17/04/09
16/04/09
[We talk about...]PUNK!
[Puj] Punk, punk, punk... mhh... parolina stupida che ci frulla da anni nel cervello! Essa ha perso, nel corso del tempo, molta della sua carica provocatoria, destabilizzante. Oggi la si legge sulle riviste di moda e di spettacolo, relativamente ad un genere musicale o ad un modo di vestire come tanti altri, spesso pure molto fichi. Io so bene quello che punk ha significato (e significa) per me e per quelli della mia specie: una cosa molto poco fica per le passerelle della moda e i rotocalchi televisivi del cazzo. Una cosa molto profonda e vitale.
Malgrado tutto, trovo sempre divertente sentire dalla gente parlare dei punks, leggere di differenti interpretazioni della parola magica e dell'immaginario ad essa sotteso. Quando una parola assume tanti, troppi significati, credo che non riesca più a comunicare in modo efficace, che diventi debole, si svuoti di senso e di suggestioni. Forse, in questi anni, è capitato anche alla parola "punk"!....
Sfogliando un numero di "A Rivista Anarchica" di ventotto anni fa mi sono imbattuto in uno spassoso articolo para-sociologico che cerca di inquadrare il fenomeno punk ai suoi quasi-albori: siamo infatti nel 1981 e il punto di vista è quello del compagno anarchico un po' trombone che osserva con scetticismo tutto snob questo fenomeno "nuovo" che, se analizzato con gli strumenti concettuali vetero-militanti, non può che risultare enigmatico e contraddittorio. Il risultato è per certi versi comico (i punx vengono paragonati ai teddy boys degli anni '50), per altri storicamente interessante, perché testimonia quanto il punk sia stato, all'epoca, una sotto-cultura di netta rottura rispetto all'ambiente antagonista e militante degli anni '70, anche rispetto a quello di area anarchica e libertaria.
L'introduzione dell'autrice (la quale dimostra davvero scarsa dimestichezza col fenomeno) si chiude con un comicissimo e davvero trombone "Chi vivrà vedrà"; segue un'intervista a quelli che vengono definiti "alcuni compagni che si riconoscono nel punk" (!) intenti a combattere contro lo "svaccamento" e il rischio di trascorrere le giornate "alla brutto dio"....
Sfogliando un numero di "A Rivista Anarchica" di ventotto anni fa mi sono imbattuto in uno spassoso articolo para-sociologico che cerca di inquadrare il fenomeno punk ai suoi quasi-albori: siamo infatti nel 1981 e il punto di vista è quello del compagno anarchico un po' trombone che osserva con scetticismo tutto snob questo fenomeno "nuovo" che, se analizzato con gli strumenti concettuali vetero-militanti, non può che risultare enigmatico e contraddittorio. Il risultato è per certi versi comico (i punx vengono paragonati ai teddy boys degli anni '50), per altri storicamente interessante, perché testimonia quanto il punk sia stato, all'epoca, una sotto-cultura di netta rottura rispetto all'ambiente antagonista e militante degli anni '70, anche rispetto a quello di area anarchica e libertaria.
L'introduzione dell'autrice (la quale dimostra davvero scarsa dimestichezza col fenomeno) si chiude con un comicissimo e davvero trombone "Chi vivrà vedrà"; segue un'intervista a quelli che vengono definiti "alcuni compagni che si riconoscono nel punk" (!) intenti a combattere contro lo "svaccamento" e il rischio di trascorrere le giornate "alla brutto dio"....
Punk (di Maria Teresa Romiti / tratto da "A - Rivista Anarchica" n. 91 dell'aprile 1981)
Si vestono quasi in divisa: pantaloni e giacconi di pelle nera, scarponi anfibi, spille appuntate sul petto come medaglie al valor militare, capelli tagliati nei modi più impossibili e tinti peggio... a volte usano simboli di sinistra memoria (svastiche), girano in branchi, usano linguaggio e comportamenti aggressivi fra loro e verso gli altri. Sono i punk, uno dei nuovi fenomeni metropolitani che, nato in Inghilterra alcuni anni fa, si va estendendo in altri paesi europei.
La caratteristica che colpisce di più chiunque si avvicini ai punk è l'aggressività, la violenza che permea molti dei loro atteggiamenti; una violenza ostentata, portata come una bandiera, ma che in effetti, ad un esame più approfondito, sembra più rivolgersi all'interno, nei rapporti che hanno tra di loro, o al massimo, verso le altre bande (mods e ska) che sono nate in questo periodo nelle metropoli, piuttosto che verso polizia e istituzioni. Una violenza, quindi, più apparente che reale, più introiettata che rivolta verso l'esterno: una risposta autodistruttiva alle frustrazioni subite quotidianamente? I punk appaiono come una delle manifestazioni con cui si scarica la rabbia, il senso di impotenza dei giovani nelle metropoli: niente di nuovo rispetto alle bande degli anni '50 (mods, teddy boys, rockers), ai quali del resto si richiamano coscientemente, almeno in parte, hanno portato alle estreme conseguenze la carica autodistruttiva, proprio perché la situazione oggi presenta meno sbocchi. In effetti colpisce il pessimismo che sottende molte loro affermazioni: la quasi-certezza dell'impossibilità di risolvere i loro problemi, l'inutilità quindi di qualsiasi tentativo.
A questo senso di impotenza si ricollega il rifiuto deliberato di
discutere, di cercare di chiarire i problemi che nascono all'interno del gruppo, il vivere senza porsi domande, scaricando le proprie frustrazioni, la propria aggressività nelle azioni. La ricerca di una nuova "cultura del vissuto" o più semplicemente il rifiuto di risposte che possono essere angoscianti? In ogni caso questa impostazione rischia di far rinascere la legge del più forte, il mito del "duro", l'instaurarsi di puri rapporti di forza.
