poco = divertimento tanto.
Erik, il nostro contatto e factotum, non è un punk, sembra piuttosto un attore di un poliziottesco all’italiana. Ad ogni modo, ci sp
iega che per ragioni di ordine pubblico il concerto dovrà chiudersi alle 22.00, quindi occorre darsi da fare per montare il palco e fare i suoni. Wow, un concerto che inizia alle sei e finisce alle dieci! E’ un’ottima invenzione, dopotutto, ma non attecchirà mai in Italia. Peccato. Suonare presto è bello perché si è in piena forma e, dopo, resta tutta la sera per rilassarsi e divertirsi.
Nel frattempo un giovane punk con la cresta verde ci abborda per realizzare una breve intervista pre-concerto per la sua fanzine.
Il ragazzo è davvero determinato e ci conduce in cucina, ove ci stordisce con una raffica di domande statistiche del tipo “Quante canzoni avete scritto?” (!!!), davvero buffe. Ma che cos’è questo profumino? La cena! La torta alle verdure però è un po’ fredda, dunque chiediamo se c’è la possibilità di scaldarla. Un tizio ci spalanca solerte un forno a gas degli anni ‘50 dal quale esce una nuvola di zolfo. Passata la nube, si intravedono le pareti carbonizzate coperte di ragnatele millenarie. Decidiamo di gustare la torta salata a temperatura ambiente, cioè congelata. Sì perché, come sempre, abbiamo sbagliato le previsioni atmosferiche: a Parigi fa un freddo irreale. Pazienza, ci scalderemo con il concerto! Il cartellone della serata è multietnico: ad aprire i Rai Ko Ris, un duo anarcopunk nepalese. Sì, proprio così: Oliver e Sareena arrivano da una cittadina ad un centinaio di chilometri da Kathmandu, la capitale del Nepal, una nazione collocata tra Cina e India, solitamente collegata all’alpinismo estremo sulle cime più alte del mondo, tipo l’Everest. I Rai ko Ris non ci giungono del tutto inaspettati tant’è che già li conoscevamo avendo avuto uno scambio epistolare con loro circa una decina d’anni fa, ai tempi della nostra prima cassetta! Olivier in realtà ha origini francesi, ma vive in Nepal da una ventina d’anni e lì ha formato questa band (originariamente composta da tre elementi): l’unica incredibile punk band anarchica nepalese! Il loro concerto è fantastico, molto intenso, la voce di Sareena é profonda e ispirata, e si muove incredibilmente sicura sul magro sostrato post-punk di chitarra e batteria. Wow! Che emozione! Purtroppo i dischi dei Rai Ko Ris (una folta discografia di cd-r registrati in presa diretta con copertine fotocopiate, venduti in patria a 100 rupie a copia, circa un euro e mezzo) non rendono per nulla l’idea dell’originalità e dell’intensità della musica che la band, in un rapimento quasi religioso, esegue dal vivo. E’ il turno delle Ze Revengers. Le tre montanare mascherate sono anch’esse una nostra vecchia conoscenza, considerato che ci abbiamo suonato insieme varie volte e abbiamo organizzato loro un concerto in Villa a Milano la settimana scorsa! Le Ze sono un ensemble creativo che utilizza vari strumenti musicali estranei alla tradizione punk come viola, sax e violoncello in un contesto radicalmente punk, mescolando la ricerca dell’art-rock all’attitudine anarchica da squatter consumato. Ne esce una specie di grind-core da camera, sinfonie sghembe tra Slits, Poison Girls e Fugazi. Nell’ultimo album “Nous Sommes ici et là“ (un meraviglioso digipack serigrafato e ricchissimo di testi scritti a mano) poi compaiono alcune parti di cantato “operistico” che ricordano gli Art Bears e una intro in pieno stile folk apocalittico. Insomma, un casino. Ma davvero “stimolante”.
Noi saliamo sul palco verso le 9.30, l’ora in cui i punx italici sono solitamente davanti allo specchio ad alzarsi le creste con la colla di pesce. Tanti ragazzi e tante ragazze conoscono le canzoni, cantano e ballano, mentre nelle prime file si consuma un pogo forsennato al limite della rissa. Il pogo macho non è mai un bene, anzi è una pratica disdicevole. Perché prendersi a pugni come dei deficienti, quando si potrebbe saltell
are gioiosamente gli uni contro le altre? Beh, il risultato è che Milena, a metà concerto, si becca una testata sulle tempie da un gigante metallaro, il quale, dopo averla colpita, esulta come Aldo Serena che ha fatto gol di testa. Ma, come si suol dire: Parigi val bene una rissa. Detto questo, l’atmosfera è molto bella, il pubblico ci invoca a gran voce e noi ci sollazziamo con qualche bis ultra-rovina.



Come sempre dopo il concerto inizia la parte più buffa della serata. La birra scorre e amabilmente si discorre. Ci intrattiene un comico parigino che parla solo francese e pare l’imitatore di Dario Fò. Non capiamo una parola, ma ridiamo esterrefatti. Claudio viene chiuso all’angolo sul divano dietro alla distro e brutalizzato da Dario Fò per cinquanta minuti buoni di barzellette e scenette inconsulte. Un incontro surreale, ma molto gradito è quello con Cinzia, la prima cantante dei Kalashnikov, autrice delle tracce di voce di “Romantic songs of dissidence”, il nostro primo album. Tantissima gente ancora adora quel disco adolescenziale, soprattutto per la voce di Cinzia, la quale, da molti anni, vive a Parigi dove fa la web designer. Tra le altre cose ha comprato casa a 100 metri dallo squat in cui ci troviamo. Bene… dormiremo da lei! Decidiamo a malincuore di declinare l’invito di Erik a casa sua, dove pare si svolgerà un minaccioso disco-party. Spiace, ma l’idea di lasciare il furgone comodamente parcheggiato ed evitare di infilarsi nel traffico parigino per percorrere i venti chilometri che ci separano dal disco-party è troppo allettante.
Alle ventitré e trenta gli zombie che ormai popolano lo squat vengono espulsi e i cancelli chiusi. E‘ presto, ma lo stato di fattanza alcolica dei francesi è come sempre egregio. Cinzia ci promette un assaggio della Parigi by night alla ricerca di prelibatezze culinarie per placare il nostro atavico appetito. Troviamo un kebabbaro che ci illudiamo cucini falafel, ma che in realtà alla notizia che siamo tutti vegetariani scoppia a ridere e ci insulta. Ci accontentiamo di un panino imbottito con un tovagliolo di carta al gusto di formaggio. Prima di giungere a casa di Cinzia, avremmo faticato ad immaginare che la sua offerta di ospitalità si sarebbe trasformata in una partita a Tetris. La partita naturalmente la perdiamo e piombiamo in un sonno inquieto. La mattina d
opo ci svegliamo chi a forma di L, chi di T rovesciata. Dopo un giretto per il quartiere alla ricerca di bancarelle di vinili ad 1 euro, salpiamo alla volta di Digione…

2. 25/9: Dijon!
Ooooh, Les Tanneries di Digione! Ci torniamo dopo due anni ed é un po’ come sentirsi a casa. Tutti i gruppi punk del mondo sono passati almeno una volta in questo mit
ologico mega-squat francese. Un’area industriale interamente occupata, uno spazio enorme dove l’ospitalità è fantastica. Birrette di aperitivo e quattro chiacchiere con Julia, una ragazza di Rio de Janeiro che ora vive qui, ma che noi avevamo conosciuto in Villa a Milano, durante un concerto il marzo scorso. Pianifichiamo su due piedi un tour in Brasile, gustando patatine aromatizzate alla pizza. Ehi, ma chi si vede! Dave e gli altri componenti dei Preying Hands! Che incredibile coincidenza: stasera condivideremo il palco con la band con cui abbiamo suonato a Montreal, in Canada lo scorso maggio! I Preying Hands vengono proprio da Montreal e sono alla fine del loro tour europeo. Si tratta di una band di formazione recente, ma in realtà alcuni componenti non sono proprio di primo pelo e hanno girato il mondo con la celebre anarcopunk band dei Ballast. Gli altri gruppi con i quali condivideremo la serata sono i The Sioux, Coche Bomba e Tres Puntos. Nel frattempo arriva anche Richard, il nostro fan francese numero uno. Era da un po’ che non lo sentivamo. D’altronde, negli ultimi mesi è stato impegnato in una lunga passeggiata in bicicletta (da Nizza ad Istambul). Appuriamo che è sopravvissuto. Ma il concerto inizia!
I “The Sioux” suonano punk garage abbastanza monotono e stereotipato, con tanto di bassista in gonna: oddio! la straordinaria visione di un uomo con la gonna che cerca di essere simpatico, originale come una goccia di sudore in un bagno turco, divertente come aspettare l’autobus seduto su una panchina di chiodi… Noi abbiamo patteggiato per suonare per secondi, considerato che l’alternativa poteva essere chiudere il concerto alle quattro di notte. Malgrado il pubblico sia ancora tiepido, tutti partecipano, saltellano qua e là invocando le canzoni. E’ una bella soddisfazione e troviamo sempre incredibile che qualche francese canti i nostri pezzi in italiano...



La decisione di suonare in questa posizione della scaletta è stata anche dettata dal fatto che la serata è stata monopolizzata dai Tres Puntos, band ska che qui in Francia è una celebrità assoluta, benché fuori dai confini natii nessuno ne abbia mai sentito parlare. I rude boys in questione si atteggiano un po’ da professionisti e hanno imposto di suonare per terzi. Il loro cambio palco dura all’incirca il tempo che noi impieghiamo per fare il soundcheck, aprire e chiudere il concerto. C’è aria di divismo gratuito e un po’ fuori luogo, con una lunghissima attesa nel backstage del tutto inutile. Poi, finalmente l’orchestrina ska parte in quarta e il pubblico risponde in maniera incredibile: mai vista una partecipazione simile ad un concerto! Questo tipo di ska da noi è relegato alle feste di paese ed ha un pubblico di bambini, mentre qui in Francia piace alla follia anche ai punx e agli squatters. Nel frattempo la nostra distro viene presa d’assalto e approfittiamo per fare due chiacchiere con sottofondo in levare. Un ragazzo della repubblica ceca ci riempie di complimenti dicendoci che era convinto che suonassimo negli stadi, mentre invece siamo gente a posto, che suona negli squat. Non ci avrà mica scambiati per qualcun altro? Comunque sia gli rispondiamo che l’unico stadio nel quale eventualmente ci capita di suonare è quello alcoolico.
Dopo un’ora e mezza di ska barricadero fritto e rifritto vediamo rotolare alcune sfere sul pavimento: sono le nostre palle, che sono cadute. Bastaaaa! Fortunatamente le nostre preghiere vengono esaudite e la serata ci regala momenti emozionanti con lo show dei trucidissimi Coche Bomba. Crazy punx attempati (Richard ci confessa di averli visti per la prima volta 25 anni fa!) di origine peruviana: roba con cui non si scherza. Uno dei due cantanti, un sudamericano sovrappeso che sembra un narcos dei film, chiarisce subito le intenzioni della band restando in mutande, l’altro, un tizio stempiato in bermuda hawaiani, nel frattempo mangia dell’uva in modo voluttuoso e scalcia come un mulo. Dopo la prima canzone (una sfuriata grind-core di venti secondi) lo slip nero nel cantante viene risucchiato dalle chiappe, due mozzarelle pelose, fino a divenire un sordido perizoma. Con il lancio dei calzini di spugna verso il pubblico, lo strip-tease è completo e l’apocalisse sonora dei Coche bomba è al culmine. Il pubblico di zombie davanti al palco si dimena in preda alla follia. Sarta poteva forse restarsene fermo in un angolo a guardare? Eccolo allora trasformarsi in Sa(r)tana e lanciarsi nella bolgia, seguito dal suo fedelissimo scudiero, Claudio. Sa(r)tana scodella le sue specialità: crowd-surfing con camminata sul soffitto, molestie assortite nei confronti del gruppo, smarrimento del cellulare (che, calpestato, gli viene però restituito). Claudio non vuole essere da meno e, benché in Grecia queste pratiche gli siano costate l’osso del culo, non si nega uno stage diving di schiena nel vuoto, nella vana speranza che i suoi amici invisibili lo sorreggano. La bolgia è suprema e i Coche Bomba lasciano il palco da mattatori della serata. Evviva lo speedpunk franco-peruviano!



Giusto il tempo di raccogliere le ossa e i brandelli di carne ammassati sotto il palco e tocca ai Preying Hands, ad un orario che ci fa quasi rimpiangere i concerti in Villa. Questi canadesi sono ragazzi veramente simpatici ed affabili, e le botti di birra con le gambe che ancora resistono sotto il palco gradiscono molto il loro melodi-crust sparato. Dopo il concerto, ad un’ora indecifrata, raccogliamo le nostre cose e lasciamo il campo di battaglia diretti a Feillens...

07/10/10

[Free music for punx]
ANARKA AND POPPY (U.k. anarcopunk 1982-84) - Discografia
[Puj] Dedicarsi ad una band che nella sua esistenza ha composto solo cinque pezzi senza mai pubblicare un disco può sembrare l'esercizio filologico di un punk un po' nerd, ma, considerato che ho ascoltato un centinaio di volte i pezzi degli Anarka and Poppy, per me si tratta di un gruppo che senza dubbio merita di essere ricordato! Entusiasmante anarcopunk inglese dei bei tempi!
Gli Anarka and Poppy si formarono nel 1981 in uno squat di Preston, nel nord dell'Inghilterra. Vegetariani e militanti animalisti con frequenti problemi con la legge, dedicarono le loro canzoni alle tematiche eco-radicali ("If it dies, we die") ed anticarcerarie ("Prisoners Of Pain and Power In Every State"). Proprio "If it dies, we die" ("it" è il pianeta terra naturalmente!), uno dei pezzi più interessanti del gruppo, dimostra che, se fossero durati più a lungo, avrebbero potuto essere una sensation anarcopunk da classifica tipo Chumbawamba, viste le ottime doti di songwriting sfoggiate. E invece dopo aver registrato tre scintillanti pezzi di punk epico e trascinante, nel 1984 si sciolsero senza nemmeno darli alle stampe. Oggi Jane, la cantante, ha due figli e vive con altri traveller in un accampamento primitivista in Galles.
Qui sotto potrete scaricare la discografia del gruppo: la cassetta "All that is shattered" pubblicata in 200 copie nel 1982 (dal suono patetico) e i tre brani per l'e.p. mai uscito (al contrario dei pezzi della cassetta, ben registrati e davvero fantastici)...