Il pericolo maggiore di questa mancanza di chiarezza è un altro: l'ambiguità di alcuni atteggiamenti ad esempio l'uso inaccettabile della svastica. Ciò che sottende questo comportamento è la convinzione che ribellarsi, opporsi al potere voglia semplicemente dire comportarsi in modo esattamente contrario a quello corrente: una concezione da "mondo alla rovescia" che non può che rimanere all'interno dello schema stato, i cui modelli non vengono cambiati, ma solo ribaltati e quindi rimangono quelli vigenti, statali, letti all'incontrario. Di qui l'ambiguità del messaggio, la sua impossibilità ad uscire dagli schemi, anzi la facilità con la quale può essere recuperato dal potere, diventando così funzionale al sistema che voleva combattere.
Per meglio comprendere questo fenomeno ci siamo incontrati con alcuni compagni che si riconoscono nel punk. Per esser precisi, due di loro si sono definiti "post-punk". Che cosa pensino e vogliano, lo chiariscono nell'intervista che segue. Certo è che se il movimento punk ha delle radici di ribellione questo non basta per qualificarlo libertario, tanto più che i contenuti espressi fino ad ora sono abbastanza ambigui o contraddittori. Chi vivrà, vedrà.
Si vestono quasi in divisa: pantaloni e giacconi di pelle nera, scarponi anfibi, spille appuntate sul petto come medaglie al valor militare, capelli tagliati nei modi più impossibili e tinti peggio... a volte usano simboli di sinistra memoria (svastiche), girano in branchi, usano linguaggio e comportamenti aggressivi fra loro e verso gli altri. Sono i punk, uno dei nuovi fenomeni metropolitani che, nato in Inghilterra alcuni anni fa, si va estendendo in altri paesi europei.
La caratteristica che colpisce di più chiunque si avvicini ai punk è l'aggressività, la violenza che permea molti dei loro atteggiamenti; una violenza ostentata, portata come una bandiera, ma che in effetti, ad un esame più approfondito, sembra più rivolgersi all'interno, nei rapporti che hanno tra di loro, o al massimo, verso le altre bande (mods e ska) che sono nate in questo periodo nelle metropoli, piuttosto che verso polizia e istituzioni. Una violenza, quindi, più apparente che reale, più introiettata che rivolta verso l'esterno: una risposta autodistruttiva alle frustrazioni subite quotidianamente? I punk appaiono come una delle manifestazioni con cui si scarica la rabbia, il senso di impotenza dei giovani nelle metropoli: niente di nuovo rispetto alle bande degli anni '50 (mods, teddy boys, rockers), ai quali del resto si richiamano coscientemente, almeno in parte, hanno portato alle estreme conseguenze la carica autodistruttiva, proprio perché la situazione oggi presenta meno sbocchi. In effetti colpisce il pessimismo che sottende molte loro affermazioni: la quasi-certezza dell'impossibilità di risolvere i loro problemi, l'inutilità quindi di qualsiasi tentativo.
A questo senso di impotenza si ricollega il rifiuto deliberato di
discutere, di cercare di chiarire i problemi che nascono all'interno del gruppo, il vivere senza porsi domande, scaricando le proprie frustrazioni, la propria aggressività nelle azioni. La ricerca di una nuova "cultura del vissuto" o più semplicemente il rifiuto di risposte che possono essere angoscianti? In ogni caso questa impostazione rischia di far rinascere la legge del più forte, il mito del "duro", l'instaurarsi di puri rapporti di forza.Il pericolo maggiore di questa mancanza di chiarezza è un altro: l'ambiguità di alcuni atteggiamenti ad esempio l'uso inaccettabile della svastica. Ciò che sottende questo comportamento è la convinzione che ribellarsi, opporsi al potere voglia semplicemente dire comportarsi in modo esattamente contrario a quello corrente: una concezione da "mondo alla rovescia" che non può che rimanere all'interno dello schema stato, i cui modelli non vengono cambiati, ma solo ribaltati e quindi rimangono quelli vigenti, statali, letti all'incontrario. Di qui l'ambiguità del messaggio, la sua impossibilità ad uscire dagli schemi, anzi la facilità con la quale può essere recuperato dal potere, diventando così funzionale al sistema che voleva combattere.
Per meglio comprendere questo fenomeno ci siamo incontrati con alcuni compagni che si riconoscono nel punk. Per esser precisi, due di loro si sono definiti "post-punk". Che cosa pensino e vogliano, lo chiariscono nell'intervista che segue. Certo è che se il movimento punk ha delle radici di ribellione questo non basta per qualificarlo libertario, tanto più che i contenuti espressi fino ad ora sono abbastanza ambigui o contraddittori. Chi vivrà, vedrà.
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[Intervista]
- Da quanto tempo sei punk e come ci sei arrivato?
Daniele (20 anni, anarchico) - Ho cominciato a frequentare i punk circa quattro mesi e mezzo, cinque mesi fa, perché il tipo di vita che facevo, il tipo di cultura che avevo alle spalle (era già fricchettone), erano superate, non mi davano soddisfazione, non riuscivano ad esprimere le ribellioni o l'aggressività che avevo dentro. In effetti ci sono arrivato per curiosità, poi mi sono reso conto che questa cosa valeva la pena di essere vissuta perché era nuova, qualcosa che andava realmente ad incidere.
- Oggi per te essere punk cosa vuol dire?
Daniele - Va beh, questa domanda è abbastanza assurda, se vuoi ci sono le solite analisi socio-politiche...