>>> Download ANARKA AND POPPY discography (.rar - 27 mb.)

06/10/10

[Free books for punx]
William Burroughs - La febbre del ragno rosso (1991)
[Pep] “La parola ESSERE in inglese contiene, come un virus contiene il suo precodificato messaggio di distruzione, l'imperativo categorico di condizione permanente”: così William Seward Burroughs (1914-1997) ne “La rivoluzione elettronica” si pronunciava riguardo il meccanismo strutturante del massimo paradigma del controllo, quello virale. Alla base delle sue dirompenti concezioni le teorie di Alfred Korzybski, linguista rivoluzionario e contestatore della logica aristotelica: cogliendo nell'identità una malattia ereditaria e nella relazione di identità il meccanismo di replicazione virale archetipo, preposto all'infezione e al controllo dell'essere umano, Burroughs ne preconizza la palingenetica rimozione tramite un cruciale processo linguistico, l'abolizione del verbo Essere. E proprio una lettura virologica del potere, ispirata alla teorie scientifiche del biologo G. Blyavin, costituisce l'elemento chiave del pensiero di Burroughs: scrittore, cineasta, pittore, discepolo di Scientology (che poi rinnegò criticandone il carattere capillarmente autoritario, pur nella condivisione dei suoi fondamentali presupposti teorici), radicalissimo pensatore gay e profeta del tramonto biologico dell'eterosessualità, filosofo anarchico, sperimentatore psichedelico, teorico del terrorismo generalizzato, capace di influenzare tanto la filosofia post-strutturalista quanto il cyberpunk, tanto il graffitismo urbano, quanto i settori più avvertiti della musica rock.
Il Kalashnikov Collective Headquarter qui propone un suo breve e straordinario romanzo (“Ghost of Chance” nell'edizione originale) in cui Burroughs, elaborando nuovamente attorno alla leggendaria figura del capitano Mission, cui già si era dedicato in “Città della notte rossa” (1981), delinea in poche decine di pagine un esauriente profilo della parabola patologica dell'umanità: il costituirsi di quest'ultima come tale in virtù dell'infezione virale del linguaggio (“Il linguaggio è un virus”, ha sentenziato Burroughs), la quale pone in essere il distacco dalle altre specie animali e l'inizio di un catastrofico percorso di sopraffazione, sino alla distruzione finale del mondo umano propiziata dal diffondersi impazzito e spaventoso delle epidemie letali conseguenti alla devastante incontrollabilità dei processi di replicazione virale.
Oggetto dello sguardo disaminatore di Burroughs risulta essere fra l'altro la figura di Cristo, il cui disegno etico (“Ama il tuo nemico”) pur costituendo un inesorabile assurdo biologico, si rivela in realtà il più perfetto e micidiale programma di replicazione virale concepibile (equivalendo alla trasformazione a tappeto dei propri nemici in amici: in ultima analisi in repliche di sé): con queste cruciali considerazioni sull'etica cristiana Burroughs integra magistralmente la sua pregressa visione del messaggio biblico quale quintessenzialmente virale nel suo definire l'uomo replica di Dio (“a sua immagine e somiglianza”), palesando quest'ultimo come implacabile parassita ontologico globale. Terrificante diagnosi anarchica ed anti-specista della malattia dell'essere umano e dell'essere umano come malattia, “La febbre del ragno rosso” è un libro filosofico di spietata profondità, in cui l'unica reale speranza che viene configurata è una fine dell'umanità che lasci spazio alla superiore bellezza e integrità della vita animale. Segnaliamo che il testo è illustrato dalle riproduzioni in bianco e nero di diciassette dipinti informali di Burroughs, testimonianze potenti di un itinerario visivo tanto affascinante e sconvolgente quanto quello letterario.

>>> Download William Burroughs - La febbre del ragno rosso [ITA] (.pdf - 3 mb.)

05/10/10

[Free books for punx]
Thomas M. Disch - La ricchezza di Edwin Lollard (racconto - U.s.a. 1967)
"Il criminale era alla sbarra. I giurati erano stati scelti: dodici uomini finanziariamente integerrimi. Sia l'accusa che la difesa avevano rinunciato alle arringhe di apertura. In un punto tra le infinite pieghe della pelle che avvolgeva l'anima della Pubblica Accusa c'era una sottile incrinatura tra gli sfinteri della sua cavità orale: un sorriso...".
Raccontino acido di Thomas Disch, misconosciuto autore di romanzi e racconti di fantascienza catastrofica di sane tendenze anarchiche. Quale crimine ha commesso Edwin Lollard? Quello di essere... povero!

>>> Download Thomas Disch - La ricchezza di Edwin Lollard [ITA] (.pdf - 8 pagg. - 9 mb.)

03/10/10

[Free books for punx]
Pino Bertelli - Zero in condotta (1992)
[Pep] Pino Bertelli è un fotografo e film-maker anarchico, noto sia per i suoi raffinati volumi fotografici (si vedano titoli come “Iraq. Ritratti dall'infanzia insanguinata” o il recente “Volti del Mediterraneo”) sia per la sua rutilante ed inesauribile attività saggistica. I suoi testi, che intrecciano provocatoriamente la critica dei linguaggi estetici con la polemica libertaria più feroce, costituiscono un punto di riferimento altamente stimolante per approcciarsi alle questioni artistiche sulla base di un'ottica incredibilmente estranea alle convenzioni stereotipate del mercato culturale. Per questo il Kalashnikov Collective Headquarter ripropone un suo avvincente testo del 1992, di particolare utilità per chi voglia approcciarsi all'autoproduzione in uno degli ambiti di maggiore competenza dell'autore: il cinema. “Zero in condotta” è un piccolo, micidiale manuale di sabotaggio cinematografico: riallacciandosi alla tradizione del cinema radicale, giunta a piena maturazione con le pratiche filmiche dei situazionisti, Bertelli indica la strada di un'appropriazione strumentale della grammatica della macchina/cinema finalizzata a dar luogo all'eversione di quest'ultima attraverso il contraltare ereticale del linguaggio cinematografico autoprodotto. Praticare un riorientamento (détournement) della lingua del cinema equivale a porre in essere un attacco sovvertitore alla nostra quotidianità falsificata e finzionale, la quale si situa in un rapporto di consequenzialità rispetto ai linguaggi mediatici: di qui la necessità di praticare una sistematica guerriglia audiovisuale dentro e contro l'odierna società dello spettacolo. Per questo Bertelli fornisce al lettore, contestualmente al proprio radicalissimo discorso teorico,la strumentazione terminologica e concettuale utile ad accedere alla creazione cinematografica effettiva. Segnaliamo come preziosi anche gli eruditissimi capitoli sulla sovversione estetica nei linguaggi cinematografici del Terzo Mondo,con incendiarie ricognizioni sul Cinema Novo brasiliano, sul cinema africano nero e sul cinema nicaraguegno. Così Pino Bertelli: “Questo manuale vuole essere uno strumento di turbamento della rappresentazione filmica. Il grimaldello teorico/pratico per insinuare i veleni della differenza nei muri culturali della civiltà dello spettacolo. La peste libertaria che agita sommuove,anticipa e produce la crisi di un ordine”.

>>> Download Pino Bertelli - Zero in condotta (1992) in .pdf (24 mb.) [ITA]

21/08/10

[Free book for punx]
Gianna Schiavetti - "La schizofrenia non esiste, e se esistesse io vorrei averla" (2008) e
Thomas Szasz - "Teologia, stregoneria e isteria" (2003).
[Pep] Gianna Schiavetti è una delle più implacabili militanti underground del movimento antipsichiatrico italiano. Fatta oggetto di una sequela di diagnosi psicopatologiche (da Psicosi schizoaffettiva a Disturbo bipolare fino a Schizofrenia paranoide) e sottoposta ad oltre trenta procedimenti di Trattamento Sanitario Obbligatorio, l'autrice, oggi settantenne, ha dato vita ad una originale pratica politica, tramite cui, coniugando una tenace quanto donchisciottesca battaglia legale contro la psichiatria con l'autodistribuzione delle versioni fotocopiate dei propri deliranti e corrosivi diari, ha saputo tradurre la propria esperienza esistenziale estrema in una spia delle contraddizioni del sapere psichiatrico.
Il suo libro che il Kalashnikov Collective Headquarter qui propone ai propri lettori, corredato da una prefazione di Enrico Baraldi, rappresenta l'unico portato a livello editoriale dell'attività diaristica di Gianna Schiavetti: manifestando una sofisticata e radicale coscienza libertaria, alternata a lampi di delirio, l'autrice vi propone la sua messa in questione del terapeuticismo di Stato, sotteso a quella pratica di espropriazione della soggettività che è il Trattamento Sanitario Obbligatorio, con la connessa, implicita, rivendicazione dell'assoluto e inalienabile possesso del proprio corpo e della propria mente da parte dell'individuo. D'altro canto Gianna Schiavetti avanza una cruciale contestazione della legittimità epistemologica delle diagnosi psichiatriche e dell'ipoteca sulla soggettività individuale che esse pongono: il suo diario può essere considerato una piccola macchina da guerra contro quella che una fondamentale teorica quale Monique Wittig ha definito la Straight Mind, l'insieme dei saperi funzionali alla stabilizzazione normalizzatrice dei soggetti, nell'ambito del quale la psichiatria sta oggi guadagnando una centralità concettuale ed operativa valendosi, nella propria funzione di omologazione delle declinazioni devianti della soggettività, dell' ingannevole Cavallo di Troia della necessità diagnostica e terapeutica. Per questo motivo accludiamo allo scritto dell'autrice un testo di Thomas Szasz, tra i massimi critici libertari della psichiatria, “Teologia, stregoneria e isteria”, undicesimo capitolo del suo classico studio “Il mito della malattia mentale” (nella nuova edizione italiana del 2003): capitolo di particolare interesse perchè contenente una lucida e limpidissima disamina del sapere psichiatrico nei suoi inesplicitati risvolti politici nonché nel suo ruolo storico di equivalente contemporaneo della teologia inquisitoriale orientata alla streghizzazione della donna, infallibilmente colto e drasticamente denunciato con veggente e trasgressiva intuizione dalla profetessa della quotidiana devianza Gianna Schiavetti.

>>> Download Gianna Schiavetti (2008) [ITA] + Thomas Szasz (2003) [ITA] in .pdf (.rar - 19 mb.)

04/08/10

[Free games for punx]
IL CRUCIVERBONE PUNK!
[Sarta] "Ehi, luridi punx! Fermatevi un attimo, scendete da quel treno che stavate per prendere alla chetichella (e senza biglietto) tanto sappiamo che ad agosto anche voi vi accalcate assieme alla massa alienata su dei carri bestiame strapieni. E tutto solo per andate al mare a sfoggiare i vostri costumi da bagno con le toppe dei Discharge...
La verità è che vi
vogliamo bene e pensiamo sia ora di buttare nel cesso quel famigerato fascicoletto che anestetizza (solo per un attimo) la paranoia della gente impilata sotto gli ombrelloni e che corrisponde al nome di "Settimana Enigmistica": i vostri romantic-punx preferiti hanno finalmente pensato di darvi un vero gioco, autoprodotto e contro il sistema, come ci piace davvero...il Cruciverbone punk! Non vedevate l'ora, eh? Ehm...Beh, ora vedremo davvero chi aiuta la scena andando ai concerti e chi invece il punk vive solo sul myspace rintanato nella propria cameretta piena di poster, eheheh
...Scaricatevelo, fotocopiatelo, diffondetelo e - si spera - divertitevi. Chi vuole lo può anche mettere nella propria fanzine, oppure accettare la sfida e crearne di nuovi. Tutti pronti? Evviva!"

>>> Download "Il Cruciverbone punk" in .pdf (3 mb)


...E a grande richiesta, ecco le soluzioni...

>>> Download "Il Cruciverbone punk - soluzione" in .jpg (1 mb)

02/08/10

[Sarta of Kalashnikov collective old side project]
IL SEGRETO DELLA VITA
[Sarta] “Ahhh, quando metto a posto la mia collezione di cd trovo sempre delle chicche di cui mi ero completamente dimenticato, eheheh…..Ora vi racconto una storia, mettetevi comodi che mi setto in versione nonno.
Dovete sapere che, tanto tempo fa, un giovane Sarta (che poi sarei io) cercò di mettere su un gruppo black metal: era la fine degli anni novanta e il giovine, da bravo pischello un po’ nerds, aveva una passione sfegatata per quel genere musicale. Ma non pensate ai Marduk, ai Dark Throne o agli Immortal e nemmeno ai vari Cradle of Filth e Dimmu Borgir, gruppi che allora andavano per la maggiore: Sarta è l’uomo dei sandali e delle magliettine sgualcite, non è mai allineato sui binari della moda, piuttosto ne è sempre - tragicamente - al di fuori. Per cui, niente riff oscuri, chiese bruciate e satanismo scandinavo: la musica che aveva in mente il giovincello era da cercarsi nel sottobosco più underground, era un tipo di black metal sinfonico che, pur facendo largo uso di blast-beat e screaming vocals, era molto melodico e costruiva motivi spesso lunghi e articolati, suonati con i chitarrini a mandolino e infarciti di arrangiamenti di tastiera un po’ tronfi. Erano dischi oggi misconosciuti come "Under the dark mystic sky” dei giapponesi Tyrant e soprattutto “Witchcraft” dei norvegesi Obtained Enslavement, il cui cd (geniale, lo dico ancora oggi) ho davvero usurato. Alla fine, siccome questo genere musicale piaceva solo a me, non trovai nessuno interessato a questo progetto. Comunque, non mi diedi per vinto e acquistai alla modica cifra di seicento mila lire un registratore multi traccia analogico su cassetta: quell’oggetto mitologico, oggi archeologia paleo tecnica, mi servì per registrare (alla cazzo, ma questa è un’altra storia) i pezzi che avevo composto all’epoca, vere e proprie “suite” di 8 minuti infarcite di melodie articolate e arrangiamenti sinfonici. Nacque cosi “Il Segreto della Vita”, reinterpretazione partenopea di quel sound estremamente di nicchia, un disco strumentale di quattro tracce privo di batteria e voce (per problemi tecnici) ma con tanto di artwork, che diffusi un po’ in giro nel sottobosco musicale dell’epoca: mi ricordo che fu pure recensito su Metal Shock e qualche sconosciuto fedele di satana me lo richiese per posta. Poi il silenzio.
Che senso ha rispolverare oggi questo disco poverissimo, mal registrato, con dei suoni osceni, di cui mi ero praticamente dimenticato? Beh, innanzitutto perchè è una creazione folle e sfido chiunque a trovare qualcosa di simile in giro. Poi, se riuscirete a soprassedere all’impatto terribilmente low-fi e demodè, troverete degli spunti musicali interessanti, molte melodie e qualche bel momento d’intensità. Ovvio che, più probabilmente, vi farete quattro risate alle mie spalle, eheheh….che altro dire? Buon ascolto!”