No, non voglio analisi, vorrei una risposta a livello personale. Se uno fa una scelta, prima di ogni analisi, c'è, secondo me, un livello di coinvolgimento emotivo. Insomma a te cosa da il punk?
Daniele - Con tutti i casini che abbiamo, in questo periodo non è molto divertente, né gratificante essere quello che siamo, però sono convinto che il tipo di ribellione che vivo sia incisivo rispetto a tutto quello che c'è in giro, non riuscirei a vivere altrimenti la mia aggressività, la mia rivolta in senso valido. Adesso non abbiamo più certe possibilità di esprimerci per la strada, di provocare la gente; però quando queste cose ci sono state e sono state veramente valide era una grande soddisfazione, mi sfogavo realmente di tutta la mia aggressività e sapevo che provocavo.
- Hai detto che prima cercavate di provocare la gente, mentre ora vi hanno chiuso gli spazi, cosa fate adesso? Quali sono le attività che svolgete insieme?
Daniele - Ora stanno venendo i nodi al pettine, stiamo vivendo una fase di stasi che sta mettendo a dura prova tutti, io sto cercando, con altra gente di conquistarmi degli spazi nuovi, fare in modo che non ci mandino nel ghetto. Molti di noi, al limite, nel ghetto ci stanno già cascando, nel senso che pensano che ci sia svaccamento e tirano le giornate alla "brutto dio".
- All'esterno il messaggio punk risulta violento, violenza nella musica come nei comportamenti. È veramente così, e in questo caso la violenza che senso ha? È violenza istintiva oppure è un uso cosciente e motivato dell'aggressività?
Daniele - Per me è istintiva. Anch'io ho i miei comportamenti violenti, tranquillamente. Molti di noi sono incazzati e quindi fanno casino, non è che io m'incazzi per questo comportamento, so che esistente anche questo tipo di violenza istintiva e l'accetto. Al limite preferisco che uno abbia un comportamento violento piuttosto che passi la sera a giocare a carte. All'inizio lo criticavo, adesso mi va anche bene perché, in fin dei conti, è una delle nostre componenti. Non mi interessa costruirmi una morale del tipo: questo è giusto, questo è sbagliato anche se io queste cose non le faccio. Quando eravamo davanti a New Kerry avevo fatto un volantino (era il periodo delle botte tra noi e i mods e viceversa) in cui dicevo che queste cose tornavano utili al sistema, perché servono a costruire un'immagine di violenza fine a se stessa.
- L'uso di un certo modo di vestirsi e di comportarsi (l'uso di certi vestiti, l'andare in giro in bande) da un'immagine abbastanza paramilitare, questo, unito all'ostentazione di certi simboli piuttosto che altri, può dare una lettura di violenza organizzata, addirittura di destra. Come pensate di evitare queste ambiguità?
Daniele - A parte il fatto che girare in branco, anche a livello psicologico, è una forma di sicurezza, noi quando giriamo in gruppi di quaranta, con i giubbotti di pelle ci sentiamo forti, sicuri, se vuoi è un comportamento che incide perché nessuno si permette di venirti a rompere il cazzo (a parte che poi arriva il primo pirla con la pistola, dice polizia e ti mette con le spalle al muro). Le forme di provocazione che usiamo sono ben precise, cerchiamo di superare certe forme culturali. L'uso delle svastiche e il fatto di girare in branchi è stato parallelo a una pratica di controinformazione.
- Che rapporti hanno i punk anarchici con il movimento anarchico organizzato?
Daniele - Io vengo qua (sede anarchica) da quattro anni, sono conosciuto, non sono il primo che passa per strada, ma con un certo tipo di vestiario, certa gente mi ha sputato in faccia, non letteralmente, ma mancava poco che mi levava anche il saluto. Adesso i mesi passano, però sono sicuro che l'atteggiamento contro di noi andrà avanti in ogni caso.
- Questo atteggiamento non è forse dovuto a carenza d'informazione e anche a certa ambiguità dei vostri comportamenti?
Daniele - Sì, può essere. L'ambiguità, se vuoi, e quella che ha creato il casino; all'inizio il punk voleva avere solo questa immagine, non gli interessava di controinformare, perché era vissuta in termini di provocazione totale autodistruttiva. Infatti il discorso dell'autodistruzione è presente, l'ho presente anch'io. Chi si vuol salvare dall'autodistruzione o pensa che quella divisa non la porterà addosso per altri dieci anni si pone il problema del futuro; cerca di controinformare proprio perché non vuol vivere solo il momento della provocazione fine a se stessa.
- Quali prospettive avete per il futuro?
Daniele - In questo momento c'è il momento della ghettizzazione, la chiusura di ogni possibilità di esprimerci, magari le prossime persone che verranno saranno organizzate. Ci tengo a precisare che purtroppo una definizione nostra, come movimento è impossibile, non siamo omogenei ed è molto diffuso tra noi un certo tipo di comportamento individuale.
- Il rifiuto di parlare, di discutere in generale, il fatto che preferite vivere le vostre esperienze piuttosto che analizzarle che significato ha? Un tentativo di costruire una nuova forma di "cultura del vissuto" o un rifiuto della cultura in genere?
Daniele - La risposta non è semplice; io, per esempio, di cultura m'interesso; siccome però ho passato il tempo a piangermi addosso su tutta una serie di problemi e frustrazioni, allora a questo punto preferisco bruciare questi mesi, magari mi sto tirando la zappa sui piedi, piuttosto che stare a chiudermi nelle menate o nelle discussioni profonde sul perché di certe cose.
- Che differenze ci sono tra il movimento punk all'estero e in Italia?