>>> Download "Il Segreto della Vita" in .rar (50 mb.)

23/06/10

[Kalashnikov collective tour report]
K.COLL. GOES TO CANADA!

1. “Your flight is cancelled”.
Queste la premessa alla nostra trasferta canadese. Ma niente panico: è stato sufficiente ripiegare su un volo con partenza alle 7.55 del mattino del 26 maggio da Milano e scalo a Londra di 9 ore per ovviare al problema. Siamo naturalmente vicini ai compagni ed alle compagne della British Airways che hanno deciso di mobilitarsi contro le incresciose condizioni nella quali si trovano le loro divise ormai lise e fuori moda.

Sbarchiamo a Hea
trow intorno alle nove ora locale, freschi come pupazzi di neve a ferragosto. In attesa del volo serale per Montreal, tuffo nel passato con gita a Camden Town, ciò che è rimasto della Londra punk. Passeggiando tra le bancarelle che vendono finte cartucciere al modico prezzo di 80 sterline (per crusties benestanti) e punkabbestia che chiedono monete per farsi fotografare (!), Dino, in versione nonno, ci racconta di quando nel ‘92 visitò per la prima volta Londra e di quanto la città non sia cambiata granché negli ultimi anni. Camden Town in effetti appare immutata da allora: una cartolina statica e un po’ fuori moda. Pranzo vegan, poi scarica di birracce nei sudici pub lì a fianco. Ci aspetta la trasvolata oceanica, allietata da snack dal sapore too british e film in lingua originale. La cena è letteralmente raccapricciante, il risotto sembra già digerito. Numerosi i gadget offerti da British Airways: calze in flanella, mascherina in finto velluto, spazzolino da denti mignon, bottigliette di vino argentino da 14 gradi, coperte pulciose. Buonanotte! Atterriamo alle 22.00 canadesi che sarebbero le 3.00 del Mattino a Londra, che sarebbero le 4.00 del mattino a Milano e che soprattutto sarebbero un orario ormai indefinibile per i nostri bioritmi…

2. In the basement
Tutti pensano (noi compresi) che in Canada faccia freddo: solitamente è vero, ma, come accadde durante la nostra trasferta russa, anche questa volta capitiamo in un miracoloso frangente climatico: la settimana più calda degli ultimi dieci anni. Ci sono 30 gradi e un'umidità folle. All’aeroporto di Montreal ci attende Matthieu. Un romanticone di 33 anni, vive in campagna, ha due figli e manda avanti la distro-label Chaos Rurale, che come ultimo suicidio commerciale ha stampato la versione in vinile del nostro ultimo album. Non sapendo bene che ore sono salutiamo Matthieu con un inappuntabile “good morning/good night”. Col furgone preso a nolo (un Chrysler che sfoggia un porta bibite giganti per ogni posto a sedere), in preda ad allucinazioni da privazione del sonno, ci dirigiamo verso la nostra sistemazione ultra-cheap: ostello rovina h.c. nella periferia di Montreal. La sede centrale dell’ostello ci dirotterà (fortunatamente) verso una sua succursale. Fortunatamente perché a) dentro si muore dal caldo b) il posto è, come dire, un po' “particolare”: nel senso che la reception è anche una delle stanze, con alcuni materassi in un angolo nascosti da un asciugamano che fa da separé... Il proprietario ci assicura che nella dependance estiva staremo meglio perché "it's a cool basement". Il basement non tradisce le aspettative: è proprio il seminterrato di un edificio decadente in stile coloniale. L'unica finestra è rotta e il cesso é intasato. Non ci interessa granché, perché, dopo circa 24 ore di veglia, sveniamo dormienti. Tutti tranne… Claudio, ovviamente. Il pazzo parte per la sua abituale e solitaria scorribanda notturna. Sei del mattino, ora locale: ci risvegliamo sudati come viet-cong...