Daniele - La situazione è la stessa per tutti perché la merda la vivi qua, come a Zurigo o Londra. Ma a Zurigo, Vienna il fenomeno punk è legato al movimento, alle forme attive di ribellione, qua non c'è niente. Il nostro limite è che la nostra ribellione è un atto a sé stante, qui siamo in piena batosta per cui anche un tentativo di liberarci è stroncabile. Per assurdo, noi abbiamo fatto più casino, in certi momenti dei "compagni". Per esempio abbiamo volantinato i concerti contro le strutture, mentre invece i "compagni" non hanno fatto nulla; quelli che cinque anni fa tiravano i sassi alla polizia sono quelli che ora organizzano i concerti e si comportano da bottegai...
- Da quanto tempo sei punk e come ci sei arrivato?
Daniele (20 anni, anarchico) - Ho cominciato a frequentare i punk circa quattro mesi e mezzo, cinque mesi fa, perché il tipo di vita che facevo, il tipo di cultura che avevo alle spalle (era già fricchettone), erano superate, non mi davano soddisfazione, non riuscivano ad esprimere le ribellioni o l'aggressività che avevo dentro. In effetti ci sono arrivato per curiosità, poi mi sono reso conto che questa cosa valeva la pena di essere vissuta perché era nuova, qualcosa che andava realmente ad incidere.
- Oggi per te essere punk cosa vuol dire?
Daniele - Va beh, questa domanda è abbastanza assurda, se vuoi ci sono le solite analisi socio-politiche...
No, non voglio analisi, vorrei una risposta a livello personale. Se uno fa una scelta, prima di ogni analisi, c'è, secondo me, un livello di coinvolgimento emotivo. Insomma a te cosa da il punk?
Daniele - Con tutti i casini che abbiamo, in questo periodo non è molto divertente, né gratificante essere quello che siamo, però sono convinto che il tipo di ribellione che vivo sia incisivo rispetto a tutto quello che c'è in giro, non riuscirei a vivere altrimenti la mia aggressività, la mia rivolta in senso valido. Adesso non abbiamo più certe possibilità di esprimerci per la strada, di provocare la gente; però quando queste cose ci sono state e sono state veramente valide era una grande soddisfazione, mi sfogavo realmente di tutta la mia aggressività e sapevo che provocavo.
- Hai detto che prima cercavate di provocare la gente, mentre ora vi hanno chiuso gli spazi, cosa fate adesso? Quali sono le attività che svolgete insieme?
Daniele - Ora stanno venendo i nodi al pettine, stiamo vivendo una fase di stasi che sta mettendo a dura prova tutti, io sto cercando, con altra gente di conquistarmi degli spazi nuovi, fare in modo che non ci mandino nel ghetto. Molti di noi, al limite, nel ghetto ci stanno già cascando, nel senso che pensano che ci sia svaccamento e tirano le giornate alla "brutto dio".
- All'esterno il messaggio punk risulta violento, violenza nella musica come nei comportamenti. È veramente così, e in questo caso la violenza che senso ha? È violenza istintiva oppure è un uso cosciente e motivato dell'aggressività?
Daniele - Per me è istintiva. Anch'io ho i miei comportamenti violenti, tranquillamente. Molti di noi sono incazzati e quindi fanno casino, non è che io m'incazzi per questo comportamento, so che esistente anche questo tipo di violenza istintiva e l'accetto. Al limite preferisco che uno abbia un comportamento violento piuttosto che passi la sera a giocare a carte. All'inizio lo criticavo, adesso mi va anche bene perché, in fin dei conti, è una delle nostre componenti. Non mi interessa costruirmi una morale del tipo: questo è giusto, questo è sbagliato anche se io queste cose non le faccio. Quando eravamo davanti a New Kerry avevo fatto un volantino (era il periodo delle botte tra noi e i mods e viceversa) in cui dicevo che queste cose tornavano utili al sistema, perché servono a costruire un'immagine di violenza fine a se stessa.
- L'uso di un certo modo di vestirsi e di comportarsi (l'uso di certi vestiti, l'andare in giro in bande) da un'immagine abbastanza paramilitare, questo, unito all'ostentazione di certi simboli piuttosto che altri, può dare una lettura di violenza organizzata, addirittura di destra. Come pensate di evitare queste ambiguità?
Daniele - A parte il fatto che girare in branco, anche a livello psicologico, è una forma di sicurezza, noi quando giriamo in gruppi di quaranta, con i giubbotti di pelle ci sentiamo forti, sicuri, se vuoi è un comportamento che incide perché nessuno si permette di venirti a rompere il cazzo (a parte che poi arriva il primo pirla con la pistola, dice polizia e ti mette con le spalle al muro). Le forme di provocazione che usiamo sono ben precise, cerchiamo di superare certe forme culturali. L'uso delle svastiche e il fatto di girare in branchi è stato parallelo a una pratica di controinformazione.
- Che rapporti hanno i punk anarchici con il movimento anarchico organizzato?Daniele - Io vengo qua (sede anarchica) da quattro anni, sono conosciuto, non sono il primo che passa per strada, ma con un certo tipo di vestiario, certa gente mi ha sputato in faccia, non letteralmente, ma mancava poco che mi levava anche il saluto. Adesso i mesi passano, però sono sicuro che l'atteggiamento contro di noi andrà avanti in ogni caso.
- Questo atteggiamento non è forse dovuto a carenza d'informazione e anche a certa ambiguità dei vostri comportamenti?
Daniele - Sì, può essere. L'ambiguità, se vuoi, e quella che ha creato il casino; all'inizio il punk voleva avere solo questa immagine, non gli interessava di controinformare, perché era vissuta in termini di provocazione totale autodistruttiva. Infatti il discorso dell'autodistruzione è presente, l'ho presente anch'io. Chi si vuol salvare dall'autodistruzione o pensa che quella divisa non la porterà addosso per altri dieci anni si pone il problema del futuro; cerca di controinformare proprio perché non vuol vivere solo il momento della provocazione fine a se stessa.