3. Demolition party
Montreal ci appare come un unico sterminato sobborgo. Ci sono più scoiattoli che persone. Matthieu ci ha apparecchiato una bella scarp
inata in montagna per ammirare un enorme crocefisso ricoperto di lampadine. Dopodiché non c’è molto tempo, perché dobbiamo partire per Ottawa. Durante il viaggio ci fermiamo ad una stazione di servizio per comprare dell’acqua, ma scopriamo che non la vendono. Niente acqua: solo integratori o bibite gasate in bottiglie da due litri.
Matthieu ha come unica indicazione del posto in cui suoneremo un indirizzo scritto su uno scontrino. Purtroppo Ottawa ha un milione di abitanti ed un’estensione di quasi tremila chilometri quadrati. Gli chiediamo se è un locale, un bar, un club o qualcosa del genere, ma lui risponde sorpreso: “No, è un appartamento!”. Dopo una serie di ricerche disperate, avviene un miracolo: troviamo il famigerato indirizzo. Siamo in periferia, lo scenario è quello classico da telefilm yankee con le villette bianche, il silenzio a tratti inquietante e, soprattutto, una coltre di paranoia che si taglia col coltello. C’è un
senso generale di decadenza e un poveretto su una sedia a dondolo canta a squarciagola una canzone mentre ci osserva torvo.
La Hull house, è un covo di punx assolutamente votati al caos e all’alcool. Una villetta a due piani che sembra in disuso da decenni, con i vetri rotti, le scritte sprayate sui muri e le finestre oscurate. Chi di voi ha avuto modo di vedere “Dogs in Space” (classico punk del 1986, girato a Melbourne, Australia) s’immagini esattamente la comune nichilista del film… Entriamo e troviamo alcuni punx sbattuti a terra a sniffare colla. Sbucano poi gli abitanti della casa, ben più comunicativi, che ci offrono grande ospitalità. Infiliamo la nostra riserva di birra canadese nel frigo e ci rilassiamo. Cerchiamo di capire come sia la situazione e i ragazzi ci spiegano che quello non è uno squat, perché in Canada gli squat e le case occupate non esistono. Però poi ci dicono che loro non pagano l’affitto, perché non si sa chi sia il proprietario e non saprebbero proprio a chi pagarlo l’affitto. E’ davvero folle per noi, ma in Canada non esistono problemi di spazio e le case costano davvero poco, quindi la cosa potrebbe anche essere credibile… Per farci capire meglio la situazione, ci acco
mpagnano nell’ala a fianco della villa, dalla quale esce un fetore osceno. La visione è raccapricciante: muri abbattuti, macerie, spazzatura, pareti carbonizzate, bottiglie vuote, cenci sudici, avanzi di cibo, vetri infranti… Ci spiegano che prima vivevano da quella parte, ma, quando la polizia ha annunciato che li avrebbe cacciati, hanno demolito tutto e si sono spostati nell’ala a fianco. Boh! Intanto l’ambiente si anima e alcune ragazze ci consigliano un sorso della loro birra preferita: si tratta di birraccia addizionata con l’alcool che raggiunge anche i dieci gradi e viene venduta in bottiglie di plastica da un litro. E’ la migliore, perché, dicono, costa pochi dollari, dura tutta la sera e ci si ubriaca di sicuro! Ad aprire la serata ci pensa un ragazzo con tatuato sulla fronte un pezzo di una canzone dei Discharge (…) che suona una testiera attaccata ad un distorsore della chitarra. Si accanisce sui tasti con la foga di un pazzo maniaco e sbraita nel microfono frasi improvvisate. Il risultato è bitume harsh-noise con feedback spacca-timpani che lascia esterrefatti gli astanti.
Il clima è di approssimazione e caos, il tasso alcolico sale vertiginosamente e il frastuono si sente a tre isolati di distanza… Ad
un certo punto, entrano tre canadesi trafelati in evidente stato di alterazione da sostanze. Pensiamo siano dei vicini infuriati fatti di speed, ma in realtà sono gli H.O.P.E. (Human off planet earth), il secondo gruppo della serata. Il bassista sfodera il suo strumento (da una custodia per tastiera, tra l’altro) e provoca il pubblico dando una sensuale leccata al manico, in tutta la sua lunghezza. Poi non capendo quale sia l’ampli per il basso, si attacca ad un marshall per chitarra. I tre sono pervasi da un entusiasmo sinistro. Ed assolutamente immotivato. Ci aspettiamo uno show all’altezza delle premesse, ma veniamo delusi. I tre canadesi sono, molto probabilmente, il peggior gruppo del mondo. Essendo le stesse le probabilità di incontrare il miglior gruppo del mondo piuttosto che il peggiore, ci riteniamo comunque davvero fortunati ad assistere a questa performance, nella quale ognuno dei componenti è disperatamente scordato e fuori tempo anni luce rispetto all’altro; non sanno i nomi delle canzoni così che uno chiede all’altro qual’è la prossima e l’altro risponde: quella che fa tran,tran,tran o pram,pram,pram… Musicalmente, immaginate un incrocio mostruoso tra i Motorhead spompati e i Green Day stonati. Ah, dimenticavo: il bassista ha suonato con l'ampli spento per i primi due pezzi, poi si é accorto e l'ha acceso.
Scioccati da quest’esperienza border-line, ci prepariamo a suonare e scopriamo con orrore un fatto di cui, ingenuamente, non avevamo tenuto minimamente conto: il voltaggio dell’elettricità canadese è di 120 volt, non 220 come in Europa! Ciò significa, nel concreto, che le nostre tastiere e le nostre pedaliere si spengono o non si accendono neanche. In qualche modo riusciamo ad attaccarci, grazie anche all’aiuto dei locali, e facciamo il nostro concerto. Le creste vanno su e giù, la tinta per capelli cola abbondante con il sudore, i ragazzi e le ragazze ballano e si divertono. Nel dopo concerto la situazione deraglia e sembrano tutti pesantemente fatti. Sentiamo invocare l’ennesimo demolition party, mentre qualcuno ha già provveduto a recuperare un sasso gigantesco per sfondare le pareti. Al suono dei primi vetri infranti e delle bottiglie che volano, ci allontaniamo nella notte, diretti verso Montreal. Alle nostre spalle lasciamo il fragore della distruzione. Tre ore di viaggio nel nulla e giungiamo nella spettrale periferia di Montreal intorno alle quattro del mattino…

4. Problemi di voltaggio
Venerdì mattina. Per ovviare all'empasse della sera prima, su consiglio di Matthieu ci rechiamo in un temporary shop di elettronica nella zona di Chinatown, al cui interno, trascorriamo la mattinata. Dopo infinite consultazioni con il commesso, lasciamo alla cassa 100 dollari tondi tondi per una collezione di adattatori di varie fogge e misure. Metà di essi non ci serviranno mai. Il centro direzi
onale di Montreal è in realtà abbastanza piccolo e similare ai centri delle grandi città americane, con i grattacieli di vetro e i taxi, però qui la gente è più tranquilla, non c'è la frenesia di New York. Non esiste nulla di storico, tutto sembra avere non più di cinquant'anni. Nel frattempo, riusciamo a perdere il don in un negozio di tastiere. Ci accorgiamo della sua assenza quando saliamo sul furgone e rimane un posto libero. Ricompattato in qualche modo il gruppo, iniziamo ad indagare con Matthieu sul concerto di questa sera. La caratteristica peculiare di Matthieu è quella di sembrare sempre in balia del caso, e anche nella circostanza in questione non tradisce le aspettative. Il suo piano per la serata è: a Montreal un concerto c'é, però non include noi; quindi andiamo là e chiediamo, tanto qualcuno ci conoscerà, veniamo da lontano e alla fine ci faranno suonare. Geniale!
Un po' confusi, decidiamo perlomeno di fare scorta di birra per la serata. E' avvincente scoprire quanto diverse siano le usanze in merito al consumo di alcool che s'incontrano girando per il mondo. Per esempio in Canada (come per altro negli states) solitamente non viene venduto alcool nei posti in cui si suona, bisogna portarselo da casa. Un'altra cosa che i canadesi amano è la birra aromatizzata: Matthieu ci consiglia quella ai mirtilli, per esempio. Buona, se non fosse per l'acidità di stomaco che fa venire e il sapore di detersivo. Però, non c'è luogo
più divertente per comprare birra che un market canadese. Perché non puoi soltanto prendere la birra dal frigo, ma puoi proprio entrarci nel frigorifero! Una porta conduce in una cella refrigerata, piena di bottiglie e lattine (nella quale fa ovviamente un freddo cane, cosa che riduce notevolemente la possibilità di scelta tra le varie birre ed incrementa quella di acquistarne di aromatizzate...).
Carichiamo tutto sul furgone, compreso il nostro arsenale di adatattori per il voltaggio candaese, e partiamo alla volta del fantomatico concerto nel quale cercheremo di imbucarci...


5. Ciclomakak
Calano le tenebre. Parcheggiamo nei pressi dei lugubri docks di Montreal. Solo capannoni industriali e bassi edifici piuttosto squallidi. Imbocchiamo un'entrata illuminata con sopr
a scritto: Ciclomakak. Ci troviamo in una stanza bianca, spoglia e senza finestre, con una scala che sale. Al piano di sopra si apre un club semi-abusivo frequentato da freakettoni, giovani alternativi alla moda, artisti e punks. Il capo della baracca è un giovane asiatico tutto strambo che ci accoglie molto calorosamente anche se non capiamo granché di quello che ci dice. Matthieu parte all’attacco per contrattare la nostra esibizione e pare che il suo piano funzioni, malgrado anche lui non riesca a comunicare facilmente con il bizzarro interlocutore.
La sala concerti
è una stanza scrostata, molto piccola e scomoda. Si alternano alcuni gruppi locali davvero ben preparati sul piano del look glam-decadente fine anni ‘70, ma piuttosto improvvisati a livello musicale. Nel frattempo abbiamo il piacere di conoscere un tizio ubriachissimo che ci racconta di essere vissuto a Verona e porta tatuato sul petto il titolo di una nostra canzone, ma con un errore di stampa ("ai ferri corti con tutto l'esisente").
Qualche minuto dopo ci imbattiamo (anche qui!) nel solito fanatico dell’h.c. italiano degli anni ’80. Dovete sapere che in ogni città del mondo esiste almeno un fanatico dell’h.c. italiano degli anni ’80: solitamente, lo si riconosce dalla maglietta dei Raw Power o dalla toppa dei Wretched. il simpatico canadese in questione addirittura ha tatuato su un braccio il simbolo dei Wretched con la fatidica frase: caos non musica. Per dimostrarsi aggiornato in materia, ci chiede se il Virus di Milano esiste ancora
o è stato sgomberato… [risposta esatta: è stato sgomberato nel 1984...]. Fuggiamo e ci troviamo al piano superiore, da cui si accede al terrazzo. La vista sulla Montreal notturna è magnifica, e volendo, come negli inseguimenti dei telefilm americani, si può saltare di tetto in tetto, dato che non c’è protezione.
Dopo l’esibizion
e di un gruppo americano che l’indomani si sparerà 14 ore di furgone per una data a Vancouver (gli americani sono i soliti esagerati...), tocca a noi. Cerchiamo di adattarci alla strumentazione giocattolo che ci viene fornita: gli ampli sono elettrodomestici antichi di cui nessuno di noi ha mai visto un esemplare prima d’ora, la batteria è per i bambini al di sotto dei 12 anni, l’ampli per basso è un sarcofago da cui scaturiscono i lamenti del faraone che ne è rinchiuso.
Malgrado le funeste premesse, il concerto risulta molto divertente, sia per noi che per i 20 zombi che ci ascoltano. A fine serata il clima è frizzantino: danze propiziatorie, quattro calci ad un pallone da spiaggia e birrini della staffa. La serata termina in un caffè del centro, l’unico aperto, a placare una fame ormai atavica a suon di insulsi tramezzini…

6. Anarchia & Poutine
Ci risvegliamo nel basement, ormai divenuto la nostra dimensione ideale. La mattina la trascorriamo all’Anarchist Bookfair di Montreal che si tiene ogni anno all’interno di una scuola della città. Una fiera del libro
anarchico nelle aule di una scuola elementare, frequentata da centinaia di punx, freak ed altro, con concerti, reading, dibattiti etc...etc... è qualcosa di difficile da immaginare in Italia. L’atmosfera è molto bella e siamo felici.
La felicità, unita ad un certo languorino, ci fa prendere coraggio: che sia venuto il momento di assaggiare il famigerato piatto tipico canadese? Facciamo un passo indietro... Tutti i paesi del mondo vantano un piatto tipico, una pietanza che li contraddistingue rispetto agli altri. Di solito, ciascuno è fiero della propria specialità culinaria, e non
vede l’ora di offrirla al proprio ospite. In questi giorni abbiamo potuto assaggiare cibi molto diffusi da queste parti come lo sciroppo d’acero e il burro di arachidi (venduto in confezioni da dieci chili), ma nulla di realmente tipico, né che potesse essere considerato un “piatto nazionale”. Come nelle grosse città degli States, anche a Montreal abbiamo pranzato in straordinari chioschi vegan, inesistenti dalle nostre parti dove la cultura del veganesimo è davvero poco diffusa, segregata in ambienti salutisti un po’ snob o vista come pratica terroristica. Meravigliose insalate di tofu, seitan in tutti i modi, tempeh, vegan-burger… ma ancora niente di tipicamente canadese. Poi, Matthieu ci aveva timidamente confessato che un piatto nazionale canadese esiste, e si chiama Poutine. Ci aveva raccontato che fino all’adolescenza i suoi genitori erano riusciti a preservarlo dal Poutin, ma che poi, in età adulta, anche lui ne é caduto vittima, non senza vergogna. L’idea di poterci offrire un pranzo a base di Poutine sembra imbarazzarlo un po’. Noi però insistiamo ed eccoci seduti in una specie di fast-food yankee alla buona, uguale a quello dei telefilm americani, a consultare un menù unto alla ricerca del poutin. Nell’entusiasmo, accogliamo l’anziana cameriera con un coro di “Putén!” che in francese, con la e al posto della i purtroppo significa “puttana”. “Ehm… Poutine!” corregge Matthieu. La signora è visibilmente contrariata, ma ormai a noi interessa una cosa sola: il Poutine.
Ed eccolo. Du
nque, non è semplice descriverlo. O meglio, è fin troppo facile, perché il poutine è… una scodella di patatine fritte. Ebbene sì: il piatto nazionale canadese non è altro che un piatto di patate fritte tipo quelle di mcdonald, con sopra una colata di salsa tipo barbecue e un formaggino insulso tagliato a quadratini. Salsa e formaggio colante, in pochi minuti, trasformano le patatine in spugne oleose, flaccide e sudate…

7. La Chiesa della Morte
La DeathChurch sorge lungo un vialone periferico di fronte ad un ciclopico supermercato. E' una vecchia chiesa sconsacrata, che essendo di legno sembra più un fienile che un edficio sacro. Ora è uno di quei posti semi-abusivi in mano ai punx canadesi. La truppa ha visto nel frattempo una new entry: è con noi Taìna, la cantante dei Cojoba, band h.c. di Portorico, nostra vecchissima conoscenza epistolare. Dopo circa dieci anni ci conosciamo personalmente! Fantastico! Che cosa ci fa Taìna a Montreal? Da qualche anno vive a New York, e si è sparata dieci ore di treno per
vederci suonare stasera. Le chiediamo scusa. La simpatia caraibica di Taìna è esplosiva e lei parla italiano, quindi nulla la contiene.
Sono le sette di sera e l'affluenza dei fedeli della Chiesa della Morte è già significativa. Orde di punx si assiepano sul sagrato in attesa della comunione. Incontriamo anche i simpatici nichilisti della Hull House di Ottawa, già strafatti di erba all'ammoniaca. Archiviato il Poutine, decidiamo di consumare un pasto frugale nel parcheggio del supermercato (roba da veri punks). Da queste parti non si usa nutrire i gruppi che suonano, quindi ci si deve un po' arrangiare. Per fortuna il mostruoso supermercato dall'insegna al neon che sembra un'astronave è ben fornito di cibarie vegan come tofu e humus in confezione famiglia. Mentre sgranocchiamo le nostre cose ci si avvicina un homeless e ci chiede una sigaretta. Come no, eccola. Il simpatico anziano ci ringrazia regalandoci uno dei suoi numerosi sacchetti pieni di vestiti usati. Insiste, ed anzi ce lo lascia legato ad un palo lì a fianco, per comodità. Ah,ah,ah! Strepitoso. Ehi, ma i vestiti sono più belli di quelli che abbiamo addosso!...
Intanto il concerto è iniziato. L'interno della Deathchurch è spettacolare: come in una vera chiesa ci sono anche le tribune laterali con la gente assiepata. E' pienissimo, la temperatura è indicibile, il grado di umidità spaventoso e il profumo non è esattamente quello dell'incenso. Tutti ballano e si dimenano senza badare troppo alla situazione climatica.
Si susseguono gruppi finalmente notevoli: i d-beaeters locali Bone Black, dall'impatto devastante, la voce della cantante è marcia, nera fino al midollo; i Critical Convictions di Ottawa, trascinante h.c. old school con voce femminile; i Despite All Thi
s (da Halifax, Nuova Scozia) con il loro folk-punk da campagnoli spensierati; i Preying Hands di Montreal, infine, splendido anarcopunk veloce ed epico à la Ballast/Assassinators.
Malgrado il caldo soffocante, l'energia del pubblico, ormai per metà in mutande e reggiseno, sembra inesauribile e tocca il culmine durante l'ultimo concerto, quello dei Kalashnikov, uno dei più belli e partecipati della nostra umile storia di romantic-punx girovaghi. I ragazzi e le ragazze cantano i nostri pezzi (!) e ci incitano a suonare fino all'alba. Ne usciamo disidratati e in punto di morte, ma ne siamo felici. L'ultima data del tour deve sempre essere la migliore, a costo di condurci verso l'autodistruzione! Dopo alcuni minuti d'incoscienza, ci intratteniamo con i locali, chiacchieriamo con un messicano fan dei nostri amici Pisciosangue di Firenze (com'é piccolo il mondo), ci intratteniamo con Peter, un amico sdentato di Matthieu, veramente sbronzo e, colpo di scena, conosciamo la simpatica moglie con i dreadloc
ks di Matthieu, giunta in serata per ricongiungersi al marito. Taìna intanto sarà alla venticinquesima birra e cominciamo a temerla. Peter esce di scena a sorpresa, inciampando in una aiuola e volando di faccia sul bordo del marciapiede. Ora capiamo perché gli mancano i denti davanti.
Noi ci congediamo in maniera meno spettacolare, ma ormai sono le tre di notte e riteniamo di poter morire con dignità. Taìna al contrario è una furia selvaggia e non abbiamo le forze per contenerla. Fortunatamente é tutta scena: le basterà accasciarsi sul divano dell'ostello per addormentarsi nel giro di due millisecondi...