- Quali prospettive avete per il futuro?
Daniele - In questo momento c'è il momento della ghettizzazione, la chiusura di ogni possibilità di esprimerci, magari le prossime persone che verranno saranno organizzate. Ci tengo a precisare che purtroppo una definizione nostra, come movimento è impossibile, non siamo omogenei ed è molto diffuso tra noi un certo tipo di comportamento individuale.
- Il rifiuto di parlare, di discutere in generale, il fatto che preferite vivere le vostre esperienze piuttosto che analizzarle che significato ha? Un tentativo di costruire una nuova forma di "cultura del vissuto" o un rifiuto della cultura in genere?
Daniele - La risposta non è semplice; io, per esempio, di cultura m'interesso; siccome però ho passato il tempo a piangermi addosso su tutta una serie di problemi e frustrazioni, allora a questo punto preferisco bruciare questi mesi, magari mi sto tirando la zappa sui piedi, piuttosto che stare a chiudermi nelle menate o nelle discussioni profonde sul perché di certe cose.
- Che differenze ci sono tra il movimento punk all'estero e in Italia?
Daniele - La situazione è la stessa per tutti perché la merda la vivi qua, come a Zurigo o Londra. Ma a Zurigo, Vienna il fenomeno punk è legato al movimento, alle forme attive di ribellione, qua non c'è niente. Il nostro limite è che la nostra ribellione è un atto a sé stante, qui siamo in piena batosta per cui anche un tentativo di liberarci è stroncabile. Per assurdo, noi abbiamo fatto più casino, in certi momenti dei "compagni". Per esempio abbiamo volantinato i concerti contro le strutture, mentre invece i "compagni" non hanno fatto nulla; quelli che cinque anni fa tiravano i sassi alla polizia sono quelli che ora organizzano i concerti e si comportano da bottegai...
[N.d.Puj: le immagini abbinate a questo post sono tratte da un libro fotografico (datato 1982) dedicato a Kreuzberg, il quartiere di Berlino Ovest che fu, dagli anni '60 fino al crollo del Muro, rifugio di hippie, squatter, dissidenti, tossici e, naturalmente, punx...].
12/04/09
[We talk about...]VIVISEZIONE!
[Sarta] Ah, la Santa Pasqua ! Dopo esservi ingozzati nei vari pranzi parentali che non mancheranno di allietare tale ricorrenza ed esservi storditi con vini e grappe varie per tollerare la presenza molesta di nonne e cuginetti, scaricatevi da questo post un estratto da “Imperatrice Nuda”, il caposaldo del movimento anti-vivisezionista ad
opera di Hans Ruesch. Che tipo ‘sto Hans Ruesch! Nato a Napoli da genitori italo-svizzeri, è stato pilota automobilistico, scrittore di romanzi, sceneggiatore, editore ed infine saggista. “L’imperatrice Nuda” è il suo più noto saggio anti-vivisezionista: dopo aver studiato medicina e aver curato negli anni ’70 una collana intitolata “I manuali della salute”, il buon Hans si è convinto non solo della totale inutilità della pratica vivisezionista ma addirittura di quanto fosse controproducente e dannosa per gli uomini! Convintosi di questo, Hans ci rende partecipe dei suoi studi con questo libro che è una pietra miliare del movimento antivivisezionista, documentatissimo e ricco di testimonianze, prove e fatti storici. Occhio, ragazzi: è una lettura forte! Non solo per la dovizia di particolari con cui vengono riportate le crudeltà efferate commesse nei laboratori, ma anche perché è quello che i nostri governi continuano a finanziare con fiumi di soldi pubblici, per rimpolpare le tasche di un’industria che è la prima al mondo per fatturato. Pensate un po’, più di quella della guerra!
opera di Hans Ruesch. Che tipo ‘sto Hans Ruesch! Nato a Napoli da genitori italo-svizzeri, è stato pilota automobilistico, scrittore di romanzi, sceneggiatore, editore ed infine saggista. “L’imperatrice Nuda” è il suo più noto saggio anti-vivisezionista: dopo aver studiato medicina e aver curato negli anni ’70 una collana intitolata “I manuali della salute”, il buon Hans si è convinto non solo della totale inutilità della pratica vivisezionista ma addirittura di quanto fosse controproducente e dannosa per gli uomini! Convintosi di questo, Hans ci rende partecipe dei suoi studi con questo libro che è una pietra miliare del movimento antivivisezionista, documentatissimo e ricco di testimonianze, prove e fatti storici. Occhio, ragazzi: è una lettura forte! Non solo per la dovizia di particolari con cui vengono riportate le crudeltà efferate commesse nei laboratori, ma anche perché è quello che i nostri governi continuano a finanziare con fiumi di soldi pubblici, per rimpolpare le tasche di un’industria che è la prima al mondo per fatturato. Pensate un po’, più di quella della guerra!>>> Download first part of "Imperatrice Nuda" Hans Ruesch [ITA] (.pdf - 18 mbyte)
Per abbinare questa lettura, qui sotto trovate il mitologico pezzo “No Vivisezione” dei WARFARE di Gorizia, in versione studio e in versione live, tratto dalla storica cassettina “Rovina Hc” che i filologi punk presenti tra voi ricorderanno….E allora “No, no, no vivisezioneeee!”.
>>> Download WARFARE, "No Vivisezione" studio&live (.RAR - 4 mbyte)
25/03/09
Gruppo Surrealista di Chicago - I tre giorni che hanno sconvolto il Nuovo Ordine Mondiale: la sommossa di Los Angeles del 1992 (U.s.a. 1993 / Ed. La Fiaccola 2001)
[Puj] Alle ore 17.30 di mercoledì 30 aprile 1992, per le strade di Los Angeles, scoppia una sommossa anti-poliziesca che in poco più di tre giorni provocherà 58 morti, 2.383 feriti, 5.383 incendi, 15mila arresti e danni per 785 milioni di dollari. Due ore prima dell'inizio degli scontri, in un'aula del tribunale di Simi Valley, era avvenuta la lettura della sentenza di assoluzione per quattro poliziotti del dipartimento di polizia di Los Angeles accusati di aver brutalmente picchiato nel marzo del 1991 l'automobilista nero Rodney King.
[Puj] Alle ore 17.30 di mercoledì 30 aprile 1992, per le strade di Los Angeles, scoppia una sommossa anti-poliziesca che in poco più di tre giorni provocherà 58 morti, 2.383 feriti, 5.383 incendi, 15mila arresti e danni per 785 milioni di dollari. Due ore prima dell'inizio degli scontri, in un'aula del tribunale di Simi Valley, era avvenuta la lettura della sentenza di assoluzione per quattro poliziotti del dipartimento di polizia di Los Angeles accusati di aver brutalmente picchiato nel marzo del 1991 l'automobilista nero Rodney King.
Vecchio episodio di uno squallido serial (la storia del regime capitalista più degenerato della terra), la rivolta di L.A. ha rappresentato l'ennesima picconata al sogno americano, a quell'immagine di paese felice, libero e democratico che gli U.s.a. cercano disperatamente di esportare da decenni (senza riuscirci granché, per la verità).
L'opuscolo, ad opera del fantomatico Gruppo Surrealista di Chicago, pubblicato nel 1993, carica i riots di suggestioni politiche e libertarie senza tralasciare gli aspetti più "scomodi" della questione. In effetti, la sommossa portò con sé un'onda di immane violenza perpetrata ai danni di alcune minoranze (i coreani, ad esempio), dettata da logiche del tutto soggettivistiche, ad un impeto di giustizia che, per forza di cose, si fece sommaria.
D'altronde: "Sarebbe assurdo credere che quanti sono stati privati, nel corso della loro intera esistenza, della facoltà di volere, allorquando si trovino in modo inatteso e improvviso liberati dai loro ceppi, si muovano immediatamente con la grazia propria di un ballerino". "Ciò che è importante non è la mera condanna della brutalità degli insorti, ma collocare tali eccessi nel contesto della più ampia brutalità che è evento quotidiano nelle città statunitensi". Il consiglio è quello di soffermarsi "...sulla gioia e sulla sensazione di essere nel pieno diritto dipinte sui volti dei giovani poveri neri e latino-americani nel confiscare proprietà e nel distruggere ciò che molti consideravano come simboli del dominio [...] In questa gioia e in questa sensazione di trovarsi nel giusto alberga il solo futuro che valga la pena di sognare".
La volontà da parte degli autori di uscire dai confini delle mera cronaca è evidente nel finale eco-radicale che inquadra i fatti in un contesto critico molto più ampio, individuando la scaturigine della rivolta nell'alterazione generale degli equilibri del pianeta, operata dal delirio capitalista: "...un vasto risanamento dell'ambiente naturale è oggi una priorità, e tale ripristino richiede un radicale smantellamento delle mortifere città della società industriale". La descrizione del teatro degli scontri restituisce un'immagine molto lontana dalla concezione classica (e tipicamente europea) di città, alla quale sicuramente dovremo abituarci: Los Angeles appare come un unico sterminato sobborgo, senza centro e periferia, popolato da identità differenti e inconciliabili, animato da individui sradicati che con l'ambiente urbano hanno un rapporto meramente economico e funzionale.
Monito finale: "Qualunque rivoluzione che si accontenti di qualcosa di meno rispetto all'attuazione della poesia nella vita quotidiana è una rivoluzione priva di prospettive ancor prima di iniziare".
>>> Download "I tre giorni che hanno sconvolto il Nuovo Ordine Mondiale" [ITA] 44 pages (.pdf - 11 mb.)
>>> Download "I tre giorni che hanno sconvolto il Nuovo Ordine Mondiale" [ITA] 44 pages (.pdf - 11 mb.)
[Free music for punx]GUIDED CRADLE (D-beat, Repubblica Ceca/U.s.a.) - s/t (cd, Insane Society rec. 2005)
[Puj] La copertina ACAB-style è un must assoluto della produzione discografica crust, e una delle più memorabili è di sicuro quella dell'esordio dei Guided Cradle: un'orda di goblin e orchi che assale con armi medievali una volante della polizia!
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I Guided Cradle: due yankee e due cecoslovacchi che hanno vissuto nel quartiere punk di Zizkov, a Praga, ma ora si sono trasferiti a Portland, Oregon, U.s.a. Pessima scelta? Hanno iniziato come cover-band degli Anti-Cimex (padri fondatori del moderno suono d-beat, album da avere: Scandinavian Jawbreaker del 1993) e la loro musica ne è palesemente debitrice: suonano classico crust rognoso, con un filo di melodia epica in più rispetto alla media. I titoli dei pezzi rientrano pienamente nei luoghi comuni del genere: "Paura dell'estinzione", "Il business della guerra", "Un mucchio di merda" etc..etc...
I Guided Cradle girano il mondo e sono passati un paio di anni fa anche in Italia. Il loro nome è quello di un'antica macchina di tortura e il loro album d'esordio è una mazzata apocalittica (qui sotto scaricabile con artwork completo) che acqusitai in un negozietto di dischi usati a Praga, imboscato in uno dei tanti pasaz (passaggi "segreti") che tagliano gli isolati del centro-città...