8. Canada addio.
Lasciamo il basement, con il cuore pieno di tristezza; a questa fogna maleodorante ci eravamo affezionati. Ancor più triste è l’addio a Matthieu, un uomo che in quattro giorni è invecchiato di dieci anni. E’ stato veramente un ragazzo incantevole e lo ricorderemo per sempre.
Il viaggio di ritorno scorre via nell’inedia, tra il sonno e la veglia; i sedili dell’aereo della British Airways sono scomodi come cessi e la cena, al solito, sembra uno scherzo. In questi pochi giorni, tutto è andato come al solito troppo in fretta per poter riflettere. Ora, dopo qualche settimana, siamo giunti ad alcune conclusioni illuminanti. Dunque, aspetti positivi del Canada: 1) i canadesi sono molto gentili, ospitali e ti sorridono sempre 2) la vita scorre placida e tutti hanno gli spazi di cui necessitano 3) le birre hanno quasi tutte il tappo che si svita a mano. Gli aspetti di criticità, invece: 1) il piatto nazionale, senza dubbio; 2) la mancia obbligatoria; 3) le tasse da aggiungere ai prezzi dei prodotti che rischiano di farti vivere situazioni imbarazzanti una volta giunto alla cassa.
In realtà, la cosa che ci ha colpiti di più dello stile di vita canadese è l’incredibile serenità delle persone, specchio di un’esistenza nella quale i problemi, i conflitti, la precarietà che noi viviamo tutti i giorni non esistono. I problemi legati alla casa, al lavoro, al denaro, allo spazio vitale, allo stress, all’inquinamento, al traffico, alla competitività che da noi sono causa di esistenze misere e alienate, qui non esistono. Chiamiamolo benessere. Chiamiamola noia mortale. Verrebbe da dire, parafrasando Oscar Wilde: “Il paradiso lo preferisco per il clima, l’inferno per la compagnia”.
Non è forse un caso però che in Canada la chiesa sia un’istituzione fortissima e le sette religiose spopolino. La cultura cattolica è talmente opprimente in Quebec che per bestemmiare si pronuncia con disprezzo il nome di una parte della Chiesa, tipo: “Tabernacolo!”, “Altare!”, “Acquasantiera!”; sembra incredibile, però in Canada queste sono le imprecazioni più blasfeme, tant’è che quando ci lasciavamo scappare qualche “Tabernacolo” per ridere, i ragazzi ci dicevano di stare attenti a pronunciare certe parole in pubblico! E’ interessante: i canadesi non se la prendono con il “capo”, come facciamo noi, ma con il personale, anzi, nemmeno, con l’arredamento dell’azienda! Ah,ah,ah! Matthieu ci ha raccontato inoltre che, negli anni ‘60, la chiesa promuoveva, con mezzi davvero inquisitori, l’incremento delle nascite: funzionari della chiesa bussavano alle porte delle famiglie e delle coppie appena sposate per spronarle ad avere figli e le redarguivano se ne avevano pochi o, ancora peggio, nessuno. Questo ci fa capire che l’uomo, a qualsiasi latitudine o longitudine, di modi per peggiorare la propria esistenza e danneggiare quello che gli sta intorno ne trova sempre. Un altro esempio di questo istinto sadomasochista? Il Poutine.

14/06/10

[Free books for punx]
Monique Wittig - “ Virgile, non” (romanzo - 1985)
[Pep] Monique Wittig è una delle più determinanti pensatrici lesbofemministe del ventesimo secolo. Il suo pensiero, portatore di un temibile apparato concettuale radicalmente orientato a demistificare le identità di genere in quanto finzioni strategiche, l'ha condotta ad una rilettura dell'esperienza relazionale lesbica, additata quale strada maestra per la distruzione dell'ordine patriarcale, che ne sottolinei provocatoriamente il carattere non-femminile ed il ruolo di fattuale smentita di quella finzione culturale socialmente fondamentale che è la donna. Oltre che straordinaria teorica la studiosa francese è autrice di formidabili narrazioni, il cui elevato spessore concettuale permette di apprezzare il suo pensiero sotto nuove luci: è per questo che il Kalashnikov Collective Headquarter ha deciso di proporre ai suoi lettori “Virgile,non”(1985), ultimo e geniale romanzo dell'autrice de “Il corpo lesbico”. Sconvolgente riscrittura wittigiana della Divina Commedia dantesca, il testo, che proponiamo nella traduzione italiana di Rosanna Fiocchetto (con introduzione di Margherita Giacobino), fornisce, ben oltre il suo specifico ambito femminista, gli strumenti per un approccio concettualmente rigoroso ad ogni dinamica di oppressione e ad ogni specifico versante di quella che Monique Wittig chiama la Straight Mind, cioè l'insieme delle nozioni strategiche che fondano e governano le molteplici e ramificate dinamiche gerarchizzanti e discriminatorie costituenti la struttura stessa del nostro ordine sociale. Le drammatiche peripezie dell'autrice-protagonista nei terribili gironi di un inferno eterosessuale distribuito tra un aspro deserto e la città di San Francisco, sotto la guida della lesbica ed aitante Manastabal, con ripetute ascensioni al limbo e al paradiso saffici, costituiscono un'ironica quanto impressionante illustrazione della difficoltà di un percorso di liberazione delle donne e degli oppressi nella società straight e del ruolo cruciale che il campo di battaglia linguistico assolve in esso: ma il paradiso, nonostante tutto, è possibile.
A completamento del testo rendiamo disponibile, oltre ad una cronologia di Monique Wittig e ad una bibliografia dei testi su di lei, l'estratto di uno dei suoi più rilevanti testi teorici, accompagnato da una breve nota introduttiva di Adriana Cavarero e Franco Restaino: “Siamo lesbiche, né donne né uomini”.

>>> Download Monique Wittig - Virgile, non in .pdf [ITA] (76 pagg. - 42 mb.)