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Tracklist: 1. Riding the witches billygoat / 2. Eaten raw / 3. Fear of extinction / 4. Business of war / 5. System survival / 6. Pile of shit / 7. Wheel of life (Anti-cimex cover) / 8. Hunting.
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22/03/09
[Free music for punx] GERMAN OAK (kraut-rock, Dusseldorf) - s/t (Lp autoprodotto, Germania Ovest 1972)
[Puj] Ed ora qualcosa di completamente diverso: un incredibile album bellico pre-crust, nonché proto-punk. Nell'estate del 1972, un trio del tutto fumato e fatto di acidi imbraccia gli strumenti per stripparsi definitivamente. Siamo a Dusseldorf, nella Germania post-bellica. I ragazzi appartengono ad una generazione solcata dal risentimento nei confronti dei padri, che vuole tagliare i ponti con il nazismo e il recente passato della propria nazione. Una generazione che vuole accartocciare tutto e ripartire da zero. In una specie di delirio simbolico e catartico, i tre scelgono di registrare il proprio disco in uno dei tanti rifugi antiaerei rimasti in disuso dopo la guerra, il Luftschutzbunker. Il quel luogo sinistro danno vita ad una sbilenca jam strumentale a base di chitrra, basso e organo.
Nasce così l'esordio dei German Oak, una terrificante, epica, marcia strumentale, permeata dall'aria torbida, carica di paranoia, del bunker anti-raid in cui è stata partorita. Quattro pezzi dai toni foschi: Airalert (Allarme aereo), Down in the bunker (Giù nel bunker), Raid over Dusseldorf e 1945: Out of the ashes (1945: fuori dalle ceneri), a formare un concept-album sui bombardamenti aerei, suggellato da una copertina minimal in bianco e nero, raffigurante il profilo di un soldato del Terzo Reich.
Il disco fu una produzione D.I.Y. ante-litteram: la band ne stampò 220 copie, delle quali almeno duecento rimasero invendute; la maggior parte dei negozi si rifiutò infatti di prendere l'album in conto vendita: si trattava di un prodotto musicalmente sbrindellato, a sfondo smaccatamente bellico e paranoico; e pure un po' ambiguo con quella nazi-copertina marziale che, oggi diremmo, moooolto crust! A tratti il suono è così brutale e primitivo da risultare inquietante: sembra di vedere i fantasmi dei soldati alzarsi dalla polvere e starsene lì, nell'oscurità del bunker, a seguire la performance dei tre drogati. La registrazione è un po' quella che è, e contribuisce a dare un alone necromantico al tutto...
[We talk about...]Peter Singer
[Sarta] Dopo il post dedicato al bellissimo libro di Tom Regan intitolato “Gabbie Vuote: la sfida dei diritti animali” ci occupiamo dell’altro libro, storicamente ancor più importante, dedicato all’antispecismo. “Liberazione Animale” di Peter Singer è un testo edito per la prima volta nel 1975 e rappresenta forse il libro che più ha contribuito alla crescita e allo sviluppo del movimento animalista. Leggendolo scoprirete tutto ciò che le industrie farmaceutiche e della carne nascondono alla pubblica opinione per tutelare i loro sporchi lucri.
Non è un libro dedicato solo ai vegani, anzi: dovrebbero leggerlo tutti, perché tutti siamo tenuti a sapere come viene organizzata la produzione del cibo che mangiamo, come vengono spesi i soldi delle nostre tasse per la ricerca e “che cos’era il nostro pranzo quando ancora era un animale”. E’ una questione di consapevolezza: l’ignoranza fa comodo, ma – attenzione – e’ solo uno dei tanti strumenti con i quali il sistema ci tiene anestetizzati! Se non conosci, sei insicuro e poco determinato, se invece sai, sei pericoloso perché sicuro di quello che fai. Il nostro cervello è un’arma: usiamola!
Per concludere, a differenza del libro di Tom Regan, forse più adatto agli inguaribili diffidenti verso la pratica animalista, "Liberazione Animale" è un libro insospettabilmente distaccato e razionale, privo di appelli a sentimetalismi e tutto improntato ad un ragionamento rigoroso basato su fonti e dati liberamente consultabili. Un'opera di ricerca rigorosa e intelligente!
Il libro intero lo potete richiedere via email agli amici di Equal Rights di Forlì, mentre qui sotto trovate scaricabili le due prefazioni, l’originale datata 1975 e la nuova del 2005. E’ utile per osservare gli sviluppi che ha avuto il movimento in questi trent’anni di attività e, benché ci sia ancora tanto da fare, è una buona iniezione di fiducia notare quanti sensibili risultati sono stati ottenuti.
Il libro intero lo potete richiedere via email agli amici di Equal Rights di Forlì, mentre qui sotto trovate scaricabili le due prefazioni, l’originale datata 1975 e la nuova del 2005. E’ utile per osservare gli sviluppi che ha avuto il movimento in questi trent’anni di attività e, benché ci sia ancora tanto da fare, è una buona iniezione di fiducia notare quanti sensibili risultati sono stati ottenuti.
>>> Download Introductions to "Animal Liberation" of Peter Singer (pdf - 8 mb)
17/03/09
[We talk about...]RADIOCANE!
Radiocane è un simpatico progetto web-radiofonico e giornalistico a cui contribuiscono alcuni vecchi amici dei centri sociali milanesi. Una radio in streaming, ma anche un archivio di materiale audio, che sta muovendo i primi passi. In attesa di una futura e auspicata collaborazione da parte del nostro collettivo, ci limitiamo a segnalarne l'indirizzo:
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Buon ascolto! Evviva!
07/03/09
[Free books for punx]
Thomas M. Disch - Il pianeta dello stupro (1978)
[Puj] Festeggiamo l'8 marzo, festa della donna, con due esempi di produzione culturale femminista e anti-sessita, caratterizzati entrambi da un certo sense of humor (piuttosto che dalla seriosità vetero-militante, spesso un po' indigesta). Prima proposta è un racconto di Thomas M. Disch, misconosciuto genio della fanta-letteratura americana. "Il pianeta dello stupro" fu pubblicato negli Stati Uniti nel 1978 e in Italia arrivò dieci anni dopo, tradotto in Urania Millemondi Estate 1988. Il titolo originale (Planet of the rapes) fa il verso al "Pianeta delle scimmie" (Planet of the apes), celebre serie cinematografica e televisiva, in voga negli anni '70.
Benché l'autore sia un uomo, "Il pianeta dello stupro" è un racconto ultra-femminista, paradigmatico dell'indole caustica e della poetica nichilista di Disch: l'autore ironizza sull'incomunicabilità tra i sessi, sull'incapacità dell'uomo di comprendere le reali necessità della donna, sull'approccio maschile alla sessualità, sempre goffo e pornografico; Disch immagina un mondo allucinante, nel quale uomini e donne vivono rigidamente separati e i loro unici incontri seguono logiche strettamente "funzionali". Il racconto è una crudele caricatura della società scissa ed alienata nella quale viviamo...
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"Colly era convinta, senza il minimo dubbio, di essere ancora troppo giovane per farsi stuprare. A poche settimane dal diploma le era sembrata una grave mancanza di riguardo metterla in lista per l'Isola del Piacere. Una persona è qualcosa di più del suo indice di fertilità, come scrisse nella lettera di protesta indirizzata al Consiglio Federeale per la Procreazione. Una persona ha sentimenti, programmi, priorità. Una persona merita un po' di considerazione. E lei chiedeva solamente altre due settimane da vergine...".
[Free music for punx]CRASS (U.k. anarco-punk) - Our wedding (flexi-disc 1981)
[Puj] Passiamo ora al 7" flexi "Our wedding" (Il nostro matrimonio), divertente truffa ordita dai Crass ai danni della rivista per adolescenti "Loving". Un'impresa di terrorismo-poetico pienamente riuscita.
Dunque, partiamo dall'inizio: nel 1981 i Crass diedero alle stampe "Penis envy" (invidia del pene), album interamente incentrato sulle problematiche sessiste e femministe. Ai loro esordi, i Crass avevano subìto critiche per un sospetto machismo para-militare, vagamento ostentato soprattutto a livello estetico. La band fugò ogni sospetto con il concept di Penis Envy, disco ai cui microfoni apparivano solo le esponenti femminili del collettivo. Il titolo del disco, che fa riferimento all'omonima teoria psicanalitica elaborata da Sigmund Freud, fu definito dalla stampa inglese più bigotta "troppo osceno per essere stampato" (!).
L'ultima traccia di Penis Envy, intitolata "Our wedding" e non accreditata nella tracklist, suona ben diversa dalle tipiche composizioni dei Crass; loro stessi la definrono "pure, unadulterated shit". Si tratta della parodia di una melensa canzone d'amore, il cui testo recita: "All I am I give to you, you'll honor me I'll honor you, rich or poor or come what may, we'll forsake all other love. Just we two, one flesh one blood, in the eyes of god I am yours to love and honor, I'm giving you my love...Never look at anyone, anyone but me. Never look at anyone, I must be all you see. Listen to those wedding bells, say goodbye to other girls, I'll never be untrue my love, don't be untrue to me, don't be untrue to me, don't be untrue to me...".
I Crass decisero di farne un singolo su flexi-disc che avrebbe avuto una "particolare" distribuzione... A nome di una misconosciuta agenzia, la "Creative Recording And Sound Services" (le iniziali: c.r.a.s.s.!), contattarono la redazione di "Loving", retrograda rivista per adolescenti ("specializzata nello sfruttamento della solitudine giovanile") e proposero un vero affare: l'opportunità di regalare a tutte le lettrici che ne avessero fatta richiesta tramite apposito coupon, una copia del flexi-disc "Our wedding". L'annuncio, alla voce "Loving's fabulous record offer", apparve sul numero speciale del marzo 1981: "Certo, gente: con la collaborazione della Creative Recordings and Sound Services vogliamo offrirvi l'opportunità di rendere il giorno del vostro matrimonio un po' speciale, con questa canzone romantica [...] Joy de Vivre ha catturato tutta la felicità e il romanticismo di questo importante giorno, per cui assicuratevi di ricevere la vostra copia in tempo per la grande occasione: un must per tutti i veri romantici!".
I responsabili di Loving si accorsero della bufala troppo tardi, quando centinaia di coupon erano ormai giunti a casa dei Crass. New Musical Express del 13 giugno 1981 titolò: "I Crass lasciano Loving all'altare!". L'autore dell'articolo ironizza su quanto drammatica sia stata la presa di coscienza dell'accaduto da parte del direttore della rivista: "Aaarggh! C.R.A.S.S.! CRASS! The dreaded anarchist punk rock band who sing dirty words and want to destroy civilisation as we know it!". Naturalmente, dal punto di vista legale, i Crass la fecero franca, mentre alcune teste ai vertici di "Loving" saltarono. Insomma, tutto é bene quel che finisce bene...
Detto questo, care lettrici del Kalashnikov Collective Headquarter, in occasione dell'8 marzo, non potevamo farvi regalo più gradito di questo: il singolo "Our wedding", gratuitamente scaricabile da qua sotto! Per rendere speciale il Vostro Grande Giorno con una nota di romanticismo crasso...
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